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NOVELLE PER UN ANNO - 1926 - "IL VECCHIO DIO"
Pubblicata nel 1926, la raccolta Il vecchio Dio costituisce il decimo volume
delle Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1894 ed il 1903. |
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11. La levata del sole (1901)
«Il Marzocco», 6 gennaio 1901,
poi in «Quand'ero matto», Streglio,
Torino 1902/1903.
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I
Insomma, il lumetto, lì sul piano della scrivania, non ne poteva più. Riparato
da un mantino verde, singhiozzava disperatamente; a ogni singhiozzo faceva
sobbalzar l’ombra di tutti gli oggetti della camera, come per mandarli al
diavolo; e meglio di così non lo poteva dire.
Poteva anche parere uno spavento Perché, nel profondo silenzio della notte, al
Bombichi che passeggiava per quella stanza, inghiottito dall’ombra e subito
rivomitato alla luce da quel singulto del lumetto, giungeva pure di tanto in
tanto dalle stanze inferiori della casa la voce rauca, raschiosa della moglie,
che lo chiamava come da sottoterra:
- Gosto! Gosto!
Se non che egli, invariabilmente, fermandosi, rispondeva piano a quella voce,
con due inchini:
- Crepa! Crepa!
E intanto, così bianco di cera, così tutto parato di gala, in marsina, con
quello sparato lucido, e così tutto guizzi di riso nella faccia da morto, con
quei gesti a scatti che gli balzavano anch’essi al soffitto, chi sa che altro
poteva parere. |
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Tanto più che, poi, accanto a quel lumetto su la scrivania, una
piccola rivoltella dal manico di madreperla guizzava anch’essa... uh, sì, e
come!
- Tanto carina, eh?
Perché - pareva solo, Gosto Bombichi - ma c’è momenti che uno si mette a parlare
con se stesso come se fosse un altro, tal e quale: quell’altro lui, per esempio,
che tre ore fa, prima che andasse al Circolo, glielo diceva così bene di non
andarci; e - nossignori - c’era voluto andare per forza. Al Circolo dei buoni
Amici. E sissignori - che bontà! Le ultime migliaja di lire orfanelle,
bisognava vedere con che grazia in quelle facce da rapina gliel’avevano
sgranfignate, contentandosi di rimaner creditori su la parola di altre due o tre
mila: non ricordava più con precisione.
- Entro ventiquattr’ore.
La rivoltella. Non gli restava altro. Quando il tempo sbatte a porta in faccia a
ogni speranza e dice che non si può, inutile seguitare a picchiare: meglio
voltar le spalle e andarsene.
S’era seccato, del resto. Ne aveva la bocca così amara! Bile, no; neanche bile.
Nausea. Perché s’era tanto divertito lui, ad averla tra mano come una palla di
gomma elastica a vita, a farla rimbalzare con accorti colpetti, giù e sè, sè e
giù, battere a terra e rivenire alla mano, trovarsi una compagna e giocare a
rimandarsela con certi palpiti e corse avanti e dietro, para di qua, acchiappa
di là; sbagliare il colpo e precipitarsele dietro. Ora gli s’era bucata
irrimediabilmente e sgonfiata tra le mani.
- Gosto! Gosto!
- Crepa! crepa!
La sciagura massima eccola là: piombatagli tra capo e collo, sei anni fa, mentre
viaggiava in Germania, nelle amene contrade del Reno, a Colonia, l’ultima notte
di carnevale, che la vecchia città cattolica pareva tutta impazzita. Ma questo
non valeva a scusarlo.
