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Ecco: belle idee, così nell’ozio,
senza starci a pensare, gliene venivano, di tanto in tanto, e qualche immagine
robusta. Via via, l’avrebbe superata, quella prova tremenda. Non era uno
sciocco, perbacco! "Gli Appennini, spina dorsale della patria." - Chi sa se
qualcuno lo aveva mai detto prima di lui?
La testa gli riposava male, appoggiata al tronco dell’albero: si tirò più giù e
la posò sul libro. Poco dopo ronfava, contemplato dagli altri avventori, accorsi
in punta di piedi al richiamo del terribile Quagliolino.
- Zitti! Studia... - disse alla fine
Quagliola padre, ponendosi un dito su le labbra. - Non lo disturbiamo. È già
entrato al Consiglio di Stato.
Ma ve lo lasciarono star poco! Ogni
sabato sera, la colonia del Romitorio accoglieva con rumorosa festa il
cavaliere Ardelli di ritorno dalla città. Alle risa, al frastuono, il Lagùmina
si svegliò di soprassalto, e poiché aveva sognato gli esami e aveva avuto paura,
d’un subito si tolse il libro di sotto il capo per mettersi a leggere, con gli
occhi gonfi e rossi dal sonno interrotto. Quegli sfaccendati intanto gli vennero
sopra, portando in trionfo su l’asino l’Ardelli, che per la statura rivaleggiava
col Quagliola, ma aveva in compenso un testone da Golia.
- Ecco la novità! - esclamò il
Mesciardi, indicando il Lagùmina. - Le presentiamo il nostro padre priore!
Il Lagùmina si alzò sorridente.
- Ho detto che non posso accettare. Mi
vedono? Sto qui a rompermi la testa. Perdio, è già sera? Leggendo, non me n’ero
accorto.
- Lei ci perderà la vista; glielo dico
io! - esclamò con molta serietà il Quagliola.
Domenica.
Veramente, ecco, s’era proposto di non
perdere neppure un giorno, neppure un minuto. Ma non aveva già la sera avanti
stabilito con se stesso, che avrebbe cominciato da lunedì? Sì, per assuefarsi un
po’ alla montagna, ecco. E poi, era già troppo tardi.
- Le nove?
Perbacco, che dormitona! Domani,
lunedì, alle cinque, in piedi!
Si levò, si vestì, si cacciò un altro librone sotto il braccio, e scese su la
spianata.
Quanta gente! Signore, signorine, venute su, giocondamente, coi somarelli dai
paesi vicini. Dalla parte di levante, tra due alberi, l’altalena: vi montavano a
turno altre signorine, con gridolini d’allegro spavento, a ogni spinta un po’
troppo forte dei giovanotti, ai quali, fingendo di non badarci, di non pensarci,
lasciavano intanto ammirare, nelle volate, i bei polpacci stretti nelle calze
colorate e traforate, e anche...
Pompeo Lagùmina distolse gli occhi da quello spettacolo, aggrottando le ciglia.
Ah, lui, no! lui non doveva più guardare donne. Ne portava una nel cuore, e
basta. L’uomo serio, quando abbia preso un impegno, sia da vicino sia da
lontano, deve rispettarlo, fedele anche col pensiero. Via, via! E s’intenerì
pensando alla sua Sandra, alla sua modesta Sandrina, che da due anni si
consumava d’amore, aspettando il giorno delle nozze e lottando contro l’arcigna
madre che le teneva continuamente tra i piedi un cugino ricco, quello stupido
Mimmino Orrei, a cui Sandrina non risparmiava né sgarbi né beffe. Povera
Sandrina! Ma che poteva farci lui? Il cuore, sì, largo: un mare! Quanto a cuore,
Creso; quanto a soldi... - eh? Diogene... sì, Diogene quando buttò via anche la
ciotola, per bere nel cavo delle mani. Ma veramente Diogene non quadrava bene al
caso. Quel che sarebbe andato a capello veramente - ah! - entrare al Consiglio
di Stato. Allora sì la madre avrebbe acconsentito alle nozze. Ma come studiare,
come prepararsi al concorso, lì, in città, dopo tante ore passate al Ministero
di Agricoltura Industria e Commercio, con la voglia matta di correre dalla
fidanzata? Impossibile! Ci voleva un mesetto di licenza, e andar lontano, in
qualche posto solitario. Ma ci volevano anche i mezzi.
