Novelle per un anno - 1925 - Donna Mimma
11. Paura d'esser felice
Prima che Fabio Feroni, non più assistito dal senno antico,
si fosse indotto a prender moglie, per lunghi anni, mentre
gli altri cercavano un po' di svago dalle consuete fatiche o
in qualche passeggiata o nei caffè, da uomo solitario
com'era allora, aveva trovato il suo spasso nel terrazzino
della vecchia casa di scapolo, ove, tra tanti vasi di fiori,
eran pur mosche assai e ragni e formiche e altri insetti,
della cui vita s'interessava con amore e curiosità.
Soprattutto si spassava assistendo agli sforzi sconnessi
d'una vecchia tartaruga, la quale da parecchi anni
s'ostinava, testarda e dura, a salire il primo dei tre
gradini per cui da quel terrazzo si andava alla saletta da
pranzo.
«Chi sa», aveva pensato più volte il Feroni, «chi sa quali
delizie s'immagina di trovare in quella saletta, se da
tant'anni dura questa sua ostinazione.»
Riuscita con sommo stento a superare l'alzata dello scalino,
quando già poneva su l'orlo della pedata le zampette sbieche
e raspava disperatamente per tirarsi su, tutt'a un tratto
perdeva l'equilibrio, ricadeva giù riversa su la scaglia
rocciosa.
Più d'una volta il Feroni, pur sicuro che essa, se alla fine
avesse superato il primo, poi il secondo, poi il terzo
scalino, fatto un giro nella saletta da pranzo, avrebbe
voluto ritornare giù al battuto del terrazzo, l'aveva presa
e delicatamente posata sul primo scalino, premiando così la
vana ostinazione di tanti anni.
Ma aveva con maraviglia sperimentato che la tartaruga, o per
paura o per diffidenza, non aveva voluto mai profittare di
quell'ajuto inatteso e, ritratte la testa e le zampe dentro
la scaglia, se n'era per un gran pezzo rimasta lì come
pietra, e poi, pian piano voltandosi, s'era rifatta all'orlo
dello scalino, dando segni non dubbii di volerne discendere.
E allora egli l'aveva rimessa giù; ed ecco poco dopo la
tartaruga riprender l'eterna fatica di salir da sé quel
primo scalino.
- Che bestia! - aveva esclamato il Feroni, la prima volta.
Ma poi, riflettendoci meglio, s'era accorto d'aver detto
bestia a una bestia, come si dice bestia a un uomo.
Infatti, le aveva detto bestia, non già perché in tanti e
tanti anni di prova essa ancora non aveva saputo farsi
capace che, essendo troppo alta l'alzata di quello scalino,
per forza, nell'aderirvi tutta verticalmente, avrebbe dovuto
a un punto perder l'equilibrio e cader riversa; ma perché,
ajutata da lui, aveva rifiutato l'ajuto.
Che seguiva però da questa riflessione? Che, dicendo in
questo senso bestia a un uomo, si viene a fare alle bestie
una gravissima ingiuria, perché si viene a scambiare per
stupidità quella che invece è probità in loro o prudenza
istintiva. Bestia, si dice a un uomo che non accetta l'ajuto,
perché non par lecito pregiare in un uomo quella che nelle
bestie è probità.
Tutto questo in generale.
Il Feroni poi aveva ragioni sue particolari di recarsi a
dispetto quella probità, o prudenza che fosse, della vecchia
tartaruga, e per un po' si compiaceva delle ridicole e
disperate spinte ch'essa tirava nel vuoto così riversa, e
alla fine, stanco di vederla soffrire, le soleva allungare
un solennissimo calcio.
Mai, mai nessuno che avesse voluto dare a lui una mano in
tutti i suoi sforzi per salire.
E tuttavia, neppure di questo si sarebbe in fondo doluto
molto Fabio Feroni, conoscendo le aspre difficoltà
dell'esistenza e l'egoismo che ne deriva agli uomini, se
nella vita non gli fosse toccato di fare un'altra ben più
triste esperienza, per la quale gli pareva d'aver quasi
acquistato un diritto, se non proprio all'aiuto, almeno alla
commiserazione altrui.
E l'esperienza era questa: che, ad onta di tutte le sue
diligenze, sempre, com'egli era proprio lì lì per raggiunger
lo scopo a cui per tanto tempo aveva teso con tutte le forze
dell'anima, accorto, paziente e tenace, sempre il caso con
lo scatto improvviso d'un saltamartino, s'era divertito a
buttarlo riverso a pancia all'aria - proprio come quella
tartaruga lì.
