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Prima
pubblicazione: Natura ed Arte, 1 e 15 marzo
1915,
poi in Beffe della morte e della vita, seconda serie, Lumachi,
Firenze 1903.
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INTRODUZIONE
Saggio di Riccardo Mainetti
Vitalizio che giova alla salute
per gentile
concessione dell'autore
Novella su come un vitalizio possa, in certi casi, allungare
la vita
A sentire nominare, al giorno d’oggi, il termine vitalizio
vien quasi l’orticaria. Infatti questo termine porta alla mente, ai nostri
giorni, l’importo, molto cospicuo, percepiti dai nostri Onorevoli Parlamentari e
affini. Nel nostro caso, o meglio nel caso narrato magistralmente dal grande
Luigi Pirandello nella sua novella intitolata, per l’appunto, “Il vitalizio”, il
termine sta ad indicare, per usare le parole del vocabolario online della
Treccani, il “contratto per
cui un soggetto (il vitaliziante)
è tenuto a corrispondere a un altro soggetto (il vitaliziato)
una rendita per tutta la durata della vita sua o di uno o più altri beneficiarî:
può costituirsi a titolo oneroso in seguito all’alienazione di un bene mobile o
immobile, a titolo gratuito in seguito all’alienazione gratuita di un immobile o
alla cessione gratuita di un capitale, o anche per testamento (legato
di rendita v.)
e per sentenza del giudice, come forma di liquidazione di danni permanenti
procurati a una persona.”
Nel caso de “Il vitalizio” pirandelliano il contratto deriva dalla cessione, da
parte di Zi’ Marabito, un anziano agricoltore della piana di Girgenti, del
proprio podere a Michelangelo Scinè, detto “il Maltese”, un ricco possidente del
luogo, il quale ha costruito la propria grazie all’usura, il quale fa lavorare
il terreno del vecchio Zi’ Marabito, come già quello dell’ormai defunto Ciuzzo
Pace, da un mezzadro di nome, o meglio di cognome, Grigoli.
Il vecchio
Zi’ Marabito, poco prima di lasciare il proprio podere, al quale aveva dedicato
lunghi anni di lavoro, amore e fatiche, si raccomanda con i nuovi proprietari
che “il fondo non abbia a patire”. In cambio del proprio terreno Zi’
Marabito riceve un vitalizio di due lire al giorno. L’affare pare più che buono
al Maltese, memore com’è del fatto che il precedente vitaliziato, il defunto
Ciuzzo Pace, aveva riscosso la propria rendita, per altro inferiore a quella
spettante al vecchio signor Marabito, per soli sei mesi. Tra l’altro lo stesso
Zi’ Marabito dice, sempre al momento di lasciare il proprio podere, che prenderà
presto “la via di Ciuzzo Pace”, così intendendo che non graverà
per molto sulle spalle e sulle tasche di Don Michelangelo Scinè. Le cose però
vanno diversamente e, nonostante una grave forma di polmonite, che le vicine di
casa del vecchio signor Marabito, “invogliate” in questa credenza dalla
Malanotte, una specie di strega di paese, addebitano ad una qualche fattura
lanciata, presumibilmente, al vecchio dal nuovo proprietario del fondo, ovvero
il Maltese, il vecchio campa lunghi anni, seppellendo in quel frattempo, tanto
il Maltese stesso quanto Nocio Zagara, il non troppo onesto notaio, incaricato,
prima dal Maltese quindi in proprio in quanto subentrato egli stesso nella
proprietà del fondo, al pagamento del vitalizio.
E dire che
il vecchio Zi’ Marabito, abituato a non pesare sulle spalle di nessuno e
insofferente all’idea di “dover campare alle spalle” del Maltese prima e, come
s’è detto sopra, del notaio Nocio Zagara poi, le tenta tutte per abbreviare
questo suo stato di beneficiario di vitalizio. Esce incurante del maltempo,
dorme in una soffitta in mezzo a topi e umida da matti. Insomma fa di tutto per
aver ben poca cura di sé. Ma, a quanto pare, una “entità superiore” ha deciso
che lui campi a lungo per vendicare tutti quelli che quella “Sanguisuga dei
poveri”, al secolo Don Michelangelo Scinè aveva, soprattutto nella sua poco
edificante professione di usuraio, vessato e lo stesso Ciuzzo Pace che il
proprio di vitalizio l’aveva potuto godere solo per sei mesi.
La novella
“Il vitalizio” si conclude con il vecchio Zi’ Marabito che ritorna, in quanto
tornato, a seguito della morte del notaio, proprietario del suo vecchio podere,
alla sua tanto amata campagna. Stavolta però, date le sue ormai centocinque
primavere, vi torna come “supervisore” e nonno. Il fondo infatti è gestito e
mandato avanti da Grigoli e da Annicchia, una orfana che il rione nel quale Zi’
Marabito si era ritirato, aveva adottato. In conclusione val proprio la pena di
dire che, in certi casi, “un vitalizio allunga la vita”!
Riccardo Mainetti
RIASSUNTO
da
Vigata.org
II ricco commerciante di stoffe, Michelangelo Scinè, con
negozio sul corso di Agrigento, spinto anche dalla avidità della moglie, vuole
diventare proprietario terriero acquisendo terreni su terreni. Non volendo però
cacciare molti quattrini, escogita il metodo di individuare i piccoli, poveri,
proprietari delle masserie della zona che, per motivi anagrafici e di salute,
sembrino avere pochi giorni ormai da vivere. Propone loro il versamento di un
vitalizio che egli verserà nelle loro mani, sotto tutela del notaio Nocio
Zagara, ogni mese, fino alla fine dei loro giorni.Come contropartita, essi
dovranno abbandonare la loro terra e cederla subito, all'atto del contratto, a
lui. Se vivranno a lungo, Michelangelo Scinè rischierà di pagare quella terra
forse più del suo valore reale ma se essi morranno presto, come tutto lascia
presagire, egli avrà pagato per quella stessa terra poco più che una miseria. Il
primo a cedere è il vecchio Ciuzzo Pace. Cede la sua terra in cambio del
vitalizio ma dopo qualche mese poveraccio, muore. Spinto dall'avidità, Scinè
scopre che il terreno accanto a quello di Ciuzzo Pace appartiene al vecchio
possidente Maràbito, al quale egli propone lo stesso contratto.
E Maràbito accetta.
Con dolore, perché egli ama ogni zolla della sua terra, ogni piuma di ogni
uccello che vola su quel terreno, ma accetta. Ma Maràbito non muore: passano i
giorni i mesi, gli anni. Non muore. Sopravvive alle angherie di Scinè, della
moglie di lui, del notaio Zagara, di tutti coloro che, nell'intrecciarsi della
storia, tentano di mettere le mani sulla sua terra. E tutti costoro egli vede
morire, uno dietro l'altro. Alla fine, quando Maràbito avrà compiuto più di
cento anni, non sarà ancora morto. Ed a lei, alla Morte, egli si rivolgerà,
chiamandola. Ma Lei non ne vorrà sentire donandogli, forse, una non richiesta
eternità.
Una favola emblematica, gioiosa, ironica, paradossale, allusiva.
da
Liber Liber
I
Con le braccia appoggiate sulle gambe discoste e lasciando pendere come morte le
mani terrose, il vecchio Maràbito sedeva sul logoro murello accanto alla porta
della roba.
Casa e stalla insieme, col pavimento fatto coi ciottoli del fiume (dove non
mancavano), quella vecchia roba cretosa e annerita gli faceva sentire,
ancora per poco, il suo alito: quell'odor grasso e caldo del concio, quel tanfo
secco e acre del fumo stagnato, ch'erano per lui l'odore stesso della sua vita.
Contemplava intanto il suo podere, sbattendo continuamente gli occhietti vitrei
infossati, che gli restavano duri e attoniti quasi a dispetto delle pàlpebre.
Sotto il cielo velato gli alberi stavano immobili, come se, sospesi nella pena
con cui il vecchio padrone ora li guardava, cosí dovessero durare anche
quand'egli non ci sarebbe stato piú. Qualche gazza appostata, però, pareva
sghignasse beffarda, a quando a quando: mentre di tra le stoppie riarse, sui
piani e i poggi delle Quote, le calandre alternavano il loro ciaucío
stridulo giojoso.
S'aspettavano le prime acque, dopo le quali sarebbe cominciato il tempo delle
fatiche per la campagna: la rimonda, l'aratura, la semina.
Tre volte Maràbito scosse la testa, perché ormai non erano piú per lui quelle
fatiche. Lo riconosceva da sé. Tanto che, entrando col marzo i mesi grandi,
aveva detto a se stesso:
-
Questa sarà l'ultima stagione!
E
s'era mietuto l'orzo e abbacchiate le mandorle, lasciando ai nuovi padroni
l'abbacchiatura delle olive e la vendemmia. Quel giorno appunto dovevano venire
a prendere possesso del podere. Avrebbe fatto loro la consegna, e addio!
-
La morte, quando il Signore comanda, verrà a picchiarmi alla porta lassú.
Alzò gli occhi, cosí pensando, a Girgenti che sedeva alta sul colle con le
vecchie case dorate dal sole, come in uno scenario; e cercò nel sobborgo Ràbato,
che pareva il braccio su cui s'appoggiasse cosí lunga sdrajata, se gli riusciva
scorgere il campaniletto di Santa Croce, ch'era la sua parrocchia. Aveva là
presso un vecchio casalino, dove avrebbe chiuso gli occhi per sempre:
-
E presto sia! - sospirò. - Come avvenne a Ciuzzo Pace. Prima di lui, Ciuzzo Pace
aveva ceduto per un vitalizio d'una lira al giorno l'attiguo poderetto al
mercante Scinè, soprannominato il Maltese; e, dopo appena sei mesi, era morto.
Ora il silenzio, che pareva fervesse lontano lontano d'un sordo ronzío di mosche
che pure erano vicine, dava arcanamente il senso di quella morte; ma il vecchio
non ne aveva sgomento; piuttosto come un'angoscia.