Per miracolo a Pompeo Lagùmina non spuntarono le lagrime, li, in presenza di
tanta gente, pensando a quello che aveva saputo fare Sandrina per lui. Aveva
messo da parte, di nascosto, chi sa con quanto stento quelle mille lire che gli
aveva date a viva forza per mandarlo via, lontano da lei, a studiare. E tutto
ora dipendeva da quell’esame.
Subito Pompeo Lagùmina aprì il libro.
- Anche qui? fra tanto chiasso? -
venne a dirgli l’avvocato Mesciardi, il quale per far dispetto alla signora
Ardelli che in quel giorno era tutta del marito, se ne stava a guardar le gambe
delle signorine su l’altalena.
- Ha ragione! - sospirò il Lagùmina. -
Qua non è possibile! Il nostro convento è invaso oggi dalle demonia!
E rise. (Ecco! un’altra bella frase,
di sapore classico. Erano il suo forte. Gli venivano spesso, così, a lampi,
spontaneamente!) Si alzò, pensò d’internarsi giù nella macchia che vestiva, nel
rigidissimo pendio, tutto il monte.
Che bellezza! Che ombra! Che frescura!
- Ohi ! ohi!
Niente. Un ruzzolone. Perbacco,
bisognava andar cauti, con tutto quel pacciame di foglie per terra, lubrico
tappeto. S’era fatto un po’ male all’osso sacro. E il libro? Guarda, era
scivolato fino a quel tronco laggiù...
Il Lagùmina non ebbe più coraggio di muovere un passo: si teneva aggrappato a un
cespuglio e provava ad allungare un piede... via... fino a quel tronco... là! Ma
il naso, no! che c’entrava? E per miracolo non gli s’erano rotte le lenti,
urtando nel tronco. Via, con più cautela... Era pur divertente quell’andar così,
a volate. Un’altra... e poi un’altra... Giù giù, di tronco in tronco, si ridusse
fin quasi a piè del monte.
- Bravo, Pompeo! E ora a risalire ti
voglio!
E il libro? Ma guarda un po’! se l’era
dimenticato per terra, lassù... E come ritrovarlo, adesso? fra tanti alberi?
- Se non lo trovo, son rovinato! Su...
su...
Lo ritrovò, per fortuna, dopo circa
tre ore di smaniosa ricerca: lo ritrovò lì aperto, tra le foglie secche a piè
del tronco, con un segno evidentissimo che un uccellino vi s’era posato a
leggere, a studiare in sua vece e a digerir per lui, subito subito, tutte le
cognizioni apprese in un batter d’occhio.
- Ma che sporcaccione!
Riguadagnò infine la vetta, infocato
strappato sbracato, in un mar di sudore e con un formidabile appetito.
Lunedì.
Prima di tutto, i libri a posto! - Erano le cinque in punto; l’ora stabilita; e
Pompeo Lagùmina, contentone, si diede una fregatina alle mani.
Ma il tavolino... eh, troppo piccolo
per tutti quei grossi libri! voleva averli sotto gli occhi, tutti, a portata di
mano. Un tavolino più grande, intanto, non sarebbe entrato nella colletta. Come
fare? Un lampo! dei suoi! La cassa, su due seggiole, accanto al tavolino. Ecco
fatto!
E si mise con molta diligenza a disporre i libri per materia, poi preparò la
carta per gli appunti, temperò il lapis nero e poi quello rosso e turchino, per
certi suoi segni particolari (espedienti mnemonici!) e finalmente si sedette per
intraprendere la grande preparazione.
