Novelle per un anno - 1925 - Donna Mimma
12. Visitare gl'infermi
In meno d'un'ora per tutto il paese si sparse la notizia che
Gaspare Naldi era stato colpito d'apoplessia in casa del
Cilento, suo amico, dal quale s'era recato per condolersi
della recente morte del figliuolo.
Tutti, in prima, più che afflizione ne provarono
sbigottimento e ciascuno con ansia domandò più precisi
ragguagli. Ma la prima costernazione fu presto ovviata dalla
riflessione confortante che il Naldi, quantunque di florido
aspetto e ancor giovane, era pur dentro minato da incurabile
malattia cardiaca. Sicché, via! poteva aspettarsi da un
momento all'altro, poverino, una fine così.
I primi visitatori, amici e conoscenti, accorsero alla casa
del Cilento ansanti, pallidi, con occhi da spiritati. - «Non
è ancor morto?» - Volevano vederlo.
Porta, usci, finestre tutto spalancato. E nelle camere, fra
il trambusto, pareva spirasse nell'ombra dalle poltroncine
vestite di tela bianca un fresco refrigerante per chi veniva
da fuori, ove il sole d'agosto ardeva fierissimo. E un odor
di garofani, in quel fresco d'ombra... - ah! delizioso.
Per la scala, una frotta di curiosi, gente del vicinato,
uomini, donne, ragazzi, intenti a spiare chi saliva e chi
scendeva; a coglier di volo qualche notizia. Un bambino
s'affannava a salire e a ridiscendere gli scalini troppo
alti per lui e, reggendosi con una manina paffuta al muro, a
ogni scalino, rimbalzando tutto fin nelle gote e sorridendo
con la boccuccia sdentata, emetteva una vocina frale:
- E-èh!
Puteva di piscio, carinello, ma non lo sapeva.
Altri due ragazzi, giocando tra loro a piè della scala,
vennero a lite; la madre allora tra gli zittii della ressa,
dovette scendere e portarseli via. Li picchiò, appena fuori,
stizzita di non poter assistere per causa loro a quello
spettacolo.
- Ah, i figli, che croce!
Dopo l'umile saletta, un modestissimo salotto: in mezzo a
questo, un letto, messo su alla meglio, tra la fretta e lo
spavento.
I primi visitatori si spinsero a guardare, uno dietro
l'altro, di su la soglia dell'uscio; ma non poterono vedere
che le gambe del moribondo, intere fino al grosso volume
paonazzo e villoso degli organi genitali; e si strinsero tra
loro istintivamente dal ribrezzo che pur li attirava a
guardare. Due infermieri avevano sollevato il lenzuolo da
piedi, e lo reggevano alto in modo da impedir la vista del
volto a chi guardasse dall'uscio.
- Ma che gli fanno? Perché? - domandò qualcuno.
Nessuno lo seppe dire. Unica risposta, di là dal lenzuolo
levato, il rantolo del moribondo, che pareva si lagnasse
così d'una crudele e sconcia violenza che stessero a fargli
inutilmente, profittando che non si poteva più muovere.
Intanto, altri visitatori sopraggiungevano.
Un medico, il più vecchio dei tre che stavano attorno al
letto, disse alla fine con voce imperiosa:
- Signori, troppi fiati qua dentro!
I visitatori si ritrassero a parlottare nell'attigua
saletta, atteggiati in volto d'un cordoglio misto a una
certa ambascia indefinita, guardinga.
I nuovi venuti domandavano ansiosamente notizie:
- Com'è stato? Quand'è stato?
E l'avvenimento uscì a poco a poco dal vago delle prime
notizie, si precisò, forse allontanandosi dal vero. Alcuni
particolari di nessuna importanza risaltarono e si dipinsero
con tanta evidenza agli occhi di tutti, che ciascuno poi
rifacendo il racconto, non poté più fare a meno di riferirli
con le medesime parole, allo stesso punto, con la medesima
espressione e lo stesso gesto: il particolare, per esempio,
del bicchier d'acqua chiesto dal Naldi alla serva del
Cilento nel sentirsi venir male, e che poi non poté bere.
- Ah no?
- Non poté berlo!
- Io sono venuto,- diceva Guido Póntina, ricco proprietario
e assessore del Comune, - mezz'ora appena dopo il colpo.
- Ma che fece, scusi? cadde proprio a terra? - domandò il
piccolo De Petri, afflitto, malaticcio, felice in quel
momento di poter rivolgere la parola a un personaggio di
conto come il Póntina.
- Stramazzò. Ma io lo trovai già adagiato su quella
poltrona, - rispose il Póntina, rivolgendosi però agli
altri.
Si voltarono tutti a guatar quella poltrona che se ne stava
lì in un angolo all'ombra, vecchia, stinta, pacifica.
- Ancora, - riprese il Póntina, - i sensi non li aveva
perduti. - «Animo, Gaspare!» - gli dissi. - «Vedrai che non
è nulla!» - Ma lui, che non poteva più parlare, con la
sinistra illesa si prese il braccio destro morto, così... e
si mise a piangere.
- Il braccio soltanto... morto? - domandò un giovane biondo,
molto pallido, intentissimo al racconto.
- E la gamba, si sa. Tutto il lato destro. Colpo a sinistra,
paralisi a destra.
Questa cognizione medica il Póntina se la lasciò cadere
dalle labbra con aria d'umile superiorità verso gli altri
ascoltatori, come una cosa, oh Dio, naturalissima, ch'egli
sapesse da tanto tempo: l'aveva appresa invece un momento
prima dai medici, e ora se ne faceva bello con quegli
ignari, allo stesso modo che dell'essere accorso tra i
primi, dell'aver visto ancora sulla poltrona il Naldi, e del
cenno che questi gli aveva fatto del suo braccio morto.
- Sì, era venuto questa mattina dalla campagna, - narrava in
un altro crocchio vicino l'avvocato Filippo Deodati, alto,
magro, diafano, fortemente miope. Parlando, in pensiero
com'era sempre delle parole da usare e dell'efficacia dei
gesti, intercalava a quando a quando pause sapienti, anche
per dar tempo a chi l'ascoltava d'assaporare quel suo parlar
dipinto. - Sapete, la sua deliziosa villa in Val Mazzara...
Che aria! Sarà circa a tre chilometri da qui.
- Tre? dici quattro... no, più! più! - corresse uno degli
ascoltatori, come se con quei «più! più» lo aizzasse a dir
più presto.
