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III
- Hanno abbattuto gli albicocchetti davanti la roba - diceva Maràbito,
appena quindici giorni dopo, alle vicine della Piazzetta di Santa Croce.
Chiudeva gli occhi e li rivedeva tutt’e tre, quegli alberetti, lì sulla spianata
del ciglione. Erano così belli! Perché atterrarli?
- Certo com’è certo Dio, questa è opera di Grigòli, che, per far legna, dà a
intendere al padrone che gli alberi sono secchi.
Ma s’ingannava. Non passò neanche un mese, che vennero a dirgli: - Hanno
abbattuto la roba.
La roba? Eh già: il Maltese, al posto della vecchia roba, voleva far
sorgere una bella cascina nuova, e quei tre alberetti lo impicciavano.
- Godetevi in pace il vitalizio! - lo esortavano le vicine. - Tre alberetti:
state a piangere come se vi avessero tagliato le braccia.
- E le bestie? - soggiungeva allora Maràbito. - M’hanno detto che l’asinello l’animaluccia
mia, è ridotta così male che non si regge più in piedi. E Riro? Riro non
si riconosce più.
- Chi è Riro?
- Il giovenco.
- Credevamo che fosse un vostro figliuolo!
Da un canto le vicine sentivano pietà di lui; dall’altro, certe volte, non
potevano tenersi dal ridere.
- Ma se adesso il padrone è quell’altro! Lasciategli fare ciò che gli pare e
piace!
Ora appunto questo non sapeva tollerare Maràbito. Che il Maltese fosse il
padrone, sì; ma che dovesse poi distruggergli il frutto di tante fatiche,
maltrattargli le bestie, questo no: questo il Signore non doveva permetterlo.
E si recava in fondo al viale detto della Passeggiata, all’uscita del
paese, di dove poteva scorgere la sua terra lontana, laggiù laggiù nella
vallata, tra i due Tempii antichi. Guardava e guardava, come se con gli occhi
potesse impedire di lassù lo sterminio del Maltese. Il cuore però non gli
reggeva a lungo, e se ne ritornava pian piano, con le lagrime agli occhi.
Anziché da Porta di Ponte preferiva prendere per la via Solitaria sotto San
Pietro fino al Piano di Ravanusella; con tutto che fosse malfamata quella via
per tanti delitti rimasti oscuri e, a passarci sul tardi, incutesse un certo
sgomento. I passi vi facevano l’eco, perché il pendio del colle troppo ripido
metteva lì quasi a ridosso i muri delle case. Case che, sul davanti, nella
straduccia più su, erano d’un sol piano e di misero aspetto, qua di dietro
avevano certi muri che parevano di cattedrale. Dall’altro lato, in principio, la
via mostrava ancora l’antica cinta della città con le torri mezzo diroccate.
Nella prima, chiusa appena da una partaccia stinta e sgangherata s’esponevano i
morti sconosciuti e si portavano per le perizie giudiziarie gli uccisi.
Attraversando quel tratto, Maràbito avvertiva realmente, nel silenzio e tra
l’eco dei passi, come un sospetto che ci fosse qualcosa, in quella via, di
misterioso; e non gli pareva l’ora d’arrivare al Piano di Ravanusella, arioso.
Ma vi respirava per poco. Gli toccava di là risalire verso lo stretto di Santa
Lucia, anch’esso malfamato e quasi sempre deserto, per riuscire a Porta Mazzata,
dove imboccava la via del Ràbato.
Abituato a vivere in campagna, entrando nella stretta delle case, si sentiva
ogni volta soffocare, anche se attraversava la città per la via maestra, ch’egli
non chiamava col suo nome - Via Atenèa - ma a modo di tutti (e chi sa perché) la
Piazza Piccola: di piazza non aveva proprio nulla; era una via un po’ più larga
e più lunga delle altre, serpeggiante, lastricata, con case signorili e botteghe
in fila. Che fracasso facevano su quei lisci lastroni scivolosi gli scarponi
imbullettati di Maràbito che andava curvo e cauto, con l’andatura dei contadini,
le mani alla schiena e guardando a terra, mentre la nappina della berretta nera
a calza gli ciondolava sulla nuca a ogni passo.
Si rimescolava tutto, scorgendo da lontano, a destra, la bottega di panneria
dello Scinè con le quattro grandi vetrine sfarzose e la porta in mezzo. Era
proprio nel centro della via un poco prima del Largo dei Tribunali, dove la
gente s’affollava di più. Spesso don Michelangelo stava seduto davanti la porta,
col pancione che pareva un sacco di crusca tra le cosce aperte, e così sbracato
che la camicia gli strabuzzava perfino di sotto il panciotto. Fumava e sputava.
Vedendo Maràbito che veniva avanti pian piano, gli figgeva gli occhi addosso e
pareva se lo volesse succhiar vivo con lo sguardo, come la vipera un ranocchio.
Dispettoso, gli domandava, sorridendo:
- Come si va? come si va?
- Come vuole Dio, - rispondeva duro Maràbito, senza fermarsi. E tra sé diceva: -
A tuo dispetto voglio campare!
E gli veniva la tentazione di voltarsi e fargli le corna dalla via.
Se non che, poco dopo, vedendosi solo nel suo vecchio casalino, s’avviliva.
- Che sto più a farci?
- Zitto, vecchio stolido! - lo rimbeccavano allora le vicine per confortarlo. -
Chiamate la morte? Ringraziate Dio piuttosto che ha voluto darvi la buona
vecchiaja.
Ma il vecchio scoteva il capo, levava una mano a un gesto di stizza: che buona
vecchiaja! E si metteva a piangere come un bambino:
- Mi rimprovera il pane che mangio e questi quattro giorni che mi restano!
- E voi campate cent’anni a suo marcio dispetto! - gli gridavano quelle a coro,
aprendo il fuoco contro lo Scinè. - Sanguisuga dei poveri! Succhiategli il
sangue, come lui l’ha succhiato a tante povere creature! Cent’anni, cent’anni
dovete campare! Il Signore e Maria Santissima delle Grazie debbono tenervi in
vita per farlo crepar di rabbia. Le ossa s’ha da rodere, così!
E stropicciavano in giro, furiosamente, la punta di un gomito sulla palma
dell’altra mano.
- Così! così!
Nello stesso tempo, don Luzzo l’orefice, ch’era la peggior lingua di tutta la
via Atenèa, e il farmacista dirimpetto tenevano su per giù il medesimo discorso,
sebbene con minore efficacia di gesti e di frasi e in tono di scherno, a don
Michelangelo Scinè.
- Quel vecchio cent’anni vi campa, caro Maltese!
Ma lo Scinè spingeva in su le guance e la bocca in una smorfia d’incredulità
stizzosa. (Cosa strana, però: pure in quella smorfia, le sopracciglia fortemente
segnate, sotto la fronte tonda come un boccale, gl’imprimevano nella faccia
grassa stupida e volgare quasi un segno di tristezza avvilita.)
Il podere, se l’era fatto stimare, prima di fare il contratto: due salme
e mezzo di terra, tutta beneficata, per meno di dodici mila lire non avrebbe
potuto averle: Maràbito, settantacinque anni, non doveva compirli più: per bene
che stesse, quant’anni avrebbe potuto vivere ancora? tre, quattro; abbondiamo,
Uno a ottanta; dunque, da tre a quattro mila lire: Uno a dodici mila, ci
correva.
- Lasciatelo campare, poverello: mi fa proprio piacere
Così il rodimento lo dava lui agli altri. Anzi, per rappresentar meglio la sua
parte, una mattina, vedendo passare il vecchio davanti la bottega, volle fargli
cenno d’accostarsi
- E venite qua, santo Dio! Perché mi fuggite così? Che male v’ho fatto?