Era solo, perché non aveva mai voluto né donne né amici; sentiva pena per quel
suo podere, a lasciarlo dopo tanto tempo. Conosceva gli alberi uno per uno; li
aveva allevati come sue creature: lui piantati, lui rimondati, lui innestati; e
la vigna, tralcio per tralcio. Pena per il podere e pena anche per le bestie che
tant'anni lo avevano ajutato: le due belle mule che non s'erano mai avvilite a
tirar l'aratro per giornate sane; l'asinella che valeva piú delle mule, e
Riro il giovenco biondo come l'oro, che tirava da sé senza benda né guida
l'acqua del pozzo, pian piano, com'egli l'aveva ammaestrato. La nòria a ogni
giro della bestia dava un fischio lamentoso. Egli, da lontano, contava quei
fischi; sapeva quanti giri ci volevano a riempire i vivaj, e si regolava. Ora,
addio Riro! E il fischio della nòria, da quel giorno in poi, non
l'avrebbe piú udito.
-
Sette, - contò intanto, ché, pur tra i pensieri, il conto dei giri per la lunga
abitudine non lo perdeva mai.
Le
mule e l'asinella erano impastojate su l'aja a rimpinzarsi di paglia. Paglia,
quanta ne volevano! Anche ad esse il vecchio Maràbito rivolse uno sguardo. Come
le avrebbe trattate il nuovo padrone? Alla fatica erano avvezze, povere bestie,
ma anche alla loro razione d'orzo e cruschello, ogni giorno, oltre la paglia.
O
che avevano quel giorno le calandre? Strillavano sui piani piú del solito, come
se sapessero che il vecchio doveva andarsene e lo salutassero.
Dallo stradone, tutt'a un tratto, venne un allegro rumor di sonagli. Ma il
vecchio si cangiò in volto.
-
La carrozza: eccolo: - disse; e andò incontro al nuovo padrone, tirandosi sulle
spalle la giacca che teneva appesa addosso, con le maniche spenzolanti.
II
Da
cassetta, Grigòli, il garzone che don Michelangelo Scinè teneva di guardia al
poderetto già di Ciuzzo Pace, gli gridò:
-
Allegro, oh, zi' Marà!
Ma
allegro lui, se mai, Grigòli, che da quel giorno avrebbe mangiato a due greppie,
abbattuto il murello di cinta che separava il podere di Maràbito da quello del
povero Pace. Fortuna e dormi! S'era cattivata la fiducia del Maltese, chi sa poi
perché, cosí tracagnotto, con gli occhi tondi e ridenti, e quella puntina di
naso che gli s'alzava quasi incuriosita, all'insaputa della faccia da pacioccone
senza malizia. Ma l'aveva, e come! la sua malizia anche lui; bastava guardargli
quel naso.
Intanto, con l'ajuto del vetturino, don Michelangelo poté scendere dalla
carrozza: uno di que' sganasciati landò d'affitto con l'attacco a tre, che
puzzano di rimessa lontano un miglio e servono con gran fracasso di sonagliere
per le scampagnate. Ne scese con lo stesso stento la moglie si-donna
Nela, e subito, prendendosi con due dita la veste, cominciò a spiccicarsi tutta;
poi ne scesero le figlie: due ragazzone gemelle. Sembravano tutt'e quattro un
tino una botte e due caratelli. La carrozza, risollevandosi sulle molle, parve
rifiatasse; i cavalli no, poveri animali, tutti imbrattati di schiuma e
sgocciolanti di sudore.
-
Serv'a Voscenza, - salutò appena Maràbito.
Rotto al lavoro da tanti anni, parlava poco di solito, e ora per giunta provava
quasi vergogna pensando che, per quella cessione che faceva del suo podere, il
mantenimento gli sarebbe venuto ancora da esso, ma non piú in compenso del suo
lavoro.
-
Auff, si crepa! - sbuffò lo Scinè, asciugandosi col fazzoletto il faccione
congestionato. - Quattro miglia di stradone! A guardare dalla città, non credevo
che fosse cosí lontano!
Era una prima botta, questa, da mercantuccio rifatto, la quale dava a vedere
come fosse venuto col proposito di disprezzare tutto.
Non per nulla la gente del paese se lo richiamava con piacere alla memoria
lacero e impolverato su per le viucole a sdrucciolo del quartiere di San Michele
con la balla della mercanzia sulle spalle e la mezzacanna in una mano, tutto
sudato, mentre dell'altra si faceva portavoce nel gridare:
-
Roba di Fràaancia!
S'era arricchito in poco tempo con l'usura, e ora troneggiava, seduto sotto il
lampadino della Madonna, dietro il lungo banco del suo negozio di panneria,
ch'era il piú grande di tutta la via Atenèa.
La
signora Nela, dalla faccia di melanzana piantata senza collo sopra le poppe
enormi, non apriva bocca se prima non si consigliava con gli occhi del marito.
Ma a una delle figliuole, girando lo sguardo sul ciglione lí vicino, su cui
sorgono i due Tempii antichi, quello di Giunone da una parte e quello detto
della Concordia dall'altra, in un soprassalto d'ammirazione scattò proprio dal
cuore:
-
Uh bello, papà!
Il
Maltese la fulminò con una guardataccia.
Sapeva bene il valore del podere, e che Maràbito aveva già compiti
settantacinque anni. Ora, dandosi a vedere per un verso mal contento del podere
e per l'altro contento dello stato di salute del vecchio, sperava di potere
ancora lesinare sul vitalizio di due lire al giorno già convenuto. La terra è
terra, soggetta alle vicende del tempo, e due lire al giorno son due lire al
giorno.
Ma
non gli venne fatto. Visitando passo passo il podere, non ebbe proprio dove
metter pecca; e quell'animalaccio di Grigòli pareva glielo facesse apposta!
-
Qua qua, guardi qua!
E
con le mani sollevava i pampini d'una vite per mostrare certi grappoli piú
grossi d'una poppa della signora Nela.
-
Qua qua, guardi qua!
E
mostrava nell'agrumeto, ch'egli chiamava giardino, certe lumíe, certi
portogalli, la cui vista soltanto, a suo dire, ricreava il cuore.
-
Questo giardino, Eccellenza, è vermiglio cosí tutto l'anno!
Michelangelo Scinè guardava e chinava la testa, brusco. Non potendo far altro (o
fors'anche in grazia di quell'Eccellenza che Grigòli non gli risparmiava)
fingeva di sbuffare per il caldo.
-
Si crepa! si crepa!
Maràbito non parlava: gli seccava anzi che parlasse tanto Grigòli, essendosi
accorto che lo Scinè a mano a mano s'intozzava dalla bile. Piú volte, infatti,
come se non avesse udito i continui richiami di Grigòli, era passato diritto o
s'era fermato con gli occhi socchiusi e l'indice d'una mano sulla punta del
naso, quasi assorto in qualche conto complicato. Grigòli però senza scomporsi,
s'era rivolto alla si-donna Nela e alle due ragazzone:
-
Qua qua, guardino qua!
Tanto che Maràbito, alla fine, stimò prudente ammonirlo:
-
E zitto, via, Grigoletto! I padroni hanno occhi per vedere da sé.
Fece peggio. Grigòli, imperterrito, incalzò:
-
Avete ragione! La vostra bocca non parla mai! Ah, non per vantarlo di presenza,
ma la verità è verità: un altr'uomo fatto per la fatica come Zio Maràbito non
c'è mai stato e non ci sarà mai: vero maestro per la campagna, poi; quanto a
rimondare, a innestare, a potare, uguale forse sí, ma meglio di lui in tutto il
territorio di Girgenti non si ritrova. Qua, qua questi mandorli innestati da
lui; piante massaje come queste non ce n'è: ogni albero tre, quattro staja
l'anno, che Voscenza può contarci a occhi chiusi. E questi albicocchi
qua? Se Voscenza ne assaggia il frutto non se lo può piú levar di bocca:
vera rarità! Pero, questo, signorinella; fa pere grosse cosí! Terra come questa
non ce n'è: non ci manca nulla! E Maràbito, in coscienza, se l'è meritata, che
ha saputo lavorarla come Dio comanda. Peccato che ora è vecchierello...
Don Michelangelo non ne poteva piú. Proruppe:
-
Che vecchierello, somarone, che vecchierello! Non vedi che cammina meglio di me?
-
Questo non vuol dire! - rispose con un sorriso da scemo Grigòli. - Voscenza
m'è padrone, e non per contraddirla, ma cosí bello grasso, voglio dire in salute
com'è Voscenza, non è tanto facile camminare ora qua per la vigna.
La
vigna era zappata di fresco, e veramente ci s'affondava, col pericolo anche di
slogarsi un piede. Ne esalava poi un senso d'umido, corrotto in basso nell'afa
di quelle giornate ancora di sole caldo; e don Michelangelo, stronfiando, ne
soffriva come d'una smania che gli si fosse messa allo stomaco. Ma era anche per
la parlantina di quel ménchero là.
-
E chétati una buona volta! Parli piú d'un giudice povero! Il podere è buono, il
podere è buono, non dico di no, ma... ma... ma...
E
seguitò la frase movendo l'indice e il medio d'una mano: il che significava: due
lire al giorno son due lire al giorno.
-
Padrone mio, - intervenne a questo punto Maràbito, fermandosi: - domani all'alba
io me n'andrò sú al paese, e stia sicuro che ci andrò a morire, perché quella
ch'è stata finora la mia vita la lascerò qua, in questa terra. Non mi piace
parlare; ma ciò ch'è giusto glielo debbo dire. Non creda ch'io stia facendo
questo negozio per poca voglia di lavorare. Ho lavorato fin da quand'ero ragazzo
di sett'anni; e vita e lavoro per me sono stati sempre una cosa sola. Sappia che
lo faccio, non per me, ma per la mia terra che con me patirebbe, perché non sono
piú buono da lavorarla come il mio cuore vorrebbe e l'arte comanda. In potere di
Voscenza e di Grigoletto che sa l'arte meglio di me, sono sicuro che alla
terra non mancherà mai nulla e sono pronto a staccarmene ora stesso, senza
neanche fiatare. Ma se Voscenza non è piú contento, me lo dica chiaro e
non ne facciamo piú niente.
La
signora Nela e le due figliuole non s'aspettavano quest'uscita del vecchio e lo
guardarono allocchite. Ma don Michelangelo, da volpe vecchia, esclamò
sorridendo, rivolto a Grigòli:
-
E tu mi dicevi che non parla! alla grazia!
Poi, rivolto a Maràbito:
-
O che debbo dirvi, dunque, che siete vecchio stravecchio e in punto di morte?