Ma il Deodati gli sorrise e seguitò placido:
- E abbondiamo: cinque? tanto peggio! Ora figuratevi: due
ore, per lo meno, sotto questo sole d'agosto... nella calura
asfissiante... per lo stradone... erto così... su un
baroccino tirato da un'asina vecchia!
Uno, allora, esclamò, con gesto quasi di rabbia:
- Pazzie!
- E dicono, - aggiunse subito un altro, - che, entrato in
paese, fu visto da un suo parente.
- No, che parente! - corresse un terzo, come se volesse
mangiarselo. - Scardi, Nicolino Scardi, perdio! Me l'ha
detto lui stesso.
- Io so un parente!
- Scardi, ti dico, perdio! me l'ha detto lui stesso. Lo vide
che frustava alla disperata l'asinella. Voleva raggiungere,
chi sa perché, la postale di Siculiana. - «Gaspare!
Gaspare!» - gli gridò anzi Nicolino. - «E piano! così
t'ammazzi!» - «Lasciami correre!» - gli rispose lui. - «Mi
fa bene! Mi fa bene!».
- E correva alla morte! - sospirò guardando tutti a uno a
uno, un ometto calvo, panciutello, che arrivava sì e no ad
afferrarsi le manocce pelose dietro la schiena.
- Fece dunque, - riprese il Deodati, - la sua visita di
condoglianza al buon Cilento, per cui era salito dalla
campagna. Aveva già terminato la visita... stava per
andarsene... quando qui appunto, in questa saletta qui, lì a
quel posto... la serva del Cilento lo trattenne per
raccomandargli, non so, un suo nipote falegname. Il povero
Gaspare, col cuore che gli conosciamo tutti, prometteva
ajuto... protezione... sapete come faceva lui... che si
stropicciava sempre, parlando, la palma della mano qui sul
fianco... Tutto a un tratto... che è?... si sente venir
male... dice: - «Per favore, un bicchier d'acqua»... - La
serva corre in cucina, torna col bicchiere, glielo porge...
lui fa per recarsi il bicchiere alle labbra... non può... la
mano, invece d'andare in su, gli va in giù... così...
così... tremando e versando l'acqua... il bicchiere gli cade
di mano... i ginocchi gli si piegano... e stramazza...
- O-òh! guardate, - suggerì piano l'ometto calvo,
accostandosi, con un dito della manoccia teso, - lì,
guardate... i cocci del bicchiere... lì...
Tutti si voltarono a guatar costernati quei cocci
nell'angolo, come dianzi quegli altri la poltrona. Ma giunse
in quella dalla stanza del moribondo un puzzo intollerabile,
che fece arricciare il naso a tutti.
- Buon segno! - esclamò qualcuno, avviandosi per recarsi in
un'altra stanza. - Si scarica.
Parecchi confermarono:
- Buon segno, sì... buon segno!
E tutti, turandosi il naso, seguirono il primo.
Stavano in quell'altra camera i parenti del moribondo; il
fratello Carlo, un nipote, un cognato e lo zio canonico,
insieme con altri visitatori, tutti in silenzio.
Si rispondeva ai saluti, fatti a bassa voce, o con gli occhi
o con un lieve cenno della mano o del capo. Carlo Naldi,
come se i sopraggiunti fosser venuti a dirgli: - «Tuo
fratello è guarito, cammina», - scattò in piedi per recarsi
dal moribondo. Alcuni si provarono a trattenerlo.
- No, lasciatemi. Voglio vederlo!
E andò, seguito dal figlio.
Anch'essi, entrando, si turbarono al puzzo pestifero; ma si
trattennero presso il letto e sorvegliarono gl'infermieri,
perché il letto e il giacente fossero ripuliti a dovere. Poi
fecero dare una spruzzata d'aceto alla camera.
Gaspare Naldi, di corporatura potente, sorretto il busto da
una pila di guanciali, con una vescica di ghiaccio in capo,
il volto paonazzo, aveva schiuso gli occhi insanguati e
guardava un po' accigliato, quasi per uno sforzo di
riconoscere colui che s'era chinato sul letto a spiarlo
negli occhi.
- Gaspare! Gaspare! - chiamò il fratello, con la speranza,
nella voce, che il colpito l'udisse.
Ma il morente seguitò a guardarlo ancora un pezzo,
accigliato; poi contrasse, come in un sorriso, la sola
guancia sinistra e aprì alquanto la bocca da questo lato; si
provò a far più volte spracche con la lingua inceppata, come
se volesse inghiottire, ed emise un suono inarticolato, tra
il gemito e il sospiro, richiudendo lentamente le palpebre.
- M'ha riconosciuto! - disse allora piano Carlo Naldi
agl'infermieri seduti alle sponde del letto, quasi non
credendo a se stesso. - Vuol parlare, e non può! M'ha
riconosciuto!
Sopraffatto di nuovo dal coma, il moribondo si rimise subito
dopo a rantolare.
- Dottore, ha visto? M'ha riconosciuto! - ripeté il Naldi al
giovine medico Matteo Bax lasciato di guardia dagli altri
tre medici curanti.
- Come no? Sissignore! - disse il Bax, sorgendo in piedi
militarmente e sgranando gli occhi ceruli, vitrei, da matto.
- Stia, stia seduto.
- No, dovere, che c'entra? La conoscenza, nossignore, non
l'ha ancora perduta. Ogni tanto, qualche lucido intervallo.
- C'è speranza, dunque?
- Il caso è grave; io parlo franco, sa? ma le speranze,
nossignore, chi lo dice? non sono perdute. Ancora io non
dispero ecco. Però è un caso d'embolia cerebrale, e...
- Ah, - fece, accostandosi con timida curiosità, in punta di
piedi, il Deodati, venuto dall'altra stanza per assistere,
nonostante il puzzo, alla scena commovente tra i due
fratelli. - Non è colpo apoplettico?
- Embolia cerebrale, - ripeté a bassa voce il dottor Bax,
come confidasse un gran segreto e spiegò brevemente la
parola e il male.
Il Deodati uscì dal salotto e si recò a raggiungere gli
amici nell'altra stanza.
- Speriamo che di qui a domattina si risolva, - continuò il
Bax. - Vigoroso... un gigante. Eh, dovrà stentare la morte
ad abbatterlo. Noi intanto non abbiamo nulla da fare...
parlo franco io. Assecondiamo la natura: questo il nostro
compito, ecco! Da un momento all'altro potrebbe determinarsi
una crisi benefica.
S'accostò al letto e consultò il polso del giacente.
