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4. La disdetta di Pitagora (1903)
«Beffe della morte e della vita»,
"seconda serie", Lumachi, Firenze 1903.
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- Perbacco!
E, rimettendomi il cappello, mi voltai a guardare la bella sposina tra il
fidanzato e la vecchia madre.
Dri dri dri... - ah come
strillavano di felicità sul lastrico della piazza assolata, nel mattino
domenicale, le scarpe nuove dell’amico mio! E la fidanzata, con l’anima tutta
ridente nell’azzurro infantile degli occhietti irrequieti, nelle guance invermigliate,
nei dentini lucenti, sotto l’ombrellino sgargiante di seta rossa, si faceva
vento, vento, vento, quasi a smorzar le vampe della gioia e del pudore, la prima
volta che si mostrava così per via, bambina, alla gente, con a fianco - dri dri dri quel pezzo di promesso sposo, esageratamente nuovo,
pettinato, profumato e soddisfatto.
Rimettendosi in capo il cappello (piano, che la pettinatura non si guastasse),
si voltò anche lui, l’amico mio, a guardarmi. O che c’entrava? Mi vide ferreo in
mezzo alla piazza, e chinò il capo, con un sorriso impacciato. Risposi con un
altro sorriso e un vivace gesto della mano che voleva dire: «Mi rallegro! mi
rallegro!».
E, fatti pochi passi, mi voltai di nuovo. Non m’aveva fatto tanto piacere quella
vispa figurina tutt’accesa della piccola fidanzata, quanto l’aria di lui,
dell’amico mio, che non vedevo da circa tre anni. O non si voltò anche lui a
guardarmi una seconda volta?
«Che sia geloso?» pensai,
incamminandomi a capo chino. «N’avrebbe ragione in fin dei conti! È proprio
carina, perbacco. Ma lui, lui!» |
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Non so; m’era sembrato anche più alto
di statura. Prodigi dell’amore! E poi, tutto ringiovanito, negli occhi
specialmente, nella persona così evidentemente carezzata da certe cure
affettuose di cui non l’avrei mai stimato capace, conoscendolo nemico di quegli
intrattenimenti intimi e curiosissimi che ogni giovinetto suole avere con la
propria immagine per ore e ore davanti a uno specchio. Prodigi dell’amore!
Dov’era stato in questi tre ultimi anni? Qua a Roma, prima, abitava in casa di
Quirino Renzi, suo cognato, ch’era poi il vero amico mio. Infatti egli, per me,
propriamente, si chiamava più «il cognato di Renzi», che Bindi di casa sua. Era
partito per Forlì due anni prima che Renzi lasciasse Roma, e non l’avevo più
riveduto. Ora, rieccolo a Roma e fidanzato.
- Ah, caro mio, - seguitai a pensare,
- tu non fai più, certamente, il pittore. Dri dri dri: le tue scarpe
strillano troppo. Di’ che ti sei voltato ad altro mestiere, che ti deve fruttar
bene. E io te ne lodo, non ostante che cotesto nuovo mestiere t’abbia persuaso a
prender moglie.
Lo rividi due o tre giorni dopo, quasi
alla stess’ora, di nuovo insieme con la promessa sposa e la futura suocera.
Altro scambio di saluti accompagnati da sorrisi. Inchinando lieve e pur con
tanta grazia il capo, mi sorrise anche la sposina, questa volta.
Da quel sorriso argomentai che Tito le aveva certo parlato a lungo di me, delle
mie famose distrazioni di mente, ed anche detto che Quirino Renzi, suo cognato,
mi chiama Pitagora perché non mangio fagiuoli; e spiegato anche perché, a mo’
d’ingiuria scherzosa, si può chiamar Pitagora chi non mangi fagiuoli, ecc. ecc.
Cose che fanno tanto piacere.
M’accorsi che segnatamente alla suocera questa faccenda dei fagiuoli e di
Pitagora aveva dovuto fare una buffissima impressione, perché, incontrandoli in
seguito, non so più quant’altre volte, sempre tutt’e tre insieme, quella vecchia
marmotta sbruffava proprio a ridere, senza neppur curarsi di nascondere la
risata, dopo aver risposto al mio saluto, e si voltava anche a guardarmi,
ridendo ancora.
Avrei voluto ripigliar Tito qualche giorno da solo a solo per domandargli se la
presente felicità non offrisse a lui, alla sposina e alla futura suocera
alcun’altra cagione di riso, e in questo caso compiangerlo; ma non mi venne mai
fatto. Desideravo inoltre da lui qualche notizia di Renzi e della moglie.
Ma ecco, un bel giorno, arrivarmi da Forlì questo telegramma:
«Brutti guaj, Pitagora. Sarò a Roma
domattina. Trovati stazione ore 8,20. - Renzi».