- Nessuno, a me; - gli rispose Maràbito - ma la terra io gliel’avevo
raccomandata tanto, a Voscenza; e anche le povere bestie; Riro,
Riro è morto; non me ne so dar pace!
- E io? - esclamò il Maltese. - Non me ne parlate. Quel Grigòli è una canaglia.
Per colpa sua. Ma anche per colpa vostra, un poco!
- Mia?
- Vostra, vostra. Perché se voi, col vostro brutto caratteraccio, invece di
fuggirmi come se v’avessi rubato, mentre Dio solo sa che sacrifizio sto facendo
a darvi queste due lire al giorno; se invece di fuggirmi, dicevo, mi aveste
aiutato coi vostri buoni consigli, né io né voi saremmo così scontenti, né
Riro forse sarebbe morto.
Rimase abbagliato lui stesso, il Maltese, dalle sue parole. Difatti, ora che ci
pensava, chi meglio di Maràbito avrebbe potuto aiutarlo a guardarsi da
quell’imbroglione di Grigòli? Ma il vecchio restò ferito.
- Ah dunque Voscenza vorrebbe dire che Riro è morto per me?
- Per voi, certo! Io avrei seguito i vostri consigli, senza lasciarmi menar per
il naso da quello lì che s’approfitta della mia inesperienza, ruba a tutto
spiano e fa da padrone: spacca-e-lascia. Il padrone sareste rimasto voi invece,
da lontano, e tutto sarebbe andato per il meglio. Io vi voglio bene e voglio che
vi diate cura della vostra salute. Venite, venite da me. C’intenderemo!
Proferì forte quest’ultime parole, perché le udisse don Luzzo l’orefice.
- Quanto bene gli volete, a quel vecchio! - sghignò infatti quello, appena
Maràbito si fu un poco allontanato. - Sia se cercate di persuaderlo con le buone
a morir presto, il fiato ci sprecate: cent’anni vi campa, quel vecchio, ve l’ho
detto!
Don Michelangelo ripetè la solita smorfia e gli mostrò le cinque dita della
manaccia.
- Ancora tanti, vedrete!
IV
Ogni quindici giorni, intanto, Maràbito si recava dal notaia Nocio Zàgara per
riscuotere le rate del vitalizio.
Don Nocio, per carne addosso, non ne aveva meno dello Scinè; ma era molto più
alto di statura: un gigante panciuto che riempiva di sé tutta la stanza a
terreno dove teneva lo studio notarile. Affogata nel lardo delle garge enormi
aveva però una bionda ridicolissima faccina da bimbo, con due occhietti chiari
chiari e fervidi. Rosso e poroso come una fragola, il nasetto gli spariva tra le
ripiegature delle guance. Nella ridondanza della pappagorgia gli spariva la
tenera puntina del mento, da stringere tra due dita, per la simpatia, con quel
bucolico nel mezzo.
- Ho ancora quattr’annunci, - soleva dire, - e m’hanno gonfiato così!
Sempre in tempera di scherzare, vedendo entrare Maràbito, gli domandava con una
vocetta di naso ("nànfara". come la chiamano in Sicilia):
- Che dice, che dice quell’altro "archilèo"?
Maràbito non comprendeva quella parola "archilèo", e restava a guardarlo
sbattendo gli occhi. Il notajo si spiegava meglio:
- Don Michelangelo, via. Tanto contento di voi non dev’essere. Si comportò
meglio Ciuzzo Pace.
Maràbito allora si stringeva nelle spalle.
- Segno che la mia terra gli è piaciuta.
Sì, ma voi vi dovreste sbrigare: so che siete un galantuomo!
E gli batteva una mano sulla spalla.
Sapeva che gli affari del Maltese, da un pezzo, non prosperavano più come prima.
E siccome gli piaceva il parlar figurato, per lo Scinè ripeteva quest’apologo:
"Un palloncino vide in cielo la luna, e gli venne il desiderio di diventare luna
anche lui. Pregò il vento che strappasse di mano al ragazzo la funicella da cui
era tenuto. Il vento lo secondò e lo portò su, su, su. Troppo su! E il
palloncino: pa! schiattò".
Quell’ultima pazzia del vitalizio al Maràbito, per esempio, perché il gioco gli
era riuscito bene la prima volta con quel povero Pace! Ma la morte sa essere
anche buffona, se le gira: Ah, mi tenti di nuovo? Bene. Andrò dal vecchio,
quando piacerà a me. E tu paga, intanto, paga!". - Due lire al giorno: e che
sono rena? Erano troppe veramente per Maràbito che non aveva da pagar pigione di
casa e, per mangiare, si adattava con un po’ di pane e companatico, la mattina,
e un po’ di cotto la sera: macco o minestra, quando non erba sola e,
tante volte, senza olio più da bestie che da cristiani.
Si cucinava da sè nel fornelletto dello stanzino a terreno, dietro la stanza
grande dove passava le giornate. Quel fornelletto era sotto la finestrina,
munita in fondo allo strombo d’una grata; e su quello strombo unto e affumicato
erano tutti gli attrezzi di cucina e di tavola: il tegame e la pentola di
coccio, una scodella di rozza terraglia smaltata e dipinta con certe ditate di
rosso e di blu che volevano esser fiori, una forchetta e un cucchiaio di stagno:
tutte compere nuove. Il coltello, di quelli a punta col manico d’osso, Maràbito,
come ogni buon contadino, lo teneva sempre in tasca, anche per il solo pacifico
uso d’affettarsi il pane.
Giù, la stanza grande, col soffitto a travicelli, era divenuta gialla come la
fame, e la crosta dell’intonaco, a una parete, s’era come raggrinzita e cascava
a pezzettini. Il casalino, da venti anni disabitato e chiuso, aveva preso la
polvere; la quale, appassita, esalava un tanfo di vecchio che non se n’andava
più.
Maràbito non l’amava, quel suo casalino; come non amava la città, a cui prima
dalla campagna non saliva quasi mai. Ora, a poco a poco, cominciava a
riconoscerne le viuzze, ma come da lontano, a certi odori che lo facevano
fermare, Perché gli ridestavano dentro svaniti ricordi dell’infanzia. Si vedeva
ragazzetto trascinato per mano dalla madre e su e su per tutti quei vicoli a
sdrucciolo, acciottolati come letti di torrenti e tutti in ombra, oppressi dai
muri delle case sempre a ridosso, con quel po’ di cielo che si poteva vedere
nello stretto di essi, a storcere il collo, che poi nemmeno si riusciva a
vederlo, abbagliati gli occhi dalla luce che sfolgorava dalle grondaie alte;
finché non arrivava al Piano di San Gerlando su in cima alla collina. Ma
arrivato lassù, di tutta la città non scorgeva altro che tetti: tetti tesi in
tanti ripiani, tetti vecchi, di tegole logore, o tetti nuovi, sanguigni, o
rappezzati, che sgrondavano di qua e di là, chi più e chi meno; qualche cupola
di chiesa col suo campanile accanto e qualche terrazza su cui sbattevano al
vento e sbarbagliavano al sole i panni stesi ad asciugare.
Della madre non aveva buoni ricordi. Era una donna alta stecchita, di pochi
capelli, con certi occhi cupi adirati e un collo lungo lungo e sotto il collo
(ricordava) un po’ di gozzo, come le galline. Rimasta vedova presto s’era
rimaritata con uno di Montaperto; e lui, ragazzo di sette anni, era stato messo
a lavorare in campagna da un compare del padre, uomo bestiale, rosso di pelo,
che con la scusa d’ammaestrarlo, lo picchiava ogni sera, senza ragione.
Ricordi lontani, quasi senza più immagini.