- I polsi si mantengono. Applicheremo più tardi due carte
senapate ai piedi. Me l'hanno lasciato detto i miei
colleghi. Non mi prendo nessuna libertà, io.
Il Bax era all'inizio della carriera, e però costretto a
codiare un po' l'uno, un po' l'altro dei medici più
accontati, tutti - s'intende - asini per lui. Mah! Riteneva
una fortuna l'essere stato chiamato in quell'occasione, al
letto d'uno in vista come il Naldi; gli conferiva una certa
importanza e l'avrebbe rialzato nel concetto di tanta gente
che affluiva d'ora in ora a visitar l'infermo, cui egli per
ciò assisteva col massimo zelo. Nel vederlo così faccente
attorno al letto, nessuno (egli credeva) avrebbe sospettato
che gli altri medici curanti lo avessero chiamato unicamente
perché lo sapevano resistentissimo al sonno.
- Sentite, eh? Ma se lo supponevo io! - diceva frattanto
Filippo Deodati nell'altra stanza. - Ma che colpo
apoplettico d'Egitto! Possibile, così, un colpo? È caso
d'embolia. Un caso d'embolia cerebrale, bello e buono, di
quelli genuini... tipico, via!
- Com'hai detto? - domandarono alcuni.
- Embolia? Che significa? - domandarono altri.
- Eh, dal greco... embolé... perdio, me ne ricordo ancora
dal liceo. Quando la circolazione del sangue non si svolge
più regolarmente, perché il cuore, capite, è indebolito, che
avviene? avviene che nel cuore si formano certi... grumi di
sangue... grumi, grumi.... Qualche volta uno di questi grumi
si stacca dal cuore, capite? e gira... Oh! Fino a tanto che
incontra vasi capaci, questo grumo, naturalmente, passa; ma
quando poi arriva al cervello dove i vasi sono più fini d'un
capello... eh, allora... embolé: interponimento... - mi
spiego? - avviene l'arresto e il colpo.
Gli ascoltatori si guardarono l'un l'altro negli occhi senza
fiatare, come colpiti tutti dall'oscura minaccia di quel
male. Un piccolo grumo! Si stacca... gira... e poi... embolé,
interponimento... Da che dipende la vita d'un uomo! Può
accadere a tutti un caso simile.
E ciascuno pensò di nuovo a sé, alle condizioni della sua
salute, guardando con crudeltà quelli tra gli astanti che si
sapevano di salute cagionevole. Uno tra questi, dalle spalle
in capo, quasi senza collo, sempre acceso in volto, più
miope del Deodati, sospirò agitando sotto gli sguardi dei
radunati più volte di seguito le palpebre dietro le lenti
che gli rimpicciolivano gli occhi.
- Intanto, - seguitò il Deodati, - se l'arresto non si
risolve prima delle ventiquattr'ore, la parte cerebrale non
nudrita degenera, capite? e avviene il rammollimento.
- Povero Gaspare! - esclamò con angoscia intensa,
esasperata, l'uomo miope senza collo.
E l'ometto calvo, panciutello, osservò, facendo rincorrere i
pollici delle manocce pelose, che lì, sul ventre, poteva
facilmente intrecciarsele.
- Che processo crudele di causa e d'effetti! Il bimbo morto
del Cilento si chiama dietro un uomo qua, padre di sei altri
bambini.
L'osservazione piacque, e tutti i presenti scossero
malinconicamente il capo.
- Sei? Dica sette! - corresse uno. - La povera moglie è
incinta di nuovo.
Poi si guardò attorno e domandò:
- Non si potrebbe avere un bicchier d'acqua? Che sete!
- Pensare, - sospirò Guido Póntina, - che a quest'ora
sarebbe laggiù in campagna, tra la sua famiglia, in mezzo ai
suoi contadini, come tutti gli altri giorni. Maledetto il
momento che gli venne in mente di salire in paese
quest'oggi! Perché, sentite: è vero purtroppo e non si nega
ch'era continuamente sotto la minaccia di... di questo grumo
che dice Deodati; ma probabilmente, probabilissimamente,
senza la causa determinante di queste due ore di sole, tra
le scosse e gli sbalzi del baroccino...
- Eh, ma se voi del municipio, - lo interruppe il Deodati a
questo punto, - non ci volete pensare a riparar lo stradone!
- Come no? - rispose vivamente il Póntina. - Ci s'è pensato!
- Sì! Avete fatto scaricare i mucchi del brecciale, per dar
modo ai ragazzi di fare alle sassate. Chi li stende? Debbono
stendersi da sé?
- Basta, certamente, - interloquì per metter pace l'ometto
calvo, - il povero Naldi avrebbe potuto vivere due, tre,
cinque, magari dieci anni ancora!
- Si sa! Certo! È così! - approvarono a bassa voce alcuni.
- Contradizioni inesplicabili! - esclamò il Deodati. - Ma
già... è inutile! La fatalità. Si ha un bel guardarsi di
tutto e aver cura timorosa e meticolosa della propria
salute: arriva il giorno destinato, e addio.
L'uomo miope, senza collo, a questa osservazione si alzò;
sbuffò forte, approvando col capo; non ne poteva più; e andò
ad affacciarsi al balcone. Gli pareva che tutti, parlando
del Naldi, leggessero la condanna a lui. Eppure non se ne
andava; restava lì, come se qualcuno ve lo costringesse.
Altri del crocchio si opposero all'osservazione del Deodati,
e allora venne fuori, intercalata d'aneddoti personali, la
vita del Naldi in quegli ultimi anni, da che egli cioè,
guarito miracolosamente d'una polmonite, s'era ritirato in
campagna con la famiglia, per consiglio dei medici, i quali
gli avevano assolutamente proibito d'attendere agli affari.
Per qualche tempo il Naldi, sì, aveva seguito la
prescrizione, vivendo come un patriarca in mezzo alla
numerosa famiglia e ai contadini, curando scrupolosamente la
salute. S'era finanche provvisto d'una piccola farmacia e
d'una bibliotechina medica, con l'ajuto delle quali s'era
dilettato di tanto in tanto, a un bisogno, a far da medico
alla moglie, ai figliuoli, ai contadini suoi dipendenti, là
a Val Mazzara.
- Che aria!
- E la villa, l'avete veduta? con quel magnifico pergolato.
- Era il suo orgoglio, quel pergolato!
- Dovette pagarla cara, quella terra, no?
- Ma no, che cara! Gliela vendette il Lopez, affogato, prima
di fallire. È che lui poi ci ha speso tanto.
