|
NOVELLE PER UN ANNO - 1926 - "IL VECCHIO DIO"
Pubblicata nel 1926, la raccolta Il vecchio Dio costituisce il decimo volume
delle Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1894 ed il 1903. |
|
|
|
|
|
|
7.
«In corpore vili» (1895)
«Gazzetta letteraria», 15
giugno 1895 col titolo "Ravanà (tra una messa e l'altra)" e in una
redazione che poco o nulla ha a che vedere con le successive;
poi, col titolo
definitivo, in «Quand'ero matto», Streglio, Torino 1902/1903.
|
|
I
Cosimino, il sagrestano di Santa Maria Nuova, teneva di guardia i suoi tre
marmocchi ai tre mercati della città, che corressero subito subito a chiamarlo,
scorgendo da lontano quella zoppaccia della Sgriscia, la vecchia serva di don
Ravanà.
Dal mercato del pesce accorse quella mattina il terzo figliuolo, tutto
trafelato:
- La Sgriscia, papà! la Sgriscia! la Sgriscia!
E Cosimino, via di volo
Sorprese la vecchia che stava a contrattare con un pescivendolo per una manciata
di gamberi.
- Via di qua, subito! Demonio tentatore!
E volgendosi al pescivendolo:
- Non le date retta! Di codesta roba lei non ne compra! non deve comprarne!
|
|
La Sgriscia arrovesciò le mani sui franchi, appuntò le gomita davanti, in atto
di sfida; ma Cosimino non le diede tempo di rimbeccare; uno spintone, e le fu
sopra di nuovo, con le braccia levate, incalzando:
- Via! all’inferno, vi dico!
Il pescivendolo allora prese le parti della cliente che sbraitava: accorse gente
da tutto il mercato a trattenere i due rissanti che già venivano alle mani.
Cosimino urlava furibondo:
- No, no: gamberi no, non voglio che padre Ravanà ne mandi! non può, né deve
mangiarne! E costei vada pure a dirglielo a nome mio; costei che lo tenta come
il demonio e fa di tutto per rovinargli lo stomaco.
Per fortuna, si trovò a passare, in quella, dal mercato, proprio lui: don Ravanà.
- Eccolo! Venga! venga! - gridò Cosimino. scorgendolo. - Dica se lei ha ordinato
alla serva di comprarle questi gamberi qua!
Il faccione di don Ravanà tremò, impallidendo, in un sorriso nervoso. Balbettò:
- No, io, veramente...
- Come no? - esclamò la Sgriscia, dandosi un pugno sul petto ossuto, stupita,
trasecolata. - Me lo negherebbe in faccia ?
Don Ravanà le diede su la voce, arrabbiatissimo.
- Zitta voi, pettegola! Gamberi v’ho detto? v’ho detto pesce.
- Nossignore, gamberi, gamberi: m’ha detto gamberi!
- O gamberi o pesce, non è tutt’uno? - gridò allora Cosimino, tra la serva e il
padrone, mentre tutta la gente rideva.
- Lesso, brodo e latte; latte, brodo e
lesso e niente altro! Così le ha prescritto il medico. Vuol capirlo? Non mi
faccia parlare, santo Dio!
- Càlmati, sì, bravo: hai ragione, figliuolo, - s’affrettò a dirgli don Ravanà,
tutto confuso, mortificato; e, volgendosi alla serva: - Andate pure a casa!
Lesso, al solito!
Gli astanti accolsero quest’ordinazione con un nuovo e più alto scoppio di risa,
e don Ravanà si fece largo tra la ressa sorridendo male, come una lumaca nel
fuoco, e dicendo a questo e a quello:
- Bravo figliuolo, Cosimino... Eh, bisogna compatire questo caro Cosimino... Lo
fa per il mio bene... Sì sì... Largo, figliuoli, largo... Tanta bella grazia di
Dio, qua; e io... io, lesso, brodo e latte, purtroppo! È la prescrizione del
medico... Sì Non debbo mangiar altro... Cosimino ha ragione.