Anche degli anni passati in America, a Rosario di Santa Fe, oltre l’impressione
del tanto e tanto mare che aveva corso per arrivarci e trovare che là di giugno
era inverno e di Natale era estate (tutto alla rovescia), non serbava ricordi:
s’era trovato tra compaesani emigrati con lui e condotti in branco a lavorare la
terra, ch’è da per tutto la stessa, come le stesse da per tutto sono le mani che
la lavorano. E, lavorando, lui non aveva mai pensato a niente; concentrato tutto
nelle sue mani e nelle cose ch’esse adoperavano per il lavoro da compiere. Per
più di quarant’anni, in quell’appezzamento comperato col denaro ch’era riuscito
a raggruzzolare laggiù, tra lui e l’albero da potare, o la zappa da raffilare, o
il fieno da falciare non s’era mai messo nulla di mezzo a frastornarlo, e fuori
del filo acciaiato e lucente di quella zappa, e il taglio della sua ronca e
della sua accetta sul ramo di quell’albero, e il frusciare dell’erba fresca
appena stendeva la mano per acciuffarla e l’odore che quel fieno spruzzava
reciso dalla sua falce, non aveva né visto né sentito mai altro. Tutte piene di
cose da fare, allora, le sue giornate, anche quando il Signore mandava la buona
acqua sulle terre assetate: bisacce da rattoppare, canestri e cestoni da
accomodare, zolfo da pestare per la vigna. A vedere ora là in un canto della
stanza qualche resto dei suoi attrezzi rurali, una vecchia falce arrugginita
appesa a un chiodo accanto all’uscio che metteva nello stanzino, provava in
quell’ozio, che per lui era vuoto, vuoto della mente e vuoto del cuore, un tale
avvilimento, che andava su nella stanza a solaio a raggricchiarsi sullo
strapunto di paglia per terra, come un cane ammalato.
Non poteva vedersi là tra tutte quelle femmine e quei ragazzi della Piazzetta di
Santa Croce: la z’a Milla, ch’era la meglio del vicinato e dettava legge a
tutti, placida placida, fina e pulita come una signora; la z’a Gàpita, che
pareva una pentolaccia squarciata, con tanto di pancia, come se fosse sempre
gravida; la ’gna Croce che strillava dalla mattina alla sera non solo ai
cinque figliuoli, che non le lasciavano addormentare il sesto, sempre attaccato
a quella pellàncica cenciosa, che quando se la cavava dal corpetto faceva
sputare dallo schifo: ma alle otto galline e al gatto e al porchetto che
allevava in casa di nascosto alle guardie municipali; e la ’gna
Carminilla detta La Spiritata; e la z’a Gesa detta La Mascolina;
e tutte le altre che non finivano mai.
Noto com’era ch’egli non aveva mai voluto saper di gonnelle, nemmeno da giovine,
tutte queste donne provavano ora per lui un curioso sentimento, che un po’ le
irritava sotto sotto, e un po’ le faceva sorridere di nascosto, specialmente
certe volte che lo vedevano impacciato e scontroso ripararsi ancora e schermirsi
da alcune innocenti attenzioni che, sapendolo solo, volevano usargli. Nessuna
punta di spregio in quel sentimento, ché anzi erano disposte a riconoscergli una
certa furberia per aver dimostrato di comprendere ciò che di solito la cara
minchionaggine degli uomini non comprende: che, cioè, quello che esse dànno, e
che per gli uomini è tanto (tanto che perfino ci fanno le pazzie), per loro è
meno che niente, anzi il loro stesso piacere. Ora, non esserselo preso, questo
piacere, per non darlo alle donne pagandolo come tutti gli altri uomini lo
pagano, per loro era in fondo da saggio; e provavano soddisfazione a fargli
vedere che tuttavia erano pronte a servirlo lietamente pur non avendo mai avuto
nulla da lui.
C’era poi, più palese, un altro sentimento, che non era tanto di carità per lui,
quanto di stizza contro il Maltese e di pena ancor viva per quel povero Ciuzzo
Pace, morto appena sei mesi dopo il contratto di vitalizio. Questa volta, quella
"sanguisuga dei poveri" non doveva averla vinta. E curavano a gara Maràbito,
quasi impegnate davvero a farlo vivere cent’anni, per far la vendetta di
quell’altro.
V
Se non che, quella canaglia del Maltese doveva certo esser venuto a patti col
diavolo. "Altri cinque anni." E difatti, ecco che entrato da pochi giorni nel
suo ottantesimo anno, Maràbito ammalò.
Vedendo quella mattina rimaner chiusa la porta del casalino, le vicine
impensierite, dopo aver bussato a lungo invano con le mani, con le ginocchia,
coi piedi, mandarono a chiamar le guardie: restando nell’attesa davanti la porta
a chiamare in tutti i modi il vecchio:
- O zi’ Marà!
- Vecchiuzzo nostro!
- Date almeno la voce!
Forzata la porta, corsero sè nella stanza a solaio, ormai certe di trovarlo
morto.
- No, no: ha gli occhi aperti; ha gli occhi aperti!
Lucenti, però, e imbambolati dalla febbre. Dio, scottava! E là per terra, come
un cane: su quello strapunto di paglia!
Per prima cosa pensarono di trasportarlo giù, nella stanza a terreno, perché
avesse almeno un po’ d’aria e non fosse mangiato dai topi (era avvenuto qualche
volta). Gli approntarono alla meglio un letto, chi prestando i trespoli, chi le
tavole, chi una materasso, e un paio di lenzuola pulite e una coperta; e
mandarono per il medico. La z’a Milla intanto aveva sentenziato ch’era una
polmonite, ma di quelle proprio coi fiocchi. La ’gna Croce, però,
strillando al solito suo, con le braccia levate:
- Polmonite? Levàtevi! Che medico e medico! Questo è tutto malocchio! Lasciate
fare a me!
E con l’aiuto della z’a Gàpita e della ’gna Carminilla si mise a parare
il letto, appena levato, appendendogli intorno ogni sorta di scongiuri: sferre
di cavallo, corna di capro, sacchetti scarlatti pieni di sale. Requisì poi tutte
le granate del vicinato e le appoggiò con la scopa all’insù al muro del
Casalino, di qua e di là della porta, come a guardia dell’entrata.
Quando il medico vide quel letto così parato, s’indignò:
- Levate via subito codeste porcherie!
Confermò, con molta soddisfazione della z’a Milla, ch’era caso di polmonite, e
grave; e consigliò che l’infermo fosse portato con tutte le cautele
all’ospedale. Ma a questo le vicine s’opposero con vivaci proteste: che c’erano
loro per assisterlo di giorno e di notte e curarlo amorosamente, secondo le
prescrizioni, senza bisogno di portarlo all’ospedale dove i poveri andavano
soltanto per far studiare i signori dottori e morire.
Andato via il medico, appena la z’a Milla fece l’atto di dire: "Vedete che avevo
ragione io", la ’gna Croce le piantò in faccia due occhi così e corse in
casa a prendere la mantellina, gridando alla z’a Gàpita:
- Fatemi il favore di dare un occhio alla casa e a queste sei creature!
Tornò di lì a poco con la Malanotte, ch’era una vecchia strega, famosa
per levare il malocchio: nera come la pece, con certi occhi da lupa e una bocca
enorme da cui usciva una vociaccia roca maschile.
Costei si fece portare una scodella piena d’acqua e un’ampollina d’olio. Ordinò
che si chiudesse la porta e che l’infermo fosse tenuto a sedere sul letto. Poi
accese un cero, pose sul capo al vecchio la scodella e vi fece cadere pian
pianino una goccia d’olio, lì sull’acqua, in mezzo. Tutt’intorno le vicine
guardavano, trattenendo il fiato. Con gli occhi fissi su quella goccia d’olio
galleggiante, la Malanotte si mise a borbottare incomprensibili
scongiuri, e quella a poco a poco cominciò a spandersi, a dilatarsi.