- Gran lavoratore!
In quest'ultimo anno, difatti, contento della recuperata
salute, aveva ripreso a lavorare, a cavalcare per mezze
giornate per recarsi alle zolfare di sua proprietà; e a chi
lo richiamava ai consigli dei medici, mostrava sotto la
camicia una pelle di coniglio sul petto.
- E ne tengo un'altra dietro, a guardia delle spalle, -
diceva. - Appena sudo, mi cambio. Ohè, sei figliuoli ho; non
posso star mica dentro uno scaffale!
Con quella pelle di coniglio addosso si sentiva ormai
invulnerabile, come se si fosse munito d'una corazza contro
la morte, e questa superstiziosa fiducia lo rendeva
imprudente e quasi felice.
- E intanto, in un attimo - concluse l'ometto calvo. - Chi
sa a quanti contadini avrà lasciato detto stamane, prima di
partire: «Per far questo o quest'altro, aspettate il mio
ritorno».
Il Póntina approvò col capo, soddisfatto che si fosse tratta
tanta materia di discorso da un'idea manifestata prima da
lui.
Due o tre consultarono l'orologio. Era l'ora della cena pei
più; ma nessuno avrebbe voluto andar via. La catastrofe
poteva essere imminente.
Entrò nella stanza, un momento, il dottor Bax, e tutti si
voltarono a guardarlo. Il piccolo De Petri, atteggiato di
mestizia, gli domandò:
- A che siamo?
Il Bax aprì le braccia in risposta, chiudendo gli occhi e
traendo un gran sospiro.
- Ma c'è tempo?
- Signor mio, non si può dire!
- Su per giù...
- Nulla, nulla, - rispose il giovane medico, infastidito. -
Da un momento all'altro può sopravvenire la paralisi
cardiaca. Se non sopravviene, ne avremo a lungo.
«Non chiamerei questo medico, neppure in punto di morte!»
disse tra sé il De Petri stizzito.
Alcuni si mossero per andar via: non potevano farne a meno:
erano attesi in casa per la cena. Ma, prima d'andarsene,
vollero rivedere il moribondo, ed entrarono nel salotto, col
cappello in mano, in punta di piedi. Contemplarono un pezzo
in silenzio il giacente, a cui il nipote introduceva tra le
labbra, cautamente un cucchiajo a metà pieno d'una mistura
rosea. Il moribondo continuava a rantolar sordamente,
facendo gorgogliar la mistura nella gola, come se si
divertisse a fare un gargarismo. Ritornarono poco dopo, per
la visita serale, i tre medici curanti. A uno a uno, appena
arrivati, consultarono a lungo i polsi del colpito, prima il
destro, poi il sinistro, tra il silenzio sgomento degli
astanti che spiavano ogni loro movimento, come in attesa
d'un responso fatale, inappellabile. Il giovane dottor Bax
riferiva in breve a bassa voce ai tre colleghi, che
dimostravano di non prestargli ascolto, lo stato
dell'infermo durante la loro assenza.
- Zitto, collega: va bene! - disse, seccato, il più vecchio
dei tre, e tirò giù il lenzuolo per osservare il petto e il
ventre del moribondo agitati continuamente, per lo stento
della respirazione, da conati quasi serpentini. Quella vista
angosciò così gli astanti che molti distrassero lo sguardo
da quel ventre illuminato da una candela sorretta da un
infermiere. Un altro dei medici, magro, rigido, impassibile,
posò le dita nodose sull'attaccatura del collo, a sinistra,
ove lenta e forte pulsava visibilmente l'arteria poi tutta
la mano, sul cuore. Il terzo si mise a solleticar con un
dito la pianta del piede destro, paralitico, per accertarsi
se non vi permanesse ancora un ultimo resto di sensibilità.
Il medico magro rigido disse a uno degli infermieri:
- Avvicinate la candela.
E con due dita sollevò la palpebra dell'occhio destro già
spento.
Poi, tutti e tre, seguiti dal giovane dottor Bax, si
recarono al balcone, e vi sedettero al fresco a confabulare.
Dopo alcuni minuti uno d'essi s'alzò e, accostandosi alla
mensola, trasse dall'astuccio una siringhetta, la pulì, la
provò due volte facendone sprillare un po' d'acqua; poi la
riempì di caffeina e s'appressò al letto.
- La candela!
- Dottore, dottore, perché prolungar così lo strazio di
questa agonia? - gemette affannosamente lo zio canonico,
impallidito alla vista dello strumento.
- È nostro dovere, reverendo, - rispose asciutto asciutto il
medico, scoprendo la gamba del giacente.
- Ma lasciamo fare a Dio... - insisté con voce piagnucolosa
il canonico.
Il medico, senza dargli retta, cacciò l'ago nella gamba
insensibile; e l'altro chiuse gli occhi per non vedere.
Poco dopo, lasciate al Bax alcune prescrizioni per la notte,
i tre medici andarono via, seguiti da quasi tutti i
visitatori.
Rimasero nel salotto i due infermieri e il canonico.
Ardeva sulla mensola una candela, la cui fiamma era
continuamente agitata dalla brezza serale che entrava dal
balcone.
Inizio
pagina
Il volto del moribondo, al debole lume tremolante,
pareva annerito sui bianchi guanciali. I peli dei baffi
rossicci sembravano appiccicati sul labbro, come quelli
d'una maschera. Sotto i baffi, dalla bocca aperta, un
po' storta a destra, il rantolo usciva angoscioso e,
sotto il lenzuolo, era palese l'orrenda fatica del
ventre e del petto per la respirazione.
I due infermieri sedevano in ombra, silenziosi, alla
sponda del letto: uno suzzava con un bioccolo di
bambagia dalle gote del giacente l'acqua che sgocciolava
dalla vescica di ghiaccio; l'altro reggeva su le
ginocchia un cuscino, sul quale il moribondo allungava,
per ritrarla subito dopo irrequietamente, la gamba
illesa.
Su un quadricello presso la mensola sorgeva un
uccellaccio imbalsamato, dal collo e dalle zampe esili e
lunghissime, il quale pareva guardasse spaventato, con
gli occhi di vetro, gli attori muti di quella lugubre
scena.
A piè del letto, il canonico, curvo, le braccia
appoggiate sulle gambe, le mani intrecciate, pregava con
gli occhi chiusi, e sotto le palpebre, a tratti, si
vedeva quasi fervere la muta preghiera.