-
Come sono, Voscenza lo vede, - rispose il vecchio, aprendo le braccia. -
Gli anni miei non li so. So che mi sento stanco. E Voscenza, ripeto, può
star sicuro che dei suoi belli denari con me non ne sciuperà molti. Prendo la
via di Ciuzzo Pace, ch'è per me la migliore, e lor signori si godranno il fondo
e spero in Dio che non me lo faranno patire.
III
-
Hanno abbattuto gli albicocchetti davanti la roba - diceva Maràbito,
appena quindici giorni dopo, alle vicine della piazzetta di Santa Croce.
Chiudeva gli occhi e li rivedeva tutt'e tre, quegli alberetti, lí sulla spianata
del ciglione. Erano cosí belli! Perché atterrarli?
-
Certo com'è certo Dio, questa è opera di Grigòli, che, per far legna, dà a
intendere al padrone che gli alberi sono secchi.
Ma
s'ingannava. Non passò neanche un mese, che vennero a dirgli:
-
Hanno abbattuto la roba.
La
roba? Eh già: il Maltese, al posto della vecchia roba, voleva far
sorgere una bella cascina nuova, e quei tre alberetti lo impicciavano.
-
Godetevi in pace il vitalizio! - lo esortavano le vicine.
-
Tre alberetti: state a piangere come se vi avessero tagliato le braccia.
-
E le bestie? - soggiungeva allora Maràbito. - M'hanno detto che l'asinella,
l'animaluccia mia, è ridotta cosí male che non si regge piú in piedi. E Riro?
Riro non si riconosce piú.
-
Chi è Riro?
-
Il giovenco.
-
Credevamo che fosse un vostro figliuolo!
Da
un canto le vicine sentivano pietà di lui; dall'altro, certe volte, non potevano
tenersi dal ridere.
-
Ma se adesso il padrone è quell'altro! Lasciategli fare ciò che gli pare e
piace!
Ora appunto questo non sapeva tollerare Maràbito. Che il Maltese fosse il
padrone, sí; ma che dovesse poi distruggergli il frutto di tante fatiche,
maltrattargli le bestie, questo no: questo il Signore non doveva permetterlo.
E
si recava in fondo al viale detto della Passeggiata, all'uscita del
paese, di dove poteva scorgere la sua terra lontana, laggiú laggiú nella
vallata, tra i due Tempii antichi. Guardava e guardava, come se con gli occhi
potesse impedire di lassú lo sterminio del Maltese. Il cuore però non gli
reggeva a lungo, e se ne ritornava pian piano, con le lagrime agli occhi.
Anziché da Porta di Ponte preferiva prendere per la via solitaria sotto San
Pietro fino al Piano di Ravanusella; con tutto che fosse malfamata quella via
per tanti delitti rimasti oscuri e, a passarci sul tardi, incutesse un certo
sgomento. I passi vi facevano l'eco, perché il pendio del colle troppo ripido
metteva lí quasi a ridosso i muri. delle case. Case che, sul davanti, nella
straduccia piú sú, erano d'un sol piano e di misero aspetto, qua di dietro
avevano certi muri che parevano di cattedrale. Dall'altro lato, in principio, la
via mostrava ancora l'antica cinta della città con le torri mezzo diroccate.
Nella prima, chiusa appena da una portaccia stinta e sgangherata s'esponevano i
morti sconosciuti e si portavano per le perizie giudiziarie gli uccisi.
Attraversando quel tratto, Maràbito avvertiva realmente, nel silenzio e tra
l'eco dei passi, come un sospetto che ci fosse qualcosa, in quella via, di
misterioso; e non gli pareva l'ora d'arrivare al Piano di Ravanusella, arioso.
Ma vi respirava per poco. Gli toccava di là risalire verso lo stretto di Santa
Lucia, anch'esso malfamato e quasi sempre deserto, per riuscire a Porta Mazzara,
dove imboccava la via del Ràbato.
Abituato a vivere in campagna, entrando nella stretta delle case, si sentiva
ogni volta soffocare, anche se attraversava la città per la via maestra, ch'egli
non chiamava col suo nome - Via Atenèa - ma a modo di tutti (e chi sa perché) la
Piazza Piccola: di piazza non aveva proprio nulla; era una via un po' piú larga
e piú lunga delle altre, serpeggiante, lastricata, con case signorili e botteghe
in fila. Che fracasso facevano su quei lisci lastroni scivolosi gli scarponi
imbullettati di Maràbito che andava curvo e cauto, con l'andatura dei contadini,
le mani alla schiena e guardando a terra, mentre la nappina della berretta nera
a calza gli ciondolava sulla nuca a ogni passo.
Si
rimescolava tutto, scorgendo da lontano, a destra, la bottega di panneria dello
Scinè con le quattro grandi vetrine sfarzose e la porta in mezzo. Era proprio
nel centro della via, un poco prima del Largo dei Tribunali, dove la gente
s'affollava di piú. Spesso don Michelangelo stava seduto davanti la porta, col
pancione che pareva un sacco di crusca tra le cosce aperte, e cosí sbracato che
la camicia gli strabuzzava perfino di sotto il panciotto. Fumava e sputava.
Vedendo Maràbito che veniva avanti pian piano, gli figgeva gli occhi addosso e
pareva se lo volesse succhiar vivo con lo sguardo, come la vipera un ranocchio.
Dispettoso, gli domandava, sorridendo:
-
Come si va? come si va?
-
Come vuole Dio, - rispondeva duro Maràbito, senza fermarsi. E tra sé diceva: - A
tuo dispetto voglio campare! - E gli veniva la tentazione di voltarsi e fargli
le corna dalla via.
Se
non che, poco dopo, vedendosi solo nel suo vecchio casalino, s'avviliva.
-
Che sto piú a farci?
-
Zitto, vecchio stolido! - lo rimbeccavano allora le vicine per confortarlo. -
Chiamate la morte? Ringraziate Dio piuttosto che ha voluto darvi la buona
vecchiaja.
Ma
il vecchio scoteva il capo, levava una mano a un gesto di stizza: che buona
vecchiaja! E si metteva a piangere come un bambino:
-
Mi rimprovera il pane che mangio e questi quattro giorni che mi restano!
-
E voi campate cent'anni a suo marcio dispetto! - gli gridavano quelle a coro,
aprendo il fuoco contro lo Scinè.
-
Sanguisuga dei poveri! Succhiategli il sangue, come lui l'ha succhiato a tante
povere creature! Cent'anni, cent 'anni dovete campare! Il Signore e Maria
Santissima delle Grazie debbono tenervi in vita per farlo crepar di rabbia. Le
ossa s'ha da rodere, cosí!
E
stropicciavano in giro, furiosamente, la punta di un gomito sulla palma
dell'altra mano.
-
Cosí! cosí!
Nello stesso tempo, don Luzzo l'orefice, ch'era la peggior lingua di tutta la
via Atenèa, e il farmacista dirimpetto tenevano sú per giú il medesimo discorso,
sebbene con minore efficacia di gesti e di frasi e in tono di scherno, a don
Michelangelo Scinè.
-
Quel vecchio cent'anni vi campa, caro Maltese!
Ma
lo Scinè spingeva in su le guance e la bocca in una smorfia d'incredulità
stizzosa. (Cosa strana, però: pure in quella smorfia, le sopracciglia fortemente
segnate, sotto la fronte tonda come un boccale, gl'imprimevano nella faccia
grassa stupida e volgare quasi un segno di tristezza avvilita.)
Il
podere, se l'era fatto stimare, prima di fare il contratto: due salme e
mezzo di terra, tutta beneficata, per meno di dodici mila lire non avrebbe
potuto averle: Maràbito, settantacinque anni, non doveva compirli piú: per bene
che stesse, quant'anni avrebbe potuto vivere ancora? tre, quattro; abbondiamo,
fino a ottanta; dunque, da tre a quattro mila lire: fino a dodici mila, ci
correva.
-
Lasciatelo campare, poverello: mi fa proprio piacere.
Cosí il rodimento lo dava lui agli altri. Anzi, per rappresentar meglio la sua
parte, una mattina, vedendo passare il vecchio davanti la bottega, volle fargli
cenno d'accostarsi.
-
E venite qua, santo Dio! Perché mi fuggite cosí? Che male v'ho fatto?
-
Nessuno, a me; - gli rispose Maràbito - ma la terra io gliel'avevo raccomandata
tanto, a Voscenza; e anche le povere bestie; Riro, Riro è
morto; non me ne so dar pace!
-
E io? - esclamò il Maltese. - Non me ne parlate! Quel Grigòli è una canaglia.
Per colpa sua. Ma anche per colpa vostra, un poco!
-
Mia?
-
Vostra, vostra. Perché se voi, col vostro brutto caratteraccio, invece di
fuggirmi come se v'avessi rubato, mentre Dio solo sa che sacrifizio sto facendo
a darvi queste due lire al giorno; se invece di fuggirmi, dicevo, mi aveste
ajutato coi vostri buoni consigli, né io né voi saremmo cosí scontenti, né
Riro forse sarebbe morto.
Rimase abbagliato lui stesso, il Maltese, dalle sue parole. Difatti, ora che ci
pensava, chi meglio di Maràbito avrebbe potuto ajutarlo a guardarsi da
quell'imbroglione di Grigòli? Ma il vecchio restò ferito.
-
Ah dunque Voscenza vorrebbe dire che Riro è morto per me?
-
Per voi, certo! Io avrei seguito i vostri consigli, senza lasciarmi menar per il
naso da quello lí che s'approfitta della mia inesperienza, ruba a tutto spiano e
fa di padrone: spacca-e-liscia. Il padrone sareste rimasto voi invece, da
lontano, e tutto sarebbe andato per il meglio. Io vi voglio bene e voglio che vi
diate cura della vostra salute. Venite, venite da me. C'intenderemo!
Proferí forte quest'ultime parole, perché le udisse don Luzzo l'orefice.
-
Quanto bene gli volete, a quel vecchio! - sghignò infatti quello, appena
Maràbito si fu un poco allontanato. - Ma se cercate di persuaderlo con le buone
a morir presto, il fiato ci sprecate: cent'anni vi campa, quel vecchio, ve l'ho
detto!
Don Michelangelo ripeté la solita smorfia e gli mostrò le cinque dita della
minaccia.
-
Ancora tanti, vedrete!
IV
Ogni quindici giorni, intanto, Maràbito si recava dal notajo Nocio Zàgara per
riscuotere le rate del vitalizio.