Giuoco feroce. Una ventata, un buffetto, una scrollatina,
sul più bello, e giù tutto.
Né era da dire che le sue cadute improvvise meritassero
scarsa commiserazione per la modestia delle sue aspirazioni.
Prima di tutto, non sempre, come in questi ultimi tempi,
erano state modeste le sue aspirazioni. Ma poi... - sì,
certo, quanto più dall'alto, tanto più dolorose, le cadute -
ma quella d'una formica da uno sterpo alto due palmi non
vale agli effetti quella d'un uomo da un campanile? Oltre
che la modestia delle aspirazioni, se mai, avrebbe dovuto
far giudicare più crudele quel giochetto della sorte. Bel
gusto, difatti, prendersela con una formica, cioè con un
poveretto che da anni e anni stenta e s'industria in tutti i
modi a tirar su e ad avviare tra ripieghi e ripari un
piccolo espediente per migliorare d'un poco la propria
condizione; sorprenderlo a un tratto e frustrare in un
attimo tutti i sottili accorgimenti, la lunga pena d'una
speranza pian pianino condotta quasi per un filo sempre più
tenue a ridursi a effetto!
Non sperare più, non più illudersi, non desiderare più
nulla; andare innanzi così, in una totale remissione,
abbandonato alla discrezione della sorte - l'unica sarebbe
stata questa: lo capiva bene Fabio Feroni. Ma, ahimè,
speranze e desiderii e illusioni gli rinascevano, quasi a
dispetto, irresistibilmente: erano i germi che la vita
stessa gettava e che cadevano anche nel suo terreno, il
quale, per quanto indurito dal gelo dell'esperienza, non
poteva non accoglierli, impedire che mettessero una pur
debole radice e sorgessero pallidi, con timidità sconsolata
nell'aria cupa e diaccia della sua sconfidenza.
Tutt'al più, poteva fingere di non accorgersene; o anche
dire a se stesso che non era mica vero ch'egli sperava
questo, desiderava quest'altro; o che si faceva la più
piccola illusione che quella speranza o quel desiderio
potessero mai ridursi a effetto. Tirava via, proprio come se
non sperasse né desiderasse più nulla, proprio come se non
s'illudesse più per niente; ma pur guardando, quasi con la
coda dell'occhio, la speranza, il desiderio, l'illusione
soppiatta, e seguendoli serio serio, quasi di nascosto da se
stesso.
Quando poi il caso, all'improvviso, immancabilmente, dava a
essi il solito sgambetto, egli n'aveva sì un soprassalto, ma
fingeva che fosse una scrollatina di spalle e rideva agro e
annegava il dolore nella soddisfazione sapor d'acqua di mare
di non aver punto sperato, punto desiderato, di non essersi
illuso per nientissimo affatto; e che perciò quel
demoniaccio del caso questa volta, eh no, questa volta non
gliel'aveva fatta davvero!
- Ma si capisce! Ma si capisce! - diceva in questi momenti
agli amici, ai conoscenti, suoi compagni d'ufficio, là nella
biblioteca ov'era impiegato.
Gli amici lo guardavano senza comprender bene che cosa si
dovesse capire.
- Ma non vedete? è caduto il Ministero! - soggiungeva il
Feroni. - E si capisce!
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Pareva che lui solo capisse le cose più assurde e
inverosimili, da che non sperando più, per così dire,
direttamente, ma coltivando per passatempo speranze
immaginarie, speranze che avrebbe potuto avere e non
aveva, illusioni che avrebbe potuto farsi e non si
faceva, s'era messo a scoprire le più strambe relazioni
di cause e d'effetti per ogni minimo che; e oggi era la
caduta del Ministero, e domani la venuta dello Scià di
Persia a Roma, e doman l'altro l'interruzione della
corrente elettrica che aveva lasciato al bujo per
mezz'ora la città.
Insomma, Fabio Feroni s'era ormai fissato in ciò che
egli chiamava lo scatto del saltamartino; e, così
fissato, era caduto in preda naturalmente alle più
stravaganti superstizioni, che, distornandolo sempre più
dalle sue antiche, riposate meditazioni filosofiche, gli
avevan fatto commettere più d'una vera e propria
stranezza e leggerezze senza fine.