Il trapunto della leggera cortina del balcone si
disegnava lieve sulla blanda e chiara suffusione del
chiarore lunare: alito di deliziosa frescura.
Il dottor Bax rientrò nel salotto, e notò subito che lo
stento della respirazione cresceva di momento in
momento. Già il volto del Naldi aveva assunto il
caratteristico aspetto cianotico: la bocca aperta
sprofondava, e tra le ciglia appena schiuse e alle
narici un che di muffito o di fuligginoso.
- Tenete sempre la vescica un po' a manca, così, - disse
a bassa voce agli infermieri.
Questi lo guardarono, come per domandargli se dicesse
sul serio. Un piacere e nient'altro poteva essere, stare
a guardare il moribondo con quella specie di berretto, a
tocco di giudice, anziché dritto, sulle ventitré. Ma già
- si capiva - tanto per dire qualche cosa...
E infatti il dottor Bax, sapendo bene che non c'era più
altro da fare, si recò al balcone. Di lì, appoggiato
alla ringhierina di ferro, contemplò a lungo l'ampia
vallata che sotto il colle su cui sorge la città
s'allarga degradando fino al mare laggiù in fondo
rischiarato quella sera dalla luna. Compreso dal mistero
della morte, contemplò in alto gli astri impalliditi dal
chiaror lunare. Ma nessuna relazione, veramente, agli
occhi suoi tra quel cielo e quell'anima che agonizzava
crudelmente dentro la stanza. Favole! Il Naldi sarebbe
finito tutto laggiù... E cercò con gli occhi, in un
punto noto della vallata, la macchia fosca dei cipressi
del camposanto. Laggiù... laggiù... tutto e per sempre.
E, nella sincerità ancora illusa della sua giovinezza,
immaginò, attraverso gli stenti superati per
procacciarsi quella professione di medico il suo compito
in mezzo agli uomini: alleviare le sofferenze,
allontanare la morte, l'orrenda fine, laggiù.
Fu scosso, a un tratto, da un borbottio sommesso dentro
la stanza. Un prete nottante, dall'abito frusto, leggeva
con un pajo di rozzi occhiali sul naso, curvo sul
moribondo, in un vecchio e unto libricciuolo,
intercalando frequentemente nella lettura ora un Pater
ora un'Ave, che i due infermieri e il canonico
ripetevano a bassa voce. Terminata la preghiera, il
prete, dagli occhi impassibili, s'infrociò una grossa
presa di tabacco. Era stato chiamato per la notte come
«ricordante» al capezzale del moribondo. Notava con
soddisfazione che aveva ben poco da fare, poiché questo
non era più in sensi. Di tanto in tanto una preghiera
per accompagnare il trapasso, e sufficit. Si scosse con
una mano un po' di tabacco dal petto, poi si rassettò la
tonaca sulle gambe, poi si guardò le unghie e soffiò per
il caldo.
- Caldo... ah, caldo...
- Non si respira, - disse uno degli infermieri.
Il dottor Bax rientrò dal balcone; guardò accigliato il
prete che rispose allo sguardo con un sorriso triste e
vano, e uscì dal salotto. Attraversando la sala
d'ingresso, scorse nella parete a sinistra un uscio, a
cui finora non aveva badato. L'uscio era socchiuso.
Intravide una camera illuminata debolmente, in cui erano
raccolte alcune donne in silenzio. Ne usciva in quel
momento Carlo Naldi con in mano una tazza di brodo.
- Dottore, venga, - disse il Naldi. - Provi lei a farle
prendere questo po' di brodo.
- Io? a chi? - domandò, confuso, il Bax.
- A mia cognata.
- Ah, la moglie: è di là?
- Sì, venga.
Il Bax s'era sentito sempre a disagio in presenza delle
donne; tuttavia, costretto, entrò premuroso:
- Dov'è? dov'è?
La moglie del moribondo sedeva su un seggiolone, con un
gomito appoggiato sul bracciuolo e la faccia nascosta in
un fazzoletto. Al richiamo insistente del dottore,
mostrò il volto lungo, cereo, smunto. Pareva movesse con
pena le palpebre: non aveva più forza neanche di
piangere. Gli occhi le andarono all'uscio della camera
rimasto aperto, e subito immaginò che il marito fosse
morto e che già se lo fossero portato via, in chiesa.
Rassicurata, si lasciò piegare dalla voce estranea del
medico a mandar giù qualche sorso di brodo, ma subito
reclinò il volto sul fazzoletto, come se stesse per
rigettarlo, e allungò l'altra mano per allontanare la
tazza. Nondimeno, il dottor Bax uscì dalla camera molto
soddisfatto di sé, quasi convulso, e appena nella
saletta d'ingresso si fermò perplesso, un tratto, a
grattarsi la fronte, come per rendersi conto di quella
sua soddisfazione, di cui non vedeva bene il perché.
A sera inoltrata si riunirono di nuovo nell'altra stanza
quasi tutti i visitatori del giorno. Alcuni, tra i
celibi, si proponevano di rimaner l'intera notte colà,
dato che il Naldi non fosse morto prima di giorno; gli
altri si sarebbero trattenuti fino al più tardi
possibile: e chi sa, forse avrebbero assistito anche
loro alla morte, che pareva dovesse avvenire da un
momento all'altro. Del resto, fuori, in città, non si
sarebbe trovato modo di passar la serata.
All'avvocato Filippo Deodati avvenne di poter rifare il
racconto della visita del Naldi al Cilento, col
particolare saliente del bicchier d'acqua, a un nuovo
visitatore, il quale, arrivato la sera stessa da un
paese vicino, era accorso alla notizia così come si
trovava, con gli stivaloni, il fucile appeso alla spalla
e la cartuccera al ventre. Costui non sapeva ancora
accordarsi bene al contegno degli altri, parlava un po'
troppo forte, mostrava ancor troppo viva la sorpresa,
l'afflizione, l'ansia di sapere, in mezzo agli altri che
si tenevano silenziosi e circospetti, rispondendo alle
sue domande o con un moto degli occhi o con un sospiro.
Appena entrato nel salotto, alla vista del moribondo, il
nuovo visitatore s'era impuntato per istintivo orrore;
poi, pian piano, s'era accostato al letto, osservando
paurosamente il Naldi.
- Perché fa così? - domandò a un infermiere.
Il moribondo, sempre più angosciato, agitava senza
requie la mano sinistra illesa; riusciva talvolta a
sollevare e a trarsi giù dal petto il lembo rimboccato
del lenzuolo; tal'altra, non riuscendovi, levava il
braccio a vuoto, con l'indice e il pollice della mano
convulsa congiunti, quasi in atto di spaventosa
minaccia.
