|
Ah, era stata una vera ispirazione del cielo, un suggerimento della fortuna,
quel far caso alla voce di lei, quando nessuno ci badava, in quella bellissima
giornata d’aprile, presso la finestra dell’abbaino che incorniciava vivo vivo
l’azzurro del cielo. Teresina canticchiava un’appassionata arietta siciliana, di
cui Micuccio ricordava ancora le tenere parole. Era triste Teresina, quel
giorno, per la recente morte del padre e per l’ostinata opposizione dei parenti
di lui; e anch’egli - ricordava era triste, tanto che gli erano spuntate le
lagrime, sentendola cantare. Pure tant’altre volte l’aveva sentita,
quell’arietta; ma cantata a quel modo, mai. N’era rimasto così impressionato,
che il giorno appresso, senza prevenire né lei né la madre, aveva condotto con
se, su nella soffitta, il direttore del concerto, suo amico. E così erano
cominciate le prime lezioni di canto, e, per due anni di fila egli aveva speso
per lei quasi tutto il suo stipendio: le aveva preso a nolo un pianoforte,
comperate le carte di musica e qualche amichevole compenso aveva pur dato al
maestro. Bei giorni lontani! Teresina ardeva tutta nel desiderio di spiccare il
volo, di lanciarsi nell’avvenire che il maestro le prometteva luminoso; e,
frattanto, che carezze di fuoco a lui, per dimostrargli tutta la sua
gratitudine, e che sogni di felicità comune!
Zia Marta, invece, scoteva amaramente il capo: ne aveva viste tante in vita sua,
povera vecchietta, che ormai non aveva più fiducia nell’avvenire: temeva per la
figliola, e non voleva che ella pensasse neppure alla possibilità di togliersi
da quella rassegnata miseria; e poi sapeva, sapeva ciò che costava a lui la
follia di quel sogno pericoloso.
Ma né lui né Teresina le davano ascolto, e invano essa si era ribellata quando
un giovane maestro compositore, avendo udito Teresina in un concerto, aveva
dichiarato che sarebbe stato un vero delitto non darle migliori maestri e una
compiuta educazione artistica: a Napoli, bisognava mandarla al conservatorio di
Napoli a qualunque costo.
E allora lui, Micuccio, senza pensarci due volte, l’aveva rotta coi parenti,
aveva venduto un poderetto lasciatogli in eredità dallo zio prete, e mandato
Teresina a Napoli a compiere gli studi.
Non l’aveva più riveduta, da allora. Lettere, sì... aveva le sue lettere dal
conservatorio e poi quelle di zia Marta, quando già Teresina si era lanciata
nella vita artistica, contesa dai principali teatri, dopo l’esordio clamoroso al
San Carlo. A piè di quelle tremule incerte lettere raspate alla meglio su la
carta dalla povera vecchietta c’eran sempre due paroline di lei, di Teresina,
che non aveva mai tempo di scrivere: «Caro Micuccio, confermo quanto ti dice la
mamma. Sta’ sano e voglimi bene». Eran rimasti d’accordo che egli le avrebbe
lasciato cinque, sei anni di tempo per farsi strada liberamente: erano giovani
entrambi e potevano aspettare. E quelle lettere, nei cinque anni già trascorsi,
egli le aveva sempre mostrate a chi voleva vederle, per distruggere le calunnie
che i suoi parenti scagliavano contro Teresina e la madre. Poi s’era ammalato;
era stato per morire; e in quell’occasione, a sua insaputa, zia Marta e Teresina
avevano inviato al suo indirizzo una buona somma di danaro: parte se n’era
andata durante la malattia, ma il resto egli lo aveva strappato a viva forza
dalle mani rapaci dei suoi parenti e ora, ecco, veniva a ridarlo a Teresina.
Perché, denari - niente! egli non ne voleva. Non perché gli paressero elemosina,
avendo egli già speso tanto per lei; ma... niente! non lo sapeva dire lui
stesso, e ora più che mai, lì, in quella casa... - denari, niente! Come aveva
aspettato tant’anni, poteva ancora aspettare. Che se poi denari Teresina ne
aveva d’avanzo, segno che l’avvenire le si era schiuso, ed era tempo perciò che
l’antica promessa s’adempisse, a dispetto di chi non voleva crederci.
