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NOVELLE PER UN ANNO - 1926 - "IL VECCHIO DIO"
Pubblicata nel 1926, la raccolta Il vecchio Dio costituisce il decimo volume
delle Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1894 ed il 1903. |
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Smilzo, un po’ curvo, con un abitino
di tela che gli sventolava addosso, l’ombrello aperto sulla spalla e il vecchio
panama in mano, il signor Aurelio s’avviava ogni giorno per la sua speciosa
villeggiatura. Un posto aveva scoperto, un posto che non sarebbe venuto in mente
a nessuno; e se ne beava tra sì e sì, quando ci pensava, stropicciandosi le
manine nervose. Chi sui monti, chi in riva al mare, chi in campagna: lui, nelle
chiese di Roma. Perché no? Non ci si sta forse freschi più che in un bosco? E in
santa pace, anche. Nei boschi, gli alberi; qui, le colonne delle navate; lì,
all’ombra delle frondi; qui, all’ombra del Signore.
— Eh, come si fa? Ci vuol pazienza.
Aveva anche lui, un tempo, una bella campagna sotto Perugia, ricca di
cipressetti densi, e lunghesso il canale quell’eleganza di gracili salci
violetti e tanto dolce azzurro d’ombra che dilaga; la magnifica villa, con
dentro una preziosa raccolta d’oggetti d’arte: ah, quella poi! invidiato decoro
di casa Vetti.
Gli restavano le chiese, ora, per villeggiare.
— Eh, come si fa? Ci vuol pazienza.
Da parecchi anni a Roma, non gli era ancora riuscito di visitarne tutte le
chiese più famose. L’avrebbe fatto quest’anno per villeggiatura.
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Speranze, illusioni, ricchezza e
tant’altre belle cose aveva perduto il signor Aurelio lungo il cammino della
vita: gli era solo rimasta la fede in Dio ch’era, tra il buio angoscioso della
rovinata esistenza, come un lanternino: un lanternino ch’egli, andando così
curvo, riparava alla meglio, con trepida cura, dal gelido soffio degli ultimi
disinganni. Errava come sperduto in mezzo al rimescolio della vita, e nessuno
più si curava di lui.
— Non importa: Dio mi vede! — si
esortava in cuor suo.
E n’era proprio sicuro, di questo, il
signor Aurelio, che Dio lo vedeva per quel suo lanternino. Tanto sicuro, che il
pensiero della prossima fine, non che sgomentarlo, lo confortava.
Le strade, sotto il cocente sole, erano quasi deserte. Tuttavia per lui c’era
sempre qualcuno, un monellaccio, un vetturino di stazione, che, vedendolo
passare col lucido cranio scoperto, la barbetta lieve tremolante sul mento, e la
zazzeretta grigia, tremolante anch’essa su la nuca, gli lanciava qualche lazzo.
— Guarda oh: due barbette! una davanti
e l’altra dietro!
Ma il cappello in capo, d’estate, il signor Aurelio non lo poteva sopportare.
Sorrideva anche lui al lazzo e affrettava, quasi senza volerlo, quei suoi
passettini da pernice, per levar la tentazione d’un altro lazzo a quegli oziosi.
— Eh, come si fa? Ci vuol pazienza.
Entrando nella chiesa designata quel
giorno per villeggiatura, voleva prima di tutto goder della giunta: sedere. E
traeva un gran respiro; s’asciugava il sudore; poi, con diligenza, ripiegava in
quattro il fazzoletto e se lo poneva in capo, così ripiegato, per riguardarsi
dall’umida frescura.
Qualche rara divota che si voltava appena a spiarlo, vedendolo con quel buffo
copricapo, sbruffava tra sé una risatina.
Ma il signor Aurelio, in quel momento, si sentiva beato, respirando quell’umido
insaporato d’incenso che stagnava nella solenne vacuità silenziosa dell’interno
sacro; né gli nasceva il sospetto che qualcuno, pur lì, nella casa di Dio,
potesse provar gusto a ridere di lui.
Riposatosi un po’, si metteva a esaminare la chiesa, pian pianino, come uno che
ci abbia da passar la giornata. E ne studiava con amorosa attenzione
l’architettura, le singole parti. Si fermava davanti a ogni pala d’altare, a
ogni opera musiva, a ogni cappella, a ogni monumento funerario, e con l’occhio
esperto scopriva subito le peculiarità del tempo, della scuola a cui l’opera
d’arte doveva ascriversi e se era sincera o deturpata da toppe e rimessi di
restauri infelici. Poi tornava a sedere; e se in chiesa, come spesso avveniva a
quell’ora, di quella stagione, non c’era altri che lui, ne approfittava per
segnar rapidamente in un modesto taccuino qualche nota, un dubbio da chiarire,
le sue impressioni.
Soddisfatta così la prima curiosità e adempiuto per quel giorno il compito
d’arte che si era prefisso, traeva di tasca qualche libretto d’amena lettura,
che per la dimensione poteva parere un libro di preghiere, e si metteva a
leggere. Di tanto in tanto levava il capo per riassumere o ungersi davanti agli
occhi la scena descritta dal poeta. E con quella lettura di libri profani non
temeva d’offendere la casa del Signore. Secondo il suo modo di vedere, Dio non
poteva aversi a male delle cose belle create dai poeti per innocente delizia
degli uomini.
Stanco della lettura s’abbandonava, con gli occhi fissi nel vuoto e strofinando
a lungo tra loro l’indice e il pollice delle due manine, alle proprie fantasie o
ai ricordi degli anni perduti. Talvolta, mentre fantasticava così, tutto
assorto, gli s’avvistava da una nicchietta nel pilastro di fronte qualche busto
che pareva se ne stesse lì affacciato a guardare in chiesa.