Il nuovo visitatore n'era rimasto atterrito.
- Perché fa così? - domandò di nuovo.
- Vuol togliersi la vescica dal capo, - rispose
l'infermiere.
- Ma che! Non gli dar retta! - interloquì Filippo
Deodati. - Movimenti riflessi.
- Se l'è già tolta due volte! - insisté l'infermiere.
Il Deodati lo guardò con aria di commiserazione.
- E che importa? Movimenti riflessi. Non sa più quel che
si faccia. Ha già perduto i centri frenici; è evidente.
A prestare un po' d'attenzione ci s'accorge che fa tre
movimenti soli, costantemente gli stessi.
E pareva, nel dar questi schiarimenti, assaporasse uno
di quei piaceri che avvengono proprio di rado, almeno
dal modo con cui accarezzava con la voce quei termini di
scienza: «movimenti riflessi», «centri frenici».
Entrò, in quella, a tempesta, il piccolo De Petri,
annunziando:
- Il deputato! Il deputato! L'onorevole Delfante!
E corse nell'altra stanza a ripetere l'annunzio:
- L'onorevole Delfante. L'ho visto io dalla finestra.
Carlo Naldi posò il sigaro e accorse nella saletta,
seguito da molti altri, per accogliere il deputato:
- Dov'è? dov'è?
L'onorevole Delfante era già entrato nel salotto coi due
che l'accompagnavano, il consigliere delegato della
Prefettura e il funzionante sindaco. Al suo arrivo i due
infermieri sorsero in piedi, a capo scoperto, come
davanti a un re, e anche il prete s'alzò e si trasse
indietro.
La vista del moribondo, al debole lume tremolante della
candela, era divenuta insostenibile: quel corpo
gigantesco, a cui la morte teneva adunghiato il
cervello, si contorceva orribilmente nella lotta
incosciente, tremenda, delle ultime forze - e respirava
ancora!
Non di meno, l'onorevole Delfante, con le ciglia
aggrottate, le mani dietro la schiena, sostenne a lungo
lo strazio di quello spettacolo. Strinse forte la mano a
Carlo Naldi, senza dir nulla, e si volse di nuovo a
contemplare il giacente, ch'era stato suo amico
d'infanzia e compagno di scuola. Tra le mille seccature
le ansie, le smanie dell'ambizione, ecco l'immagine di
un'improvvisa morte! E scosse amaramente il capo, con
gli angoli della bocca contratti in giù.
- Che siamo! - mormorò, e uscì, a capo chino, dalla
camera del moribondo, per recarsi nell'altra stanza,
seguito da quasi tutti i presenti a quella scena.
Eran tutti inorgogliti di quella degnazione
dell'onorevole deputato, e beati della fortuna d'averlo
lì con loro. Gli fu porto da sedere nel balcone, al
fresco, e molti gli si strinsero attorno, in silenzio.
Quindi, prima uno, poi un altro, gli rivolsero qualche
domanda a bassa voce, alla quale egli non seppe tenersi
dal rispondere. Poco dopo la conversazione navigava per
l'agitato mare della politica, dietro la sconquassata
nave ministeriale, di cui il Delfante era fedele pompilo
seguace, non per convinzione, ma per misero tornaconto.
Il fratello del moribondo si teneva discosto, seduto su
una poltroncina: gli faceva male un dente, e fumava per
stordire il dolore. Alcuni, vedendolo fumare, pensaron
d'accendere il sigaro anche loro.
Soltanto il piccolo De Petri era in gran pensiero. Si
doveva sì o no ordinare la cassa da morto? Nessuno ci
pensava, e intanto... Dove diavolo s'era cacciato quello
sciocco presuntuoso del dottor Bax? E gli abiti per
l'ultima vestizione? Al povero Naldi toccava anche di
morire fuori della propria casa! Bisognava mandar
qualcuno a cercare questi abiti. E un altro pensiero
ancora: gli annunzi funebri, a stampa.
- Se non ci si pensa prima a queste cose... - diceva
piano a tutti il piccolo De Petri.
S'era portato con sé il registro degli elettori del
Comune, e sul tavolinetto, insieme col giovine biondo
molto pallido, passava in rassegna e segnava col lapis
il nome di coloro a cui si doveva inviare la
partecipazione di morte del Naldi. In quella cernita la
sua lingua maledica trovò quasi la pietra da affilarsi.
E, di tanto in tanto, a qualche nome, diceva:
- No, a questo cornuto, no!
E, a qualche altro:
- No, a questo ladro, neppure!
L'onorevole Delfante sciolse finalmente la seduta;
rientrò nella stanza e strinse di nuovo la mano a Carlo
Naldi:
- Coraggio, fratello mio!
Prima d'andarsene, volle rivedere il moribondo. E al
dottor Bax che gli stava accanto, domandò:
- Se domani tornassi, lo troverei?
- Agonia lunga, - rispose il Bax. - Ma fino a domani
forse no!
- Speriamo! - sospirò l'onorevole Delfante. - Ormai la
morte è cessazione di pena.
E andò via, tirandosi dietro gran parte dei visitatori.
Dopo la mezzanotte, eran soltanto in sei, oltre i
parenti, il prete e il dottor Bax.
I parenti s'erano riuniti nell'altra stanza, attorno
alla moglie del moribondo. Nella stanza di questo i due
infermieri accanto al letto dormicchiavano, e il prete,
per non imitarli infornava tabacco: aveva posato sul
guanciale allato alla testa del giacente un piccolo
crocifisso, sicuro che questo al morente, per la notte,
poteva bastare.
Gli altri, nell'altra stanza, presso il balcone,
comodamente sdrajati, conversavano fra loro fumando.
Una disputa s'era accesa tra il Bax e l'avvocato Filippo
Deodati intorno ad alcuni strani fenomeni spiritici
esperimentati in quei giorni da un cultore fanatico di
questa nuova sollecitudine intellettuale - come
l'avvocato Deodati la definiva.
- Ciarlatanerie! - esclamò a un certo punto il Bax.