Prese moglie, un bel giorno, lì per lì, come si beve un
uovo, per non dar tempo al caso di mandargli tutto a
gambe all'aria.
Veramente, egli guardava da un pezzo (al solito, con la
coda dell'occhio) quella signorina Molesi, che stava
presso la biblioteca: Dreetta Molesi, che più gli pareva
bella e piena di grazia e più diceva a tutti ch'era
brutta e smorfiosa.
Alla sposina che, avendo una gran fretta anche lei, si
lamentava della troppa fretta di lui, disse che aveva
già tutto pronto da tempo: la casa, così e così, che
ella però non doveva chiedere di visitare avanti, perché
gliela riserbava come una bella sorpresa per il giorno
delle nozze; e non volle dire neppure in che via fosse,
temendo che di nascosto o con la madre o col fratello
andasse a visitarla, tentata dalle minuziose descrizioni
ch'egli le aveva fatto di tutti i comodi ch'essa offriva
e della vista che si godeva dalle finestre, e dei mobili
che aveva acquistati e disposti amorosamente nelle varie
camerette.
Discusse a lungo con lei sul viaggio di nozze: a
Firenze? a Venezia? Ma quando fu sul punto, partì per
Napoli, certo d'aver così gabbato il caso: d'averlo cioè
spedito a Firenze e a Venezia da un albergo all'altro
per guastargli le gioje della luna di miele, mentr'egli
se le sarebbe godute, quieto e riparato, a Napoli.
Tanto Dreetta quanto i parenti rimasero storditi di
questa improvvisa risoluzione di partire per Napoli,
quantunque già un poco avvezzi a simili repentini
cambiamenti in lui sia d'umore sia di propositi. Non
s'immaginavano che una ben più grande sorpresa li
aspettava al ritorno dal viaggio di nozze.
Dov'era la casetta, il nido già apparecchiato da tempo e
descritto con tanta minuzia? Dov'era? Nel sogno che
Fabio Feroni destinava, come tutti gli altri, al caso
perché si spassasse a distruggerglielo a sua posta con
qualcuna delle sue improvvise prodezze. Là, in due
camerette ammobigliate, scelte lì per lì in treno,
ritornando da Napoli, tra le tante disponibili negli
annunzi d'affitti di un giornale, si vide condotta
Dreetta appena giunta a Roma.
L'ira, l'indignazione questa volta ruppero tutti i freni
finora imposti dalla buona creanza e dalla poca
confidenza. Dreetta e i parenti gridarono all'inganno,
anzi peggio, all'impostura. Perché mentire così? far
vedere una casa apparecchiata di tutto punto, piena di
tutti i comodi, perché?
Fabio Feroni, che s'aspettava quello scoppio, attese
paziente che le prime furie svaporassero, sorridendo
contento di quel suo martirio, e cercandosi con le dita
nelle narici qualche peluzzo da tirare.
Dreetta piangeva? i parenti lo ingiuriavano? Era bene,
era bene che fosse così, per tutta la gioja ch'egli
aveva or ora goduta a Napoli, per tutto l'amore che gli
riempiva l'anima. Era bene che fosse così.
Perché piangeva Dreetta? Per una casa che non c'era? Eh
via, poco male! ci sarebbe stata!
E spiegò ai parenti perché non avesse apparecchiato
avanti la casetta e perché avesse mentito; spiegò che la
sua menzogna, del resto, appariva tale un po' anche per
colpa loro, cioè delle troppe domande che gli avevano
rivolte quand'egli sul principio aveva dichiarato d'aver
tutto pronto da tempo e di voler fare alla sposina una
bella sorpresa. Aveva pronto il denaro, ed eccolo lì;
venti mila lire, risparmiate e raccolte in tanti anni e
con tanti stenti; e la sorpresa che preparava a Dreetta
era questa: di darle in mano quel denaro, perché
pensasse lei, lei soltanto, a metter su il nido di suo
gusto, come una necessità e non come un sogno. Ma, per
carità! non seguisse ella in nulla e per nulla la
descrizione immaginaria che lui gliene aveva fatta un
tempo; tutto diverso doveva essere; scegliesse lei con
l'ajuto della mamma e del fratello; egli non voleva
saperne nulla; perché, se minimamente avesse approvato
questa o quella scelta e se ne fosse compiaciuto, addio
ogni cosa! E volle infine prevenirli che se speravano
ch'egli delle loro compere e dell'assetto della casa e
di tutto quanto si dichiarasse contento, se lo levassero
pure dal capo, perché fin d'ora, a ogni modo, se ne
dichiarava scontento, scontentissimo.