Don Nocio, per carne addosso, non ne aveva meno dello Scinè; ma era molto piú
alto di statura: un gigante panciuto che riempiva di sé tutta la stanza a
terreno dove teneva lo studio notarile. Affogata nel lardo delle garge enormi
aveva però una bionda ridicolissima faccina da bimbo, con due occhietti chiari
chiari e fervidi. Rosso e poroso come una fragola, il nasetto gli spariva tra le
ripiegature delle guance. Nella ridondanza della pappagorgia gli spariva la
tenera puntina del mento, da stringere tra due dita, per la simpatia, con quel
bucolino nel mezzo.
-
Ho ancora quattr'annucci, - soleva dire, - e m'hanno gonfiato cosí!
Sempre in tempera di scherzare, vedendo entrare Maràbito, gli domandavi con una
vocetta di naso ("nànfara", come la chiamano in Sicilia):
-
Che dice, che dice quell'altro "archilèo"?
Maràbito non comprendeva quella parola "archilèo", e restava a guardarlo
sbattendo gli occhi. Il notajo si spiegava meglio:
-
Don Michelangelo, via. Tanto contento di voi non dev'essere. Si comportò meglio
Ciuzzo Pace.
Maràbito allora si stringeva nelle spalle.
-
Segno che la mia terra gli è piaciuta.
-
Sí, ma voi vi dovreste sbrigare: so che siete un galantuomo!
E
gli batteva una mano sulla spalla.
Sapeva che gli affari del Maltese, da un pezzo, non prosperavano piú come prima.
E siccome gli piaceva il parlar figurato, per lo Scinè ripeteva quest'apologo:
"Un palloncino vide in cielo la luna, e gli venne il desiderio di diventare luna
anche lui. Pregò il vento che strappasse di mano al ragazzo la funicella da cui
era tenuto. Il vento lo secondò e lo portò sú, sú, sú. Troppo sú! E il
palloncino: pa! Schiattò".
Quell'ultima pazzia del vitalizio al Maràbito, per esempio, perché il gioco gli
era riuscito bene la prima volta con quel povero Pace! Ma la morte sa essere
anche buffona, se le gira: "Ah, mi tenti di nuovo? Bene. Andrò dal vecchio,
quando piacerà a me. E tu paga, intanto, paga!".
-
Due lire al giorno: e che sono rena?
Erano troppe veramente per Maràbito che non aveva da pagar pigione di casa e,
per mangiare, si adattava con un po' di pane e companatico, la mattina, e un po'
di cotto la sera: macco o minestra, quando non erba sola e, tante volte,
senza olio, piú da bestie che da cristiani.
Si
cucinava da sé nel fornelletto dello stanzino a terreno, dietro la stanza grande
dove passava le giornate. Quel fornelletto era sotto la finestrina, munita in
fondo allo strombo d'una grata; e su quello strombo unto e affumicato erano
tutti gli attrezzi di cucina e di tavola: il tegame e la pentola di coccio, una
scodella di rozza terraglia smaltata e dipinta con certe ditate di rosso e di
blu che volevano esser fiori, una forchetta e un cucchiajo di stagno: tutte
compere nuove. Il coltello, di quelli a punta col manico d'osso, Maràbito, come
ogni buon contadino, lo teneva sempre in tasca, anche per il solo pacifico uso
d'affettarsi il pane.
Giú, la stanza grande, col soffitto a travicelli, era divenuta gialla come la
fame, e la crosta dell'intonaco, a una parete, s'era come raggrinzita e cascava
a pezzettini. Il casalino, da tanti anni disabitato e chiuso, aveva preso la
polvere; la quale, appassita, esalava un tanfo di vecchio che non se n'andava
piú.
Maràbito non l'amava, quel suo casalino; come non amava la città, a cui prima
dalla campagna non saliva quasi mai. Ora, a poco a poco, cominciava a
riconoscerne le viuzze, ma come da lontano, a certi odori che lo facevano
fermare, perché gli ridestavano dentro svaniti ricordi dell'infanzia. Si
rivedeva ragazzetto trascinato per mano dalla madre e sú e sú per tutti quei
vicoli a sdrucciolo, acciottolati come letti di torrenti e tutti in ombra,
oppressi dai muri delle case sempre a ridosso, con quel po' di cielo che si
poteva vedere nello stretto di essi, a storcere il collo, che poi nemmeno si
riusciva a vederlo, abbagliati gli occhi dalla luce che sfolgorava dalle
grondaie alte; finché non arrivava al Piano di San Gerlando sú in cima alla
collina. Ma arrivato lassú, di tutta la città non scorgeva altro che tetti:
tetti tesi in tanti ripiani, tetti vecchi, di tegole logore, o tetti nuovi,
sanguigni, o rappezzati, che sgrondavano di qua e di là, chi piú e chi meno;
qualche cupola di chiesa col suo campanile accanto e qualche terrazza su cui
sbattevano al vento e sbarbagliavano al sole i panni stesi ad asciugare.
Della madre non aveva buoni ricordi. Era una donna alta stecchita, di pochi
capelli, con certi occhi cupi adirati e un collo lungo lungo e sotto il collo
(ricordava) un po' di gozzo, come le galline. Rimasta vedova presto s'era
rimaritata con uno di Montaperto; e lui, ragazzo di sette anni, era stato messo
a lavorare in campagna da un compare del padre, uomo bestiale, rosso di pelo,
che con la scusa d'ammaestrarlo, lo picchiava ogni sera, senza ragione.
Ricordi lontani, quasi senza piú immagini.
Anche degli anni passati in America, a Rosario di Santa Fe’, oltre l'impressione
del tanto e tanto mare che aveva corso per arrivarci e trovare che là di giugno
era inverno e di Natale era estate (tutto alla rovescia), non serbava ricordi:
s'era trovato tra compaesani emigrati con lui e condotti in branco a lavorare la
terra, ch'è da per tutto la stessa, come le stesse da per tutto sono le mani che
la lavorano. E, lavorando, lui non aveva mai pensato a niente; concentrato tutto
nelle sue mani e nelle cose ch'esse adoperavano per il lavoro da compiere. Per
piú di quarant'anni, in quell'appezzamento comperato col denaro ch'era riuscito
a raggruzzolare laggiú, tra lui e l'albero da potare, o la zappa da raffilare, o
il fieno da falciare non s'era mai messo nulla di mezzo a frastornarlo, e fuori
del filo acciajato e lucente di quella zappa, e il taglio della sua ronca e
della sua accetta sul ramo di quell'albero, e il frusciare dell'erba fresca
appena stendeva la mano per acciuffarla e l'odore che quel fieno spruzzava
reciso dalla sua falce, non aveva né visto né sentito mai altro. Tutte piene di
cose da fare, allora, le sue giornate, anche quando il Signore mandava la buona
acqua sulle terre assetate: bisacce da rattoppare, canestri e cestoni da
accomodare, zolfo da pestare per la vigna. A vedere ora là in un canto della
stanza qualche resto dei suoi attrezzi rurali, una vecchia falce arrugginita
appesa a un chiodo accanto all'uscio che metteva nello stanzino, provava in
quell'ozio, che per lui era vuoto, vuoto della mente e vuoto del cuore, un tale
avvilimento, che andava sú nella stanza a solajo a raggricchiarsi sullo
strapunto di paglia per terra, come un cane ammalato.
Non poteva vedersi là tra tutte quelle femmine e quei ragazzi della piazzetta di
Santa Croce: la z'a Milla, ch'era la meglio del vicinato e dettava legge a
tutti, placida placida, fina e pulita come una signora; la z'a Gàpita, che
pareva una pentolaccia squarciata, con tanto di pancia, come se fosse sempre
gravida; la 'gna Croce che strillava dalla mattina alla sera non solo ai
cinque figliuoli, che non le lasciavano addormentare il sesto, sempre attaccato
a quella pellàncica cenciosa, che quando se la cavava dal corpetto faceva
sputare dallo schifo; ma alle otto galline e al gatto e al porchetto che
allevava in casa di nascosto alle guardie municipali; e la 'gna
Carminilla detta La Spiritata; e la z'a Gesa detta La Mascolina; e
tutte le altre che non finivano mai.
Noto com'era ch'egli non aveva mai voluto saper di gonnelle, nemmeno da giovine,
tutte queste donne provavano ora per lui un curioso sentimento, che un po' le
irritava sotto sotto, e un po' le faceva sorridere di nascosto, specialmente
certe volte che lo vedevano impacciato e scontroso ripararsi ancora e schermirsi
da alcune innocenti attenzioni che, sapendolo solo, volevano usargli. Nessuna
punta di spregio in quel sentimento, ché anzi erano disposte a riconoscergli una
certa furberia per aver dimostrato di comprendere ciò che di solito la cara
minchionaggine degli uomini non comprende: che, cioè, quello che esse dànno, e
che per gli uomini è tanto (tanto che perfino ci fanno le pazzie), per loro è
meno che niente, anzi il loro stesso piacere. Ora, non esserselo preso, questo
piacere, per non darlo alle donne pagandolo come tutti gli altri uomini lo
pagano, per loro era in fondo da saggio; e provavano soddisfazione a fargli
vedere che tuttavia erano pronte a servirlo lietamente pur non avendo mai avuto
nulla da lui.
C'era poi, piú palese, un altro sentimento, che non era tanto di carità per lui,
quanto di stizza contro il Maltese e di pena ancor viva per quel povero Ciuzzo
Pace, morto appena sei mesi dopo il contratto di vitalizio. Questa volta, quella
"sanguisuga dei poveri" non doveva averla vinta. E curavano a gara Maràbito,
quasi impegnate davvero a farlo vivere cent'anni, per far la vendetta di
quell'altro.
V
Se
non che, quella canaglia del Maltese doveva certo esser venuto a patti col
diavolo. "Altri cinque anni." E difatti, ecco che entrato da pochi giorni nel
suo ottantesimo anno, Maràbito ammalò.
Vedendo quella mattina rimaner chiusa la porta del casalino, le vicine
impensierite, dopo aver bussato a lungo invano con le mani, con le ginocchia,
coi piedi, mandarono a chiamar le guardie: restando nell'attesa davanti la porta
a chiamare in tutti i modi il vecchio:
-
O zi' Marà!
-
Vecchiuzzo nostro!
-
Date almeno la voce!
Forzata la porta, corsero sú nella stanza a solajo, ormai certe di trovarlo
morto.