II
- Pss, guarda... - disse piano, davanti all’altare, don Ravanà, con gli occhi
bassi, al sagrestano che gli mesceva acqua e vino nel calice. - C’è in chiesa il
dottor Nicastro... qua davanti, presso la balaustra... Sta’ fermo! non ti
voltare, asino... a destra. Quando puoi, fagli cenno che rimanga dopo messa e
che entri in sagrestia.
Cosimino s’accigliò, impallidì, strinse i denti per frenare un impeto d’ira.
- Jer sera lei... Dica la verità!
- Ti vuoi star zitto, malcreato? Davanti al Santissimo Sacramento! - lo
rimproverò don Ravanà non tanto piano, voltandosi a guardarlo severamente.
Dalla prima pancata s’intese il rimprovero del sacerdote al sagrestano, e un
sussurrio si propagò per un momento nella chiesa, di protesta contro il povero
Cosimino che diventò di bragia, tremando tutto dalla rabbia e dalla vergogna.
Non sapeva più dove posare le ampolline della bile e dell’aceto.
Finita la messa, seguì don Ravanà in sagrestia, aggrondato ingrugnato. Poco dopo
entrò il dottor Liborio Nicastro, piccino piccino, vecchissimo, tutto
rattrappito dall’età. La falda della tuba gli posava quasi su la gobba. Vestiva
all’antica e portava la barba a collana.
- Che abbiamo, padre Ravanà? - domandò, parlando col naso e socchiudendo al
solito gli occhietti calvi. - Avete una faccia, che Dio vi benedica.
- Sì?
Don Ravanà guardò un tantino, perplesso, il medico, se credergli o no; poi con
voce irritata, come se si lagnasse d’un’ingiustizia di lui, rispose:
- Ma lo stomaco, dottor Liborio mio, lo stomaco, lo stomaco non mi vuole più
star bene, volete intenderlo?
- Eh sfido! - sbuffò Cosimino, voltandosi a guardare da un’altra parte.
Don Ravanà lo fulminò con un’occhiata.
- Sedete, sedete, padre Ravanà, - riprese il dottor Liborio. - Visitiamo la
lingua.
Cosimino, con gli occhi bassi, porse una seggiola a don Ravanà. Il dottor
Nicastro trasse flemmaticamente gli occhiali dall’astuccio, se li aggiustò sul
naso e guardò la lingua.
- Sporca...
- Sporca? - ripeté don Ravanà, cacciandosela subito dentro, come se la voce del
dottore gliel’avesse scottata.
Cosimino soffiò, questa volta col naso, un altro sbuffo. La bile gli ribolliva
nello stomaco. E teneva le pugna strette e le labbra serrate. Ma, alla fine,
proruppe:
- E allora che? quel tartaro... come dicono loro?
- Sì, ematico, figliuolo, - confermò placidamente il dottor Nicastro, porgendo
la ricetta a don Ravanà e rimettendosi in tasca occhiali e taccuino. - Si
applicata juvant, continuata sanant!
Non c’entrava: ma, tanto, era latino, e tappò la bocca al povero sagrestano.
- Dobbiamo fare al solito? - domandò questi, pallido, accigliato, appena andato
via il medico.
Don Ravanà aprì le braccia, senza guardarlo, e disse:
- Non hai sentito?
- Allora, - riprese Cosimino, funebre, - vado a dirlo a mia moglie... Mi dia i
soldi per la medicina e se ne vada a casa. Vengo subito.
Inizio pagina

|
|
III
- Ah... - a ogni scalino, - ah... ah...
La Sgriscia intese quel lamento per le scale, e corse ad aprire a don Ravanà.
- Sta male?
- Malissimo! Malissimo! Andate via! andate a chiudervi in cucina! A momenti
arriverà Cosimino. Non vi fate vedere, se non vi chiamo io. In cucina! - La
Sgriscia andò a rintanarsi mogia mogia. Don Ravanà entrò in camera; si tolse la
zimarra, restò con le brache scinte e un panciottone lungo lungo e largo, in
maniche di camicia, e si mise a passeggiare e a rimettere amaramente.