- Vedete? vedete?
Nella scodella, al lume incerto del cero, tremolava un disco lucente, come una
luna.
Le vicine s’erano rizzate sulla punta dei piedi, allibite; qualcuna si picchiava
il petto con le pugna, dallo stupore. La Malanotte buttò alla fine
l’acqua della scodella in un catino:
- Tutto malocchio accumulato!
Versò altra acqua nella scodella sul capo del vecchio, vi fece cadere un’altra
goccia d’olio, la quale questa volta si dilatò un po’ meno agli scongiuri.
Ripeté altre volte quest’opera di magia, finché la goccia non rimase qual’era,
galleggiante in mezzo alla scodella. E allora la Malanotte annunciò:
- L’ho liberato. E adesso a quel canaccio ci penso io!
Nessuno poté levare dal capo alle vicine che il vecchio fosse guarito per opera
della Malanotte.
- Vero miracolo!
E quando, poco dopo, si sparse la notizia che al Maltese era sopravvenuto un
male in cui neppure i medici sapevano veder chiaro: "Giusta vendetta della
strega!" pensarono. E ci avrebbero messo le mani sul fuoco.
Maràbito s’era levato da pochi giorni quando venne a sapere della malattia del
Maltese. Come avrebbero potuto mai immaginarsi le vicine che questa notizia
dovesse fargli tanta impressione? Lo videro piangere.
- Siete ammattito? E che ve ne importa se muore? Ha tirato ad ammazzar voi, e
s’è ammazzato lui, invece, da sé. Ora, se la moglie e le figliuole non vi
vogliono dare ciò che vi spetta, dovranno restituirvi il podere. Non abbiate
paura!
- Ma io non piango per me! - protestò il vecchio. - Per me provvederà Dio.
M’affliggo per lui, che alla fin fine è padre di famiglia e tanto più giovane di
me.
E appena ebbe notizia che il Maltese, non ostante il grave stato in cui si
trovava, s’era fatto trasportare per forza giù al negozio su una seggiola, stimò
dover suo andargli a far visita Non erano amici, oramai?
Non s’aspettava, povero vecchio, d’essere accolto a modo d’un cane.
Seduto presso il banco lo Scinè appena lo vide entrare, diede un pugno e urlò,
tentando di levarsi in piedi:
- Avete il coraggio di comparirmi davanti? Fuori! Uscite fuori, assassino!
Cacciatelo via!
I commessi di negozio accorsero ad afferrarlo per le braccia, per il petto, per
le spalle, e lo spinsero sulla strada, mentre il povero vecchio s’affannava a
ripetere:
- Ma che colpa ci ho io, se la morte non m’ha voluto? Non si può fare apposta...
Non è mancato per me...
VI
Tra fasci di vétrici, di vinchi, di vimini, lunghi come serpentelli, Maràbito
passava ora la giornata a intrecciar panieri, corbelli, cofani e cesti, per
consiglio delle buone vicine.
- L’ozio vi fa male. Non ci siete avvezzo. Codesto è lavoro lieve e vi servirà
di passatempo.
E lui, svelto come un giovanotto. Bisognava vederlo. Col lavoro gli era tornata
l’allegria.
- Quando n’avrò fatti parecchi, ogni mattina me n’andrò in giro a venderli.
"Ceste, corbelli, panieri!" Voglio fare la dote ad Annicchia.
Annicchia era una bambina, orfana di padre e di madre, Che una delle vicine, la
z’a Milla, s’era tolta in casa e trattava da figliuola. Le volevano bene tutti,
lì nella Piazzetta di Santa Croce; e perciò quella promessa del vecchio, di
farle la dote, fu accolta con gioja. Ogni mattina le vicine aiutavano Maràbito a
caricarsi delle sue ceste. Caricato, egli si faceva il segno della croce e
provava il bando:
- Ceste, corbelli, panieri!
Poi si voltava a domandare
- Va bene così?
- Benone! - rispondevano quelle, ridendo. - E Dio vi accompagni, zi’ Marà! E non
dimenticate di passar davanti la bottega di quel galantuomo; e strillate forte
allora: così la faccia gli diventerà più verde dalla bile.
Ma no, questo no, Maràbito non voleva farlo, quantunque il Maltese l’avesse
trattato a quel modo, l’ultima volta. Per via Atenèa doveva passare per forza,
ma quanto più al largo gli fosse possibile dalla bottega di colui, e zitto, ché
quegli non l’udisse neppure da lontano. Non gli pareva giusto fargli dispetto,
tanto più che lo sapeva in istato di giorno in giorno più grave, ostinato
tuttavia a star lì nella bottega, a morir 1ì. Gliene rincresceva sinceramente,
ma più gli rincresceva che, conoscendo i suoi sentimenti, il Maltese non lo
chiamasse più come prima per parlargli della campagna.
Dacché s’era ammalato. non ne aveva quasi più notizie. Per averne, doveva
aspettare che venisse su in città Grigòli di tanto in tanto. E quelli per lui
erano giorni di festa. Domandava di quel tal mandorlo, di quel tale olivo e
della vigna e dell’agrumeto, e non gl’importava che la terra non fosse più sua,
purché facesse il suo dovere e, lasciando contento il nuovo padrone, si facesse
amare da lui.
- Di me non è contento; sia almeno contento di lei! E le mule? Come stanno, le
mule? stanno bene? Anche l’asinella è morta, ho saputo! Pazienza! S’è levata di
patire. Le bestie, figlio mio, guardale bene negli occhi: t’accorgerai che la
fatica la capiscono; la gioia, no.
E dava a Grigòli i buoni consigli ch’era solito di dare al Maltese prima della
rottura.
- Bada, Grigoletto: se non cadono le prime acque, non rimandare. La pianta ti
resta ferita e l’acqua le può far male. E un’altra cosa ti dico: appena piove,
rompi la terra e sta’ ad aspettare che l’erba schiumi di nuovo; poi passa
l’aratro, e il terreno ti verrà netto, e allora sémina. Ma dimmi... non sai
dirmi nulla?
- Nulla, - rispondeva Grigòli, scrollando le spalle. - Che volete che vi dica?
Ogni notte canta il gufo laggiù.
Il vecchio alzava le lunghe sopracciglia e chiudeva gli occhi, scotendo il capo.
- Segno di buon tempo! E se questa luna di settembre non ci porta acqua, siamo
rovinati, Grigoletto! Tutta l’annata se n’andrà leggera. Si scorge l’isola di
Pantelleria, sul tramonto, in fondo in fondo al mare?
Grigòli rispondeva di no col capo.
- Abbiamo guai! "Se si scorge Pantelleria, certo l’acqua sta per via."
Regola che non falla delle nostre campagne. Porti fichi d’India al padrone?
Tieni, vèrsali qua, in questi due panieri nuovi: te li regalo io.
Se avesse saputo che il Maltese, di lì a poco, quei due panieri nuovi li avrebbe
fatti saltar dalla finestra! Ma roba di colui in casa non ne voleva.
- Jettatore? Peggio! - gridava col sangue agli occhi a Grigòli. - Vedi come m’ha
ridotto? Fattura della Malanotte, per ordine di lui! L’ho saputo. E se
muoio - oh! - mia moglie è avvisata: in galera debbono andare, in galera tutt’e
due! Assassinio premeditato. Altro che cerosi epàtica! Mi fanno ridere i medici!
E, voltandosi alla moglie, alzava una mano in segno di minaccia, come per
ricordarle: "Guaj a te, se non lo fai!".
