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NOVELLE PER UN ANNO - 1926 - "IL VECCHIO DIO"
Pubblicata nel 1926, la raccolta Il vecchio Dio costituisce il decimo volume
delle Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1894 ed il 1903. |
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8.
Le tre carissime (1894)
«La domenica italiana», 29
agosto 1894, poi in «Beffe della morte e della vita», «prima serie»,
Lumachi, Firenze 1902.
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Quelle tre ragazze che s’incontravano
dappertutto: ai concerti: a ogni prima rappresentazione, sempre in un palchetto
di platea, o a passeggio, al Pincio o per il Corso, sul tramonto, l’una con la
madre bianca e stanca a braccetto, le altre due avanti, vestite sempre un po’
alla bizzarra. Quelle, sì: le Marùccoli.
Povere figliuole, dopo tanti sacrifizii, a un certo punto, perdettero la
pazienza e, insieme, la stima di quanti nello stesso caso non avrebbero avuto il
coraggio di far come loro (dico il coraggio, non il desiderio). Ricordo che
scoppio d’indignazione, allora! Le mamme specialmente non se ne potevano dar
pace in presenza delle loro figliuole, e battevano le mani, inorridite,
esclamando:
- Che mondo! che mondo!
E io, a sentirle, sorridevo tra me, studiando l’aria compunta e stordita delle
loro timorate figliuole.
Ci vengono effettivamente dalla società un buon numero di leggi e regolamenti,
che dovrebbero tenere a freno questa mala bestia che si chiama uomo. Da secoli
la società s’industria a insegnarle la creanza, a farle dire per esempio:
Buon giorno o buona sera; ad andar vestita decentemente per via, diritta su
due zampe soltanto, ecc. ecc. Ma ogni tanto la mala bestia ne fa qualcuna delle
sue. Che è che non è, ce la pigliamo con la società, come se da essa ci venisse
il danno, solo perché abbiamo voluto costringerla a imporre alla natura certi
doveri, che questa poi non vuole né riconoscere né rispettare. Quasi che una
donna non possa amare neanche per isbaglio un altr’uomo che non sia precisamente
suo marito, solo perché dalla società le si è fatto dire che una moglie non
deve. |
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La società, poverina, lo dice e
lo impone; ma che colpa ha, se la natura poi se ne ride?
Come pare, voi dite, che non sono ammogliato!
Veniamo al caso delle Marùccoli.
Vorrei che prima di condannare, tentassimo di esaminar bene, se ci riesce, il
pro e il contro, senza servirci di quelle parole che sono come le mosche
d’agosto pronte ad accorrere a ogni lagrima o a ogni sputo (scusate).
Non sapete tante cose, delle quali a prima giunta pare che non si debba tener
conto, ma che pure hanno o dovrebbero avere il maggior peso nella famosa
bilancia della giustizia.
Non vi meravigliate per tanto, se a un piatto di questa bilancia mi vedrete, fra
l’altro, recare a bracciate tante cose che ancora m’ubriacano. Ecco: tutti
questi abiti smessi delle tre povere figliuole. Voi ignorate che uscivano dalle
loro mani questi abiti tanto ammirati per la loro bizzarra leggiadria: la madre,
espertissima, tagliava, e loro tre imbastivano, cucivano a mano e a macchina per
intere giornate, come tre gaje sartine. E non sapete che coi pizzi e i nastri
appendevano a ogni abito la speranza, che con quello avrebbero finalmente dato
nell’occhio a qualcuno che le avrebbe sposate.
La madre aveva una modestissima pensione lasciatale dal marito (quel bravo
signor Carlo Marùccoli, che tutti poi riconobbero per un gran galantuomo: ah
lui, sì! - perché era morto, lui, quando avvenne lo scandalo); e avevano anche
una piccola vigna - come la chiamano a Roma - con un grazioso villino
oltre Ponte Molle; ma né questa né quella potevano bastare a sopperire alle
spese.
La vita che conducevano si reggeva dunque su miracoli d’economie segrete e
sacrifizii dissimulati con ogni arte. Erano sempre liete le tre care figliuole,
né quel loro cocente e onestissimo desiderio d’un marito le rendeva mai
fastidiose, specialmente con noi (dico con me e col povero Tranzi), di cui del
resto conoscevano la buona volontà che avremmo avuto di farle felici, se... Il
se, ve lo immaginerete facilmente: io, un povero pittore; il Tranzi,
maestro di musica. Arti belle, non dico di no; ma buone da mantenerci la moglie,
non credo.