-
No, no: ha gli occhi aperti; ha gli occhi aperti!
Lucenti, però, e imbambolati dalla febbre. Dio, scottava! E là per terra, come
un cane: su quello strapunto di paglia!
Per prima cosa pensarono di trasportarlo giú, nella stanza a terreno, perché
avesse almeno un po' d'aria e non fosse mangiato dai topi (era avvenuto qualche
volta). Gli approntarono alla meglio un letto, chi prestando i trespoli, chi le
tavole, chi una materassa, e un pajo di lenzuola pulite e una coperta; e
mandarono per il medico. La z'a Milla intanto aveva sentenziato ch'era una
polmonite, ma di quelle proprio coi fiocchi. La 'gna Croce, però,
strillando al solito suo, con le braccia levate:
-
Polmonite? Levàtevi! Che medico e medico! Questo è tutto malocchio! Lasciate
fare a me!
E
con l'ajuto della z'a Gàpita e della 'gna Carminilla si mise a parare il
letto, appena levato, appendendogli intorno ogni sorta di scongiuri: sferre di
cavallo, corna di capro, sacchetti scarlatti pieni di sale. Requisí poi tutte le
granate del vicinato e le appoggiò con la scopa all'insú al muro del casalino,
di qua e di là della porta, come a guardia dell'entrata.
Quando il medico vide quel letto cosí parato, s'indignò:
-
Levate via subito codeste porcherie!
Confermò, con molta soddisfazione della z'a Milla, ch'era caso di polmonite, e
grave; e consigliò che l'infermo fosse portato con tutte le cautele
all'ospedale. Ma a questo le vicine s'opposero con vivaci proteste: che c'erano
loro per assisterlo di giorno e di notte e curarlo amorosamente, secondo le
prescrizioni, senza bisogno di portarlo all'ospedale dove i poveri andavano
soltanto per far studiare i signori dottori e morire.
Andato via il medico, appena la z'a Milla fece l'atto di dire: "Vedete che avevo
ragione io", la 'gna Croce le piantò in faccia due occhi cosí e corse in
casa a prendere la mantellina, gridando alla z'a Gàpita:
-
Fatemi il favore di dare un occhio alla casa e a queste sei creature!
Tornò di lí a poco con la Malanotte, ch'era una vecchia strega, famosa
per levare il malocchio: nera come la pece, con certi occhi da lupa e una bocca
enorme, da cui usciva una vociaccia rôca maschile.
Costei si fece portare una scodella piena d'acqua e un'ampollina d'olio. Ordinò
che si chiudesse la porta e che l'infermo fosse tenuto a sedere sul letto. Poi
accese un cero, pose sul capo al vecchio la scodella e vi fece cadere pian
pianino una goccia d'olio, lí sull'acqua, in mezzo. Tutt'intorno le vicine
guardavano, trattenendo il fiato. Con gli occhi fissi su quella goccia d'olio
galleggiante, la Malanotte si mise a borbottare incomprensibili
scongiuri, e quella a poco a poco cominciò a spandersi, a dilatarsi.
-
Vedete? vedete?
Nella scodella, al lume incerto del cero, tremolava un disco lucente, come una
luna.
Le
vicine s'erano rizzate sulla punta dei piedi, allibite; qualcuna si picchiava il
petto con le pugna, dallo stupore. La Malanotte buttò alla fine l'acqua della
scodella in un catino:
-
Tutto malocchio accumulato!
Versò altra acqua nella scodella sul capo del vecchio, vi fece cadere un'altra
goccia d'olio, la quale questa volta si dilatò un po' meno agli scongiuri.
Ripeté altre volte quest'opera di magia, finché la goccia non rimase qual'era,
galleggiante in mezzo alla scodella. E allora la Malanotte annunciò:
-
L'ho liberato. E adesso a quel canaccio ci penso io!
Nessuno poté levare dal capo alle vicine che il vecchio fosse guarito per opera
della Malanotte.
-
Vero miracolo!
E
quando, poco dopo, si sparse la notizia che al Maltese era sopravvenuto un male
in cui neppure i medici sapevano veder chiaro: "Giusta vendetta della strega!"
pensarono. E ci avrebbero messo le mani sul fuoco.
Maràbito s'era levato da pochi giorni quando venne a sapere della malattia del
Maltese. Come avrebbero potuto mai immaginarsi le vicine che questa notizia
dovesse fargli tanta impressione? Lo videro piangere.
-
Siete ammattito? E che ve ne importa se muore? Ha tirato ad ammazzar voi, e s'è
ammazzato lui, invece, da sé. Ora, se la moglie e le figliuole non vi vogliono
dare ciò che vi spetta, dovranno restituirvi il podere. Non abbiate paura!
-
Ma io non piango per me! - protestò il vecchio. - Per me provvederà Dio.
M'affliggo per lui, che alla fin fine è padre di famiglia e tanto piú giovane di
me.
E
appena ebbe notizia che il Maltese, non ostante il grave stato in cui si
trovava, s'era fatto trasportare per forza giú al negozio su una seggiola, stimò
dover suo andargli a far visita. Non erano amici, oramai?
Non s'aspettava, povero vecchio, d'essere accolto a modo d'un cane.
Seduto presso il banco lo Scinè appena lo vide entrare, diede un pugno e urlò,
tentando di levarsi in piedi:
-
Avete il coraggio di comparirmi davanti? Fuori! Uscite fuori, assassino!
Cacciatelo via!
I
commessi di negozio accorsero ad afferrarlo per le braccia, per il petto, per le
spalle, e lo spinsero sulla strada, mentre il povero vecchio s'affannava a
ripetere:
-
Ma che colpa ci ho io, se la morte non m'ha voluto? Non si può fare apposta...
Non è mancato per me...
VI
Tra fasci di vétrici, di vinchi, di vímini, lunghi come serpentelli, Maràbito
passava ora la giornata a intrecciar panieri, corbelli, cofani e cesti, per
consiglio delle buone vicine.
-
L'ozio vi fa male. Non ci siete avvezzo. Codesto è lavoro lieve e vi servirà da
passatempo.
E
lui, svelto come un giovanotto. Bisognava vederlo. Col lavoro gli era tornata
l'allegria.
-
Quando n'avrò fatti parecchi, ogni mattina me n'andrò in giro a venderli. "Ceste,
corbelli, panieri!" Voglio fare la dote ad Annicchia.
Annicchia era una bambina, orfana di padre e di madre, che una delle vicine, la
z'a Milla, s'era tolta in casa e trattava da figliuola. Le volevano bene tutti,
lí nella piazzetta di Santa Croce; e perciò quella promessa del vecchio, di
farle la dote, fu accolta con gioja. Ogni mattina le vicine ajutavano Maràbito a
caricarsi delle sue ceste. Caricato, egli si faceva il segno della croce e
provava il bando:
-
Ceste, corbelli, panieri!
Poi si voltava a domandare:
-
Va bene cosí?
-
Benone! - rispondevano quelle, ridendo. - E Dio vi accompagni, Zi' Marà! E non
dimenticate di passar davanti la bottega di quel galantuomo; e strillate forte
allora: cosí la faccia gli diventerà piú verde dalla bile.
Ma
no, questo no, Maràbito non voleva farlo, quantunque il Maltese l'avesse
trattato a quel modo, l'ultima volta. Per via Atenèa doveva passare per forza,
ma quanto piú al largo gli fosse possibile dalla bottega di colui, e zitto, ché
quegli non l'udisse neppure da lontano. Non gli pareva giusto fargli dispetto,
tanto piú che lo sapeva in istato di giorno in giorno piú grave, ostinato
tuttavia a star lí nella bottega, a morir lí. Gliene rincresceva sinceramente,
ma piú gli rincresceva che, sconoscendo i suoi sentimenti, il Maltese non lo
chiamasse piú come prima per parlargli della campagna.
Dacché s'era ammalato, non ne aveva quasi piú notizie. Per averne, doveva
aspettare che venisse sú in città Grigòli di tanto in tanto. E quelli per lui
erano giorni di festa. Domandava di quel tal mandorlo, di quel tale olivo e
della vigna e dell'agrumeto, e non gl'importava che la terra non fosse piú sua,
purché facesse il suo dovere e, lasciando contento il nuovo padrone, si facesse
amare da lui.
-
Di me non è contento; sia almeno contento di lei! E le mule? Come stanno, le
mule? stanno bene? Anche l'asinella è morta, ho saputo! Pazienza! S'è levata di
patire. Le bestie, figlio mio, guardale bene negli occhi: t'accorgerai che la
fatica la capiscono; la gioja, no.
E
dava a Grigòli i buoni consigli ch'era solito di dare al Maltese prima della
rottura.
-
Bada, Grigoletto: se non cadono le prime acque, non rimondare. La pianta ti
resta ferita e l'acqua le può far male. E un'altra cosa ti dico: appena piove,
rompi la terra e sta' ad aspettare che l'erba schiumi di nuovo; poi passa
l'aratro, e il terreno ti verrà netto, e allora sémina. Ma dimmi... non sai
dirmi nulla?
-
Nulla, - rispondeva Grigòli, scrollando le spalle. - Che volete che vi dica?
Ogni notte canta il gufo laggiú.
Il
vecchio alzava le lunghe sopracciglia e chiudeva gli occhi, scotendo il capo.
-
Segno di buon tempo! E se questa luna di settembre non ci porta acqua, siamo
rovinati, Grigoletto! Tutta l'annata se n'andrà leggera. Si scorge l'isola di
Pantelleria, sul tramonto, in fondo in fondo al mare?
Grigòli rispondeva di no col capo.
-
Abbiamo guaj! "Se si scorge Pantelleria, certo l'acqua sta per via."
Regola che non falla nelle nostre campagne. Porti fichi d'India al padrone?
Tieni, vèrsali qua, in questi due panieri nuovi: te li regalo io.
Se
avesse saputo che il Maltese, di lí a poco, quei due panieri nuovi li avrebbe
fatti saltar dalla finestra! Ma roba di colui in casa non ne voleva.
-
Jettatore? Peggio! - gridava col sangue agli occhi a Grigòli. - Vedi come m'ha
ridotto? Fattura della Malanotte, per ordine di lui! L'ho saputo. E se
muojo - oh! - mia moglie è avvisata: in galera debbono andare, in galera tutt'e
due! Assassinio premeditato. Altro che cerosi epàtica! Mi fanno ridere i
medici!
