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NOVELLE PER UN ANNO - 1926 - "IL VECCHIO DIO"
Pubblicata nel 1926, la raccolta Il vecchio Dio costituisce il decimo volume
delle Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1894 ed il 1903. |
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2. Tanino e Tanotto (1902)
«Il Marzocco», 11 maggio 1902, poi
in « Bianche e nere», Streglio, Torino 1904.
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Dai contadini che si recavano ogni
giorno in città con le mule cariche delle provviste della campagna, il barone
Mauro Ragona sapeva che la moglie seguitava a star male e che anche il figlio,
ora, s’era gravemente ammalato.
Della moglie non gl’importava. Matrimonio sbagliato, contratto per sciocca
ambizione giovanile.
Figlio d’un contadino arricchito, il quale, sotto il passato Governo delle due
Sicilie, s’era comprata col feudo la baronia, aveva sposato la figlia del
marchese Nigrelli, fin da bambina educata a Firenze, e che, a suo dire, non
comprendeva più il dialetto siciliano; pallida, bionda e delicata come un fiore
di serra. Robusto, tutto d’un pezzo, bruno di carnagione, anzi nero come un
africano, faccia dura, occhi duri, grossi baffi e capelli fitti, crespi,
nerissimi, egli ora si diceva contadino, e se ne vantava.
Avevano capito presto l’uno e l’altra che la loro convivenza era impossibile.
Ella piangeva sempre; senza ragione, credeva lui. Dal canto suo, egli s’annoiava
e, in risposta a quelle lagrime, sbuffava. Ma dalla loro unione era nato un
bambino, biondo, pallido e delicato come la madre, la quale fin dai primi giorni
se n’era mostrata gelosissima; tanto che egli non aveva potuto mai toccarlo e
nemmeno quasi guardarlo.
E allora egli s’era allontanato dalla città senza darne né conto né ragione a
nessuno. Per fare il comodo suo. Se n’era andato lì nella sua campagna nativa;
s’era presa con se Bàrtola, la bella figlia d’un suo fattore morto l’anno
avanti, sana e gaja contadina, piena d’umile bontà, che aveva accolto come un
grande onore, come una vera degnazione l’amore del giovane padrone; gli era nato
un figliuolo anche da lei, ma bruno come lui, solido e paffuto; e finalmente
s’era sentito a posto.
La moglie, contentissima. |
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S’erano guastati del tutto, apertamente, per una stupida bizza: Mauro Ragona
adesso lo riconosceva. Vedendosi trattato d’alto in basso dalla moglie
aristocratica, nelle rare volte che si recava in città più per rivedere il
figlio che per lei, s’era sentito un giorno rimescolare il sangue. Ah davvero
ella sentiva tanto disprezzo per lui? davvero non lo riteneva degno d’altra
donna, che di quella Bàrtola che teneva in campagna ?
— Ti voglio! — le aveva gridato,
inasprito dalie sdegnose ripulse di lei. — Sei infine mia moglie!
Ma ella s’era ribellata fieramente a
quella violenza che egli per puntiglio voleva usarle. Accecato, il Ragona s’era
lasciato spingere un po’ troppo oltre dall’amor proprio offeso, e finalmente se
n’era andato, rompendo in una sghignazzata.
— Quella lì, del resto, vale cento
volte più di te!
D’allora in poi, non era più ritornato
in città.
Non gli importava, dunque, che la moglie stesse male. Ma che ora si fosse
ammalato anche il figlio, sì, e molto. Non lo aveva più riveduto, da cinque
anni, povero piccino, e ne aveva rimorso: era sangue suo, portava il suo nome,
il suo, il nome dei Ragona; sarebbe stato l’erede della sua ricchezza, e
cresceva intanto come un Nigrelli, lì, tutto della madre che forse gli parlava
male di lui, a tradimento, male del proprio padre, di cui il piccino non poteva
più, certo, ricordarsi. Se ne ricordava lui, però: ah era tanto bello, come un
angioletto, con quei ricci biondi e quegli occhi limpidi, color di cielo. Chi sa
intanto come s’era fatto, ora, dopo cinque anni... - malato, ora, e
gravemente... - E se fosse morto, se fosse morto, senza conoscere il padre?
Bàrtola quei giorni si teneva con sé, lontano, Tanotto, il figliuolo, vedendo il
padrone così aggrondato e in pensiero per quell’altro. Comprendeva, col suo
cuore devoto, che la vista di Tanotto, allegro e spensierato, non poteva riuscir
gradita in quei momenti al padrone; temeva che questi non facesse anche qualche
sgarbo al povero piccino innocente, non lo respingesse, come un cagnolo
importuno. Ella stessa s’arrischiava appena di domandargli notizie.