O come! - pensai, - ci ha qui il
cognato, e vuol essere accolto da me alla stazione? Feci su quel «brutti guaj»
un mondo di supposizioni, tra le quali la più ragionevole mi sembrò questa: che
Tito stesse per contrarre un pessimo matrimonio, e che Renzi venisse a Roma per
tentare di mandarglielo a monte. Dopo circa tre mesi di saluti e di sorrisi,
confesso che nutrivo già per quella bambola di sposina un’antipatia
irresistibile e qualcosa di peggio per la madre.
Il giorno appresso, alle otto, ero alla stazione. E ora giudicate voi, se io non
sono davvero perseguitato da un destino buffone. Arriva il treno, ed ecco Renzi
al finestrino d’una vettura: mi precipito... ma le gambe all’improvviso mi si
piegano; mi cascano le braccia.
- Ho con me il povero Tito, - mi fa Renzi, additandomi pietosamente il cognato.
Tito Bindi, quello lì? Come! E chi
avevo io dunque salutato per tre mesi, lungo le vie di Roma? Eccolo là, Tito...
Ah Dio mio, in quale stato ridotto!
-Tito, Tito... ma come?... tu... -
balbetto.
Tito mi butta le braccia al collo e
scoppia in un pianto dirotto. Guardo Renzi a bocca aperta. Ma come? Perché? Mi
sento impazzire. Renzi allora m’accenna con una mano alla fronte e sospira,
chiudendo gli occhi. - Chi? lui, io o Tito? - Chi è il pazzo?
- Su via, Tito, - esorta Renzi il
cognato, - calmati! calmati! Aspetta un po’ qua, tieni d’occhio queste valige.
Io vado con Pitagora a ritirare il baule.
E, andando, mi narra sommariamente la
storia miseranda del povero cognato, che da circa due anni e mezzo aveva preso
moglie a Forlì: gli eran nati due bambini, uno dei quali, dopo quattro mesi, era
accecato; questa disgrazia, l’impotenza di provvedere adeguatamente con l’arte
sua ai bisogni della famiglia, le continue liti con la suocera e con la moglie
sciocca ed egoista, gli avevano sconcertato il cervello. Ora Renzi lo conduceva
a Roma per farlo visitare dai medici e divagarlo un po’.
Se non avessi visto con gli occhi miei Tito ridotto in quello stato, avrei senza
dubbio creduto che Renzi, come tant’altre volte, volesse farsi beffe di me. Tra
lo stordimento e la pena, gli confesso allora l’equivoco in cui ero caduto, come
io cioè, fino al giorno avanti, avessi salutato Tito, promesso sposo, per le vie
di Roma. Renzi, non ostante la costernazione per il cognato, non può tenersi di
ridere.
- T’assicuro! - gli dico io. - Tal e
quale! Proprio lui in persona! Da tre mesi ci salutiamo e ci sorridiamo: siamo
venuti amiconi! Ora sì, ora noto la differenza. Ma perché Tito, poverino, sfido!
non si riconosce più. Io saluto ogni giorno, invece, Tito qual era prima che
partisse per Forlì, tre anni or sono. Ma proprio lui, sai? Tito, Tito che
guarda, Tito che parla, Tito che sorride, Tito che cammina, Tito che mi
riconosce e mi saluta... Proprio lui! proprio lui! Figurati che impressione m’ha
fatto rivederlo così, ora, dopo averlo veduto ieri, verso le quattro, felice e
raggiante con la sposina accanto.
La mia disdetta vuole, che di tutto
quello che io sento nessuno mai debba o voglia tener conto. Renzi, com’ho detto,
rideva, e, poco dopo, per distrarre il malato, gli volle raccontare questa bella
avventura. Sentite ora che ne seguì.
Quel poveretto rimase in prima stranamente stupito del mio abbaglio; ci lavorò
su un pezzo con la fantasia, durante il tragitto dalla stazione all’albergo, e,
alla fine, afferrandomi per un braccio, con tanto d’occhi sbarrati, confitti nei
miei, mi gridò:
- Pitagora, hai ragione!
Mi spaventai; mi provai a sorridergli:
- Che vuoi dire, caro Tito?
- Dico che hai ragione! - ripeté egli
senza lasciarmi, con un brio di luce terribile negli occhi sempre più sbarrati.
- Non ti sei ingannato! Quello che tu saluti sono io. Proprio io, Pitagora, che
non ho mai lasciato Roma! mai! mai! Chi dice il contrario, è mio nemico! Qua,
qua, tu hai ragione, io sto qua, sempre, a Roma, giovane, libero, felice, come
tu ogni giorno mi vedi e mi saluti. Caro mio Pitagora, ah, respiro! respiro! Che
peso m’hai levato dal petto! Grazie, caro, grazie, grazie... Sono felice!
felice!