- Avvocato Lagùmina! Avvocato Lagùmina!
Ecco gli sfaccendati!
Pompeo Lagùmina sbuffò, scotendo in aria, rabbiosamente le pugna. Ma li avrebbe
lasciati cantare. Perbacco, era una vera indiscrezione! Sapevano bene che egli
non era venuto lassù per divertirsi.
- Padre Lagùmina!
- Padre Priore!
E dàlli col priore! Intanto, a non
rispondere, chi sa per quanto tempo avrebbero seguitato a chiamarlo; e poi
potevano anche credere che egli se ne stesse ancora a dormire.
S’affacciò alla finestra:
- Signori miei, chiedo scusa. Sto qui
dalle cinque a studiare. Già lo sanno.
- Non so nulla! - gridò il signor
Ardelli montando su l’asino - Io me ne ritorno in città e voglio essere
accompagnato da tutta la comunità fino all’uscita della macchia!
- Non posso, mi scusi, - rispose il
Lagùmina. - Lei ha già tanta bella compagnia. Mi lasci studiare.
Non sento ragione! - rispose l’Ardelli.
- Non posso rinunziare al priore.
- Ma è l’onorevole Quagliola il
priore...
E allora io, priore, - disse questi, -
le ordino di scendere per accompagnare il nostro frate cercatore.
Benissimo! Benissimo! - approvarono
gli altri.
E il Mesciardi aggiunse:
- Via, avvocato Lagùmina, pensi che
una passeggiatina di buon mattino fa bene al cervello, schiarisce le idee.
- Questo è vero, - si piegò a dire il
Lagùmina, per cortesia, e anche... sì, perché era indubitabile che una
passeggiatina...
Non l’avesse mai detto! - Dunque
scenda! dunque scenda! - gridarono a coro gli sfaccendati. Poteva più
rifiutarsi? Si ritrasse dalla finestra; sbuffò un’altra volta, e scese.
- Presto però! Mi raccomando! -
premise.
- Il tempo di scendere e di
risalire... - gli risposero.
Ma così nello scendere come nel
risalire, lo fecero parlar tanto del suo difficilissimo concorso, che si
ridussero su la vetta del monte all’ora della colazione.
Pompeo Lagùmina se ne mostrò inconsolabile. Protestava di non voler mangiare.
- Una mattinata perduta!
- Eh via, che ci vuol fare adesso? -
gli disse il Mesciardi. - Pazienza! Studierà dopo.
- Ma si studia bene di mattina, lo
sanno, - gridò stizzito il Lagùmina. - Mi lascino andare... Non mi
trattengano...
- Se lei non si nutre, - osservò con
la solita serietà flemmatica il Quagliola, - glielo dico io, non potrà resistere
all’enorme fatica. È vero, signora Ardelli?
- Ma l’avvocato mangerà: - concluse
questa. - Vorrà scusarci, se non abbiamo saputo fare a meno della sua graziosa
compagnia...
- Ma che dice mai, signora! - esclamò,
con subita commozione, il Lagùmina. - Ma io sarei felicissimo... se non mi
trovassi in queste angustie...
- Le promettiamo, - riprese la signora
Ardelli, - che non la disturberemo più. Va bene così? E ora mangi: faccia questo
piacere a me.
Così, quella mattina, proprio per far
piacere a quella gentilissima signora che lo aveva pregato con tanta insistenza,
Pompeo Lagùmina mangiò. Mangiando, chiacchierando, dimenticò la stizza e il
dispiacere, e poté fare onore al suo appetito: tanto che stentò non poco, alla
fine, a sollevarsi dalla seggiola. Ma - nessuna remissione, adesso: - studiare!
- Lor signori vanno a dormire! Io
ritorno ai miei libri. Buon riposo!