— Non so nulla! Non mi sanno dir
nulla! — le rispondeva egli duramente, smaniando.
E Bàrtola non s’offendeva di quella
durezza. Pensava che era per il dolore del figlio, e giungeva le mani, alzando
gli occhi al cielo. La Vergine Santa doveva farglielo guarire presto, quel
bambino! Ella non poteva vedere così angustiato il suo padrone.
— Lasciala stare la Vergine, — le
disse egli, un giorno, irritato. — Lo so che a te piacerebbe che mio figlio
morisse!
Bàrtola aprì le braccia, sbarrò gli occhi, stupita, ferita nel cuore, quasi non
sapendo credere che il padrone avesse potuto pensar di lei una tal cosa.
— Che dice, Vossignoria! — balbettò. E
non sa che per il signorino darei anche la vita di mio figlio?
Si coprì il volto con le mani e si
mise a piangere.
Il barone, poco prima, standosi con la fronte appoggiata i vetri del balcone,
aveva veduto Tanotto su lo spiazzo davanti la villa scherzare col cane e coi
tacchini, e aveva fatto quel cattivo pensiero. Ora si pentiva d’averlo così
crudamente manifestato; ma invece di mostrare il suo pentimento a Bàrtola, si
stizzì del pianto che le aveva ingiustamente cagionato.
— Mio figlio non deve morire! — gridò,
serrando le pugna e scotendole in aria. — Non deve morire! non voglio, capisci?
Ma sì che lo capiva Bàrtola; capiva
che per il padrone il figlio, il figlio vero era quello lì; quest’altro, Tanotto,
era figlio di lei, e basta - figlio d’una povera contadina, il quale, morendo,
si sarebbe levato di patire, di tante dure fatiche si sarebbe levato, che già lo
aspettavano; mentre quello lì, il signorino, morendo (Dio liberi!) avrebbe fatto
tanto guasto, perché era ricco e bello e fatto per vivere e per godere, e il
Signore avrebbe dovuto sempre guardarglielo!
Sul tramonto di quello stesso giorno, il barone Ragona fece sellare il cavallo e
partì per la città, con la scorta di due campieri.
Arrivò ch’era già sera inoltrata, e trovò a casa il marchese Nigrelli, venuto
apposta da Roma, dove, da vecchio donnajuolo impenitente, dava fondo alle sue
ultime sostanze. Piccolo, asciutto, con la schiena quasi ingommata, i baffetti
lunghi ritinti e incerati, egli accolse il genero col solito garbo cerimonioso,
come se non sapesse nulla di nulla:
— Oh caro barone... caro barone... —
Riverisco, — grufò il Ragona, guardandolo, cupo, negli occhi, e lasciandolo lì,
con la mano protesa; poi, vedendo che il marchese alzava quella mano per
battergliela amorevolmente la spalla, aggiunse, seccato: — Vi prego di non
toccarmi. Dov’è mio figlio?
— Eh, maluccio! — sospirò il marchese,
disinvolto, portandosi le mani alle punte dei buffetti incerati. — Maluccio,
caro barone... Venite, venite...
—Sta in camera con la madre? —
domandò, fermandosi, il Ragona.
— Eh no, — rispose il Nigrelli. — S’è
dovuto portar via, in un’altra camera, perché, capite? ha bisogno d’aria, di
molta aria, che ad Eugenia farebbe male. Si tratta di tifo, purtroppo, caro
barone... Tanto che io ho pensato...
— Ditemi dov’è! — lo interruppe,
brusco e smanioso, il barone. — Accompagnatemi!
Dopo cinque anni, si sentiva come un
estraneo nella propria casa; non si raccapezzava più tra i cambiamenti che vi
aveva apportato la moglie. Nella camera ove giaceva il bambino, vide prima di
tutto, accanto al letto, una suora di carità, e se ne turbò profondamente.
— L’ho chiamata io, — spiegò il
marchese. — Volevo dirvi questo. Non
potendo la madre, qual più amorosa assistenza ?
E terminò la frase in un sorriso
grazioso rivolto alla giovane suora, che abbassò subito gli occhi sotto le
grandi ali bianche della cornetta.
— Ci sono qua io, ora! — disse il
barone, accostandosi al letto; poi, vedendo il piccino ischeletrito, giallo come
la cera, quasi calvo: — Figlio! — esclamò. — Figlio! Figlio mio! — con tre
sospiri, che parve gl’impietrassero il cuore.