Fosse per questo, fosse per la cordialità dei padroni di
casa, buoni vecchi all'antica, marito e moglie con una
figliuola nubile, Dreetta non s'affrettò più di comporsi
il nido. Rimasero d'accordo coi padroni di casa, che
avrebbero sloggiato alla nascita del primo figliuolo.
Intanto i primi mesi di matrimonio furono un fiume di
pianto nascosto per Dreetta, la quale, volendo vivere a
modo del marito, ancora non s'era accorta ch'egli diceva
tutto il contrario di quello che desiderava.
Fabio Feroni in fondo desiderava tutto ciò che avrebbe
potuto far contenta la sposina; ma sapendo che, se
avesse manifestato e seguito quei desiderii, il caso li
avrebbe subito rovesciati, per prevenirlo, manifestava e
seguiva i desiderii contrarii: e la sposina viveva
infelice. Quand'ella infine se n'accorse e cominciò a
fare a suo modo, cioè tutt'al contrario di quel che
diceva lui, la gratitudine, l'affetto, l'ammirazione di
Fabio Feroni per lei raggiunsero il colmo. Ma il
pover'uomo si guardò bene dall'esprimerli; si sentì
felice anche lui, e cominciò a tremarne.
Così pieno di gioja, come fare a nasconderla? a
dichiararsi scontento?
E guardando la sua piccola Dreetta già incinta, gli
occhi gli s'invetravano di lagrime; lagrime di tenerezza
e di riconoscenza.
Negli ultimi mesi la moglie, col fratello e la mamma si
diede attorno, per metter su la casetta. La trepidazione
di Fabio Feroni divenne in quei giorni più che mai
angosciosa. Sudava freddo a tutte le espressioni di
giubilo della sposina, soddisfatta della compera di
questo o di quel mobile.
- Vieni a vedere... vieni a vedere... - gli diceva
Dreetta.
Con tutte e due le mani egli avrebbe voluto turarle la
bocca. La gioja era troppa; quella era anzi la felicità,
la vera felicità raggiunta. Non era possibile che non
accadesse da un momento all'altro una disgrazia. E Fabio
Feroni si mise a guardare attorno e avanti e indietro
con rapidi sguardi obliqui per scoprire e prevenir
l'insidia del caso, l'insidia che poteva annidarsi anche
in un granellino di polvere; e si buttava con le mani a
terra, gattone, per impedire il passo alla moglie se
scorgeva sul pavimento qualche buccia su cui il piedino
di lei avrebbe potuto smucciare. Ecco, forse l'insidia
era là, in quella buccia! O forse... ma sì!, in quella
gabbia lì, del canarino... Già una volta Dreetta era
montata su un sediolino, col rischio di cadere, per
rimetter la canapuccia nel vasetto. Via quel canarino! E
alle proteste, al pianto di Dreetta, egli,
tutt'arruffato, ispido, come un gatto fustigato:
- Per carità, - s'era messo a gridare, - ti prego,
lasciami fare! lasciami fare!
E gli occhi sbarrati gli andavano di continuo in qua e
in là, con una mobilità e una lucentezza che incutevano
paura.
Finché una notte ella non lo sorprese in camicia con una
candela in mano, che andava cercando l'insidia del caso
entro le tazzine da caffè capovolte e allineate sul
palchetto della credenza nella sala da pranzo.
- Fabio, che fai?
E lui, ponendosi un dito su la bocca:
- Ssss... zitta! Lo scovo! Ti giuro che questa volta lo
scovo... Non me la fa!
Tutt'a un tratto, o fosse un topo, o un soffio d'aria, o
uno scarafaggio sui piedi nudi, il fatto è che Fabio
Feroni diede un urlo, un balzo, un salto da montone, e
s'afferrò con le due mani il ventre gridando che lo
aveva lì, lì, il saltamartino, lì dentro, lì dentro lo
stomaco! E dalli a springare, a springare in camicia per
tutta la casa, poi giù per le scale e poi fuori, per la
via deserta, nella notte, urlando, ridendo, mentre
Dreetta scarmigliata gridava ajuto dalla finestra.