Nessuno mai, prima, le aveva giudicate civette. Ora, si sa, ora tutti i vizii,
tutti i difetti erano in loro. Non me ne faccio nient’affatto il paladino:
domandatene pure a tanti altri che frequentavano con me la casa. Chi può dire
d’aver mai ricevuto un anche minimo incitamento da loro? Si scherzava, si
rideva, si sfrottolava del più e del meno, la sera, ma nei modi più leciti e
corretti, come si deve davanti a tre fanciulle che, occorrendo, col tatto e col
garbo più squisito, avrebbero saputo mettere a posto chiunque dalla festosità
della conversazione si fosse sentito spinto a eccedere un po’ nei gesti o nelle
parole.
Ma che non fossero civette, una prova posso darvela io, a mie spese e a spese
del povero Tranzi. Perché non dirlo? Io ero innamorato della seconda; il Tranzi,
di Giorgina, la maggiore. Qualche sera, nel lasciar la loro casa, conversando
tra noi, sinceramente ci affliggevamo che le tre buone, belle e care ragazze non
riuscissero a trovar marito e, non potendo esser noi, per due di esse almeno,
avremmo voluto che fossero altri che lo potevano, ai quali davamo di bestie
perché, non sentendosi in alcun modo particolarmente incoraggiati, non sapevano
decidersi. Orbene, io e il Tranzi, più d’una volta, a qualcuno di costoro che
sbuffava contro la noia della propria esistenza oziosa e si dichiarava stanco
della vita, arrivammo finanche a dar per ricetta infallibile di sposare una
delle Marùccoli. Soltanto, poiché Irene non raccoglieva tante simpatie quanto le
altre due, io consigliavo Giorgina; il Tranzi, Carlotta; cioè, io la sua, e lui
la mia.
Ma con l’una o con l’altra delle tre quegli sciocchi sarebbero guariti senza
dubbio della noia e d’ogni altro male, giacché ciascuna avrebbe reso lieta la
vita al proprio marito. A uno a uno, invece, quegli sciocchi, dopo aver goduto
un pezzo della dolce compagnia e lusingato forse con gli sguardi o con graziose
premure le tre ragazze, andavano a prender moglie altrove; e se ne pentivano
dopo.
Io davo a Giorgina lezioni di pittura, a tempo perso. Il Tranzi insegnava con
più regolarità a Carlotta musica e canto. L’una e l’altra ci si dimostravano
gratissime del poco che facevamo per loro. Dico di più. Dico anche quello che un
altro forse non direbbe per paura del ridicolo. Quando, qualche sera,
comparivano in salotto a noi due soli, abbigliate con qualche abito nuovo, già
pronte per recarsi o in casa di famiglie amiche o a teatro, si accorgevano
tutt’e tre del desiderio che suscitavano in noi; e per il nostro desiderio
segreto, ma sfavillante dagli occhi, avevano uno sguardo e un sorriso
indefinibile, di compiacimento per sé e di pietà per noi. Irene intendeva più di
tutte e arrossiva confusa e, a cancellare la confusione, ci domandava con una
grazia indicibile, guardandosi l’abito:
- Siamo belle così?
Oh, potrei fare, su questo proposito, un lungo discorso su quel che gli occhi
dicono, quando le labbra non debbono parlare. Allorché Carlotta, per esempio,
attendeva quasi per scrupolo di coscienza a qualche imbecille che le stava
attorno con soverchia insistenza, spesso parlandogli o ridendogli, voleva uno
sguardo a me, e quello sguardo mi compassionava amorosamente; mi diceva:
- Dovresti esser tu!
Perché gli occhi di Carlotta vi assicuro che mi davano del tu.
Delle tre, Carlotta, era la più bella, almeno per me; Irene, la più
intelligente; Giorgina la più piacente.
Il ritratto che feci di loro a gruppo, è certo la meno peggio delle cose mie. Lo
esposi a Monaco, tanti anni fa, col titolo: Le tre carissime. Fu venduto
e ora non so più chi lo possegga : dove sia andato a finire.
Con me e col Tranzi, nessuna ipocrisia, mai! Quando, in teatro, vedevamo
qualcuna di loro più del solito raggiante, bastava farle un cenno del capo,
perché intendesse. E il cenno significava:
- Abbiamo trovato?