La signora Nela, rossa come un peperone, si mordeva il labbro per non piangere
in presenza del marito: sentiva spezzarsi il cuore nel vederlo ridotto in quello
stato, proprio agli estremi. Credeva anche lei che la Malanotte e il
Maràbito fossero cagione di quella sciagura. E quando, di lì a pochi giorni, il
Maltese, pur protestando nel delirio dell’ultima febbre che non voleva morire,
morì; davvero ella chiese consiglio a un avvocato, se non fosse il caso d’agire
contro i due assassini.
Maràbito, quel giorno, vedendo le tre porte del negozio serrate, con la fascia
nera di traverso in segno di lutto, rimase un pezzo quasi inchiodato sul
lastrico della via. Se ne tornò al Ràbato come un cane bastonato. Le vicine si
radunarono in grande assemblea, discussero animatamente su ciò che al vecchio
convenisse di fare e alla fine decisero di mandarlo dal notaio Zàgara,
raccomandandogli però di tenersi ben fermo nei termini del contratto, ch’era per
lui una botte di ferro.
- Come! - esclamò Nocio Zàgara, vedendosi davanti il vecchio con la berretta in
mano. - Non v’hanno ancora messo in prigione?
Maràbito lo guardò dapprima stordito, poi sorrise mestamente e disse:
- La morte in prigione, Eccellenza. Che colpa ci ho io?
- Voi e la Malanotte, come no? - replicò il notajo. - La morte era venuta
a casa vostra, e voi, d’accordo con la strega, l’avete invece mandata da don
Michelangelo! Tutto il paese lo dice. E già la vedova, caro mio, sta pensando
per voi.
- Per me? Oh! oh! Non facciamo storie! Perché io, se mai, non c’entro né punto
né poco! - rimbeccò il vecchio, incrociando le braccia sul petto. - Glielo
giuro, signor notajo, su la salute dell’anima mia!
Non s’accorgeva che il notajo voleva fargli paura per prendersi giuoco di lui.
- Ah, vedete? Confessate voi stesso che il maleficio c’è stato. Ne farò
testimonianza davanti ai giudici.
- Io? - gridò allora Maràbito, come smarrito all’improvviso nello spavento. -
Io, ho confessato? Ma se non ne so nulla, io! Ero in fin di vita, io! Ah, in
galera, per giunta, mi vogliono gettare? Levarmi il podere e gettarmi in galera
a ottant’un anni, perché non sono morto come quel poveretto di Ciuzzo Pace, dopo
sei mesi? Ma c’è la giustizia divina per i poverelli! E già se n’è vista la
prova: è morto lui, invece, lui che aveva tirato ad ammazzare me!
- Basta, basta, - disse il notaio che non ne poteva più dal ridere. - Speriamo
che non avvenga nulla... Ci sono altri guaj però. Eh, non vi siete contentato di
sbarazzarvi di lui soltanto: c’è anche un mondo d’imbrogli nell’eredità.
Maràbito, già messo in guardia dalle vicine, corrugò le ciglia.
- Imbrogli? Non voglio saperne! Per me c’è il contratto che parla chiaro. Mi
ripiglio la terra.
- Eh, vedremo... - sospirò lo Zàgara alzandosi. - Lasciate che vada dalla
vedova, e spero d’accomodare ogni cosa. Tornate da me questa sera.
In casa della signora Nela il notajo trovò il medico che venuto per una visita
di condoglianza, s’affannava a ripetere.
- Ma no; ma no, signora! Sciocchezze... Non dia retta. Caso tipico di cirrosi
epàtica. Caso tipico!
E aveva sulle labbra un sorriso di compatimento per l’ignoranza dell’enorme
signora.
Andato via il medico, la signora Nela ebbe come un terremoto nelle poppe, che
alla fine eruppe spaventosamente in singhiozzi e strilli: un’ira di Dio. Nocio
Zàgara soffriva il contagio del pianto. Vedendo sussultare quella montagna di
carne, anche la sua si mise a sussultare come per un altro terremoto Ma subito
si alzò, irritatissimo, e quasi per castigare il pianto in sè e nella vedova,
esclamò:
- E questo è nulla, signora mia! C’è di peggio! di peggio!
L’esclamazione non giovò. E allora don Nocio, risolutamente, venne a piantarsi
di fronte alla signora Nela.
- O lei si calma un momento, signora, o io me ne vado. Lei è madre di famiglia e
deve pensare alle sue figliuole. Parliamo d’affari!
Come se fossero roba da ridere, gli affari! La signora Nela, appena venne a
sapere che la posizione finanziaria del defunto marito non solo era scossa, ma
anche mezzo rovinata, se prima piangeva, ora levò certi strilli da spaccare i
muri della casa. Nocio Zàgara s’avvilì; pensò di traviar la furia di quella
disperazione rovesciandola addosso al Maràbito.
- Per carità, non me ne parli! - urlò la signora Nela, levando le braccia.
- Se la buon’anima avesse voluto darmi ascolto! - sospirò il notaio. - Intanto,
cara signora, bisogna pure parlarne. Che vuoi fare? Per me, è come lasciarsi
aperta una vena e perdere sangue a goccia a goccia. Gutta cavat lapidem.
- Mai più! Mai più! - esclamò la vedova. - Quell’assassino è capace di far
morire anche me e le mie figliuole. Via, via! non voglio più sentirne parlare!
- Bene, - concluse il notaio: - in questo caso, avrei da presentarle una
proposta. C’è già chi s’assumerebbe gl’impegni del contratto col Maràbito. Un
amico mio. Gli feci notare che il povero don Michelangelo pagò per sei anni il
vitalizio. «Dolentissimo», mi rispose l’amico, «ma chi glielo fece fare? Peggio
per lui che pagò!» - Gli parlai allora della cascina nuova che costa già
parecchie migliaia di lire e non è ancor finita. In groppa, anche questa? No.
Per la cascina, dice, sarebbe disposto a dare qualche cosa, da tre a quattro
mila lire. Ora, se lei accetta questa proposta, ci sarebbe da cogliere, come
suoi dirsi, due piccioni a una fava; e cioè, liberarsi del jettatore e d’un
vecchio debito. Come lei ha potuto vedere dalle carte che le ho presentate, il
povero don Michelangelo mi doveva cinque mila lire. Le tre o quattro mila
(speriamo che siano quattro!) che il nuovo contraente darà per la cascina,
andrebbero, non a scòmputo, ma a saldo del mio credito. Io mi contento. È
contenta lei?
Contentissima, la signora Nela. E il notaio se ne tornò allo studio, ch’era già
sera chiusa.
Maràbito lo aspettava.
Don Nocio, come lo vide, gli posò le mani sulle spalle e disse, traendo un gran
sospiro:
- Una volta c’era un padre che si lamentava così: «Non piango perché mio figlio
perde al giuoco; piango perchè vuol rifarsi giocando ancora!». Ero in credito di
cinque mila lire col Maltese. Per non perderle, sto commettendo la più grossa
pazzia della mia vita. Sedete. Quant’anni avete?
- Ottantuno, - rispose Maràbito, sedendo.
- E non siete ancora soddisfatto? Che intenzione avete?
Il vecchio rimase a guardarlo senza comprendere.
- Ah, fate finta di non capire? Campate troppo, caro mio. Brutto vizio! E
dovreste levarvelo.
Maràbito sorrise e alzò una mano a un gesto vago.
- La vita, Eccellenza? - disse. - Pare lunga, ma passa. A me è passata, come
stando affacciato a una finestra.
- Benone! - esclamò don Nocio. - E avete intenzione di starci affacciato ancora
a lungo a codesta finestra?