— Oh! — faceva allora, tentennando il capo con un sorriso. — Te beato, amico
mio. Si sta bene da morti?
E si levava di nuovo per leggere
nell’inscrizione funeraria il nome di quel sepolto, poi tornava a sedere e si
metteva a conversare con lui mentalmente, guardandolo.
— Siamo qua, caro il mio Hieronymus!
Peccato che non sia più permesso farsi seppellire in chiesa. Mi farei scavare
una bella nicchietta nel pilastro di fronte e, tu di là, io di qua, tutti e due
affacciati, sentiresti che belle conversazioncine! Ce l’hai di buon uomo, la
faccia, poveretto, e certi guai perciò mi conteresti. Mah! Come si fa? Ci vuol
pazienza. Mi sembra però che in chiesa ci si debba star meglio, da morti. Questo
buon odor d’incenso; e messe e preghiere tutti i giorni. Nel camposanto, se
vogliamo dirla, ci piove.
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La morte però, anche lì nel
camposanto, eh... una liberazione; quando sulla terra, più che per viver bene,
ci si duri per prepararsi a morir senza paura. Premii di là, il signor Aurelio,
non se n’attendeva; gli bastava portarsi di qua, fino all’ultimo passo, la
coscienza tranquilla, di non aver mai fatto il male per volontà. Conosceva i
dubbii tenebrosi accumulati dalla scienza come tanti nuvoloni su la luminosa
spiegazione che la fede ci dà della morte, sì per averne fatta lettura in
qualche libro, e sì per averli quasi respirati nell’aria; e rimpiangeva che il
Dio dei suoi giorni, anche per lui, credente, non potesse più esser quello che
in sei dì aveva creato il mondo, e s’era nel settimo riposato.
Quella mattina, entrando in chiesa, era rimasto meravigliato dell’aspetto del
sagrestano, bel vecchio enormemente barbuto e capelluto e orgoglioso di quel
barbone lanoso e di quella chioma partita nel mezzo e ondulata su le spalle e
nei cernecchi. Bella, la testa soltanto. Il corpo tozzo, curvo, cadente, pareva
penasse a sorreggerla, con tutto quel volume di peli.
Ora, il signor Aurelio, riflettendo intorno alla vita e alla morte, considerando
amaramente ai meschini profitti dell’anima in questo tanto decantato secolo dei
lumi, rivolto col pensiero al vecchio Dio dell’intatta fede dei padri, a poco a
poco s’addormentò. E quel vecchio Dio, nel sogno, ecco che gli venne innanzi,
curvo, cadente, reggendo a fatica su le spalle la testa enormemente barbuta e
chiomata del sagrestano della chiesa; gli sedette accanto e cominciò a sfogarsi
con lui, come fanno i vecchietti seduti sul muretto davanti ai gerontocomii:
— Mali tempi, figlio mio! Vedi come mi son ridotto? Sto qui a guardia delle
panche. Di tanto in tanto, qualche forestiere. Ma non entra mica per me, sai!
Viene a visitar gli affreschi antichi e i monumenti, monterebbe anche su gli
altari per veder meglio le immagini dipinte in qualche pala! Mali tempi, figlio
mio. Hai sentito? hai letto i libri nuovi? Io, Padre Eterno, non ho fatto nulla:
tutto s’è fatto da sé, naturalmente, a poco a poco. Non ho creato Io prima la
luce, poi il cielo, poi la terra e tutto il resto, come ti avevano insegnato ne’
tuoi gracili anni. Che! che! Non c’entro più per nulla Io. Le nebulose, capisci?
la materia cosmica... E tutto s’è fatto da sé. Ti faccio ridere: uno c’è stato
finanche, un certo scienziato, il quale ha avuto il coraggio di proclamare che,
avendo studiato in tutti i sensi il cielo, non vi aveva trovato neppur una
minima traccia dell’esistenza mia. Di’ un po’: te lo immagini questo pover’uomo
che, armato del suo canocchiale, s’affannava sul serio a darmi la caccia per i
cieli, quando non mi sentiva dentro il suo misero coricino ? Ne riderei di
cuore, tanto tanto, figliuolo mio, se non vedessi gli uomini far buon viso a
siffatte scempiaggini. Ricordo bene quand’Io li tenevo tutti in un sacro
terrore, parlando loro con la voce dei venti, dei tuoni e dei terremoti. Ora
hanno inventato il parafulmine, capisci? e non mi temono più; si sono spiegati
il fenomeno del vento, della pioggia e ogni altro fenomeno, e non si rivolgono
più a Me per ottenere in grazia qualche cosa. Bisogna, bisogna ch’io mi risolva
a lasciare la città e mi restringa a fare il Padreterno nelle campagne: là
vivono tuttora, non dico più molte, ma alquante anime ingenue di contadini, per
cui non si muove foglia d’albero se Io noi voglia, e sono ancora Io che faccio
il nuvolo e il sereno. Su, su, andiamo, figliuolo! Anche tu qua ci stai
maluccio, lo vedo. Andiamocene, andiamocene in campagna, fra la gente timorata,
fra la buona gente che lavora.
A queste parole, il signor Aurelio, nel sogno, sentiva stringersi il cuore. La
campagna! il suo sospiro! - La vedeva come se vi fosse; ne respirava l’aria
balsamica... - quando, a un tratto, si sentì scuotere e, aprendo gli occhi,
stordito, oppresso di stupore, si vide davanti vivo e spirante, il Padre Eterno,
proprio lui, che gli ripeteva ancora:
— Andiamo, su, andiamo...
— Ma se è tanto che... — barbugliò il signor Aurelio, con gli occhi sbarrati,
atterrito dalla realtà del suo sogno.
Il vecchio sagrestano scosse le chiavi:
- Andiamo! La chiesa si chiude.
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