Era uscito da un caffè su la Höhe Strasse con l’ottima intenzione di
rientrare in albergo a dormire. A un tratto, s’era sentito vellicare dietro
l’orecchio da una piuma di pavone. Maledetta atavica scimmiesca destrezza! Di
primo lancio, aveva ghermito quella piuma tentatrice e, nel voltarsi di scatto,
trionfante (stupido!), s’era visto davanti tre donne, tre giovani che ridevano,
gridavano, scalpitando come puledre selvagge e agitandogli davanti agli occhi le
mani dalle innumerevoli dita inanellate, sfavillanti. A quale delle tre
apparteneva la piuma? Nessuna aveva voluto dirlo; e allora egli, invece di
prenderle a scapaccioni tutt’e tre, scelta sciaguratamente quella di mezzo, le
aveva restituito con bel garbo la piuma, al patto convenuto nella tradizione
carnevalesca: un bacio o un buffetto sul naso.
Buffetto sul naso.
Ma quella dannata, nel riceverselo, aveva socchiuso gli occhi in tal maniera,
ch’egli s’era sentito rimescolare tutto il sangue. E dopo un anno, sua moglie.
Ora, dopo sei:
- Gosto!
- Crepa!
Figli, niente, per fortuna. Ma pure, chi sa! se ne avesse avuti, non si sarebbe
forse... via, via! inutile pensarci! Quanto a lei, quella strega ritinta, si
sarebbe adattata a vivere in qualche modo, se proprio proprio non se la fosse
sentita di crepare, come lui amorosamente le suggeriva.
Ora subito, due paroline, di lettera, e basta eh?
- L’alba di domani non la vedrò!
Oh! A questo punto Gosto Bombichi rimase come abbagliato da un’idea. L’alba di
domani? Ma in quarantacinque anni di vita, non ricordava d’aver mai visto
nascere il sole, neppure una volta, mai! Che cos’era l’alba? com’era l’alba? Ne
aveva sentito tanto parlare come d’un bellissimo spettacolo che la natura offre
gratis a chi si leva per tempo; ne aveva anche letto parecchie
descrizioni di poeti e prosatori, e sì, insomma, sapeva più o meno di che poteva
trattarsi; ma lui coi propri occhi, no, non l’aveva mai veduta, un’alba, parola
d’onore.
- Perbacco! Mi manca... Come esperienza, mi manca. Se l’hanno tanto gonfiata i
poeti, sarà magari uno sciocco spettacolo; ma mi manca e vorrei pur vederlo,
prima d’andarmene. Sarà tra un paio d’ore... Ma guarda che idea! Bellissima.
Vedere nascere il sole, almeno una volta, e poi...
Si fregò le mani, lieto di questa risoluzione improvvisa. Spogliato di tutte le
miserie, nudo d’ogni pensiero, lì, fuori, all’aperto, in campagna, come il primo
uomo o l’ultimo sulla faccia della terra, ritto su due piedi, o meglio
comodamente a sedere su qualche pietra, o con le spalle, meglio ancora,
appoggiate a un tronco d’albero, la levata del sole, ma sì, chi sa che piacere!
veder cominciare un altro giorno per gli altri e non più per sè! un altro
giorno, le solite noie, i soliti affari, le solite facce, le solite parole, e le
mosche, Dio mio, e poter dire: non siete più per me.
Sedette alla scrivania e, tra un singhiozzo e l’altro del lumetto moribondo,
scrisse in questi termini alla moglie:
Cara Aennchen,
Ti lascio. La vita, le l’ho detto tante volte, m’è parsa sempre un giuoco
d’azzardo. Ho perduto: pago. Non piangere, cara Ti sciuperesti inutilmente gli
occhi, e sai che non voglio. Del resto, t’assicuro che non ne vale proprio la
pena. Dunque, addio. Prima che spunti il giorno, mi troverò in qualche luogo da
cui si possa goder bene la levata del sole. M’è nata in quello momento una
vivissima curiosità d’assistere almeno una volta a questo tanto decantato
spettacolo di natura. Sai che ai condannati a morte non si suol negare
l’esaudimento di qualche desiderio possibile. Io voglio passarmi questo.