- No! - rispondeva la testina, scrollandosi vivacemente, con gli occhi socchiusi
e un sorriso birichino su le labbra.
Non trovavano, non trovavano ancora, non trovavano mai quelle tre care ragazze!
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Ebbene, un bel giorno, si stancarono; perdettero la pazienza, alla fine.
Chi sa da quanto tempo frenavano, dentro, le smanie della loro speranza
frustrata di continuo e reprimevano i segni delle loro disillusioni! Il primo
segno ch’io potei scorgere, e che m’è rimasto impresso come, in un dramma, una
frase che lasci intravedere la catastrofe, fu quella mattina che dovevamo
recarci alla vigna di Ponte Molle, e Giorgina si presentò al Tranzi col
capo chino, reggendo in alto con due dita un filo d’argento allungato dal sommo
della fronte, al quale gli occhi si forzavano d’alzarsi per guardarlo e si
storcevano.
- Tranzi, un capello bianco!
Perché aveva già varcato la trentina. Avevo notato in quegli ultimi tempi che
s’era accostata con insolita insistenza ad Arnaldo Rubo, uno dei più assidui
frequentatori della casa; poi, che s’era messa d’improvviso a parlare di lui con
acredine non meno insolita; e che s’era voltata infine a tormentare il Tranzi,
sferzando la pigrizia di lui, dicendogli che non aveva alcun diritto di
lamentarsi della ingiustizia della sorte, giacché egli non voleva far più nulla
e nulla tentare per far valere le sue doti artistiche; aveva l’abbozzo di
un’opera giovanile? ebbene; perché non lo ripigliava? perché non si dava a
qualche altro lavoro?
Quasi con le lagrime agli occhi il povero Tranzi allora le rivelò le segrete
miserie di cui era piena la sua vita; le disse tra l’altro che, da circa un
anno, aveva dovuto finanche privarsi del pianoforte che teneva a nolo.
Senz’altro, allora, Giorgina gli propose di lavorare lì, in casa loro, mettendo
a disposizione di lui il pianoforte, di cui avrebbe potuto servirsi con la
massima libertà: lo avrebbero lasciato solo nel salotto; la famiglia si sarebbe
ritirata al lato opposto della casa. Tanto disse, tanto fece, che lo costrinse
ad accettare. So che arrivò finanche a chiuderlo a chiave nel salotto; e la
chiave la teneva lei.
Chi sa che la scoperta di quel capello bianco, insieme con tante altre piccole
cose tristi, su cui gli occhi fino allora si erano chiusi con pena, non abbia
determinato davvero in lei, e conseguentemente nelle sorelle, la ribellione! La
quale fu tanto più violenta quanto più lunga e paziente era stata la speranza,
che a un tratto dovette loro apparir vana e quasi derisoria.
Ho sentito più d’uno incolpare la maggiore delle Marùccoli del suicidio di Niolo
Tranzi. È un’infamia. Che colpa ebbe la Marùccoli, se il Tranzi volle farsi un
rimorso della gioia che ella, improvvisamente, nella sua ribellione contro il
tempo perduto nella vana attesa, e contro la sorte che la condannava ad
appassire senz’amore, gli volle concedere, deliberatamente, quasi in premio al
lungo desiderio di lui rassegnato al silenzio?
No, no: il Tranzi, l’ho conosciuto bene, era troppo tarlato dentro e non poté
resistere alla irruzione su lui di questa gioja ardentissima, ribelle a ogni
pregiudizio. Il tarlo di troppi disinganni lo aveva roso dentro, tutto; all’urto
della gioja, si infranse.
Io lo vidi quel giorno rincasare con gli occhi gonfii e rossi: s’era messo a
piangere, capite? - dopo. E dovette piangere a lungo, certo convinto d’aver
commesso un delitto; e la donna, la ragazza, dovette confortarlo, rianimarlo,
scacciando l’ombra del rimorso, con cui egli voleva offuscare a lei, in quel
momento, il sole della gioja recente. E chi sa! l’avvilimento per questa scena,
nel tumulto interno, nella improvvisa dissociazione di tanti sentimenti e di
tanti pensieri, forse avrà pure contribuito a determinare in lui l’atto violento
contro se stesso.
E la Marùccoli non lo pianse: della morte di lui anzi si sentì ferita, come d’un
insulto.