Il piccino lo guardava dal letto,
smarrito, sgomento, non sapendo chi fosse colui che lo chiamava a quel modo.
Egli comprese l’espressione di quello sguardo e ruppe in singhiozzi.
— Sono tuo padre, figlio mio! tuo
padre, tuo padre, che ti vuol tanto bene...
E s’inginocchiò accanto al lettuccio e
cominciò a carezzare il visino sparuto del figliuolo, a baciargli le manine,
teneramente, qua e qua e qua, su tutti i ditini, e poi sul dorso e poi su la
palma che scottava di quella manina cara, ischeletrita. Ah Dio, Dio, come
scottava!
Non si staccò più da quel lettuccio, né giorno né notte, per circa un mese.
Licenziò la suora di carità, quel cappellaccio che gli pareva di
malaugurio; e volle attender lui a tutte le cure, a tutte, senza darsi un
momento di requie, senza più chiuder occhio per notti e notti, rifiutando anche
il cibo, rifiutando ogni aiuto. Non domandò affatto notizie della moglie; non
volle neppur sapere di che male fosse inferma: non visse, in quei giorni, che
per il suo piccino, il quale, a poco a poco, per istintiva gratitudine, al caldo
di quell’amore sempre vigile, non seppe più fare a meno di lui, e se lo teneva
abbracciato, stretto stretto, e se lo accarezzava, mentre egli sentiva
soffocarsi dalla commozione.
Vinto il male, i medici consigliarono al barone di portarsi il figlio in
campagna, per aiutare col cambiamento d’aria la convalescenza.
— Non c’era bisogno che me lo
consigliaste voi. Ci avevo pensato io prima, da me — disse ai medici il Ragona.
E diede gli ordini per la partenza,
pensando a tutte le minuzie, perché il figliuolo malatuccio avesse in campagna
tutti i comodi e non avesse nulla a desiderare.
Ma quando la moglie inferma seppe di quei preparativi di partenza, temendo che
il marito volesse portarsi via il figlio per sempre, montò su le furie, e ci
andò di mezzo il povero marchese Nigrelli, che dovette correre per un pezzo
dall’uno all’altra, riferendo invettive, domande, risposte, che egli, da
gentiluomo compito, si sforzava d’attenuare, di verniciare alla meglio.
Il barone, a un certo punto, tagliò corto.
— Oh insomma! Dite a vostra figlia che
io sono il padre e che comando io.
— Sì, ma voi... ecco, lì in campagna
avete... — si provò a obbiettare il marchese per conto della figlia. — Sì,
dico... la vostra situazione...
— Dite a vostra figlia, — riprese con
lo stesso tono il barone, — che io conosco il mio dovere di padre, e tanto
basta!
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Difatti ai contadini che venivano
dalla campagna aveva ordinato di dire a Bàrtola che lasciasse la villa e se ne
andasse ad abitare con Tanotto nella casa colonica, lì presso. Prima di partire
stabilì con la moglie che il figliuolo, d’ora innanzi, sarebbe stato con lui in
campagna nei mesi grandi, com’egli a modo dei contadini chiamava il tempo che
corre dal marzo al settembre, e l’inverno, i mesi piccoli, con lei in città.
Quell’ordine del padrone era sembrato a Bàrtola giustissimo. Certo, venendo lì
il signorino, ella non poteva rimanere nella villa. Ma il padrone - senza
pensare a nulla di male doveva farle una grazia: concedere di servir lei il
signorino poiché nessun’altra donna prezzolata avrebbe potuto farlo con più
amore e con più zelo di lei. Sicura d’ottenere questa grazia lavorò come un
facchino per ripulir la villa e preparare la camera ove il padrone avrebbe
dormito insieme col padroncino.
Sentì cascarsi le braccia però, il giorno dell’arrivo, allorché dalla carrozza
vide scendere una donna di servizio che pareva una signora, alla quale il barone
porse il figliuolo tutto avvolto in uno scialle, e nel veder poi scendere da un
altro carrozzino il cuoco e un guàttero...
Eh che! La teneva dunque in conto d’una femminuccia davvero? Neppure in cucina,
neppure in cucina la avrebbe dunque ammessa, per attendere ai più umili servizii?
Le vennero le lagrime agli occhi; ma il barone le rivolse uno sguardo così
imperioso, che ella subito si trattenne, chinò il capo e se n’andò a piangere,
col cuore spezzato, lassù, nella cameretta in cui s’era allogata col figliuolo.