E salì alla sua celletta. Veramente,
armato di tutta la buona volontà, si mise a studiare. Sentiva in sé,
specialmente su le pàlpebre, il nemico invasore, il sonno; e voleva con tutte le
forze resistergli; ma, impegnando così, in quello sforzo, tutta l’attenzione,
leggeva e non capiva. Si agitò smaniosamente su la seggiola, e riprese daccapo
la lettura. Ora però, concentrando invece sul libro tutta l’attenzione,
allentava per conseguenza lo sforzo di resistenza al sonno. Così, pian piano, il
nemico lo invase, senza ch’egli se n’accorgesse: gli occhi gli si chiusero da
sé. A un crollo più forte del capo, si svegliò, intontito. Si guardò attorno:
vide il letto. Era inutile, via! Bisognava assolutamente che si concedesse, dopo
tutto quel pasto, con tutto quel caldo, un’oretta di sonno: un’oretta sola.
Si svegliò, che era già quasi sera.
- Dio, che aria rannuvolata! - gli
gridò Quagliola dallo spiazzo, vedendolo alla finestra. - Ho capito. Lei ci
vuole proprio lasciar la pelle!
- Eh sì, difatti, - borbottò il
Lagùmina, passandosi una mano su la fronte e su gli occhi, come se davvero
avesse fin’allora studiato ma non tanto per farlo credere agli altri, quanto per
il bisogno angoscioso di crederlo egli stesso.
- Venga giù! Noi abbiamo già desinato.
- No, più tardi, se mai, - rispose il
Lagùmina. - Adesso devo scrivere una letterina.
E scrisse alla sua cara Sandra che
egli lassù era solo, solo in compagnia d’un grosso cane che i vecchi frati non
avevano potuto indurre ad abbandonare l’antico romitorio; e ch’egli lassù, in
quella solitudine alpestre, sentiva freddo, freddo anche dentro, nell’anima,
così lontano da lei, e che per consolarsi studiava ininterrottamente, anche
durante il pasto frugale, che ogni mattina un ragazzetto gli recava dal prossimo
paesello, lì nell’antico refettorio de’ frati, deserto, mentre il vento urlava
di fuori, squassando gli alberi annosi della vetta e il grosso cane lo spiava
intento, coi grandi occhi buoni, pieni di silenzio...
S’intenerì fino alle lagrime Pompeo Lagùmina rileggendo quella sua patetica
lettera, sincerissima nelle bugie, poiché egli di gran cuore, ardentemente,
avrebbe desiderato che fosse vero tutto ciò che aveva scritto. E discese, poco
dopo, cupo raffagottato, con un nodo alla gola, a cenare.
Martedì.
Per l’orrore che la vista del letto gl’ispirava, dopo il tradimento del giorno
avanti, il martedì mattina Pompeo Lagùmina decise di recarsi a studiare nella
macchia, all’ombra, tranquillamente. Così anche nessuno lo avrebbe disturbato.
Scelse il libro da portarsi, prese il quaderno degli appunti, e via.
S’era da poco internato nella macchia, quando un grido represso lo fece
sobbalzare. Quagliolino, tutto affocato in volto, con gli occhi lustri, s’era
d’un subito rivoltato, pancia a terra e lo guardava, sospeso e sorridente.
Il Lagùmina sorrise anche lui, e gli domandò, crudele:
- L’ho disturbato?
- No. Niente, - rispose, abbassando
gli occhi, il giovinetto; e aggiunse: - Ha veduto... di là?
- Che cosa? No sa? stia tranquillo.
Non ho veduto niente.
- Dico, se ha veduto di là il bello
spettacolo che offrono tra la macchia certi signori!
- Ah! E chi?
- Mah... vada a vedere... di là...
E indicò un punto nella macchia. Il
Lagùmina, vivamente incuriosito, vi si diresse. Poco dopo, Quagliolino lo
raggiunse:
- Faccia piano... in punta di piedi...
Non so se ci siano ancora.
- Ma chi sono? - domandò di nuovo il
Lagùmina.
- Come? Non l’ha ancora capito? Ma il
Mesciardi e la signora Ardelli!