Micuccio sorse in piedi, con le ciglia corrugate, come per raffermarsi in questa
conclusione; si soffiò di nuovo su le mani diacce e pestò i piedi per terra.
- Freddo? - gli disse, passando, il cameriere. - Poco ci vorrà, adesso. Venite
qua in cucina. Starete meglio.
Micuccio non volle seguire il consiglio del cameriere che, con quell’aria da
gran signore, lo sconcertava e l’indispettiva. Si rimise a sedere e a pensare,
costernato. Poco dopo, una forte scampanellata lo scosse.
- Dorina, la signora! - strillò il cameriere infilandosi in fretta e in furia la
marsina, mentre correva ad aprire; ma vedendo che Micuccio stava per seguirlo,
s’arrestò di botto per intimargli:
- Voi state qua; prima lasciate che la avverta.
- Ohi, ohi, ohi... - si lamentò una voce insonnolita dietro la cortina; e, poco
dopo, apparve un donnone tozzo, affagottato, che strascicava una gamba e non
riusciva ancora a spiccicar gli occhi, con uno scialle di lana fin sopra il
naso, i capelli ritinti d’oro.
Micuccio stette a mirarla allocchito. Anche colei, sorpresa, sgranò tanto
d’occhi in faccia all’estraneo.
- La signora, - ripeté Micuccio.
Allora Dorina riprese d’un subito coscienza:
- Eccomi, eccomi... - disse, togliendosi e buttando dietro la cortina lo scialle
e adoperandosi con tutta la pesante persona a correr verso l’entrata.
L’apparizione di quella strega ritinta, l’intimazione del cameriere diedero a un
tratto a Micuccio, avvilito, un angoscioso presentimento. Sentì la voce stridula
di zia Marta:
- Di là, in sala! in sala, Dorina!
E il cameriere e Dorina gli passarono davanti, reggendo magnifiche ceste di
fiori. Sporse il capo a guardare, in fondo, la sala illuminata e vide tanti
signori in marsina, che parlavano confusamente. La vista gli s’annebbiò: era
tanto lo stupore, tanta la commozione, che non s’accorse egli stesso che gli
occhi gli si erano riempiti di lagrime: li chiuse, e in quel bujo strinse tutto
in sì, quasi per resistere allo strazio che gli cagionava una lunga squillante
risata. Era di Teresina? Oh Dio, e perché rideva così, di là?
Un grido represso gli fece riaprir gli occhi, e si vide davanti -
irriconoscibile - zia Marta, col cappello in capo, poveretta! oppressa da una
ricca splendida mantiglia di velluto.
- Come! Micuccio... tu qui?
- Lia Marta... - esclamò Micuccio, quasi impaurito, restando a contemplarla.
- Come mai! - seguitò la vecchietta, sconvolta. - Senza avvertire? Che è stato?
Quando sei arrivato? Giusto questa sera... Oh Dio, Dio...
- Son venuto per... - balbettò Micuccio, non sapendo più che dire.
- Aspetta! - lo interruppe zia Marta. - Come si fa? come si fa? Vedi quanta
gente, figliuolo mio? È la festa di Teresina, la sua serata... Aspetta, aspetta
un po’ qua...
- Se voi, - si provò a dir Micuccio, a cui l’angoscia stringeva la gola, - se
voi credete che me ne debba andare...
- No, aspetta un po’, ti dico, - s’affrettò a rispondergli la buona vecchietta
tutta imbarazzata.
- Io però, - riprese Micuccio, - non saprei dove andare in questo paese... a
questa ora...
Zia Marta lo lasciò, facendogli con una mano inguantata segno d’attendere, ed
entrò nella sala, nella quale poco dopo a Micuccio parve si aprisse una
voragine: vi s’era fatto d’improvviso silenzio. Poi Udì, chiare, distinte,
queste parole di Teresina:
- Un momento, signori.
E di nuovo la vista gli s’annebbiò, nell’attesa ch’ella comparisse. Ma Teresina
non comparve, e la conversazione fu ripresa nella sala. Tornò invece, dopo pochi
minuti che a lui parvero eterni, zia Marta senza cappello, senza mantiglia,
senza guanti, meno imbarazzata.