Pianse e pianse; poi dalla finestra guardò nella poggiata di là Tanotto, che se
ne stava per la prima volta a guardia dei tacchini. Povero figliuolo! Lo aveva
mandato via lei, perché non désse fastidio al momento dell’arrivo. E già
cominciava per lui, così piccino, la fatica... Ma se il padrone, intanto, la
trattava a quel modo, se aveva condotto in campagna il signorino, forse era
segno che si era riconciliato con la moglie, e dunque ella se ne sarebbe andata
via, se ne sarebbe tornata in paese, presso la vecchia madre, o a far la serva
altrove. Tanotto poi, cresciuto, ci avrebbe pensato lui a darle un tozzo di pane
per la vecchiaia.
Deliberò di licenziarsi subito; ma né quel giorno né i giorni seguenti poté
accostarsi al padrone, che era tutto intento al figliuolo. Stanca d’aspettare in
quelle condizioni d’animo, si disponeva a partire senza dir nulla, di nascosto,
quando il barone venne lui stesso a trovarla, lì nella casa colonica.
— Che fai? — le disse, vedendo il
fagotto già preparato in mezzo alla camera.
— Se mi dà licenza, — gli rispose
Bàrtola, con gli occhi bassi, — me ne vado.
— Te ne vai? Dove? Che dici?
— Me ne vado da mia madre. Che sto più
a farci qua, se Vossignoria non ha più bisogno di me?
Il barone s’adirò; la guardò un pezzo
accigliato, severamente; poi socchiuse gli occhi e le disse:
— Sta’ quieta e non mi seccare! Chi
t’ha cacciato via? Ho di là mio figlio, e non ho tempo né voglia di pensare ad
altro.
Bàrtola diventò di bragia e s’affrettò
a rispondergli umilmente:
— Ma se Vossignoria non ci pensa più,
neanch’io ci penso, glielo giuro, e n’ho piacere! Non parlo per questo: sarei
una svergognata! Dico però che potevo restar la serva di Vossignoria e del
bambinello che è venuto qua... L’ho forse scritta in fronte la mia vergogna? O
non erano degne le mie mani amorose di servirlo?
Proferì queste parole con tanto
accoramento che il barone n’ebbe pietà e le spiegò con buona maniera le ragioni
delicate per cui la aveva tenuta lontana. Il ragazzo, poi, aveva bisogno di cure
particolari, che ella forse non avrebbe saputo prestargli.
Bàrtola scosse amaramente il capo:
— E che ci vuol arte, — disse, — per
servire i bambini? Cuore ci vuole. E chi si sente servito col cuore può farne a
meno dell’arte. Non l’ho saputo crescere io il mio figliuolo? E più che come un
figliuolo l’avrei servito, il signorino, perché, oltre l’amore, avrei avuto per
lui il rispetto e la devozione. Ma se Vossignoria non m’ha creduta degna, non ne
parliamo più. Dio che mi legge nel cuore, sa che non mi meritavo questo da
Vossignoria. Sia fatta la sua volontà.
Per cangiar discorso e per farle
piacere, il barone le domandò di Tanotto.
— Eccolo là! — rispose Bàrtola,
indicandoglielo dalla finestra, su la poggiata, tra i tacchini. — Fa già il
guardiano. Tutte le sere, tornando a casa, mi domanda del signorino; si muore
dal desiderio di vederlo, magari da lontano, dice; vorrebbe portargli i fiori;
ma io gli ho detto che il signorino non si può vedere perché è malato, e che i
fiori gli farebbero male. Così s’è quietato.
Quietato? Tanotto, lassù tra i
tacchini, si scafava invece intere giornate per capacitarsi come mai i fiori
potessero far male a un bambino. Tranne,- pensava, - che non fosse un bambino
fatto d’un’altra maniera... Ma fatto... come? Guardava i fiori: ecco, a lui non
facevano male, eccetto quelli di cardo, si sa, ch’erano spinosi; ma questi egli
certo non li avrebbe offerti; non li toccava nemmeno lui. Come doveva essere,
dunque, quel bambino? E meditava, escogitava il modo di vederlo, senza farsi
vedere.
Non trovandone, e non sapendo più resistere alla tentazione, un giorno piantò li
su la poggiata i tacchini e se ne venne su lo spiazzo davanti la villa a guardar
risolutamente ai balconi della camera dove dormiva il padrone. Sarebbero state
busse, certo, se la madre lo sorprendeva li col nasetto all’aria e le mani
dietro la schiena; ma egli voleva togliersi a ogni costo la curiosità.