Tutt’e tre le sorelle si ritirarono allora nel bel villino della vigna.
Per un ritegno più facile a intendere che a definire, io, dopo la morte del
Tranzi, mi astenni dal visitarle laggiù. Non saprei più darne perciò notizie
precise. So che il villino fu sempre molto frequentato, ma che i più assidui,
dopo un certo tempo, si allontanavano per dar posto ad altri.
Le tre sorelle senza più alcun freno, nella libertà della campagna, parevano
addirittura impazzite; facevano i più strani disegni per l’avvenire: Giorgina si
sarebbe consacrata alla pittura; e ogni mattina, con un cappellaccio di paglia
in capo, florida, esuberante di forza e di salute, usciva all’aperto a sfidare a
duello i cipressetti di Monte Mario: arma, il pennello; rogo, una tavoletta,
finché i raggi del sole non dicevano basta. Carlotta - mi dissero - s’era più
che mai confermata nell’idea d’aver nella propria gola il tesoro d’una
bellissima voce di contralto, con la quale istupidiva ogni dopo pranzo le
pazienti orecchie d’un decrepito maestrucolo di canto. Irene s’era fisso il
chiodo di far l’attrice drammatica, e declamava ad altissima voce, con grandi
gesti, condannando la vecchia madre a farle la controparte. La povera
vecchietta, paziente, la secondava, stando seduta e leggendo placidamente con
gli occhiali su la punta del naso:
Odetta: - Voi pretendete obbligarmi ad uscire?
Conte: (leggeva la madre): - Di casa mia... Sì, e sul momento.
Odetta: - E mia figlia?
Conte: - Oh, mia figlia... La tengo meco
Odetta: - Qui? Senza di me?
Conte: - Senza di voi.
Odetta: - Via! voi siete pazzo, signore... Mia figlia mi appartiene, e
voi non isperate di separarmi da lei.
Così, finché non tornò al villino, dopo alcuni mesi d’assenza, uno degli assidui
che si erano pe’ primi eclissati: voglio dire il Ruffo.
Arnaldo Buffo, ve l’ho accennato, prima dell’avventura del povero Tranzi aveva
fatto concepire serie speranze a Giorgina. Era uno di quelli che potevano,
benché due capatine a Monte Carlo avessero scemato di molto le sue sostanze: bel
giovane, alto, bruno, solido: il marito che ci voleva per Giorgina. Il primo
amore, in lui, col possesso, divampò, diventò passione violenta. Pare che i
parenti abbiano tentato di strapparlo alla ragazza una seconda volta,
costringendolo a provare la sciocca medicina di un viaggetto di distrazione.
Tornato, come una farfalletta al lume, al villino Marùccoli, pare altresì che
abbia trovato Giorgina innamorata già di un altro assiduo del momento e che nel
villino siano accadute furibonde scene di gelosia. Alcuni amici mi raccontarono
di aver sorpreso, una sera, nel buio d’un viale, questo brano di dialogo
- Ebbene, e tu allora sposami!
E la voce del Rubo, concitata, sorda
- No! No! No!
Allora, una gran risata dispettosa di Giorgina
- E allora, lasciami in pace,
Il resto lo sapete.
Da due anni ormai, Giorgina Marùccoli è legittima sposa di Arnaldo Ruffo. Dopo
Giorgina si maritò Carlotta, subito. Irene è ancora fidanzata. Mi sono imbattuto
l’altro ieri nel promesso sposo, in gran faccende per il nido: è contentone! e
m’ha detto che sposerà prestissimo.
Capite? Prima, no; poi, sì. Ci ho gusto per i signori uomini! Anzi, guardate,
quasi quasi, ora - dopo tanto tempo - sarei tentato di fare una visita di
congratulazione a Giorgina, la coraggiosa. Non è molto felice, poverina: ha il
marito geloso del passato - (stupido! come se la colpa non fosse sua). - Ma,
dopo tutto, chi è felice in questo mondo?
Ora intanto, tra poco, tutt’e tre avranno uno stato, finalmente una casa, uno
scopo nella vita: quello che desideravano onestamente. E già sulle ginocchia
della nonnina, che sarà ridotta più bianca della cera, dorme roseo il primo
nipotino. Mi figuro la buona vecchietta nell’atto di contemplarlo, beata, mentre
con una mano tremula allontana una mosca ostinata che vuol posarsi giusto lì,
sul tondo visetto caro.
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