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3. Al valor civile (1902)
«Quand'ero matto», Streglio,
Torino 1902.
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Dicendo agli uomini: tigri, jene,
lupi, serpi, scimmie o conigli, Bruno Celèsia temeva di fare a quelle bestie
un’ingiuria che non si meritavano, perché ciascuna, conforme e obbediente alla
propria natura; mentre l’uomo! falso, l’uomo. E dunque, sputi in faccia,
all’uomo, e possibilmente calci in un altro posto!
— Lo so io che ci ho qua dentro! —
diceva, aggrondato, ponendosi una mano sul ventre.
— Un figliuolo?
— L’inferno, canaglia!
E un cratere di vulcano avrebbe voluto
avere per bocca, parola d’onore! Il cratere dell’Etna, per vomitare addosso
all’umanità tutto quel fuoco che gli ruggiva dentro.
Pur non di meno, assistendo quel giorno dalla Piazza del Municipio alla solenne
distribuzione delle onorificenze al valor civile, Bruno Celèsia, fra sé e sé non
poteva non riconoscere sinceramente ch’era una bella e degna festa.
Matricolato imbroglione, quel sindaco, oh! Ma oratore nato. E più volte, durante
il magnifico discorso che esaltava le virtù native della gente siciliana,
ricordando gli atti eroici da essa compiuti, Bruno Celèsia s’era sentito correre
per la schiena un brivido elettrico. Con le dita irrequiete, intanto, si
cacciava in bocca e mordicchiava i peli dei baffoni o la punta della ruvida
barba crespa. |
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A quando a quando, poi, rapidamente si
passava l’altra mano su la falda del farsetto lustro e inverdito. Perché? Ma
perché l’umanità è porca, ecco perché! Fatta tutti di figli di cane, ecco
perché! Era venuto in voga da alcuni giorni lo stupido scherzo d’attaccar dietro
alla gente con uno spillo un pezzetto di carta con un motto sconcio o con uno
sgorbio sguaiato. Già due volte, a lui, una testa di cervo, e una mano che
faceva le corna.
— Porci! Bravissimo!
La seconda esclamazione era per il
sindaco, che ricordava in quel momento ciò che il popolo di Palermo aveva saputo
fare nelle storiche giornate del suo glorioso riscatto.
Finito fra strepitosi applausi il discorso del sindaco, a cui il Celèsia,
infiammato, non aveva saputo tenersi dal tributare anche i suoi, cominciò la
premiazione.
Su l’ampio balcone marmoreo del palazzo municipale, ove col sindaco tutto in
sudore stavano placidi, coi ventaglini in mano, i consiglieri comunali e le loro
signore e i maggiorenti del paese, si presentò dapprima un giovinetto bruno,
vigoroso, dagli occhi arditi, bellissimo, che due volte s’era cacciato in una
casa in fiamme per salvare una vecchia e un bambino.
La folla lo accolse entusiasticamente.
— Viva Sghembri! Viva Carluccio
Sghembri!
Qualcuno osservò che quei signori del
municipio avrebbero fatto meglio a istituire un corpo di pompieri, di cui il
paese ancora difettava, e a far pompiere Carluccio che se l’era meritato, invece
di dargli quella medaglia al valor civile, della quale, in fin dei conti, non
avrebbe saputo che farsi, povero facchino di porto che si rompeva la schiena
tutto il giorno allo scarico o agli imbarchi, sotto le balle di carbone e i pani
di zolfo.
«Sei bello,» borbottava fra sè Bruno
Celèsia, ammirandolo, «ma cresci, caro, e vedrai che fior di canaglia diventerai
anche tu! Viva! Viva!»
Applaudiva intanto con gli altri e si
passava la mano su la falda del farsetto.
A uno a uno si presentarono agli evviva della folla, per ricevere la loro
medaglia, gli altri quattro eroi della giornata.
— D’un momento, — commentava sotto,
tra la folla, il Celèsia. — Birbaccioni prima, birbaccioni dopo... Tutta
l’umanità... puàh! schifosa... Viva! Viva!
Terminata la premiazione, la folla
cominciò a sparpagliarsi. Bruno Celèsia vagò ancora un pezzo, guardingo e
sdegnoso, tra quel rimescolio di gente. Ammirava i lampioncini variopinti,
preparati per la luminaria della sera e di tratto in tratto storceva la bocca.
— Se si mette lo scirocco!
E alzava gli occhi al cielo
minaccioso, che a mano a mano s’infoscava di più.
