Novelle per un anno - 1926 - Il vecchio Dio
1. Il vecchio dio
Smilzo, un po' curvo, con un abitino di tela che gli
sventolava addosso, l'ombrello aperto sulla spalla e il
vecchio panama in mano, il signor Aurelio s'avviava ogni
giorno per la sua speciosa villeggiatura.
Un posto aveva scoperto, un posto che non sarebbe venuto in
mente a nessuno; e se ne beava tra sì e sì, quando ci
pensava, stropicciandosi le manine nervose.
Chi sui monti, chi in riva al mare, chi in campagna: lui,
nelle chiese di Roma. Perché no? Non ci si sta forse freschi
più che in un bosco? E in santa pace, anche. Nei boschi, gli
alberi; qui, le colonne delle navate; lì, all'ombra delle
frondi; qui, all'ombra del Signore.
— Eh, come si fa? Ci vuol pazienza.
Aveva anche lui, un tempo, una bella campagna sotto Perugia,
ricca di cipressetti densi, e lunghesso il canale
quell'eleganza di gracili salci violetti e tanto dolce
azzurro d'ombra che dilaga; la magnifica villa, con dentro
una preziosa raccolta d'oggetti d'arte: ah, quella poi!
invidiato decoro di casa Vetti.
Gli restavano le chiese, ora, per villeggiare.
— Eh, come si fa? Ci vuol pazienza.
Da parecchi anni a Roma, non gli era ancora riuscito di
visitarne tutte le chiese più famose. L'avrebbe fatto
quest'anno per villeggiatura.
Speranze, illusioni, ricchezza e tant'altre belle cose aveva
perduto il signor Aurelio lungo il cammino della vita: gli
era solo rimasta la fede in Dio ch'era, tra il buio
angoscioso della rovinata esistenza, come un lanternino: un
lanternino ch'egli, andando così curvo, riparava alla
meglio, con trepida cura, dal gelido soffio degli ultimi
disinganni. Errava come sperduto in mezzo al rimescolio
della vita, e nessuno più si curava di lui.
— Non importa: Dio mi vede! — si esortava in cuor suo.
E n'era proprio sicuro, di questo, il signor Aurelio, che
Dio lo vedeva per quel suo lanternino. Tanto sicuro, che il
pensiero della prossima fine, non che sgomentarlo, lo
confortava.
Le strade, sotto il cocente sole, erano quasi deserte.
Tuttavia per lui c'era sempre qualcuno, un monellaccio, un
vetturino di stazione, che, vedendolo passare col lucido
cranio scoperto, la barbetta lieve tremolante sul mento, e
la zazzeretta grigia, tremolante anch'essa su la nuca, gli
lanciava qualche lazzo.
— Guarda oh: due barbette! una davanti e l'altra dietro!
Ma il cappello in capo, d'estate, il signor Aurelio non lo
poteva sopportare. Sorrideva anche lui al lazzo e
affrettava, quasi senza volerlo, quei suoi passettini da
pernice, per levar la tentazione d'un altro lazzo a quegli
oziosi.
— Eh, come si fa? Ci vuol pazienza.
Entrando nella chiesa designata quel giorno per
villeggiatura, voleva prima di tutto goder della giunta:
sedere. E traeva un gran respiro; s'asciugava il sudore;
poi, con diligenza, ripiegava in quattro il fazzoletto e se
lo poneva in capo, così ripiegato, per riguardarsi
dall'umida frescura.
Qualche rara divota che si voltava appena a spiarlo,
vedendolo con quel buffo copricapo, sbruffava tra sé una
risatina.
Ma il signor Aurelio, in quel momento, si sentiva beato,
respirando quell'umido insaporato d'incenso che stagnava
nella solenne vacuità silenziosa dell'interno sacro; né gli
nasceva il sospetto che qualcuno, pur lì, nella casa di Dio,
potesse provar gusto a ridere di lui.
Riposatosi un po', si metteva a esaminare la chiesa, pian
pianino, come uno che ci abbia da passar la giornata. E ne
studiava con amorosa attenzione l'architettura, le singole
parti. Si fermava davanti a ogni pala d'altare, a ogni opera
musiva, a ogni cappella, a ogni monumento funerario, e con
l'occhio esperto scopriva subito le peculiarità del tempo,
della scuola a cui l'opera d'arte doveva ascriversi e se era
sincera o deturpata da toppe e rimessi di restauri infelici.
Poi tornava a sedere; e se in chiesa, come spesso avveniva a
quell'ora, di quella stagione, non c'era altri che lui, ne
approfittava per segnar rapidamente in un modesto taccuino
qualche nota, un dubbio da chiarire, le sue impressioni.
Soddisfatta così la prima curiosità e adempiuto per quel
giorno il compito d'arte che si era prefisso, traeva di
tasca qualche libretto d'amena lettura, che per la
dimensione poteva parere un libro di preghiere, e si metteva
a leggere. Di tanto in tanto levava il capo per riassumere o
ungersi davanti agli occhi la scena descritta dal poeta. E
con quella lettura di libri profani non temeva d'offendere
la casa del Signore. Secondo il suo modo di vedere, Dio non
poteva aversi a male delle cose belle create dai poeti per
innocente delizia degli uomini.
Inizio
pagina
Stanco della lettura s'abbandonava, con gli occhi fissi
nel vuoto e strofinando a lungo tra loro l'indice e il
pollice delle due manine, alle proprie fantasie o ai
ricordi degli anni perduti. Talvolta, mentre
fantasticava così, tutto assorto, gli s'avvistava da una
nicchietta nel pilastro di fronte qualche busto che
pareva se ne stesse lì affacciato a guardare in chiesa.
— Oh! — faceva allora, tentennando il capo con un
sorriso. — Te beato, amico mio. Si sta bene da morti?