- Aspettiamo un po’ qua, sei contento? - gli disse. - io starò con te... Adesso
si fa cena... Noi ce ne staremo qua. Dorina ci apparecchierà questo tavolino, e
ceneremo insieme, qua; ci ricorderemo de’ bei tempi, eh?... Non mi par vero di
trovarmi con te, figlietto mio, qua; qua, appartati... Lì, capirai, tanti
signori... Lei, poverina, non può farne a meno... La carriera, m’intendi? Eh,
come si fa! Li hai veduti i giornali? Cose grandi, figlio mio! Ma io... io, come
sopra mare sempre... Non mi par vero che me ne possa star qua con te, stasera.
E la buona vecchietta, che aveva parlato parlato, istintivamente, per non dar
tempo a Micuccio di pensare, alla fine sorrise e si stropicciò le mani,
guardandolo, intenerita.
Dorina venne ad apparecchiare la tavola, in fretta, perché già di là, in sala,
il pranzo era cominciato.
- Verrà? - domandò cupo, Micuccio, con voce angosciata. - Dico, per vederla
almeno.
- Certo che verrà, - gli rispose subito la vecchietta, sforzandosi di vincere
l’impaccio. - Appena avrà un momentino di largo: già me l’ha detto.
Si guardarono tutt’e due e si sorrisero, come se finalmente si riconoscessero.
Attraverso l’impaccio e la commozione le loro anime avevano trovato la via per
salutarsi con quel sorriso. «Voi siete zia Marta» - dicevano gli occhi di
Micuccio. - «E tu, Micuccio, il mio caro e buon figliuolo, sempre lo stesso,
poverino!» - dicevano quelli di zia Marta. Ma subito la buona vecchietta abbassò
i suoi, perché Micuccio non vi leggesse altro. Si stropicciò di nuovo le mani e
disse:
- Mangiamo, eh?
- Ho una fame, io! - esclamò, tutto lieto e raffidato, Micuccio.
- La croce, prima: qua posso farmela, davanti a te, - aggiunse la vecchietta con
aria birichina, strizzando un occhio, e si segnò.
Il cameriere venne a offrir loro il primo servito. Micuccio stette bene attento
a osservare come faceva zia Marta a trarre dal piatto la porzione. Ma quando
venne la sua volta, nel levar le mani, pensò che le aveva sporche dal lungo
viaggio, arrossì, si confuse, alzò gli occhi a sogguardare il cameriere, il
quale, compitissimo ora, gli fece un lieve inchino col capo e un sorriso, come
per invitarlo a servirsi. Fortunatamente zia Marta venne a trarlo d’impaccio.
- Qua qua, Micuccio, ti servo io.
Se la sarebbe baciata dalla gratitudine! Avuta la porzione, appena il cameriere
si fu allontanato, si segnò anche lui in fretta.
- Bravo figliuolo! - gli disse zia Marta.
Ed egli si sentì beato, a posto, e si mise a mangiare come non aveva mangiato
mai in vita sua, senza più pensare alle sue mani, né al cameriere.
Tuttavia, ogni qual volta questi, entrando o uscendo dalla sala, schiudeva la
bussola a vetri e veniva di là come un’ondata di parole confuse o qualche
scoppio di riso, egli si voltava turbato e poi guardava gli occhi dolenti e
affettuosi della vecchina, quasi per leggervi una spiegazione. Ma vi leggeva
invece la preghiera di non chieder nulla per il momento, di rimettere a più
tardi le spiegazioni. E tutt’e due di nuovo si sorridevano e si rimettevano a
mangiare e a parlare del paese lontano, d’amici e conoscenti, di cui zia Marta
gli domandava notizie senza fine.
- Non bevi?
Micuccio stese la mano per prendere la bottiglia; ma, in quella, la bussola
della sala si riaprì: un fruscio di seta, tre passi frettolosi, uno sbarbaglio,
quasi la camerette si fosse d’un tratto violentemente illuminata, per accecarlo.
- Teresina...
E la voce gli morì sulle labbra, dallo stupore. Ah, che regina!
Col volto in fiamme, gli occhi sbarrati, la bocca aperta, egli restò a
contemplarla, istupidito. Come mai ella... così? Nudo il seno, nude le spalle,
le braccia nude... tutta fulgente di gemme e di stoffe... Non la vedeva, non la
vedeva più come una persona viva e vera davanti a sé. Che gli diceva? Non la
voce, né gli occhi, né il riso: nulla, nulla più riconosceva di lei, in
quell’apparizione di sogno.
