Novelle per un anno - 1925 - Donna Mimma
13. I pensionati della memoria
Bella fortuna, la vostra! Accompagnare i morti al camposanto
e ritornarvene a casa, magari con una gran tristezza
nell'anima e un gran vuoto nel cuore, se il morto vi era
caro; e se no, con la soddisfazione d'aver compiuto un
dovere increscioso e desiderosi di dissipare, rientrando
nelle cure e nel tramenio della vita, la costernazione e
l'ambascia che il pensiero e lo spettacolo della morte
incutono sempre. Tutti, a ogni modo, con un senso di
sollievo, perché, anche per i parenti più intimi, il morto -
diciamo la verità - con quella gelida immobile durezza
impassibilmente opposta a tutte le cure che ce ne diamo, a
tutto il pianto che gli facciamo attorno, è un orribile
ingombro, di cui lo stesso cordoglio - per quanto accenni e
tenti di volersene ancora disperatamente gravare - anela in
fondo in fondo a liberarsi.
E ve ne liberate, voi, almeno di quest'orribile ingombro
materiale, andando a lasciare i vostri morti al camposanto.
Sarà una pena, sarà un fastidio; ma poi vedete sciogliersi
il mortorio; calare il feretro nella fossa; là, e addio.
Finito.
Vi sembra poca fortuna?
A me, tutti i morti che accompagno al camposanto, mi
ritornano indietro.
Fanno finta d'esser morti, dentro la cassa. O forse
veramente sono morti per sé. Ma non per me, vi prego di
credere! Quando tutto per voi è finito, per me non è finito
niente. Se ne rivengono meco, tutti, a casa mia. Ho la casa
piena. Voi credete di morti? Ma che morti! Sono tutti vivi.
Vivi, come me, come voi; più di prima.
Soltanto - questo sì - sono disillusi.
Perché - riflettete bene: che cosa può esser morto di loro?
Quella realtà ch'essi diedero, e non sempre uguale, a se
stessi, alla vita. Oh, una realtà molto relativa, vi prego
di credere. Non era la vostra; non era la mia. Io e voi,
infatti, vediamo, sentiamo e pensiamo, ciascuno a modo
nostro noi stessi e la vita. Il che vuol dire, che a noi
stessi e alla vita diamo ciascuno a modo nostro una realtà:
la projettiamo fuori e crediamo che, così com'è nostra,
debba essere anche di tutti; e allegramente ci viviamo in
mezzo e ci camminiamo sicuri, il bastone in mano, il sigaro
in bocca.
Ah, signori miei, non ve ne fidate troppo! Basta appena un
soffio a portarsela via, codesta vostra realtà! Ma non
vedete che vi cangia dentro di continuo? Cangia, appena
cominciate a vedere, a sentire, a pensare un tantino
diversamente di poc'anzi; sicché ciò che poc'anzi era per
voi la realtà, v'accorgete adesso ch'era invece
un'illusione. Ma pure, ahimè, c'è forse altra realtà fuori
di questa illusione? E che cos'altro è dunque la morte se
non la disillusione totale?
Però, ecco, se sono tanti poveri disillusi i morti, per
l'illusione che si fecero di se medesimi e della vita; per
quella che me ne faccio io ancora, possono aver la
consolazione di viver sempre, finché vivo io. E se
n'approfittano! V'assicuro che se n'approfittano.
Guardate. Ho conosciuto, più di vent'anni fa, a Bonn sul
Reno, un certo signor Herbst. Herbst vuol dire autunno; ma
il signor Herbst era anche d'inverno, di primavera e
d'estate, cappellajo, e aveva bottega in un angolo della
Piazza del Mercato, presso la Beethoven-Halle.
Vedo quel canto della piazza, come se vi fossi ancora, di
sera; ne respiro gli odori misti esalanti dalle botteghe
illuminate, odori grassi; e vedo i lumi accesi anche davanti
la vetrina del signor Herbst, il quale se ne sta su la
soglia della bottega con le gambe aperte e le mani in tasca.
Mi vede passare, inchina la testa e mi augura, con la
special cantilena del dialetto renano:
- Gute Nacht, Herr Doktor.
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Sono trascorsi più di vent'anni. Ne aveva, a dir poco,
cinquantotto il signor Herbst, allora. Ebbene, forse a
quest'ora sarà morto. Ma sarà morto per sé, non per me,
vi prego di credere. Ed è inutile, proprio inutile che
mi diciate che siete stati di recente a Bonn sul Reno e
che nell'angolo della Marktplatz accanto alla
Beethoven-Halle non avete trovato traccia né del signor
Herbst né della sua bottega di cappellajo. Che ci avete
trovato invece? Un'altra realtà, è vero? E credete che
sia più vera di quella che ci lasciai io vent'anni fa?
Ripassate, caro signore, di qui ad altri vent'anni, e
vedrete che ne sarà di questa che ci avete lasciato voi
adesso.
Quale realtà? Ma credete forse che la mia di vent'anni
fa, col signor Herbst su la soglia della sua bottega, le
gambe aperte e le mani in tasca, sia quella stessa che
si faceva di sé e della sua bottega e della Piazza del
Mercato, lui, il signor Herbst? Ma chi sa il signor
Herbst come vedeva se stesso e la sua bottega e quella
piazza!
No, no, cari signori: quella era una realtà mia,
unicamente mia, che non può cangiare né perire, finché
io vivrò, e che potrà anche vivere eterna, se io avrò la
forza d'eternarla in qualche pagina, o almeno, via, per
altri cento milioni d'anni, secondo i calcoli fatti or
ora in America circa la durata della vita umana sulla
Terra.