Senz’altro da dirti, ti prego di non credermi più
il tuo aff.mo
GOSTO
E poiché la moglie, giù, era ancora
sveglia e da un momento all’altro, se saliva, accorgendosi di quella lettera,
addio ogni cosa; decise di portarla via con sè e di buttarla senza francobollo
in qualche cassetta postale della città.
- Pagherà la multa e forse sarà questo l’unico suo dispiacere.
Tu qua - disse poi alla piccola rivoltella, facendole posto in un taschino del
panciotto di velluto nero, ampiamente aperto su lo sparato della camicia. E così
come si trovava, in tuba e frac, usci di casa per salutar la levata del sole e
tanti ossequii a chi resta.
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II
Era piovuto, e per le strade deserte i fanali sonnacchiosi verberavano d’un
giallastro lume tremolante l’acqua del lastrico. Ma ora il cielo cominciava a
rasserenarsi; sfavillava qua e là di stelle. Meno male! Non gli avrebbe guastato
lo spettacolo.
Guardò l’orologio; le due e un quarto! Come aspettar così, per le vie, tre ore
forse, forse più? Quando spuntava il sole in quella stagione? Anche la natura,
come un qualunque teatro, dava i suoi spettacoli ,t ore fisse. Ma a questo
orario egli era impreparato.
Solito di rincasar tardissimo ogni notte, era avvezzo all’eco dei suoi passi
nelle vie lunghe silenziose della città. Ma, le altre notti, i suoi passi
avevano una meta ben nota: ogni nuovo passo lo avvicinava alla sua casa, al suo
letto. Ora, invece...
S’arrestò un momento. Da lontano, terra terra, un lume si moveva lungo il
marciapiede, lasciandosi dietro un’ombra traballante, quasi di bestia che non si
reggesse bene su le gambe.
Un ciccaiolo col suo lanternino.
Eccolo là! E quell’uomo poteva campare di ciò che gli altri buttavano via; d’una
cosettucciaccia amara, velenosa, schifosa.
- Dio, e che schifosa malinconia anche la vita.
Gli venne tuttavia la tentazione di mettersi a cercare un tratto con quel
ciccaiolo. Perché no? Poteva permettersi tutto, ormai. Sarebbe stata una
distrazione, un’altra esperienza. Perdio, gliene mancavano parecchie, gliene
mancavano. Lo chiamò, gli diede il sigaro appena acceso.
- Ah! Te lo fumi?
Lurido, irsuto, colui aprì la boccaccia sdentata e fetida a un riso da scemo,
rispose:
- Prima lo riduco cicca. Poi la metto insieme con le altre. Grazie, signorino.
Gosto Bombichi lo guatò con ribrezzo. Ma anche colui lo guatava con gli occhi
scervellati, invetrati di lagrime dal freddo, e con quel laido ghigno rassegato
su le labbra, come se...
- Se volesse, signorino - disse infatti, alla fine, strizzando uno di quegli
occhi. - Sta qui a due passi.
Gosto Bombichi gli voltò le spalle. Ah, via! Uscire al più presto dalla città,
da quella cloaca. Via, via! Camminando all’aperto, avrebbe trovato il punto
migliore per godere dell’ultimo spettacolo, e addio.
Andò con passo svelto, finché non oltrepassò le ultime case di quella strada,
che sboccava nella campagna. Qui si rifermò e si guardò attorno, smarrito. Poi
guardò in alto. Ah, il cielo ampio, libero, fervido di stelle! Che guizzi di
luce innumerevoli, che palpito continuo! Trasse un respiro di sollievo: se ne
senti refrigerato. Che silenzio! che pace! Com’era diversa, la notte qui, pure a
due passi dalla città... Il tempo che lì, per gli uomini, era guerra, intrigo di
tristi passioni, noia acre e smaniosa, qui era attonita, smemorata quiete. A due
passi, un altro mondo. Chi sa perché, intanto, provava uno strana ritegno, quasi
di sgomento, a muovervi i piedi.