- Come va? Stai bene ora, Micuccio? Bravo, bravo... Sei stato malato, se non
m’inganno... Ci rivedremo tra poco... Tanto, qui hai con te la mamma... Siamo
intesi, eh?
Teresina scappò via in sala, tutta frusciante.
- Non mangi più? - domandò timorosa, poco dopo, zia Marta per rompere lo
sbalordimento di Micuccio.
Questi si voltò appena a guardarla.
- Mangia, - insistette la vecchina indicandogli il piatto.
Micuccio si portò due dita al colletto affumicato e spiegazzato e se lo stirò,
provandosi a trarre un lungo respiro.
- Mangiare?
E agitò più volte le dita presso il mento, come se salutasse, per significare:
non mi va più, non posso. Stette ancora un pezzo silenzioso, abilito, assorto
nella visione di poc’anzi, poi mormorò:
- Come s’è fatta...
E vide che zia Marta scoteva amaramente il capo e che aveva sospeso di mangiare
anche lei, come se aspettasse.
- Ma neanche a pensarci più... - aggiunse poi, quasi tra sé, chiudendo gli
occhi.
Vedeva ora, in quel suo buio, l’abisso che s’era aperto tra loro due. No, non
era più lei - quella lì - la sua Teresina. Era tutto finito... da un pezzo, da
un pezzo ed egli, sciocco, egli stupido, se n’accorgeva solo adesso. Glielo
avevano detto là al paese, e lui s’era ostinato a non crederci... E ora, che
figura ci faceva a star lì, in quella casa? Se tutti quei signori, se quel
cameriere stesso avessero saputo che egli, Micuccio Bonavino, s’era rotte le
ossa a venire di così lontano, trentasei ore di ferrovia, credendosi sul serio
ancora il fidanzato di quella regina, che risate, quei signori e quel cameriere
e il cuoco e il guattero e Dorina! Che risate, se Teresina lo avesse trascinato
al loro cospetto, lì in sala, dicendo: «Guardate, questo poveretto sonator di
flauto, dice che vuoi diventare mio marito!» Glielo aveva promesso lei stessa, è
vero; ma come avrebbe potuto allora supporre che un giorno sarebbe divenuta
così? Ed era anche vero, sì, che egli le aveva schiuso quella via e le aveva
dato modo d’incamminarvisi; ma ecco, ella era ormai arrivata tanto, tanto
lontano, che egli, rimasto lì, sempre lo stesso, a sonare il flauto le domeniche
nella piazza del paese, come avrebbe più potuto raggiungerla? Neanche a
pensarci... E che cos’erano poi quei pochi quattrinucci spesi allora per lei,
divenuta adesso una gran signora? Si vergognava solo a pensare che qualcuno
potesse sospettare che egli, con la sua venuta, volesse accampare qualche
diritto per quei pochi quattrinucci miserabili. Gli sovvenne in quel punto di
avere in tasca il denaro inviatogli da Teresina durante la malattia. Arrossì: ne
provò onta, e si cacciò una mano nella tasca in petto della giacca, dove era il
portafogli.
- Ero venuto, zia Marta, - disse in fretta, - anche per restituirvi questo
denaro che mi avete mandato. Che ha voluto essere, pagamento? restituzione? Vedo
che Teresina è divenuta una..., sì, mi pare una regina! vedo che... niente!
neanche a pensarci più! Ma, questo denaro, no: non mi meritavo questo da lei...
È finita, e non se ne parla più... ma, denari, niente! Mi dispiace solo che non
sono tutti...
- Che dici, figliuolo mio? - cercò d’interromperlo, afflitta e con le lagrime
agli occhi, zia Marta.
Micuccio le fe’ cenno di star zitta.
- Non li ho spesi io: li hanno spesi i miei parenti, durante la malattia, senza
ch’io ne sapessi nulla. Ma vanno per quella miseria che spesi io allora... vi
ricordate? Non ci pensiamo più. Qua c’è il resto. E io me ne vado.
- Ma come? Così di furia? - esclamò zia Marta, cercando di trattenerlo. -
Aspetta almeno che lo dica a Teresina. Non hai sentito che voleva rivederti?
Vado a dirglielo...
- No, è inutile, - le rispose Micuccio, deciso. - Lasciatela star li con quei
signori; lì sta bene, al suo posto. Io, poveretto... L’ho veduta; m’è bastato...
O piuttosto, andate pure... andate anche voi di là... Sentite come si ride? Io
non voglio che si rida di me... Me ne vado.