Ora, com'è per me del signor Herbst tanto lontano, se a
quest'ora è morto; così è dei tanti morti che vado ad
accompagnare al camposanto e che se ne vanno anch'essi
per conto loro assai più lontano e chi sa dove. La
realtà loro è svanita; ma quale? quella ch'essi davano a
se medesimi. E che potevo saperne io, di quella loro
realtà? Che ne sapete voi? Io so quella che davo ad essi
per conto mio. Illusione la mia e la loro.
Ma se essi, poveri morti, si sono totalmente disillusi
della loro, l'illusione mia ancora vive ed è così forte
che io, ripeto, dopo averli accompagnati al camposanto,
me li vedo ritornare indietro, tutti, tali e quali: pian
piano, fuori della cassa, accanto a me.
- Ma perché, - voi dite, - non se ne ritornano alle loro
case, invece di venirsene a casa vostra?
Oh bella! ma perché non hanno mica una realtà per sé, da
potersene andare dove loro piace. La realtà non è mai
per sé. Ed essi l'hanno, ora, per me, e con me dunque
per forza se ne debbono venire.
Poveri pensionati della memoria, la disillusione loro
m'accora indicibilmente.
Dapprima, cioè appena terminata l'ultima
rappresentazione (dico dopo l'accompagnamento funebre)
quando rinvengon fuori dal feretro per ritornarsene con
me a piedi dal camposanto, hanno una certa balda
vivacità sprezzante, come di chi si sia scrollato con
poco onore, è vero, e a costo di perder tutto, un gran
peso d'addosso. Pure, rimasti come peggio non si
potrebbe, vogliono rifiatare. Eh sì! almeno, via, un bel
respiro di sollievo. Tante ore, lì, rigidi, immobili,
impalati su un letto, a fare i morti. Vogliono
sgranchirsi: girano e rigirano il collo; alzano ora
questa ora quella spalla; stirano, storcono, dimenano le
braccia; vogliono muover le gambe speditamente e anche
mi lasciano di qualche passo indietro. Ma non possono
mica allontanarsi troppo. Sanno bene d'esser legati a
me, d'aver ormai in me soltanto la loro realtà, o
illusione di vita, che fa proprio lo stesso.
Altri - parenti - qualche amico - li piangono, li
rimpiangono, ricordano questo o quel loro tratto,
soffrono della loro perdita; ma questo pianto, questo
rimpianto, questo ricordo, questa sofferenza sono per
una realtà che fu, ch'essi credono svanita col morto,
perché non hanno mai riflettuto sul valore di questa
realtà.
Tutto è per loro l'esserci o il non esserci d'un corpo.
Basterebbe a consolarli il credere che questo corpo non
c'è più, non perché sia già sotterra, ma perché è
partito, in viaggio, e ritornerà chi sa quando.
Su, lasciate tutto com'è: la camera pronta per il suo
ritorno; il letto rifatto, con la coperta un po'
rimboccata e la camicia da notte distesa; la candela e
la scatola dei fiammiferi sul comodino; le pantofole
davanti la poltrona, a piè del letto.
- È partito. Ritornerà.
Basterebbe questo. Sareste consolati. Perché? Perché voi
date una realtà per sé a quel corpo, che invece, per sé,
non ne ha nessuna. Tanto vero che - morto - si disgrega,
svanisce.
- Ah, ecco, - esclamate voi ora. - Morto! Tu dici che,
morto, si disgrega; ma quando era vivo? Aveva una
realtà!
Cari miei, torniamo daccapo? Ma sì, quella realtà
ch'egli si dava e che voi gli davate. E non abbiamo
provato ch'era un'illusione? La realtà ch'egli si dava,
voi non la sapete, non potete saperla perché era in lui
e fuori di voi; voi sapete quella che gli davate voi. E
non potete forse dargliela ancora, senza vedere il suo
corpo? Ma sì! tanto vero, che subito vi consolereste, se
poteste crederlo partito, in viaggio. Dite di no? E non
seguitaste forse a dargliela tante volte, sapendolo
realmente partito, in viaggio? E non è forse quella
stessa che io do da lontano al signor Herbst, che non so
se per sé sia vivo o morto?
Via, via! sapete perché voi piangete, invece? Per
un'altra ragione piangete, cari miei, che non supponete
neppur lontanamente. Voi piangete perché il morto, lui,
non può più dare a voi una realtà. Vi fanno paura i suoi
occhi chiusi, che non vi possono più vedere; quelle sue
mani dure gelide, che non vi possono più toccare. Non vi
potete dar pace per quella sua assoluta insensibilità.
Dunque, proprio perché egli, il morto, non vi sente più.
Il che vuol dire che vi è caduto con lui, per la vostra
illusione, un sostegno, un conforto: la reciprocità
dell'illusione.
Quand'egli era partito, in viaggio, voi, sua moglie,
dicevate:
- Se egli da lontano mi pensa, io sono viva per lui.
E questo vi sosteneva e vi confortava. Ora ch'egli è
morto, voi non dite più:
- Io non sono più viva per lui!
Dite invece:
- Egli non è più vivo per me!
Ma sì ch'egli è vivo per voi! Vivo per quel tanto che
può esser vivo, cioè per quel tanto di realtà che voi
gli avete dato. La verità è che voi gli deste sempre una
realtà molto labile, una realtà tutta fatta per voi, per
l'illusione della vostra vita, e niente o ben poco per
quella di lui.
Ed ecco perché i morti se ne vengono da me, ora. E con
me - poveri pensionati della memoria - amaramente
ragionano su le vane illusioni della vita, di cui essi
al tutto si sono disillusi, di cui non posso ancora
disilludermi al tutto anch'io, benché come loro le
riconosca vane.