Pompeo Lagùmina spalancò tanto
d’occhi:
- Dice sul serio? Fino a questo punto?
Quagliolino sospirò, accigliato,
dicendo di sì, col capo.
- E quel povero cavaliere! - riprese
il Lagùmina. - Eh, perciò ieri gli hanno fatto tanta festa?
- Ma glie la fanno ogni giorno! -
raffibbiò Quagliolino.
- Eh... che vuole! - esclamò il
Lagùmina, traendo un tran sospiro. - Il luogo è tentatore! traditore! L’ozio...
la stagione... L’uomo, hic et haec, bestia, sa? bestia vile... cede,
cede... Non c’è buona volontà che tenga... Vede me? Ero venuto qua, apposta, per
studiare. Con questa notizia, lei m’ha già tutto scombussolato... È orribile,
non tanto, veda, questo tradimento che ci avviene per caso di scoprire, quanto,
in generale, l’accertamento della comune miseria umana, della debolezza della
nostra natura, esposta alla mercé dei casi, delle circostanze propizie allo
sviluppo dei germi del male in tutte le sue gradazioni, dal più piccolo fallo
fino al delitto più mostruoso. Ah, il male è invincibile in noi, invincibile!
E seguitò su questo tono, a lungo, a
lungo, abbagliandosi lui stesso nei lumi del suo discorso, e quasi inebriandosi
della sua voce, felice, beato delle idee originali e profonde che gli sgorgavano
così facilmente dal cervello e intontivano quel povero ragazzo che credeva di
non meritarsi questo da lui.
Quando poté riprender fiato dallo stordimento, Quagliolino domandò:
- Vogliamo tentare se ci riesce di
scovarli?
Pompeo Lagùmina non sapeva più di che si parlasse; voleva ripensare a quel che
aveva detto, e non ci riusciva. Disperazione! La sua intelligenza era proprio
così a lampi. Era capace, in certi momenti, di restare come un allocco davanti a
un ragazzina; e, in certi altri, di stordire il mondo.
- Andiamo?
- Ebbene, sì, andiamo.
S’aggirarono per la macchia come due
segugi, parecchie ore, arrestandosi di tratto in tratto, sospesi, ansiosi, a
ogni minimo rumore, al crollo d’una foglia secca in distanza. Pompeo Lagùmina si
sentiva animato in quella ricerca da uno spirito eroico, come se dovesse salvare
l’umanità da una grande infamia.
- Povero cavaliere!
Ma, per quanto cercassero, non
riuscirono a scoprire i due colpevoli. E così, anche quella mattina si fece
l’ora della colazione, senza che Pompeo Lagùmina avesse aperto il libro.
Mercoledì, giovedì, venerdì...
Man mano che i giorni passavano così vuoti, ora per una ragione, ora per
un’altra, da una parte l’avvilimento e il rimorso, dall’altra la trepidazione
angosciosa per gl’incombenti esami, crescevano nell’anima di Pompeo Lagùmina, e
certi giorni diventavano così pungenti e forti ch’egli non poteva più star solo,
lì nella celletta; si vedeva proprio costretto a scappare, per parlar con
qualcuno, e distrarsi. La vista di tutti quei libri, di cui già avrebbe dovuto
leggere almeno una buona parte, gli diventava intollerabile; tutta quell’enorme
materia di scienza politica, giuridica, amministrativa, gli s’accumulava, gli
sorgeva davanti agli occhi come una montagna insormontabile che gli levava il
respiro; e allora scappava, disperato, si presentava su la spianata, ove,
all’ombra degli alberi, quegli altri beati se ne stavano in ozio, a sfrottolare.
- Una boccata d’aria! Mi si gonfiano
le tempie. Mi fuma la testa.