- Per me, - rispose il vecchio, - se la morte viene a chiudermela anche domani,
mi fa piacere. Morire, sì, Eccellenza: ci vuol niente; ma campare apposta non si
può, se Dio vuole. Deve dirlo Lui, e io sono pronto. Che comandi ha da darmi?
Il notaio gli diede convegno per il giorno appresso: avrebbe rinnovato il
contratto del vitalizio, assumendosi lui gl’impegni del Maltese.
- Purché... - gli disse, aprendo le braccia e abbandonando a quel gesto la
frase.
Il vecchio, dalla via, alzò un dito al cielo pieno di stelle e poi congiunse le
mani, per significare
- Preghi il signore.
VII
Quando la signora Nela venne a sapere che l’amico di cui le aveva parlato il
notaio Zàgara a proposito del vitalizio era proprio lui, il notaio stesso, parve
addirittura che volesse arrabbiare. Già sosteneva che don Nocio doveva essersi
mangiata mezza l’eredità del marito. Era mai possibile che il più ricco mercante
del paese avesse lasciato la famiglia in così tristi condizioni? La prova,
eccola lì, del resto: lo Zàgara non aveva avuto il coraggio di confessarle che
il contratto col vecchio l’avrebbe rinnovato lui, per conto suo, a quei patti da
vero giudeo. E se lo rinnovava per conto suo, non era segno che l’affare era
buono?
Approfittarsi d’una povera vedova! di due povere orfane! - gridava alla gente
che veniva a condolersi della sciagura.
Azionaccia che grida vendetta davanti a Dio! Ladro! ladro! Causa d’ogni male non
era più il Maràbito, adesso, ma il notajo. Fidava in Dio, però, che quel podere
dove la sant’anima del marito aveva buttato tanti denari, quel podere, come non
se l’era goduto lei, non se lo sarebbe goduto neanche colui. E un giorno mandò a
chiamare il vecchio.
Maràbito le si presentò tutt’afflitto e imbarazzato. La signora Nela, appena lo
vide, rinnovò i pianti e gli strilli; poi proruppe:
- Vedete? vedete che avete fatto?
Il vecchio aveva anche lui le lagrime agli occhi.
- Non piangete! non piangete! - gli gridò subito con rabbia la signora Nela. - A
un solo patto posso perdonarvi: a patto che facciate a lui, a quel brigante, ciò
che faceste a mio marito! Scorticatelo vivo, fatelo morire prima di voi, e vi
perdono! Non v’arrischiate di morire ora, sapete! Non deve goderselo il podere,
quel brigante! non deve berselo il sangue di mio marito! Se siete cristiano, se
avete coscienza, se vi preme l’onore, campate! campate! sempre in salute, mi
raccomando! vegeto e forte, finché egli non crepi! Avete capito?
- ’Cillenzasì, come voscenza comanda, - rispose il vecchio
investito, stordito da quella furia rabbiosa di parole. - Ma signora mia, mi
creda, sono mortificato, e Dio solo sa quello che provo dentro di me in questo
momento. Potevo mai credere, potevo mai aspettarmi, che dovessi campar tanto?
- E altrettanto, altrettanto dovete campare! - riprese con nuova furia la
signora Nela. - Per castigo di quell’imbroglione! Datevi curai Se vi bisogna
qualche cosa, ditelo, venite da me. Perfino il pane di bocca mi leverò per darlo
a voi! Siete provvisto d’abiti? Aspettate: ve ne darò io... ora posso darvene...
quelli della buon’anima... Dovete guardarvi dal freddo, ora che l’inverno è alle
porte. Aspettate, aspettate!
E per forza volle fargli un fagotto d’alcuni abiti grevi del marito. Nel
toglierli dall’armadio, piangeva, si mordeva il labbro, strizzava gli occhi,
inghiottiva.
- Aspettate... aspettate... ecco, anche questo mantello... Se lo metteva,
sant’anima, quand’andava laggiù, alla vostra campagna... Tenete, tenete...
portatevelo... Vi terrà caldo; vi riparerà dalla pioggia e dal vento...
Guardatevi dal prender aria, all’età vostra! C’è sempre tanto ventaccio in
questo nostro paese!
Maràbito non poté fare a meno di caricarsi di quei doni, che non dimostravano né
carità né benevolenza per lui, e se ne tornò avvilito al casalino.
- Caccia, Maràbito? Che portate? - gli domandarono le vicine allegramente,
credendo ch’egli portasse roba per il corredo dell’orfana. Ma, vedendo gli abiti
e il mantello del Maltese, fecero gli scongiuri di rito.
- Codesta roba vi siete presa? Buttatela subito via, senza toccarla con le mani!
Il vecchio scrollò le spalle e rifece pian piano il fagotto. Ma quella notte,
con gli abiti del morto in casa, non poté chiudere occhio e gli parve mill’anni
che spuntasse il giorno per disfarsene, dandoli in elemosina ai più bisognosi di
lui.
Gli rimase da allora come un’ombra di tristezza sul volto che s’incupiva di più
in più, ogni qual volta ritornava dal riscuotere le rate del vitalizio. Il
notaio, per dir la verità non lo trattava male; ma sempre a battergli in faccia
la stessa cosa, del brutto vizio di campar troppo. E il povero vecchio se ne
crucciava. Non era mai stato di peso a nessuno in vita sua, ed ecco che ora
viveva unicamente per esser di peso a sè e agli altri. Quell’andare ogni
quindici giorni a farsi pagar lo scotto di quel peso era divenuto per lui una
vera condanna e con tutto il cuore desiderava, ogni volta che ne ritornava, che
quella fosse l’ultima. Ma i giorni passavano, passavano i mesi e gli anni; la
tristezza cresceva, e la morte non veniva; non veniva.
Le vicine, vedendolo così, avevano raddoppiato le cure: non permettevano ch’egli
s’indugiasse più tanto, la sera, a conversare con loro, seduto davanti la porta
del Casalino.
- Rientrate: fa fresco. Or ora verremo noi!
Aspettavano che i loro uomini ritornassero dal lavoro, o su dalle campagne, o
dalle fornaci, o dalle fabbriche: la prima visita era per il vecchio. E lì, nel
Casalino, dopo la magra cena, si raccoglievano le sere d’inverno a tenergli
compagnia, gli uomini fumando a pipa, le donne facendo la calza, e forzavano il
vecchio taciturno a parlare della sua lunga vita, dell’America lontana, dov’era
stato da giovine, e dove s’era adattato a far di tutto.
Meglio nero pane, che nera fame.
Così aveva potuto mettere insieme il capitaluccio, col quale, tornato in patria,
aveva acquistato il poderetto laggiù. E a mano a mano, parlando degli anni
lavorati, il vecchio si sollevava dal peso della malinconia. Parlava di tutto:
sapeva di tutto; ne aveva viste tante!
- Voi? Oh santa Maria! E che sapete voi? - gli diceva cerò, scrollando il capo e
socchiudendo gli occhi, qualcuna delle più giovani vicine. - Siete come un
bambino, siete!
E tutte le altre donne ridevano.
Quelle conversazioni serali non si protraevano però a lungo, sia perché gli
uomini dovevano poi levarsi ai primi albori per le loro fatiche, sia per non
stancar troppo il vecchio. Gli auguravano la buona notte; gli raccomandavano di
serrar bene la porta e di chiamare a un bisogno; poi si scambiavano a bassa
voce, per via, le loro impressioni su lo stato di lui.
- Cent’anni, cent’anni campa, com’è vero Dio! Già poco ci manca... Sta benone!
- Sì sì, ma tante volte, anche stando così bene... tutt’a un tratto... A
quell’età, non si sa mai... Muoiono come gli uccellini.