- Naturalissimo che tu dica così! - rispose con un
sorrisetto il Deodati. - Anch'io, per altro, son quasi
della tua opinione. Tuttavia penso, chi sa! è
presunzione certo ritenere che l'uomo, con questi suoi
cinque limitatissimi sensi e la povera intelligenza che
gliene risulta... possa... dico, possa percepire... e
concepire tutta quanta la natura. Chi sa quant'altre sue
leggi, quant'altre sue forze e vie ci restano ignote. E
chi sa se veramente... dico non si riesca a stabilire...
quasi un sesto senso... mediante il quale non si
rivelino a noi... senza tuttavia riflettersi su la
nostra coscienza (e perciò, badate, paurosamente)
fenomeni inaccessibili nello stato normale.
- Già! - fece il Bax. - I tavolini giranti e parlanti.
Sesto senso? Autosuggestione, caro mio!
- Eppure! - sospirò il Deodati, che guardava ancora in
giro gli amici per coglier l'effetto delle sue prime
parole. - Eppure... ecco: io vorrei spiegarmi il perché
di certe nostre paure... sì, dico... la paura, per
esempio, che ci fanno i morti. Andresti tu, poniamo,
domani o quando che sarà, a dormir solo, di notte,
accanto alla cassa mortuaria del nostro povero Naldi,
dentro la cattedrale, dove fosse soltanto un lampadino
acceso, pendente dall'altissima volta, tra le grandi
ombre, oppresso dalla poderosa solenne vacuità di
quell'interno sacro? Oh Dio, il silenzio, immagina! e un
topo che roda il legno d'un confessionale o d'una
panca... giù, in fondo, sotto la cantoria.
- Dei morti, - disse con calma il Bax, - ho avuto paura
anch'io che a buon conto, ohè, medico sono e di morti
n'ho visti, come potete figurarvi!
- E tagliati.
- Anche. Veramente allora ero studente. Tu sai che mi
son sempre levato all'ora dei galli. Basta, - «Matteo» -
mi avevano detto la sera avanti alcuni miei colleghi, -
«tu che sei mattiniero, domattina di buon'ora và ad
accaparrarti con Bartolo alla Sala Anatomica un buon
pezzo da studiare: testa e busto». Bartolo era il
bidello della Sala. Che tipo, se l'aveste conosciuto!
Parlava coi cadaveri; nettava a perfezione i teschi e se
li vendeva cinque lire l'uno. Cinque lire, una testa
d'uomo! È vero che, molte, vanno anche assai meno.
Basta. State a sentire, che vi racconterò come un morto
mi spense la candela.
- La candela?
- La candela, sì. Accettai l'incarico dei miei compagni;
e il giorno appresso, poco dopo le quattro, mi recai
alla Sala. Il cancello, davanti al giardino che circonda
il basso edificio, era aperto, o meglio, accostato:
segno che i becchini avevano già portato il carico alla
Sala. Bartolo si vestiva nella stanzetta a sinistra
dell'androne, la quale ha una finestra prospiciente il
giardino. Io vidi, entrando, il lume attraverso le
stecche della persiana. Contemporaneamente, Bartolo udì
lo scalpiccio dei miei passi sulla ghaja del vialetto.
«Chi è là?» «Io, Bax.» «Ah, entri pure!» «Abbiamo di
già?» «Abbiamo, sissignore. Ma la sala è al bujo. Abbia
pazienza un momentino: son bell'e vestito.» «Fà pure con
comodo. Ho con me la candela.» Entrai. Non ero mai
entrato solo, a quell'ora, nella Sala. Paura no, ma vi
assicuro che una certa inquietudine nervosa me la
sentivo addosso, attraversando quelle stanze in fila,
silenziose, rintronanti, prima di giungere alla sala in
fondo. Guardavo fiso la fiamma della mia candela, che
riparavo con una mano per non veder l'ombra del mio
corpo fuggente lungo le pareti e sul pavimento. I
becchini avevano lasciato aperto l'uscio. Sei casse
erano posate su le lastre di marmo dei tavolini. I
cadaveri giungevano a noi dalle chiese, ancor vestiti, e
tante volte anche coi fiori dentro. Un mio compagno, tra
parentesi, non si faceva scrupolo di mettersi qualcuno
di quei fiori all'occhiello o di comporne qualche
mazzolino che poi regalava apposta alle belle donnine: -
«Amore e morte!» - diceva lui. Basta. Reggevo con una
mano la candela; con l'altra scoperchiavo cautamente le
casse e guardavo dentro. Chi arriva prima, si sceglie il
meglio. Io cercavo un bel collo, un buon torace. Apro la
prima cassa. Un vecchio. Apro la seconda. Una vecchia.
Apro la terza. Un vecchio. Mannaggia! Faccio per
sollevare il coperchio della quarta e - ffff ! - un
soffio, che mi spegne la candela. Getto un grido, lascio
il coperchio; la candela mi cade di mano. «Bartolo!
Bartolo!» grido, atterrito, nel bujo. Bartolo accorre
col lume e mi trova... pensateci voi! i capelli irti
sulla fronte, gli occhi fuori del capo. «Ch'è stato?»
«Ah, Bartolo! Apri quella cassa!» Bartolo apre, guarda
dentro, poi guarda me: «Ebbene?» mi fa. «Una bella
ragazza.» Prendo animo e guardo dietro le sue spalle. «È
morta?» Bartolo si mette a ridere. «No, viva...» «Non
scherzare! M'ha spento la candela!» «Che ha fatto? Le ha
spento la candela? Vuol dire che non voleva esser veduta
da un giovanotto così coricata. Eh, poverina, di' un
po', è vero?» E, così dicendo, agitò più volte una mano
cerea del cadavere. Bisognava sentire le sue risate,
perché prima le diceva, e poi ci rideva sopra: le sue
risate, là, tra tutte quelle casse, mentre l'alba
cominciava a stenebrare appena, scialba, umidiccia,
l'ampia Sala, a cui tutti i disinfettanti non riescono a
togliere quell'orrendo tanfo di mucido.
- Ma quel soffio? - domandarono due o tre a questo
punto, costernati.
- Gas! - rispose Bax con un gesto di noncuranza, e rise
allegramente.
Uno degli infermieri, con gli occhi rossi dal sonno
interrotto, venne cempennante ad annunziare che il
moribondo era gelato dai piedi al petto e bagnato di
sudor freddo.
- Ma respira ancora?
- Sissignore, ma venga a vedere però: pare strozzato.
Credo che ci siamo.
Il prete e l'altro infermiere, svegliati anch'essi di
soprassalto, s'erano buttati in ginocchio e avevano
subito attaccato con la lingua ancora imbrogliata la
litania.