Zia Marta interpretò nel peggior senso quella risoluzione improvvisa di Micuccio:
come un atto di sdegno, un moto di gelosia. Le sembrava ormai, poverina, che
tutti - vedendo sua figlia - dovessero d’un tratto concepire il più tristo dei
sospetti, quello appunto per cui ella piangeva inconsolabile, trascinando senza
requie il suo cordoglio segreto fra il tumulto di quella vita di lusso odioso
che disonorava sconciamente la sua stanca vecchiaia.
- Ma io, - le scappò detto, - io ormai non posso più farle la guardia, figliuolo
mio...
- Perché? - domandò allora Micuccio, leggendole a un tratto negli occhi il
sospetto ch’egli non aveva ancora avuto; e si rabbujò in volto.
La vecchietta si smarrì nella sua pena e si nascose la faccia con le mani
tremule, ma non riuscì a frenar l’impeto delle lagrime irrompenti.
- Sì, sì, vattene, figliuolo mio, vattene... - disse soffocata dai singhiozzi. -
Non è più per te, hai ragione... Se mi aveste dato ascolto!
- Dunque, - proruppe Micuccio chinandosi su lei e strappandole a forza una mano
dal volto. Ma fu tanto accorato e miserevole lo sguardo con cui ella gli chiese
pietà portandosi un dito su le labbra, che egli si frenò e aggiunse con altro
tono, forzandosi a parlar piano: - Ah, lei dunque, lei... lei non è più degna di
me. Basta, basta, me ne vado lo stesso... anzi, tanto più, ora... Che sciocco,
zia Marta: non l’avevo capito! Non piangete... Tanto, che fa? Fortuna, dicono...
fortuna...
Prese la valigetta e il sacchettino di sotto la tavola, e s’avviava per uscire,
quando gli venne in mente che lì, dentro il sacchetto, c’eran le belle lumìe
ch’egli aveva portato a Teresina dal paese.
- Oh, guardate, zia Marta, - riprese.
Sciolse la bocca al sacchetto e, facendo riparo d’un braccio, versò quei freschi
frutti fragranti sulla tavola.
- E se mi mettessi a tirare tutte queste lumìe, - soggiunse, - sulla testa di
quei galantuomini là?
- Per carità, - gemette la vecchina tra le lagrime, facendogli un nuovo cenno
supplichevole di tacere.
- No, niente, - riprese Micuccio, ridendo acre e rimettendosi in tasca il
sacchetto vuoto. - Le avevo portate a lei; ma ora le lascio a voi sola, zia
Marta.
Ne prese una e la accostò al naso di zia Marta.
- Sentite, zia Marta, sentite l’odore del nostro paese... E dire che ci ho anche
pagato il dazio... Basta. A voi sola, badate bene... A lei dite così: «Buona
fortuna!» a nome mio.
Riprese la valigetta e andò via. Ma per la scala, un senso d’angoscioso
smarrimento lo vinse: solo, abbandonato, di notte, in una grande città
sconosciuta, lontano dal suo paese; deluso, avvilito, scornato. Giunse al
portone, vide che pioveva a dirotto. Non ebbe il coraggio d’avventurarsi per
quelle vie ignote, sotto quella pioggia Rientrò pian piano, rifece una branca di
scala, poi sedette sul primo scalino e appoggiando i gomiti su le ginocchia e la
testa tra le mani, si mise a piangere silenziosamente.
Sul finir della cena, Sina Marnis fece un’altra comparsa nella cameretta. Vi
trovò la mamma che piangeva anche lei, sola, mentre di là quei signori
schiamazzavano e ridevano.
- È andato via? - domandò, sorpresa.
Zia Marta accennò di sì col capo, senza guardarla. Sina fissò gli occhi nel
vuoto, assorta, poi sospirò:
- Poverino...
Ma subito dopo le venne di sorridere.
- Guarda, - le disse la madre, senza frenar più le lagrime col tovagliolo. - Ti
aveva portato le lumìe...
- Oh, belle! - esclamò Sina, con un balzo. Strinse un braccio alla vita e ne
prese con l’altra mano quanto più poteva portarne.
- No, di là no! - protestò vivamente la madre Ma Sina scrollò le spalle e corse
in sala gridando è - Lumìe di Sicilia! Lumìe di Sicilia!
Inizio
pagina
 |