La coscienza gli rimordeva. Non c’era dubbio! Dio misericordioso gli concedeva
la grazia di metterlo alla prova per mezzo di quel diavolo zoppo travestito da
donna, e lui, lui, ingrato non ne sapeva profittare.
- Ah! - esclamava, con intensa esasperazione, fermandosi di tanto in tanto, e
scotendo in aria le pugna.
La poca e povera masserizia pareva, in quella camera, quasi smarrita su l’ampio
e nudo pavimento di vecchi mattoni di Valenza qua e là rotti e sconnessi. In
mezzo alla parete a destra era il letticciuolo pulito, dai trespoli di ferro
esposti; a capezzale, un antico crocifisso d’avorio, ingiallito dal tempo. (Gli
occhi di don Ravanà non osavano, quel giorno, levarsi a guardarlo.) In un
angolo, presso il letto, una vecchia carabina e, appese alle pareti, alcune
grosse chiavi: quelle della casa di campagna.
Tin tin tin.
- Ecco Cosimino, poveretto! puntuale...
E andò ad aprirgli lui stesso:
- Mi raccomando, per carità: - premise Cosimino prima d’entrare - non mi faccia
vedere quella stortaccia infame! Per causa sua... basta! Ecco qua la medicina.
Vada a prendermi un cucchiaio.
- Sì sì... vado, vado, - disse, umile e premuroso, don Ravanà. - Grazie,
figliuolo mio. Tu mi ridai la vita! Entra, entra in camera!
Ritornò poco dopo, pallido e tremante, col cucchiaio in mano.
- L’ho punita, sai? Sta a piangere in cucina. Dici bene, figliuolo mio: tutto
per causa sua! Sentisti, ieri, l’ordinazione che le diedi al mercato? Ebbene,
mentre sudavo, Dio sa come, Dio sa quanto, a mandar giù quella stoppaccia che il
medico mi prescrive, me la vedo entrare, sai? tutta maliziosa, nella saletta da
pranzo, nell’atto di riparare con una mano un bel piatto di... Che avresti fatto
tu ?
- Avrei mangiato i gamberi, - rispose asciutto e serio Cosimino. - Ma poi avrei
scontato da me il peccato di gola: non lo avrei fatto scontare a un povero
innocente!
Don Ravanà chiuse gli occhi trafitto, e trasse un lungo sospiro.
Parlava bene, sì, Cosimino; era, senza dubbio, una barbarie dare a prendere a
lui ogni volta il tartaro ematico ordinato dal dottor Nicastro. Bastava a don
Ravanà assistere agli effetti del medicinale nel corpo della vittima, perché ne
avesse lo stesso beneficio, per virtù d’esempio. Barbarie, sì; ma sapeva forse
Cosimino quante volte il pensiero di lui tratteneva don Ravanà lì lì per cadere
in tentazione? Aveva bisogno li lui, come freno, don Ravanà, aveva bisogno del
rimorso che gli cagionava il vederlo soffrire lì, sotto i suoi occhi,
ingiustamente, per trionfare in seguito della sua carne vile. Cosimino aveva
ricevuto da lui tanti e tanti beneficii; ebbene, in ricambio, che gli chiedeva
lui? questo solo sacrifizio per la salute, non tanto del corpo, quanto
dell’anima. Ogni volta però la vista di quel supplizio a cui la vittima si
sottoponeva senza ribellarsi, lo sconvolgeva talmente; rimorso, stizza,
avvilimento gli facevano tale impeto nello spirito, che don Ravanà si sarebbe
gettato dalla finestra.
- Che fa? piange adesso? - gli disse Cosimino. - Via, la, lagrime di
coccodrillo!
- No! - gemette, con sincera afflizione, don Ravanà.
- Va bene, va bene: si butti sul letto allora e stia a guardare: mi prendo la
prima cucchiaiata.