Attese un pezzo così, e finalmente ecco dietro la vetrata d’un balcone la testa
del bambino misterioso. Tanotto restò allocchito, a mirarlo. Gli pareva fatto
davvero d’un’altra maniera, non sapeva dir come, e pensava che veramente,
essendo così, i fiori gli potessero far male. Anch’egli il piccino
convalescente, tanto pallido ancora e tanto gracile, coi capellucci che gli
rispuntavano appena, biondissimi, aerei, lo guardava incuriosito dai vetri del
balcone; ma poco dopo, dietro a que’ vetri, apparve la figura del barone, e
Tanotto se la diede a gambe, spaventato. Si sentì più volte chiamare dalla voce
del padrone, e si fermò col cuore che gli galoppava in petto; si voltò e si vide
chiamato ancora, chiamato con le mani. Che fare? Tornò mogio mogio su i proprii
passi, e già infilava il portone della villa, quando si vide sopra la madre, che
lo afferrò per un orecchio e cominciò a sculacciarlo con l’altra mano.
— M’ha chiamato il padrone! Mi vuole
il padrone! — strillava Tanotto, tra le sculacciate.
— Il padrone? Dove? Quando? — gli
domandò Bàrtola, sorpresa.
— Or ora, m’ha chiamato dal balcone! —
gli rispose Tanotto, acceso di rabbia e piangente più per l’ingiustizia che per
il dolore.
— Bene: vieni su; voglio vedere, —
riprese la madre, conducendolo con sé.
Tanotto entrò, stropicciandosi gli
occhi lagrimosi. Il barone gli era venuto incontro, nella saletta d’ingresso,
col figliuolo.
— Perché piangi, Tanotto?
— L’ho picchiato io, poverino, —
rispose Bàrtola. Non sapevo che lo avesse chiamato Vossignoria.
— Povero Tanotto, — fece il barone,
chinandosi a carezzargli i capelli fitti, crespi, nerissimi, ch’erano tali e
quali i suoi.
— Su, su, basta ora... Vedete di
giocare un po’ insieme, bonini eh?
I due ragazzi si guardarono e si
sorrisero; poi Tanotto, con gli occhi ancora lagrimosi e il testoncino basso, si
cacciò una mano in tasca, ne trasse alcune conchiglie che aveva raccolto su la
poggiata e le porse, domandando con un singulto, eco del pianto recente:
— Le vuoi, se non ti fanno male.
Bàrtola rise, ma gli diede subito su
la voce:
— Come si dice, impertinente? Vuoi, si
dice? E non sai che parli col signorino?
— Lasciali dire, tra loro, — le disse
il barone. — Sono ragazzi.
Ma Bàrtola, su questo punto, non
ostante la degnazione del padrone, non volle transigere, e poco dopo rimproverò
di nuovo Tanotto che domandava al signorino:
— Come ti chiami?
Il barone propose di fare uscire per
la prima volta il figliuolo all’aperto e di fargli fare due passi per il viale.
Bàrtola fu felice di portarlo in braccio giù per la scala.
— Non pesa niente! una piuma, una
piuma... — diceva, lo baciava sul petto, amorosamente, come una schiava.
— Ecco, — disse il barone, a piè della
scala, ai due ragazzi. — Prendetevi adesso per le manine e andate pian piano
sotto gli alberi. Così...
Tanotto e il signorino s’avviarono con
l’impaccio dei bambini che vanno per la prima volta insieme tenendosi per nano.
Tanotto, minore di circa due anni, pareva tuttavia maggiore d’assai; lo guidava
e lo proteggeva. Prese, dopo un tratto, con la sua sinistra, la mano del bambino
e gli portò la destra a tergo per farlo camminar meglio. Quando si furono così
allontanati alquanto e non c’era più pericolo che fossero uditi, Tanotto domandò
di nuovo:
— Come ti chiami ?
— Tanino, come nonno, — rispose
l’altro.
— E allora come me, — riprese Tanotto,
ridendo. — Anch’io, Tanino come nonno; me l’ha detto il fattore. A me però mi
chiamano Tanotto perché sono grosso, e mamma non vuole che si dica che mi chiamo
come nonno.
Perché? — domandò Tanino,
impensierito.
Perché nonno io non l’ho conosciuto, —
rispose, serio, Tanotto.
— E allora come me! — ripeté Tanino,
ridendo a sua volta. — Neanche io l’ho conosciuto nonno.
Si guardarono sorpresi e risero
insieme di questa bella trovata, come se fosse un caso molto strano e, sopra
tutto, un bel caso, da riderci su, a lungo, allegramente.
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