Gli alberi, sfrondati dalle prime ventate d’autunno, gli sorgevano attorno come
fantasmi dai gesti pieni di mistero. Per la prima volta li vedeva così e se ne
sentiva una pena indefinibile Di nuovo si fermò perplesso, quasi oppresso di
pauroso stupore; tornò a guardarsi attorno, nel bujo.
Lo sfavillio delle stelle, che trapungeva e allargava il cielo, non arrivava ad
esser lume in terra; ma al lucido tremore di lassù pareva rispondesse lontano
lontano, dalla terra tutta, un tremor sonoro, continuo, il fritinnìo dei grilli.
Tese l’orecchio a quel canto, con tuba l’anima sospesa: percepì allora anche il
fruscio vago delle ultime foglie, il brulichio confuso della vasta campagna
nella notte, e provò un’ansia strana, una costernazione angosciosa di tutto
quell’ignoto indistinto, che formicolava nel silenzio. Istintivamente, per
sottrarsi a queste minute, sottilissime percezioni, si mosse.
Nella zana a destra di quella via di campagna scorreva un’acqua, silenziosa
nell’ombra, la quale, qua e là, s’alluciava un attimo quasi per il riflesso di
qualche stella, o forse era una lucciola che vi sprezzava sopra, a tratti,
volando, il suo verde lume.
Camminò lungo quella zana fino a un primo passatoio e montò sul ciglio della via
per internarsi nella campagna. La terra era ammollata dalla pioggia recente; gli
sterpi ne gocciolavano ancora. Mosse, sfangando, alcuni passi e si fermò,
scoraggiato. Povero abito nero! povere scarpine di coppale! Ma infine, via, che
bel gusto, anche, insudiciar tutto così!
Un cane abbaiò, poco lontano.
- Eh, no... se non è permesso... Morire; sì; ma, con le gambe sane.
Si provò a ridiscendere su la via: patapùnfete! scivolò per il lurido
pendio; e una gamba, manco a dirlo, dentro l’acqua della zana.
- Mezzo pediluvio... Be’ be’, pazienza. Non avrò tempo di prendere una
costipazione.
Si scosse l’acqua dalla gamba e s’inerpicò a stento dall’altra parte della via.
Qua la terra era più soda; la campagna meno alberata. A ogni passo s’aspettava
un altro latrato.
A poco a poco gli occhi s’erano abituati al bujo; discernevano, anche a
distanza, gli alberi. Non appariva alcun segno di prossima abitazione. Tutto
intento a superare le difficoltà del cammino, con quel piede zuppo che gli
pesava come fosse di piombo, non pensò più al proposito violento che lo aveva
cacciato di notte li, per la campagna. Andò a lungo, a lungo, sempre
internandosi di traverso. La campagna declinava leggermente. Lontano lontano, in
fondo al cielo, si disegnava nera nell’albor siderale una lunga giogaia di
monti. L’orizzonte s’allargava; non c’eran più alberi da un pezzo. Oh via, non
era meglio fermarsi lì? Forse il sole sarebbe sorto su da quei monti lontani.
Guardò di nuovo l’orologio e gli parve da prima impossibile che fossero già
circa le quattro. Accese un fiammifero: sì, proprio le quattro meno sei minuti.
Si meravigliò d’aver tanto camminato. Era stanco difatti. Sedette per terra; poi
scorse un masso poco discosto e andò a seder, meglio, lì sopra. Dov’era? - Bujo
e solitudine!
- Che pazzia...