Don Ravanà si buttò sul letto con gli occhi lagrimosi e il volto contratto dalla
pena. Cosimino pose il bricco su la spiritiera, per aver pronta al bisogno
l’acqua tepida; poi, chiudendo gli occhi, ingollò la prima cucchiaiata del
medicinale.
- Ecco fatto... Non mi compianga, per carità! si stia zitto, o faccio cose da
pazzi!
- Zitto, sì, zitto, povero figliuolo mio, hai ragione... Parliamo d’altro...
Sai? domani, se il tempo lo permette e mi sento meglio, debbo andare in
campagna... Vieni anche tu e porta con te i tuoi figliuoli, tua moglie, a
prendere una boccata d’aria senza darvi pensiero di nulla... Mal’annata,
Cosimino mio, però... Dio ci castiga dei tanti nostri peccati. La pazienza
divina è stanca. Il mondo piange, ma piange e uccide... Hai sentito? guerra in
Africa, guerra in Cina... Il povero soffre, ma soffre e ruba. E l’ira del
Signore ci sta sopra! La grandine, hai visto? ha flagellato orti e vigne... la
nebbia minaccia gli olivi... Di’ un po’... ti senti già? No?
- Nossignore, ancora nulla. Mi prendo l’acqua tepida.
- Bene bene... Discorriamo... Dunque, sì, il raccolto del grano, sì, è stato
piuttosto abbondante, e se Dio vuole e Maria Santissima ci fa la grazia
mitigheremo con esso in certo qual modo la iattura dell’annata.
Cosimino ascoltava con molta attenzione, ma forse senza intender sillaba: di
tanto in tanto si faceva in volto di mille colori; poi, d’un tratto,
impallidiva, impallidiva vieppiù sudava freddo, si agitava un po’ su la
seggiola, l’occhio gli vagellava.
- Ah mamma mia! Padre Ravanà, comincia a muoversi... credo che ci siamo!
Sgriscia! Sgriscia! - gridava allora don Ravanà, impallidendo anche lui e
guardando fiso Cosimino per promuovere anche in sè con quella vista gli effetti
del medicinale. - Venite subito! Credo che ci siamo!
La Sgriscia accorreva a sorreggere la fronte al padrone, e Cosimino intanto, tra
i conati e i contorcimenti, le appoggiava sotto sotto calci di vero cuore.
IV
- Adesso un buon tazzone di brodo per Cosimino! - ordinò verso sera don Ravanà
alla serva. - Ci vuoi fettine di pane, di’, Cosimino?
- Sissignore, come dice lei... Mi lasci stare... - fece il povero sagrestano
rifinito, pallidissimo, con la testa cascante appoggiata al muro senza neppur
forza di fiatare.
- Con fettine di pane! con fettine di pane! e un torlo d’uovo! - aggiunse forte
don Ravanà, tutto premuroso. - Di’, ce lo vuoi, è vero, un bel torlo d’uovo,
Cosimino?
- Non voglio niente! Mi lasci stare! - gemette questi al colmo
dell’esasperazione. - Lei si fa la chiacchieratina, e io ci ho il veleno in
corpo per lei! Prima mi rovina lo stomaco, e poi fettine di pane e torlo d’uovo!
Sono azioni degne d’un santo sacerdote, codeste? Mi lasci andar via...
Mannaggia, perderei la fede... Ahi, ahi... ahi, ahi... ahi, ahi...
E se n’andò con le mani sul ventre, nicchiando così.
- Che brutto viziaccio! - esclamò stizzito don Ravanà.
Prima, tutto mansueto; poi ci ripensa, e diventa una vespa. E dire che gli ho
fatto tanto bene, a quel brutto ingrato!
Stette un po’ a tentennare il capo, con gli angoli della bocca contratti in giù;
poi chiamò:
- Sgriscia! Dammelo a me, il brodo. Ce l’hai messo il torlo d’uovo? Brava. Ora
il cappello e il tabarro...
- Esce?
- Eh sì, non lo sai? Mi sento benone, adesso, grazie a Dio.
Inizio
pagina
 |
|
|
|
|