E,
voltandosi alla moglie, alzava una mano in segno di minaccia, come per
ricordarle: "Guaj a te, se non lo fai!".
La
signora Nela, rossa come un peperone, si mordeva il labbro per non piangere in
presenza del marito: sentiva spezzarsi il cuore nel vederlo ridotto in quello
stato, proprio agli estremi. Credeva anche lei che la Malanotte e il
Maràbito fossero cagione di quella sciagura. E quando, di lí a pochi giorni, il
Maltese, pur protestando nel delirio dell'ultima febbre che non voleva morire,
morí; davvero ella chiese consiglio a un avvocato, se non fosse il caso d'agire
contro i due assassini.
Maràbito, quel giorno, vedendo le tre porte del negozio serrate, con la fascia
nera di traverso in segno di lutto, rimase un pezzo quasi inchiodato sul
lastrico della via. Se ne tornò al Ràbato come un cane bastonato. Le vicine si
radunarono in grande assemblea, discussero animatamente su ciò che al vecchio
convenisse di fare e alla fine decisero di mandarlo dal notajo Zàgara,
raccomandandogli però di tenersi ben fermo nei termini del contratto, ch'era per
lui una botte di ferro.
-
Come! - esclamò Nocio Zàgara, vedendosi davanti il vecchio con la berretta in
mano. - Non v'hanno ancora messo in prigione?
Maràbito lo guardò dapprima stordito, poi sorrise mestamente e disse:
-
La morte in prigione, Eccellenza. Che colpa ci ho io?
-
Voi e la Malanotte, come no? - replicò il notajo. - La morte era venuta a
casa vostra, e voi, d'accordo con la strega, l'avete invece mandata da don
Michelangelo! Tutto il paese lo dice. E già la vedova, caro mio, sta pensando
per voi.
-
Per me? Oh! oh! Non facciamo storie! Perché io, se mai, non c'entro né punto né
poco! - rimbeccò il vecchio, incrociando le braccia sul petto. - Glielo giuro,
signor notajo, su la salute dell'anima mia!
Non s'accorgeva che il notajo voleva fargli paura per prendersi giuoco di lui.
-
Ah, vedete? Confessate voi stesso che il maleficio c'è stato. Ne farò
testimonianza davanti ai giudici.
-
Io? - gridò allora Maràbito, come smarrito all'improvviso nello spavento. - Io,
ho confessato? Ma se non ne so nulla, io! Ero in fin di vita, io! Ah, in galera,
per giunta, mi vogliono gettare? Levarmi il podere e gettarmi in galera a
ottant'un anni, perché non sono morto come quel poveretto di Ciuzzo Pace, dopo
sei mesi? Ma c'è la giustizia divina per i poverelli! E già se n’è vista la
prova: è morto lui, invece, lui che aveva tirato ad ammazzare me!
-
Basta, basta, - disse il notajo che non ne poteva piú dal ridere. - Speriamo che
non avvenga nulla... Ci sono altri guaj però. Eh, non vi siete contentato di
sbarazzarvi di lui soltanto: c'è anche un mondo d'imbrogli nell'eredità.
Maràbito, già messo in guardia dalle vicine, corrugò le ciglia.
-
Imbrogli? Non voglio saperne! Per me c'è il contratto che parla chiaro. Mi
ripiglio la terra.
-
Eh, vedremo... - sospirò lo Zàgara alzandosi. - Lasciate che vada dalla vedova,
e spero d'accomodare ogni cosa. Tornate da me questa sera.
In
casa della signora Nela il notajo trovò il medico che, venuto per una visita di
condoglianza, s'affannava a ripetere:
-
Ma no; ma no, signora! Sciocchezze... Non dia retta. Caso tipico di cirrosi
epàtica. Caso tipico!
E
aveva sulle labbra un sorriso di compatimento per l'ignoranza dell'enorme
signora.
Andato via il medico, la signora Nela ebbe come un terremoto nelle poppe, che
alla fine eruppe spaventosamente in singhiozzi e strilli: un'ira di Dio. Nocio
Zàgara soffriva il contagio del pianto. Vedendo sussultare quella montagna di
carne, anche la sua si mise a sussultare come per un altro terremoto. Ma subito
si alzò, irritatissimo, e quasi per castigare il pianto di sé e nella vedova,
esclamò:
-
E questo è nulla, signora mia! C'è di peggio! di peggio!
L'esclamazione non giovò. E allora don Nocio, risolutamente, venne a piantarsi
di fronte alla signora Nela.
-
O lei si calma un momento, signora, o io me ne vado. Lei è madre di famiglia e
deve pensare alle sue figliuole. Parliamo d'affari!
Come se fossero roba da ridere, gli affari! La signora Nela, appena venne a
sapere che la posizione finanziaria del defunto marito non solo era scossa, ma
anche mezzo rovinata, se prima piangeva, ora levò certi strilli da spaccare i
muri della casa. Nocio Zàgara s'avvilí; pensò di traviar la furia di quella
disperazione rovesciandola addosso al Maràbito.
-
Per carità, non me ne parli! - urlò la signora Nela, levando le braccia.
-
Se la buon'anima avesse voluto darmi ascolto! - sospirò il notajo. - Intanto,
cara signora, bisogna pure parlarne. Che vuol fare? Per me, è come lasciarsi
aperta una vena e perdere sangue a goccia a goccia. Gutta cavat lapidem.
-
Mai piú! Mai piú! - esclamò la vedova. - Quell'assassino è capace di far morire
anche me e le mie figliuole. Via, via! non voglio piú sentirne parlare!
-
Bene, - concluse il notajo: - in questo caso, avrei da presentarle una proposta.
C'è già chi s'assumerebbe gl'impegni del contratto col Maràbito. Un amico mio.
Gli feci notare che il povero don Michelangelo pagò per sei anni il vitalizio.
«Dolentissimo», mi rispose l'amico, «ma chi glielo fece fare? Peggio per lui che
pagò!» - Gli parlai allora della cascina nuova che costa già parecchie migliaja
di lire e non è ancor finita. In groppa, anche questa? No. Per la cascina, dice,
sarebbe disposto a dare qualche cosa, da tre a quattro mila lire. Ora, se lei
accetta questa proposta, ci sarebbe da cogliere, come suol dirsi, due piccioni a
una fava; e cioè, liberarsi del jettatore e d'un vecchio debito. Come lei ha
potuto vedere dalle carte che le ho presentate, il povero don Michelangelo mi
doveva cinque mila lire. Le tre o quattro mila (speriamo che siano quattro!) che
il nuovo contraente darà per la cascina, andrebbero, non a scòmputo, ma a saldo
del mio credito. Io mi contento. È contenta lei?
Contentissima, la signora Nela. E il notajo se ne tornò allo studio, ch'era già
sera chiusa.
Maràbito lo aspettava.
Don Nocio, come lo vide, gli posò le mani sulle spalle e disse, traendo un gran
sospiro:
-
Una volta c'era un padre che si lamentava cosí: «Non piango perché mio figlio
perde al giuoco; piango perché vuol rifarsi giocando ancora!». Ero in credito di
cinque mila lire col Maltese. Per non perderle, sto commettendo la piú grossa
pazzia della mia vita. Sedete. Quant'anni avete?
-
Ottantuno, - rispose Maràbito, sedendo.
-
E non siete ancora soddisfatto? Che intenzione avete?
Il
vecchio rimase a guardarlo senza comprendere.
-
Ah, fate finta di non capire? Campate troppo, caro mio. Brutto vizio! E dovreste
levarvelo.
Maràbito sorrise e alzò una mano a un gesto vago.
-
La vita, Eccellenza? - disse. - Pare lunga, ma passa. A me è passata, come
stando affacciato a una finestra.
-
Benone! - esclamò don Nocio. - E avete intenzione di starci affacciato ancora a
lungo a codesta finestra?
-
Per me, - rispose il vecchio, - se la morte viene a chiudermela anche domani, mi
fa piacere. Morire, sí, Eccellenza: ci vuol niente; ma campare apposta non si
può, se Dio vuole. Deve dirlo Lui, e io sono pronto. Che comandi ha da darmi?
Il
notajo gli diede convegno per il giorno appresso: avrebbe rinnovato il contratto
del vitalizio, assumendosi lui gl'impegni del Maltese.
-
Purché... - gli disse, aprendo le braccia e abbandonando a quel gesto la frase.
Il
vecchio, dalla via, alzò un dito al cielo pieno di stelle e poi congiunse le
mani, per significare:
-
Preghi il signore.
VII
Quando la signora Nela venne a sapere che l'amico di cui le aveva parlato il
notajo Zàgara a proposito del vitalizio era proprio lui, il notajo stesso, parve
addirittura che volesse arrabbiare. Già sosteneva che don Nocio doveva essersi
mangiata mezza l'eredità del marito. Era mai possibile che il piú ricco mercante
del paese avesse lasciato la famiglia in cosí tristi condizioni? La prova,
eccola lí, del resto: lo Zàgara non aveva avuto il coraggio di confessarle che
il contratto col vecchio l'avrebbe rinnovato lui, per conto suo, a quei patti da
vero giudeo. E se lo rinnovava per conto suo, non era segno che l'affare era
buono?
-
Approfittarsi d'una povera vedova! di due povere orfane! - gridava alla gente
che veniva a condolersi della sciagura.
-
Azionaccia che grida vendetta davanti a Dio! Ladro! ladro! Causa d'ogni male non
era piú il Maràbito, adesso, ma il notajo. Fidava in Dio, però, che quel podere
dove la sant'anima del marito aveva buttato tanti denari, quel podere, come non
se l'era goduto lei, non se lo sarebbe goduto neanche colui. E un giorno mandò a
chiamare il vecchio.
Maràbito le si presentò tutt'afflitto e imbarazzato. La signora Nela, appena lo
vide, rinnovò i pianti e gli strilli; poi proruppe:
-
Vedete? vedete che avete fatto?
Il
vecchio aveva anche lui le lagrime agli occhi.
-
Non piangete! non piangete! - gli gridò subito con rabbia la signora Nela. - A
un solo patto posso perdonarvi: a patto che facciate a lui, a quel brigante, ciò
che faceste a mio marito! Scorticatelo vivo, fatelo morire prima di voi, e vi
perdono! Non v'arrischiate di morire ora, sapete! Non deve goderselo il podere,
quel brigante! non deve berselo il sangue di mio marito! Se siete cristiano, se
avete coscienza, se vi preme l'onore, campate! campate! sempre in salute, mi
raccomando! vegeto e forte, finché egli non crepi! Avete capito?