E si voltavano a guardar costernati la porta chiusa del casalino nella piazzetta
deserta coi ciottoli luccicanti sotto la luna. Chi sa se il vecchio domani la
avrebbe riaperta, quella porta?
VIII
Per anni e anni, la prima a riaprirsi, all’alba, nella piazzetta fu sempre
quella porta.
Era, senza dubbio, una beffa della morte, al Maltese prima, ora al notaio Zàgara.
E se ne faceva un gran ridere in tutto il paese. Non c’era giorno che tre o
quattro curiosi non si recassero al Ràbato per vedere il vecchio che «per
castigo non moriva».
Essendosi però formata in paese, intorno al Maràbito, una specie di leggenda che
lo raffigurava ilare, vegeto, ostinato a campar per dispetto, quei curiosi
provavano a prima giunta un disinganno nel vedersi invece davanti un
vecchierello curvo, magro, umile e schivo, il quale si schermiva rudemente dalla
loro vista e dalle loro domande, che sonavano ai suoi orecchi derisione per il
povero notajo, di cui egli non solo aveva da lodarsi, ma rimpiangeva
sinceramente il danno che quel suo vivere increscioso e dispettoso gli arrecava
senza alcun suo piacere.
- Lasciatemi stare! Mi sono seccato! - gridava, avvilito e con esasperazione,
alle vicine che andavano a scovarlo dentro il casalino, dove s’era rintanato
all’apparire di qualche sconosciuto nella piazzetta di Santa Croce.
Le vicine non lo facevano per male. Quella curiosità di tutto il paese pareva
loro di buon augurio al vecchio che esse tenevano in custodia, come se qualcuno
lo avesse affidato alle loro cure perché veramente un miracolo si compisse; e
perciò a gara lo mostravano a tutti:
- Doman l’altro, novantaquattro anni! Non muore più.
Circa vent’anni addietro, quand’egli cioè dalla campagna era venuto ad abitare
in quel Casalino, esse avevano ancora i capelli biondi o neri; e ora, eccoli
qua: - grigi! bianchi! mentre il vecchio era rimasto tal quale. Per tutti il
tempo era passato; per lui solo, no. Il tale era morto, era morto il tal altro,
lì accanto; non era dunque da dire che la morte non fosse passata per quella
piazzetta; ma come se la casa del vecchio per lei non ci fosse stata.
Maràbito ascoltava, attonito, quel racconto delle vicine, tante volte ripetuto;
ma ogni volta sentendo nominare i morti del vicinato, tutti meno vecchi di lui e
utili ancora alle loro famiglie, si metteva a piangere silenziosamente con gli
occhietti calvi, risecchi dagli anni. Le lagrime gli scendevano giù per i solchi
delle rughe fino alla bocca infossata e raggrinzita; e allora levava una mano
tremolante e con le dita nodose si stringeva le labbra.
- E questa qui? - dicevano le vicine per distrarre subito il vecchio, indicando
Annicchia, l’altra loro protetta. - Aveva appena due anni, povera orfanella,
quando lui venne quassù. E ora, che ragazzona, eh! Il nonno aveva promesso di
pensare a lei; ma da un pezzo in qua fa il cattivo e dimostra di non voler bene
a nessuno.
Infatti Maràbito di quella sua longevità s’era fatta a poco a poco una vera
fissazione: aveva davvero cominciato a credere che la morte si fosse apposta
dimenticata di lui per far quella beffa che tutti dicevano. Già il podere, tra i
denari che s’era presi dal Maltese e quelli che tuttavia si prendeva dal notaio
Zàgara, lo aveva avuto pagato e strapagato: la morte dunque, tenendolo ancora in
piedi, si divertiva proprio a fargli commettere una cattiva azione, a fargli far
la parte dello scroccone, ecco. Egli non voleva. Tutto il paese ne rideva, come
se lui ci provasse gusto a vivere così alle spalle altrui; e invece no, no; non
voleva, non voleva più! E le cure, le raccomandazioni premurose delle vicine lo
stizzivano. Non volevano forse ridere anch’esse alle sue spalle? E s’esponeva al
freddo, apposta; usciva di casa col tempo minaccioso, apposta; e apposta
ritornava zuppo di pioggia, e si ribellava se quelle gli davano del vecchio
stolido e lo cacciavano subito dentro per farlo cambiare e mettere a letto.
- Lasciatemi stare! Lasciatemi morire! Appunto questo vo cercando! Mi sono
seccato!
Gli sorse perfino il sospetto che una forza arcana, d’oltre tomba, lo tenesse in
piedi: l’anima penante di Ciuzzo Pace, il quale piangeva certo ancora il
poderetto suo perduto per pochi soldi. Ecco, sì, Ciuzzo Pace era, Ciuzzo Pace
che voleva essere vendicato da lui.
E prese a far dire ogni domenica una messa in suffragio di quell’anima in pena.
- Se si libera lui, mi libero anch’io.
Queste e altre notizie, confidate dalle vicine a quei curiosi venivano poi
riferite al notajo Zàgara, il quale teneva testa, come meglio poteva, alle beffe
che tutti si facevano di lui.
- Beffatemi! beffatemi! - esclamava. - È sempre poco il danno, son sempre poche
le beffe: ben altro mi merito: nerbate! ma non mi dite male del vecchio, vi
prego. Galantomone, poveretto! Lo so: sta piangendo anche lui il castigo che io
mi sono meritato. Gli debbo, non solo gratitudine, ma un compenso, e glielo
darò. Se arriva a cent’anni, come gli auguro: vedrete! Musica, luminaria, un
banchetto da far epoca! V’invito tutti fin da ora.
Non aveva parenti, né prossimi né lontani: poteva dunque pigliarsi il gusto di
coronare trionfalmente la bestialità commessa. E un giorno che scadeva la rata
del vitalizio, non vedendo il vecchio presentarsi allo studio, s’addolorò
veramente e volle recarsi al Ràbato per averne notizie.
Trovò Maràbito seduto, al solito, davanti la porta del casalino, tutto raccolto
sotto un debole raggio di sole invernale.
- Bel gusto a far muovere le montagne! - gli disse ansante, calandosi pian piano
a sedere su una seggiola, che una delle vicine corse ad offrirgli. - Che vi
sentite? Perché non siete venuto oggi allo studio?
Invece del Maràbito rispose la z’a Milla, appressandosi insieme con le altre
vicine:
- Voscenza vuol sapere perché? Perché il nostro vecchio è stolido o
ammattito.
- No, nient’affatto! né stolido, né ammattito, Eccellenza, - disse Maràbito,
corrugando le ciglia. - Mi sono fatto il conto. La terra Voscenza me l’ha
pagata da un pezzo. Sono povero, ma onesto. Denari non ne voglio più.
Nocio Zàgara rimase un po’ a guardarlo, ammirato, poi gli disse:
- Caro vecchio mio, siete più imbecille di me. Vi ringrazio di quanto mi dite,
ma non posso accettare. Debbo pagare fino all’ultimo centesimo, e pago col mio
gusto e il mio piacere.
- Ma lo sa Voscenza, - riprese Maràbito con ira, - che se non faccio
così, non muoio più? Le giuro, che se non fosse peccato, da un pezzo... Ma vedrà
Voscenza che verrà da sé, la morte, appena io non prenderò più neppure un
soldo di questi denari che, in coscienza, non mi spettano. Il fondo, le ripeto,
l’ho avuto pagato più di quanto valeva.
- Non ancora da me, - replicò il notajo. - Io porto con voi la croce da
quattordici anni, è vero? Vuol dire che finora v’ho dato... eccolo qua, il
conto: me lo son fatto anch’io... vi ho dato diecimila duecento venti lire. Il
podere fu stimato dodici mila: dunque ho ancora parecchi anni da pagare.