«Torniamocene a casa,» disse a un
certo punto, risolutamente, a se stesso, «perché questo paese di cani, se no, è
capace di credere e di proclamare che la festa sarà guastata dalla pioggia, solo
perché io oggi mi son fatto vedere in piazza.»
Scorse da lontano quella mala zeppa di
suo padre che tante amarezze gli aveva cagionate e che forse, per la terza
volta, cercava lì, dentro le tasche del prossimo, la via per tornarsene in
catorbia donde era uscito da pochi mesi: voltò sdegnosamente le spalle e s’avviò
di fretta per rincasare.
«Dicono che le ranocchie,» pensava
andando, «usano di passar l’inverno nel fango dei fossati. Mio padre, peggio:
nel fango della vita, tutt’e quattro le stagioni...»
S’era impegnati fino gli occhi della
testa per salvarlo, la prima volta. Ora non voleva più vederlo neanche da
lontano. Quel nome sporcato che portava da lui gli bruciava la fronte come una
bollatura di fuoco.
— Ma, del resto, non l’ho svergognato
soltanto io il tuo bel nome! — aveva pure avuto il coraggio di buttargli in
faccia il padre una volta. — Pensa a tua moglie, piuttosto, che ne fa strazio da
tanti anni pubblicamente.
E Bruno Celèsia s’era morso a sangue
una mano per non rispondere. Poiché sua moglie...
Ma, pubblicamente, no: con uno solo.
Non l’aveva uccisa, perché sicurissimo che peggio della morte sarebbe stato per
lei l’amante, il quale prima o poi l’avrebbe abbandonata, gettata in mezzo a una
strada, come un sacco d’immondizie. Che! Vivevano felici, maritalmente, quei
due, da tanti anni, e rispettati e riveriti da tutto il paese. E tre figliuoli
avevano, tanto carini... poveri innocenti: bastardelli! A lui, quella buona
femmina non aveva saputo dargliene neanche uno, legittimo... Non si sarebbe
sentito così solo, adesso... non avrebbe invidiato nessuno... Sia, dopo tutto,
forse meglio così. Nessuna cosa gli era andata a verso, mai, nella vita: e fors’anche
dai figli, se ne avesse avuti, chi sa quali dispiaceri, quali e quanti dolori.
Destino. Eh via, sì, destino: come non crederci? Che aveva fatto, lui, per
essere così il bersaglio di tutte le frecce, figlio, marito, cittadino; malvisto
e sfuggito da tutti, perché in fama di iettatore, e deriso, anziché compianto,
per le sue domestiche sventure?
Non s’era mai gettato in imprese arrischiate: eppure, da quelle poche, sicure,
che aveva tentate era sempre uscito col danno e le beffe. Tanti s’erano
arricchiti prendendo in appalto la manutenzione dell’antemurale del porto: ci
s’era messo lui, e a botte di mare mezza scogliera, appena appena costruita,
volata via. Gli scogli gettati dagli altri appaltatori, il mare, sì, se li era
pigliati in santa pace, come tozzi di pane.
— Da Bruno Celèsia, no; non me ne
piglio.
Si poteva lottare con quel bestione
del mare? E s’era ridotto povero in canna. Per carità aveva trovato un posticino
di scritturale in un banco; ma ci voleva tutta la sua pazienza per resistervi.
Perché al principale non piaceva la sua mano di scrittura; e a lui veniva
proprio in punta in punta alla lingua di rispondergli, che una vera porcheria
era farle, certe cose, e non come lui gliele scriveva sul registro.
Così riflettendo su le sue sciagure, Bruno Celèsia si ridusse a casa.
Abitava all’estremità del paese, dalla parte di ponente, dove la spiaggia
svoltava sotto l’altipiano marnoso per descrivere un’altra lunga lunata. Le
poche case che si allineavano lì, addossate all’altipiano, vicinissime al mare,
erano escluse dalla vista del paese, disposto a semicerchio, nell’altra
insenatura della spiaggia. E lì era pace, una gran pace quasi stupefatta
dall’infinito spettacolo del mare.
Dovette affrettare gli ultimi passi, perché già la pioggia cominciava a cadere,
e infittiva. Il mare era inquieto, torbido, e gonfiava di punto in punto sotto
l’incombente minaccia del cielo gravido d’enormi nuvole nere. I marosi,
intumidendo, cominciavano a cozzare gli uni negli altri e non riuscivano ancora
a frangersi. Solo una breve spuma rabbiosa ferveva un tratto, a strisce, su per
le creste irte, qua e là.
— Vuol darci dentro bene! — sospirò il
Celèsia guardando dietro i vetri del balconcino.
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