E ora si metteva a parlare
fervorosamente, per stordirsi, ora se ne stava muto, aggrondato, e poco dopo
riscappava, tornava su, a studiare, esortandosi a non perdersi d’animo; e
riapriva i libri, riprendeva la lettura. Dopo alcune pagine però, scontrando la
prima difficoltà, risentiva più profondo l’avvilimento; e di nuovo la smania lo
assaltava, come una vellicazione irritante allo stomaco, un’angosciosa rabbia
che lo rendeva crudele, feroce contro se stesso. Si sarebbe preso a schiaffi;
sgravata la faccia; mugolava coi gomiti sul tavolino, il testone tra le mani che
tenevano forte acciuffati i capelli.
- Che colpa ha lui, poveretto, -
diceva intanto Quagliola ai compagni, su la spianata, dopo essersi accertato che
il suo figliuolo non stava lì ad ascoltarlo, - che colpa ha lui, se la natura lo
ha dotato di quel corpo così prepotente, che vuol mangiare e dormire, e che
quando ha mangiato, caschi il mondo, non riceve più cognizioni di sorta? Chiude
gli occhi, e buona notte! Può tenerseli aperti per forza? Quando on si può, non
si può.
E per carità di prossimo, andava coi
compagni sotto le finestre del Lagùmina e lo chiamava, perché egli potesse
addebitar loro la colpa del tempo perduto, e per offrirgli così il pretesto di
sottrarsi senza rimorso al suo martirio.
- Debbo studiare! - dichiarava
l’infelice ogni volta, affacciandosi alla finestra.
- Va bene! va bene! - gli rispondevano
dalla spianata Mesciardi o il Quagliola o il Picinelli. - Ma intanto venga un
po’ giù, che diamine, un momento di respiro. Guardi abbiamo bisogno di lei; ci
levi un dubbio!
E fingevano di credere alla gran
preparazione che egli diceva d’aver fatta in quel giorno, e lo incoraggiavano:
- Bravo, avvocato! Siamo già in porto!
Ora si riposi un tantino!
Pompeo Lagùmina si mostrava loro
gratissimo di quel momentaneo sollievo, di quelle buone parole: il cuore gli si
gonfiava dalla tenerezza, gli spuntavano finanche le lagrime, dietro gli
occhiali. Se li sarebbe baciati! Si stizziva invece contro di loro e arrivava a
odiarli, quando si dimenticavano di lui, e lo lasciavano lì solo, nella
celletta, senza disturbarlo. Si affacciava allora, non chiamato, alla finestra,
per farsi vedere; e tendeva, irresistibilmente, l’orecchio per sorprendere
qualche parola dei loro discorsi, e borbottava:
- Potrebbero parlar più basso...
Brutte bestie! Egoisti! si divertano... è giusto, durante la villeggiatura... Ma
potrebbero andarsene più al largo, a conversare... Proprio qui, dove sanno che
c’è un pover’uomo che deve studiare?
Così si arrivò alla terza domenica del
mese, durante la quale fu inaugurato su la vetta il giuoco delle Grazie, coi
cerchi e le bacchette portati da quel demonio tentatore del cavaliere Ardelli,
per innocente passatempo dei poveri frati del Romitorio.
Nessuna delle signorine venute lassù quel giorno si dimostrava destra in quel
giuoco, e neppure la signora Ardelli riusciva a insegnar loro il modo di
lanciare il cerchio con le due bacchette e di coglierlo poi a volo. Pompeo
Lagùmina, distratto continuamente dagli scoppii di riso di quelle signorine,
s’era affacciato più volte, furibondo, alla finestra. Neppure in quel giorno
festivo egli aveva voluto concedersi vacanza:
Voglio vedere chi la vince! - aveva ripetuto più volte a se stesso, nella
mattinata.
Ma era troppo il chiasso giù. E più d’una volta, affacciato alla finestra,
partecipando con gli occhi, involontariamente, a quel nuovo divertimento, si era
sentito prudere le mani, perché - quantunque miope - era bravissimo, lui, in
quel giuoco. Finalmente, una volta, non seppe tenersi dal gridare a quelle
signorine:
Ma non così! Non così, scusino!