- E quelli che mi son presi dalla buon’anima del Maltese? - gli fece notare
Maràbito.
- Non sono affar mio.
- Ma l’affare, mi scusi, l’ho fatto io o l’ha fatto Voscenza? Oh quest’è
bella! Non sono dunque padrone di morire?
Il notaio alzò la testa con comica serietà:
- No, finché io non vi abbia pagato fino all’ultimo centesimo. Se poi volete
vivere ancora, tanto piacere! Vi prometto che ci divertiremo.
E se n’andò, lasciando il denaro.
IX
Uomo di parola, il notaio Zàgara. La mattina del gran giorno, il sobborgo Ràbato
fu destato dall’allegro strepitar della banda musicale che, a suon di marcia, si
recava all’abitazione del vecchio centenario. Il casalino era stato parato
festosamente di ghirlande e bandiere, durante la notte, mentre il vecchio
dormiva. Nella piazzetta erano rizzati i pali per la girandola. E un’altra
sorpresa le buone vicine avevano preparato al loro vecchietto: un abito nuovo
per la festa, tagliato e cucito da loro.
Quando la folla, insieme con la banda, si riversò nella piazzetta, la porta del
casalino era ancora chiusa.
- Evviva Maràbito! Fuori! Fuori, Maràbito!
Niente. La porta restava chiusa. Invano i vicini vi bussavano con le mani e coi
piedi. Lo strombettio e le grancassate furiose della banda, tra il frastuono
confuso delle grida e degli applausi assordava, e invano di qua, di là qualcuno
si levava, interprete della costernazione del vicinato, a far cenni di tacere,
d’aspettare che il vecchio aprisse e desse segno di vita
A un tratto, un nuovo grido partì dalla folla:
- Viva il notajo!
Nocio Zàgara si sbracciava, con la tuba in mano, a ringraziare, sovrastando
tutti con l’alta persona. Li pagava cari quegli evviva, che non eran per beffa
quel giorno: la gente si divertiva alla festa straordinaria e del divertimento
gli era grata: non l’avrebbe certo tenuta il Maltese, quella festa.
Sì, ma non l’avrebbe tenuta neanche il notajo, se avesse potuto supporre che
essa avrebbe cagionato al vecchio tanto dolore e tanto avvilimento. Lo comprese,
appena pervenuto tra quel gran rimescolio di gente, davanti la porta del
casalino. Si fece far largo; ordinò ai vicini di guardare l’entrata per impedire
che la folla si rovesciasse dentro, e picchiò alla porta col bastone, dando la
voce.
Il vecchio finalmente aprì, e allora scoppiarono più calorosi gli applausi e le
grida della folla.
- Come! Perché? - esclamò don Nocio, vedendo Maràbito tutto tremante e in
lagrime. - Un popolo intero vi fa festa, e voi piangete? Così mi ringraziate
d’aver voluto festeggiare i vostri cent’anni?
Non ci fu verso di fargli intendere che quella festa non era per metterlo in
berlina. E quando alla fine, spinto dal notajo s’affacciò alla finestrella sulla
porta del casalino, piangeva e tentennava il capo agli evviva e agli applausi
della folla.
Annicchia gli recò l’abito nuovo, insieme con le altre vicine, poi nella chiesa
di Santa Croce fu detta una messa, a cui anche il notajo volle assistere:
- La prima e l’ultima!
E, all’uscita, spari di mortaretti e stamburate. Venne alla fine l’ora del
banchetto.
Nocio Zàgara aveva preso in affitto, per quest’avvenimento, un magazzino a pian
terreno, lungo che non finiva mai: da un capo all’altro correva la tavolata. Vi
presero posto, da una parte gli amici del notajo, dall’altra il vicinato.
Maràbito vi fu portato in trionfo, quasi a viva forza, e fu fatto sedere al
posto d’onore, accanto allo Zàgara. Era sbalordito. In mezzo alla baraonda, si
voltava ora verso l’uno ora verso l’altro dei commensali che lo chiamavano coi
bicchieri levati per augurargli di vivere altri cent’anni, e chinava il capo in
segno di ringraziamento. Egli solo non rideva, non mangiava, non beveva. Alcuni,
a principio, s’erano messi a forzarlo, ma poi, pregati dal notajo, avevano
smesso. La festa non era per lui; era per gli altri; egli rappresentava lì solo
i cento anni: i cento anni che non volevano dire più nulla. A pensarci
veramente, tutta quella baldoria era, nella sua sguajataggine, così triste da
far cascare le braccia e il fiato. E per giunta si volle che il vecchio
parlasse, facesse un brindisi, dicesse almeno due parole. Tanto insistettero,
che alla fine lo fecero levare in piedi, col bicchiere che gli tremava in mano.
- E che debbo dire? La mia vergogna, Dio solo la vede. Ringrazio questo mio
benefattore. E non mi resta che di mettere un bando per la città: che la gente,
nelle cui case entra la morte, le dica che a Santa Croce al Ràbato c’è un
vecchio che da tant’anni la aspetta, che se lo venga a prendere...
Ma a questo punto Maràbito fu interrotto dal levarsi frettoloso d’alcuni
convitati, i quali, in mezzo al coro delle risa che accompagnava ogni sua
parola, avevano visto il notajo impallidire tutt’a un tratto e piegar sul petto
il grosso testone. Tutti si voltarono a guardare, sorsero poi tutti in piedi e
s’affollarono a precipizio attorno allo Zàgara. Si credette dapprima che il
frastuono, il troppo ridere, il vino, avessero cagionato al povero notajo quel
malore improvviso. Tra lo scompiglio generale, Nocio Zàgara fu portato su la
stessa seggiola in una casa vicina, sorretto da tante braccia: aveva gli occhi
chiusi e la bocca spalancata, da cui usciva un rantolo angoscioso.
Il lungo magazzino, con la mensa tutta in disordine, le seggiole rovesciate,
restò vuoto. Nessuno aveva badato al vecchio centenario, il quale era caduto per
terra in preda a un tremito convulso, nell’atto d’accorrere con gli altri dietro
a colui ch’egli poco prima aveva chiamato suo benefattore.
X
Qualche rara goccia su la tremula mano tesa: poi, appena percettibile, il
picchiettar delle prime gocce su i pàmpini mezzo ingialliti della vigna. Ora,
ecco, le gocce infittiscono, ed è un vasto crepitio continuo.
- Nonno, piove?
Il vecchio Maràbito china più volte il capo, sorridendo a Nociarello che gli sta
seduto accanto, sulla soglia della cascina che il Maltese aveva fatto fabbricare
al posto dell’antica roba.
Grigòli e Annicchia, marito e moglie da quattro anni, sono per la campagna,
tornata in potere di Maràbito dopo la morte del notajo: Grigòli su per gli
alberi abbacchia le ulive; Annicchia le raccoglie da terra. Poveretta! è incinta
di nuovo; e il vecchio vorrebbe ajutare la sua figliuola adottiva. Non gli
pesano più, ormai, i suoi cento cinque anni... Ma quelli non permettono e lo
lasciano a guardia del bambino, a cui, per gratitudine, hanno imposto il nome
della buon’anima del notajo.
- Nonno, e mamma? - domanda di nuovo Nociarello, costernato dalla pioggia.
- Adesso verrà di corsa, - risponde il vecchio. - Lascia piovere, ché la terra
ha sete, e questa è acqua buona!
Da presso e da lontano i galli annunziano lievemente quella prima rivoltura del
tempo. Le calandre s’indugiano ancora su i piani, quasi in dubbio che quelle
nuvole non vogliano far sul serio, e di tratto in tratto si scambiano qualche
trillo breve, come per consigliarsi:
- Scappiamo?
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