Entrò il Bax con gli amici rimasti a vegliare; alcuni
s'inginocchiarono; il Deodati rimase in piedi col Bax,
che s'accostò al moribondo per toccargli la fronte, se
era gelata. Il piccolo De Petri restò nell'altra stanza,
intento ancora a scegliere i nomi dal registro degli
elettori.
- Sancta Dei Genitrix,
- Ora pro nobis.
- Sancta Virgo Virginum,
- Ora pro nobis.
Tranne il prete, tutti tenevano gli occhi fissi al
moribondo. Ecco come si muore! Domani, entro una cassa,
e poi sotterra, per sempre! Per il Naldi era finita; e
così sarebbe stato per tutti: su quel letto, un giorno,
ciascuno - gelido, immobile - e intorno, la preghiera
dei fedeli, il pianto dei parenti.
Dopo la fronte il dottor Bax venne a toccare i piedi del
moribondo, poi le gambe, le cosce, il ventre, per
sentire dov'era già arrivato il gelo della morte. Ma il
Naldi respirava, respirava ancora: pareva singhiozzasse,
così il rantolo gli scoteva la testa.
Nel silenzio della casa scoppiarono pianti. L'uscio su
la saletta fu aperto di furia. Entrò nel salotto il
fratello Carlo, a cui la commozione agitava
convulsamente il mento e le palpebre. Subito il Bax
accorse per trattenerlo sulla soglia.
- Mi lasci, mi lasci, - disse Carlo Naldi, ma, in
quella, un empito di pianto gli scoppiò di sotto il
fazzoletto; e allora si ritrasse da sé per non
interrompere la preghiera.
Poco dopo, il giacente fu scosso una, due, tre volte, a
brevi intervalli, da un conato rapido, serpentino; il
rantolo si cangiò in ringhio e l'ultimo fu strozzato a
mezzo dalla morte.
Gli astanti, che avevano seguito atterriti quell'estrema
convulsione, fissavano ora immobili il cadavere.
- Finito, - fece a bassa voce il dottor Bax.
Il volto del Naldi si mutò rapidamente: da paonazzo
diventò prima terreo, poi pallido.
Il piccolo De Petri accorse:
- Prima vestirlo! - disse agli infermieri. - Poi si farà
vedere ai parenti. Prima vestirlo! Gli abiti? Sono di
là. Aspettate. Ci ho pensato io.
- Senza fretta! senza fretta! - ammonì il dottor Bax. -
Lasciate prima rassettare il cadavere.
- Intanto, come si fa? - riprese il De Petri. - Il
signor Carlo vuole assolutamente che si facciano venire
i figli del povero Gaspare, almeno i due maggiori, dice,
perché vedano il padre.
- Ma no, perché? - osservò il Deodati, tutto compunto. -
Perché, poveri ragazzi?
- È la volontà dello zio. Io, per me, non lo farei! Ma
insomma, chi va? chi corre?
- Bisognerà svegliarli a quest'ora, poveri piccini! Non
sanno nulla, - seguitò afflittissimo il Deodati. -
Condurli qua, a un simile spettacolo! Con che cuore? Io
non capisco. M'opporrei!
- Vado io, - s'offerse uno degli infermieri.
Già rompeva l'alba, e la prima luce entrava squallida
dal balcone spalancato a rischiarar torbidamente quella
camera, in cui per uno perdurava la notte senza fine.
I due fanciulli, il maggiore di dodici anni, l'altro di
dieci, arrivarono quando il padre era già vestito e
impalato sul letto. Pallidi ancora di sonno, i due
poveri piccini guardavano il padre con occhi sbarrati
dal pauroso stupore, e non piangevano; si misero a
piangere quando la madre irruppe e si buttò sul
cadavere, disperatamente, senza gridare, vibrando tutta
dal pianto soffocato con violenza, là, sull'ampio petto
esanime del marito.
Il prete s'accostò afflitto per persuaderla a lasciare
il cadavere.
- Via, via, signora, coraggio! Per i suoi bambini,
coraggio!
Ma ella si teneva avvinghiata a quel petto.
- La volontà di Dio, signora! - aggiunse il prete.
- No, Dio no! - gridò Carlo Naldi, stringendo un braccio
al prete. - Dio non può voler questo! Lasci star Dio!
Il prete volse gli occhi al cielo e sospirò; mentre la
vedova, a quelle parole, si mise a piangere forte
insieme ai figliuoli.
- C'è di buono, - faceva intanto notare il piccolo De
Petri al Deodati, - che non restano male, quanto a... È
sempre qualche cosa, nella tremenda sventura.
- Certo, certo. Intanto, scappiamo! - gli rispose il
Deodati. - Casco dal sonno. Me la svigno zitto zitto.
- Te felice! - sospirò il De Petri. - Io non posso. Sono
di casa.
- Levami una curiosità, ora che ci penso: il Cilento non
s'è visto, dov'è? dove s'è cacciato?
- È alloggiato con la famiglia in una casa qua, del
vicinato. Poveraccio, ha il suo dolore, per la morte del
figliuolo; non gli è bastato l'animo d'assistere anche a
quello degli altri.
Il Deodati, poco dopo, se la svignò insieme con gli
altri rimasti a vegliare. Cammin facendo, s'imbatterono
in parecchi amici, tra i più mattinieri, che si recavano
in casa del Cilento.
- Finito! Finito! - annunziarono.
- Ah sì? Morto? Quando? - domandarono quelli, delusi.
- Adesso, poco fa.
- Perbacco! Se venivamo un po' prima... Voi l'avete
veduto? Com'è morto?
- Ah, terribile, miei cari! - rispose il Deodati. - S'è
contorto, scrollato tre volte, come un serpe. Poi s'è
cangiato subito in volto; è diventato terreo, poi come
di cera. Andate, andate: ci sarà da fare. I parenti son
rimasti soli. Noi caschiamo dal sonno: abbiamo vegliato
tutta la notte. Andate, andate.
Quei mattinieri fecero le viste d'andare. Ma arrivati a
un certo punto, si confessarono a vicenda di non aver
cuore d'assistere allo strazio della vedova e degli
altri parenti. Qualcuno manifestò il timore di riuscire
importuno; altri, l'inutilità della loro presenza.
Così nessuno andò.
Alcuni ritornarono a casa per rimettersi a dormire;
altri vollero trar profitto dall'essersi levati così per
tempo, facendosi una bella passeggiata per il viale
all'uscita del paese, prima che il sole s'infocasse.
- Ah, come si respira bene di mattina! Valgono più per
la salute due passi fatti così di buon'ora, che
camminare poi tutto il giorno in preda alle brighe
quotidiane.