Si voltarono tutte a guardare verso la finestra, e la signora Ardelli lo pregò
insistentemente, lo supplicò di scendere a far da maestro.
- Solo per cinque minuti... Mi
raccomando! - premise il Lagùmina.
Insegnava da circa un’ora - eh! oilà!
oilà! - tutto sudato, come si lanciasse il cerchietto delle Grazie, tra gli
evviva e gli applausi di quella gaja frotta di signorine, quando...
Fu proprio un fulmine a ciel sereno.
Pompeo Lagùmina rimase impietrito, con le due bacchette levate, e il cerchietto
ch’era per aria venne a insertarglisi su la fronte, come una corona. Risero
tutti, e rise anche lui, cercando di dominarsi e accorrendo verso Sandrina e la
madre, che stavano a osservarlo zitte zitte, con l’occhialetto - lì, su lo
spiazzo.
- Che bella improvvisata!
- Bugiardo!
- Imbroglione!
- Come... ma no! perché?
- Burattino!
- Buffone!
- Sandrina mia... Ma sentite..`
- Vada via!
- Si vergogni!
Non vollero lasciarlo parlare, non
vollero sentir scuse appena egli apriva bocca, subito gli esplodevano così a
bruciapelo, un insulto per una. Poi gli voltarono le spalle, e via, ridiscesero
il monte senza riposarsi neppure un momento, né voler bere neanche un sorso
d’acqua.
Pompeo Lagùmina andò a chiudersi nella celletta, e si buttò sul lettuccio, ove
rimase un pezzo in una tetraggine attonita, di cui egli stesso, a un certo
punto, ebbe sgomento. In quel vuoto orrendo, in quella sospensione terribile
della coscienza, una truce idea gli s’era affacciata, a cui egli, avvilito,
perduto, non sapeva ribellarsi. Pensò che non aveva armi con sé. Gli sovvenne il
racconto che il signor Lanzi aveva fatto alcuni giorni addietro del suicidio
d’un povero carabiniere, il quale, nello scorso inverno, era venuto a buttarsi
da uno dei rocchi del monte, dalla parte di ponente. Orribile morte!
Ma, alla fine, soccorso dalle risate delle signorine su la spianata, egli potè
sottrarsi all’incubo di quella idea spaventevole.
Si alzò dal letto e decise di scrivere una lunga lettera di spiegazione a
Sandrina; proponendosi di rimeditare sul proposito violento, dopo la risposta
della fidanzata a quella sua lettera.
Naturalmente, in quei giorni di tremenda attesa, non gli fu possibile studiare.
E chi avrebbe potuto, in quelle condizioni di spirito?
Scendeva, angosciato, funebre, a desinare, e non s’accorgeva di mangiare; poi
andava a buttarsi di nuovo sul letto, e soltanto nel sonno trovava un po’ di
requie.
Dopo due giorni, arrivò la risposta; ma non di Sandrina. Gli scriveva la madre e
gli diceva che alla figlia era bastato lo spettacolo indecente di quel giorno,
perché rinsavisse e le desse finalmente la consolazione di accogliere il suo
saggio, antico consiglio: quello di accettar la mano del cugino Mimmino Orrei
immeritamente da lei respinto. Ogni relazione tra lui e Sandrina era rotta per
sempre.
Pompeo Lagùmina si precipitò su la spianata con quella lettera in mano. Il suo
spirito era come ubriacato dal dispetto; ma il corpo gigantesco trionfava nella
ricuperata libertà, come se si fosse tolto un macigno dal petto.
- Allegri, signori! - gridò agli amici sfaccendati. - Non debbo più dar l’esame;
posso ora assumere la carica di Padre Priore! Ehi, cameriere! Che diamo oggi a
questa brigata spendereccia?
Ogni mercoledì corredo grande
di lepri, starne, fasani e pavoni,
e cotte manze et arrosti capponi
e quante son delicate vivande...
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