E si levava di nuovo per leggere nell'inscrizione
funeraria il nome di quel sepolto, poi tornava a sedere
e si metteva a conversare con lui mentalmente,
guardandolo.
— Siamo qua, caro il mio Hieronymus! Peccato che non sia
più permesso farsi seppellire in chiesa. Mi farei
scavare una bella nicchietta nel pilastro di fronte e,
tu di là, io di qua, tutti e due affacciati, sentiresti
che belle conversazioncine! Ce l'hai di buon uomo, la
faccia, poveretto, e certi guai perciò mi conteresti.
Mah! Come si fa? Ci vuol pazienza. Mi sembra però che in
chiesa ci si debba star meglio, da morti. Questo buon
odor d'incenso; e messe e preghiere tutti i giorni. Nel
camposanto, se vogliamo dirla, ci piove.
La morte però, anche lì nel camposanto, eh... una
liberazione; quando sulla terra, più che per viver bene,
ci si duri per prepararsi a morir senza paura. Premii di
là, il signor Aurelio, non se n'attendeva; gli bastava
portarsi di qua, fino all'ultimo passo, la coscienza
tranquilla, di non aver mai fatto il male per volontà.
Conosceva i dubbii tenebrosi accumulati dalla scienza
come tanti nuvoloni su la luminosa spiegazione che la
fede ci dà della morte, sì per averne fatta lettura in
qualche libro, e sì per averli quasi respirati
nell'aria; e rimpiangeva che il Dio dei suoi giorni,
anche per lui, credente, non potesse più esser quello
che in sei dì aveva creato il mondo, e s'era nel settimo
riposato.
Quella mattina, entrando in chiesa, era rimasto
meravigliato dell'aspetto del sagrestano, bel vecchio
enormemente barbuto e capelluto e orgoglioso di quel
barbone lanoso e di quella chioma partita nel mezzo e
ondulata su le spalle e nei cernecchi. Bella, la testa
soltanto. Il corpo tozzo, curvo, cadente, pareva penasse
a sorreggerla, con tutto quel volume di peli.
Ora, il signor Aurelio, riflettendo intorno alla vita e
alla morte, considerando amaramente ai meschini profitti
dell'anima in questo tanto decantato secolo dei lumi,
rivolto col pensiero al vecchio Dio dell'intatta fede
dei padri, a poco a poco s'addormentò. E quel vecchio
Dio, nel sogno, ecco che gli venne innanzi, curvo,
cadente, reggendo a fatica su le spalle la testa
enormemente barbuta e chiomata del sagrestano della
chiesa; gli sedette accanto e cominciò a sfogarsi con
lui, come fanno i vecchietti seduti sul muretto davanti
ai gerontocomii:
— Mali tempi, figlio mio! Vedi come mi son ridotto? Sto
qui a guardia delle panche. Di tanto in tanto, qualche
forestiere. Ma non entra mica per me, sai! Viene a
visitar gli affreschi antichi e i monumenti, monterebbe
anche su gli altari per veder meglio le immagini dipinte
in qualche pala! Mali tempi, figlio mio. Hai sentito?
hai letto i libri nuovi? Io, Padre Eterno, non ho fatto
nulla: tutto s'è fatto da sé, naturalmente, a poco a
poco. Non ho creato Io prima la luce, poi il cielo, poi
la terra e tutto il resto, come ti avevano insegnato ne'
tuoi gracili anni. Che! che! Non c'entro più per nulla
Io. Le nebulose, capisci? la materia cosmica... E tutto
s'è fatto da sé. Ti faccio ridere: uno c'è stato
finanche, un certo scienziato, il quale ha avuto il
coraggio di proclamare che, avendo studiato in tutti i
sensi il cielo, non vi aveva trovato neppur una minima
traccia dell'esistenza mia. Di' un po': te lo immagini
questo pover'uomo che, armato del suo canocchiale,
s'affannava sul serio a darmi la caccia per i cieli,
quando non mi sentiva dentro il suo misero coricino? Ne
riderei di cuore, tanto tanto, figliuolo mio, se non
vedessi gli uomini far buon viso a siffatte
scempiaggini. Ricordo bene quand'Io li tenevo tutti in
un sacro terrore, parlando loro con la voce dei venti,
dei tuoni e dei terremoti. Ora hanno inventato il
parafulmine, capisci? e non mi temono più; si sono
spiegati il fenomeno del vento, della pioggia e ogni
altro fenomeno, e non si rivolgono più a Me per ottenere
in grazia qualche cosa. Bisogna, bisogna ch'io mi
risolva a lasciare la città e mi restringa a fare il
Padreterno nelle campagne: là vivono tuttora, non dico
più molte, ma alquante anime ingenue di contadini, per
cui non si muove foglia d'albero se Io noi voglia, e
sono ancora Io che faccio il nuvolo e il sereno. Su, su,
andiamo, figliuolo! Anche tu qua ci stai maluccio, lo
vedo. Andiamocene, andiamocene in campagna, fra la gente
timorata, fra la buona gente che lavora.
A queste parole, il signor Aurelio, nel sogno, sentiva
stringersi il cuore. La campagna! il suo sospiro! - La
vedeva come se vi fosse; ne respirava l'aria
balsamica... - quando, a un tratto, si sentì scuotere e,
aprendo gli occhi, stordito, oppresso di stupore, si
vide davanti vivo e spirante, il Padre Eterno, proprio
lui, che gli ripeteva ancora:
— Andiamo, su, andiamo...
— Ma se è tanto che... — barbugliò il signor Aurelio,
con gli occhi sbarrati, atterrito dalla realtà del suo
sogno.
Il vecchio sagrestano scosse le chiavi:
- Andiamo! La chiesa si chiude.
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