E, rivolgendosi al cognato:
- Abbiamo fatto un brutto sogno,
Quirino mio! Dammi, dammi un bacio! Sento il gallo cantare di nuovo nel mio
vecchio studio di Roma! Pitagora qui presente te lo dice. È vero, Pitagora? è
vero? ogni giorno tu m’incontri qua a Roma... E che faccio io a Roma? Dillo a
Quirino. Faccio il pittore! il pittore! E vendo, no? Se mi vedi che rido, vuol
dire che vendo! Ah... Va benone... Viva la gioventù! Scapolo, libero, felice...
- E la sposina? - mi lasciai scappare
disgraziatamente, senza avvertire che Renzi, per prudenza, poco fa, nel
raccontargli l’equivoco, aveva tralasciato questo pericoloso particolare.
Il volto di Tito s’abbuiò a un tratto.
Mi riafferrò questa volta per tutt’e due le braccia:
- Che hai detto? Come! Prendo moglie?
E guardò sbigottito il cognato.
- Ma che! - gli faccio io, subito, per
rimediare, a un cenno di Renzi. - Ma che, caro Tito! So bene che tu scherzi con
quella marmottina!
- Scherzo? Ah, scherzo, dici? -
incalzò Tito, infuriandosi, stravolgendo gli occhi, agitando le pugna. - Dove
sono? dove sto? dove mi vedi? Bastonami come un cane, se mi vedi scherzare con
una donna! Non si scherza con le donne... Si comincia sempre così, Pitagora mio!
E poi... e poi...
Scoppiò di nuovo in pianto, coprendosi
il volto con le mani. Invano io e Renzi cercammo di quietarlo, di consolarlo.
- No, no! - ci rispondeva. - Se prendo
moglie anche qui a Roma, sono rovinato! rovinato! Vedi come mi sono ridotto a
Forlì, caro Pitagora? Salvami, salvami, per carità! A ogni costo bisogna
impedirmelo! subito! Anche lì ho cominciato scherzando.
E tremava tutto, come per brividi di
febbre.
- Ma se noi siamo qui per pochi giorni
soltanto! - gli disse Renzi. - Il tempo di contrattare con due o tre signori per
l’acquisto dei tuoi quadri, come s’era rimasti. Ce ne torneremo subito a Forlì.
- E non gioverà a nulla! - rispose
Tito, con un gesto disperato delle braccia. - Ce ne torneremo a Forlì, e
Pitagora seguiterà pur sempre a vedermi qua a Roma! come vuoi che sia
altrimenti? Vivo qua sempre a Roma, Quirino mio, anche standomene lì. Sempre a
Roma, sempre a Roma, negli anni miei belli, scapolo, libero, felice, come
appunto m’ha visto Pitagora ieri stesso, non è vero? Eppure ieri noi eravamo a
Forlì: vedi che non dico bugie?
Commosso, esasperato, Quirino Renzi
scosse rabbiosamente la testa e strizzò gli occhi per frenar le lagrime. Finora
la pazzia del cognato non gli s’era palesata in così disperate proporzioni.
- Via, via, - riprese Tito,
rivolgendosi a me: - andiamo, conducimi subito dove tu mi suoli vedere. Andiamo
al mio studio, in via Sardegna! A quest’ora ci sarò, voglio sperare che a
quest’ora non sarò dalla sposina!
- Ma come! se sei qui con noi, Tito
mio! - esclamai io sorridendo, con la speranza di richiamarlo in sé. - Dici sul
serio?
Non sai che io ho la specialità degli
equivoci? Ho scambiato per te un signore che ti somiglia.
- Sono io! Infame! Traditore! - mi
gridò allora il povero pazzo, con gli occhi lampeggianti e con un gesto di
minaccia.
- Vedi questo pover’uomo? Io l’ho
ingannato. Ho sposato senza dirgliene nulla. Ora tu vorresti forse ingannare
anche me? Di’ la verità, sei d’accordo con lui? gli tieni mano? Vuoi farmi
sposare di nascosto? Conducimi in via Sardegna... Già, so la via; ci vado da me!
Per non farlo andar solo, fummo
costretti ad accompagnarlo. Via facendo, gli dissi:
- Scusa, ma non ricordi che non ci
stai più in via Sardegna?
S’arrestò, perplesso, a questa mia
osservazione; mi guardò un tratto, accigliato; poi disse:
- E dove sto? Questo tu puoi saperlo
meglio di me.
- Io? Oh bella! Come voi che lo
sappia, se non lo sai neanche tu?
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