Spontaneamente, da sè, gli venne alle labbra questa esclamazione, come un
sospiro del suo buon senso da lungo tempo soffocato. Ma, riscosso dal momentaneo
stordimento, lo spirito bislacco da cui s’era lasciato trascinare a tante pazze
avventure riprese subito in lui il dominio sul buon senso, e se n’appropriò
l’esclamazione. Pazzia, sì, quella scampagnata notturna poco allegra. Avrebbe
fatto meglio a uccidersi in casa, comodamente, senza il pediluvio, senza
insudiciarsi così le scarpe, i calzoni, la marsina, e senza stancarsi tanto. È
vero che avrebbe avuto tutto il tempo di riposarsi, tra poco. E poi, ormai,
giacché fin lì c’era arrivato... Sì: ma chi sa per quanto tempo ancora doveva
aspettare questa benedetta levata del sole... Forse più di un’ora: un’eternità..
E aprì la bocca a un formidabile sbadiglio.
- Ohi ohi... se m’addormentassi... Brrr... fa anche freddo: umidaccio.
Tirò sì il bavero della marsina; si caccio le mani in tasca e, tutto ristretto
in sé, chiuse gli occhi. Non stava comodo, no. Mah! per amor dello spettacolo...
Si riportò col pensiero alle sale del Circolo illuminato a luce elettrica,
tepide, splendidamente arredate... Rivedeva gli amici... e già cedeva al sonno,
quando a un tratto...
- Che è stato?
Sbarrò gli occhi, e la notte nera gli si spalancò tutt’intorno nella paurosa
solitudine. Il sangue gli strizzava per tutte le vene. Si trovò in preda a una
vivissima agitazione. Un gallo, un gallo aveva cantato lontano, in qualche
parte... ah ecco, e ora un altro da più lontano gli rispondeva... laggiù, nella
fitta oscurità.
- Perbacco, un gallo... che paura!
Sorse in piedi: andò per un tratto avanti e dietro, senza allontanarsi da quel
posto, ove per un momento s’era accovacciato. Si vide lui stesso come un cane
che, prima di riaccovacciarsi, sente il bisogno di rigirarsi due o tre volte.
Difatti, tornò a sedere, ma daccapo per terra, accanto al masso, per star più
scomodo e non farsi così riprendere dal sonno.
Eccola lì, la terra: duretta... duretta anzichenò... vecchia, vecchia Terra! la
sentiva ancora! per poco tempo ancora... Tese una mano a un cespuglio radicato
sotto il masso e l’accarezzò, come si accarezza una femmina passandole una mano
su i capelli.
- Aspetti l’aratro che ti squarci; aspetti il seme che ti fecondi...
Ritrasse la mano che gli s’era insaporata d’una fragranza di mentastro acuta.
- Addio, cara! - disse, riconoscente, come se quella femmina con quella
fragranza lo avesse compensato della carezza che le aveva fatto.
Triste, cupo, si raffondò di nuovo col pensiero nella sua vita tumultuosa; tutta
l’uggia, tutta la nausea di essa gli si raffigurò a poco a poco in sua moglie:
se la immaginò nell’atto di leggere la sua lettera, fra quattro o cinque ore...
Che avrebbe fatto?
- Io qui... - disse; e si vide, morto, lì, steso scomposto in mezzo alla
campagna, sotto il sole, con le mosche attorno alle labbra e gli occhi chiusi.
Poco dopo, dietro i monti lontani, la tenebra cominciò a diradarsi appena appena
a un indizio d’albore. Ah, com’era triste, affliggente, quella primissima luce
del cielo, mentre sulla terra era ancor notte, sicché pareva che quel cielo
sentisse pena a ridestarla alla vita. Ma a poco a poco s’inalbò tutto, su i
monti, il cielo, d’una tenera freschissima luce verdina, che a mano a mano,
crescendo, s’indorava e vibrava della sua stessa intensità. Lievi, quasi
fragili, rosei ora, in quella luce, pareva respirassero i monti laggiù. E sorse
alla fine, flammeo e come vagellante nel suo ardore trionfale, il disco del
sole.
Per terra, sporco, infagottato, Gosto Bombichi, col capo appoggiato al masso,
dormiva profondissimamente, facendo, con tutto il petto, strepitoso mantice al
sonno.
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