-
'Cillenzasí, come voscenza comanda, - rispose il vecchio
investito, stordito da quella furia rabbiosa di parole. - Ma signora mia, mi
creda, sono mortificato, e Dio solo sa quello che provo dentro di me in questo
momento. Potevo mai credere, potevo mai aspettarmi, che dovessi campar tanto?
-
E altrettanto, altrettanto dovete campare! - riprese con nuova furia la signora
Nela. - Per castigo di quell'imbroglione! Datevi cura! Se vi bisogna qualche
cosa, ditelo, venite da me. Perfino il pane di bocca mi leverò per darlo a voi!
Siete provvisto d'abiti? Aspettate: ve ne darò io... ora posso darvene... quelli
della buon'anima... Dovete guardarvi dal freddo, ora che l'inverno è alle porte.
Aspettate, aspettate!
E
per forza volle fargli un fagotto d'alcuni abiti grevi del marito. Nel toglierli
dall'armadio, piangeva, si mordeva il labbro, strizzava gli occhi, inghiottiva.
-
Aspettate... aspettate... ecco, anche questo mantello... Se lo metteva,
sant'anima, quand'andava laggiú, alla vostra campagna... Tenete, tenete...
portatevelo... Vi terrà caldo; vi riparerà dalla pioggia e dal vento...
Guardatevi dal prender aria, all'età vostra! C'è sempre tanto ventaccio in
questo nostro paese!
Maràbito non poté fare a meno di caricarsi di quei doni, che non dimostravano né
carità né benevolenza per lui, e se ne tornò avvilito al casalino.
-
Caccia, Maràbito? Che portate? - gli domandarono le vicine allegramente,
credendo ch'egli portasse roba per il corredo dell'orfana. Ma, vedendo gli abiti
e il mantello del Maltese, fecero gli scongiuri di rito.
-
Codesta roba vi siete presa? Buttatela subito via, senza toccarla con le mani!
Il
vecchio scrollò le spalle e rifece pian piano il fagotto. Ma quella notte, con
gli abiti del morto in casa, non poté chiudere occhio e gli parve mill'anni che
spuntasse il giorno per disfarsene, dandoli in elemosina ai piú bisognosi di
lui.
Gli rimase da allora come un'ombra di tristezza sul volto, che s'incupiva di piú
in piú, ogni qual volta ritornava dal riscuotere le rate del vitalizio. Il
notajo, per dir la verità, non lo trattava male; ma sempre a battergli in faccia
la stessa cosa, del brutto vizio di campar troppo. E il povero vecchio se ne
crucciava. Non era mai stato di peso a nessuno in vita sua, ed ecco che ora
viveva unicamente per esser di peso a sé e agli altri. Quell'andare ogni
quindici giorni a farsi pagar lo scotto di quel peso era divenuto per lui una
vera condanna e con tutto il cuore desiderava, ogni volta che ne ritornava, che
quella fosse l'ultima. Ma i giorni passavano, passavano i mesi e gli anni; la
tristezza cresceva, e la morte non veniva; non veniva.
Le
vicine, vedendolo cosí, avevano raddoppiato le cure: non permettevano ch'egli
s'indugiasse piú tanto, la sera, a conversare con loro, seduto davanti la porta
del casalino.
-
Rientrate: fa fresco. Or ora verremo noi!
Aspettavano che i loro uomini ritornassero dal lavoro, o sú dalle campagne, o
dalle fornaci, o dalle fabbriche: la prima visita era per il vecchio. E lí, nel
casalino, dopo la magra cena, si raccoglievano le sere d'inverno a tenergli
compagnia, gli uomini fumando a pipa, le donne facendo la calza, e forzavano il
vecchio taciturno a parlare della sua lunga vita, dell'America lontana, dov'era
stato da giovine, e dove s'era adattato a far di tutto.
-
Meglio nero pane, che nera fame.
Cosí aveva potuto mettere insieme il capitaluccio, col quale, tornato in patria,
aveva acquistato il poderetto laggiú. E a mano a mano, parlando degli anni
lavorati, il vecchio si sollevava dal peso della malinconia. Parlava di tutto:
sapeva di tutto; ne aveva viste tante!
-
Voi? Oh santa Maria! E che sapete voi? - gli diceva però, scrollando il capo e
socchiudendo gli occhi, qualcuna delle piú giovani vicine. - Siete come un
bambino, siete!
E
tutte le altre donne ridevano.
Quelle conversazioni serali non si protraevano però a lungo, sia perché gli
uomini dovevano poi levarsi ai primi albori per le loro fatiche, sia per non
stancar troppo il vecchio. Gli auguravano la buona notte; gli raccomandavano di
serrar bene la porta e di chiamare a un bisogno; poi si scambiavano a bassa
voce, per via, le loro impressioni su lo stato di lui.
-
Cent' anni, cent'anni campa, com'è vero Dio! Già poco ci manca... Sta benone!
-
Sí sí, ma tante volte, anche stando cosí bene... tutt'a un tratto... A
quell'età, non si sa mai... Muojono come gli uccellini.
E
si voltavano a guardar costernati la porta chiusa del casalino nella piazzetta
deserta coi ciottoli luccicanti sotto la luna. Chi sa se il vecchio domani la
avrebbe riaperta, quella porta?
VIII
Per anni e anni, la prima a riaprirsi, all'alba, nella piazzetta fu sempre
quella porta.
Era, senza dubbio, una beffa della morte, al Maltese prima, ora al notajo
Zàgara. E se ne faceva un gran ridere in tutto il paese. Non c'era giorno che
tre o quattro curiosi non si recassero al Ràbato per vedere il vecchio che «per
castigo non moriva».
Essendosi però formata in paese, intorno al Maràbito, una specie di leggenda che
lo raffigurava ilare, vegeto, ostinato a campar per dispetto, quei curiosi
provavano a prima giunta un disinganno nel vedersi invece davanti un
vecchierello curvo, magro, umile e schivo, il quale si schermiva rudemente dalla
loro vista e dalle loro domande, che sonavano ai suoi orecchi derisione per il
povero notajo, di cui egli non solo aveva da lodarsi, ma rimpiangeva
sinceramente il danno che quel suo vivere increscioso e dispettoso gli arrecava
senza alcun suo piacere.
-
Lasciatemi stare! Mi sono seccato! - gridava, avvilito e con esasperazione, alle
vicine che andavano a scovarlo dentro il casalino, dove s'era rintanato
all'apparire di qualche sconosciuto nella piazzetta di Santa Croce.
Le
vicine non lo facevano per male. Quella curiosità di tutto il paese pareva loro
di buon augurio al vecchio che esse tenevano in custodia, come se qualcuno lo
avesse affidato alle loro cure perché veramente un miracolo si compisse; e
perciò a gara lo mostravano a tutti:
-
Doman l'altro, novantaquattro anni! Non muore piú. Circa vent'anni addietro,
quand'egli cioè dalla campagna era venuto ad abitare in quel casalino, esse
avevano ancora i capelli biondi o neri; e ora, eccoli qua: - grigi! bianchi! -
mentre il vecchio era rimasto tal quale. Per tutti il tempo era passato; per lui
solo, no. Il tale era morto, era morto il tal altro, lí accanto; non era dunque
da dire che la morte non fosse passata per quella piazzetta; ma come se la casa
del vecchio per lei non ci fosse stata.
Maràbito ascoltava, attonito, quel racconto delle vicine, tante volte ripetuto;
ma ogni volta sentendo nominare i morti del vicinato, tutti meno vecchi di lui e
utili ancora alle loro famiglie, si metteva a piangere silenziosamente con gli
occhietti calvi, risecchi dagli anni. Le lagrime gli scendevano giú per i solchi
delle rughe fino alla bocca infossata e raggrinzita; e allora levava una mano
tremolante e con le dita nodose si stringeva le labbra.
-
E questa qui? - dicevano le vicine per distrarre subito il vecchio, indicando
Annicchia, l'altra loro protetta. - Aveva appena due anni, povera orfanella,
quando lui venne quassú. E ora, che ragazzona, eh! Il nonno aveva promesso di
pensare a lei; ma da un pezzo in qua fa il cattivo e dimostra di non voler bene
a nessuno.
Infatti Maràbito di quella sua longevità s'era fatta a poco a poco una vera
fissazione: aveva davvero cominciato a credere che la morte si fosse apposta
dimenticata di lui per far quella beffa che tutti dicevano. Già il podere, tra i
denari che s'era presi dal Maltese e quelli che tuttavia si prendeva dal notajo
Zàgara, lo aveva avuto pagato e strapagato: la morte dunque, tenendolo ancora in
piedi, si divertiva proprio a fargli commettere una cattiva azione, a fargli far
la parte dello scroccone, ecco. Egli non voleva. Tutto il paese ne rideva, come
se lui ci provasse gusto a vivere cosí alle spalle altrui; e invece no, no; non
voleva, non voleva piú! E le cure, le raccomandazioni premurose delle vicine lo
stizzivano. Non volevano forse ridere anch'esse alle sue spalle? E s'esponeva al
freddo, apposta; usciva di casa col tempo minaccioso, apposta; e apposta
ritornava zuppo di pioggia, e si ribellava se quelle gli davano del vecchio
stolido e lo cacciavano subito dentro per farlo cambiare e mettere a letto.
-
Lasciatemi stare! Lasciatemi morire! Appunto questo vo cercando! Mi sono
seccato!
Gli sorse perfino il sospetto che una forza arcana, d'oltre tomba, lo tenesse in
piedi: l'anima penante di Ciuzzo Pace, il quale piangeva certo ancora il
poderetto suo perduto per pochi soldi. Ecco, sí, Ciuzzo Pace era, Ciuzzo Pace
che voleva essere vendicato da lui.
E
prese a far dire ogni domenica una messa in suffragio di quell'anima in pena.
-
Se si libera lui, mi libero anch'io.
Queste e altre notizie, confidate dalle vicine a quei curiosi, venivano poi
riferite al notajo Zàgara, il quale teneva testa, come meglio poteva, alle beffe
che tutti si facevano di lui.
-
Beffatemi! beffatemi! - esclamava. - È sempre poco il danno, son sempre poche le
beffe: ben altro mi merito: nerbate! ma non mi dite male del vecchio, vi prego.
Galantomone, poveretto! Lo so: sta piangendo anche lui il castigo che io mi sono
meritato. Gli debbo, non solo gratitudine, ma un compenso, e glielo darò. Se
arriva a cent'anni, come gli auguro: vedrete! Musica, luminaria, un banchetto da
far epoca! V'invito tutti fin da ora.
Non aveva parenti, né prossimi né lontani: poteva dunque pigliarsi il gusto di
coronare trionfalmente la bestialità commessa. E un giorno che scadeva la rata
del vitalizio, non vedendo il vecchio presentarsi allo studio, s'addolorò
veramente e volle recarsi al Ràbato per averne notizie.
Trovò Maràbito seduto, al solito, davanti la porta del casalino, tutto raccolto
sotto un debole raggio di sole invernale.
-
Bel gusto a far muovere le montagne! - gli disse ansante, calandosi pian piano a
sedere su una seggiola, che una delle vicine corse ad offrirgli. - Che vi
sentite? Perché non siete venuto oggi allo studio?
Invece del Maràbito rispose la z'a Milla, appressandosi insieme con le altre
vicine:
-
Voscenza vuol sapere perché? Perché il nostro vecchio è stolido o
ammattito.
-
No, nient'affatto! né stolido, né ammattito, Eccellenza, - disse Maràbito,
corrugando le ciglia. - Mi sono fatto il conto. La terra Voscenza me l'ha
pagata da un pezzo. Sono povero, ma onesto. Denari non ne voglio piú.
Nocio Zàgara rimase un po' a guardarlo, ammirato, poi gli disse:
-
Caro vecchio mio, siete piú imbecille di me. Vi ringrazio di quanto mi dite, ma
non posso accettare. Debbo pagare fino all'ultimo centesimo, e pago col mio
gusto e il mio piacere.
-
Ma lo sa Voscenza, - riprese Maràbito con ira, - che se non faccio cosí,
non muojo piú? Le giuro, che se non fosse peccato, da un pezzo... Ma vedrà
Voscenza che verrà da sé, la morte, appena io non prenderò piú neppure un
soldo di questi denari che, in coscienza, non mi spettano. Il fondo, le ripeto,
l'ho avuto pagato piú di quanto valeva.
-
Non ancora da me, - replicò il notajo. - Io porto con voi la croce da
quattordici anni, è vero? Vuol dire che finora v'ho dato... eccolo qua, il
conto: me lo son fatto anch'io... vi ho dato diecimila duecento venti lire. Il
podere fu stimato dodici mila: dunque ho ancora parecchi anni da pagare.
-
E quelli che mi son presi dalla buon'anima del Maltese? - gli fece notare
Maràbito.
-
Non sono affar mio.
-
Ma l'affare, mi scusi, l'ho fatto io o l'ha fatto Voscenza? Oh quest'è
bella! Non sono dunque padrone di morire?
Il
notajo alzò la testa con comica serietà:
-
No, finché io non vi abbia pagato fino all'ultimo centesimo. Se poi volete
vivere ancora, tanto piacere! Vi prometto che ci divertiremo.
E
se n'andò, lasciando il denaro.
IX
Uomo di parola, il notajo Zàgara.
La
mattina del gran giorno, il sobborgo Ràbato fu destato dall'allegro strepitar
della banda musicale che, a suon di marcia, si recava all'abitazione del vecchio
centenario. Il casalino era stato parato festosamente di ghirlande e bandiere,
durante la notte, mentre il vecchio dormiva. Nella piazzetta erano rizzati i
pali per la girandola. E un'altra sorpresa le buone vicine avevano preparato al
loro vecchietto: un abito nuovo per la festa, tagliato e cucito da loro.
Quando la folla, insieme con la banda, si riversò nella piazzetta, la porta del
casalino era ancora chiusa.
-
Evviva Maràbito! Fuori! Fuori, Maràbito!
Niente. La porta restava chiusa. Invano i vicini vi bussavano con le mani e coi
piedi. Lo strombettío e le grancassate furiose della banda, tra il frastuono
confuso delle grida e degli applausi assordava, e invano di qua, di là qualcuno
si levava, interprete della costernazione del vicinato, a far cenni di tacere,
d'aspettare che il vecchio aprisse e desse segno di vita.
A
un tratto, un nuovo grido partí dalla folla:
-
Viva il notajo!
Nocio Zàgara si sbracciava, con la tuba in mano, a ringraziare, sovrastando
tutti con l'alta persona. Li pagava cari quegli evviva, che non eran per beffa
quel giorno: la gente si divertiva alla festa straordinaria e del divertimento
gli era grata: non l'avrebbe certo tenuta il Maltese, quella festa.
Sí, ma non l'avrebbe tenuta neanche il notajo, se avesse potuto supporre che
essa avrebbe cagionato al vecchio tanto dolore e tanto avvilimento. Lo comprese,
appena pervenuto, tra quel gran rimescolío di gente, davanti la porta del
casalino. Si fece far largo; ordinò ai vicini di guardare l'entrata per impedire
che la folla si rovesciasse dentro, e picchiò alla porta col bastone, dando la
voce.
Il
vecchio finalmente aprí, e allora scoppiarono piú calorosi gli applausi e le
grida della folla.
-
Come! Perché? - esclamò don Nocio, vedendo Maràbito tutto tremante e in lagrime.
- Un popolo intero vi fa festa, e voi piangete? Cosí mi ringraziate d'aver
voluto festeggiare i vostri cent'anni?
Non ci fu verso di fargli intendere che quella festa non era per metterlo in
berlina. E quando alla fine, spinto dal notajo, s'affacciò alla finestretta
sulla porta del casalino, piangeva e tentennava il capo agli evviva e agli
applausi della folla.
Annicchia gli recò l'abito nuovo, insieme con le altre vicine; poi nella chiesa
di Santa Croce fu detta una messa, a cui anche il notajo volle assistere:
-
La prima e l'ultima!
E,
all'uscita, spari di mortaretti e stamburate. Venne alla fine l'ora del
banchetto.
Nocio Zàgara aveva preso in affitto, per quest'avvenimento, un magazzino a pian
terreno, lungo che non finiva mai: da un capo all'altro correva la tavolata. Vi
presero posto, da una parte gli amici del notajo, dall'altra il vicinato.
Maràbito vi fu portato in trionfo, quasi a viva forza, e fu fatto sedere al
posto d'onore, accanto allo Zàgara. Era sbalordito. In mezzo alla baraonda, si
voltava ora verso l'uno ora verso l'altro dei commensali che lo chiamavano coi
bicchieri levati per augurargli di vivere altri cent'anni, e chinava il capo in
segno di ringraziamento. Egli solo non rideva, non mangiava, non beveva. Alcuni,
a principio, s'erano messi a forzarlo, ma poi, pregati dal notajo, avevano
smesso. La festa non era per lui; era per gli altri; egli rappresentava lí solo
i cento anni: i cento anni che non volevano dire piú nulla. A pensarci,
veramente, tutta quella baldoria era, nella sua sguajataggine, cosí triste da
far cascare le braccia e il fiato. E per giunta si volle che il vecchio
parlasse, facesse un brindisi, dicesse almeno due parole. Tanto insistettero,
che alla fine lo fecero levare in piedi, col bicchiere che gli tremava in mano.
-
E che debbo dire? La mia vergogna, Dio solo la vede. Ringrazio questo mio
benefattore. E non mi resta che di mettere un bando per la città: che la gente,
nelle cui case entra la morte, le dica che a Santa Croce al Ràbato c'è un
vecchio che da tant'anni la aspetta, che se lo venga a prendere...
Ma
a questo punto Maràbito fu interrotto dal levarsi frettoloso d'alcuni convitati,
i quali, in mezzo al coro delle risa che accompagnava ogni sua parola, avevano
visto il notajo impallidire tutt'a un tratto e piegar sul petto il grosso
testone. Tutti si voltarono a guardare, sorsero poi tutti in piedi e
s'affollarono a precipizio attorno allo Zàgara. Si credette dapprima che il
frastuono, il troppo ridere, il vino, avessero cagionato al povero notajo quel
malore improvviso. Tra lo scompiglio generale, Nocio Zàgara fu portato su la
stessa seggiola in una casa vicina, sorretto da tante braccia: aveva gli occhi
chiusi e la bocca spalancata, da cui usciva un rantolo angoscioso.
Il
lungo magazzino, con la mensa tutta in disordine, le seggiole rovesciate, restò
vuoto. Nessuno aveva badato al vecchio centenario, il quale era caduto per terra
in preda a un tremito convulso, nell'atto d'accorrere con gli altri dietro a
colui ch'egli poco prima aveva chiamato suo benefattore.
X
Qualche rara goccia su la tremula mano tesa: poi, appena percettibile, il
picchiettar delle prime gocce su i pàmpini mezzo ingialliti della vigna. Ora,
ecco, le gocce infittiscono, ed è un vasto crepitio continuo.
-
Nonno, piove?
Il
vecchio Maràbito china piú volte il capo, sorridendo a Nociarello che gli sta
seduto accanto, sulla soglia della cascina che il Maltese aveva fatto fabbricare
al posto dell'antica roba.
Grigòli e Annicchia, marito e moglie da quattro anni, sono per la campagna,
tornata in potere di Maràbito dopo la morte del notajo: Grigòli sú per gli
alberi abbacchia le ulive; Annicchia le raccoglie da terra. Poveretta! è incinta
di nuovo; e il vecchio vorrebbe ajutare la sua figliuola adottiva. Non gli
pesano piú, ormai, i suoi cento cinque anni... Ma quelli non permettono e lo
lasciano a guardia del bambino, a cui, per gratitudine, hanno imposto il nome
della buon'anima del notajo.
-
Nonno, e mamma? - domanda di nuovo Nociarello, costernato dalla pioggia.
-
Adesso verrà di corsa, - risponde il vecchio. - Lascia piovere, ché la terra ha
sete, e questa è acqua buona!
Da
presso e da lontano i galli annunziano lievemente quella prima rivoltura del
tempo. Le calandre s'indugiano ancora su i piani, quasi in dubbio che quelle
nuvole non vogliano far sul serio, e di tratto in tratto si scambiano qualche
trillo breve, come per consigliarsi:
-
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