Novelle per un anno - 1925 - Donna Mimma
10. Resti mortali
Disperazione dei nipoti, che pur gli dovevano volere un gran
bene se, dopo che s'era spogliato per loro di tutto il suo,
ancora avevano tanta sopportazione di lui, il signor
Federico Biobin (zio Fifo, come lo chiamavano) si alzava col
lume, e subito, zitto zitto, piccolino com'era di statura,
col testoncino a pera che gli lustrava, calvo fino alla
nuca, una ventina di duri peluzzi ritinti, dieci per parte
drizzati sul musetto da topo, si metteva a frugolare per
casa, sorsando, soffiando, dando smusatine, come per tenere
in continuo esercizio d'esplorazione il naso puntuto, le
labbra armate di quei venti spunzoncini; finché
all'improvviso tutta la casa non sobbalzava dal sonno o per
un rovinio di scodelle dalla piattaja in cucina o di casse
che crollavano a catafascio nel ripostiglio. Accorrevano
tutti, chi in camicia, chi in pigiama, chi in sottana.
- Zio, che hai fatto? che è stato?
Dava le risposte più inaspettate:
- Niente: sento puzza di mobili vecchi.
Ma come se tutto quel fracasso non l'avesse fatto lui e non
l'avesse nemmeno sentito, e placido e un po' seccato
parlasse ancora dal silenzio che c'era prima nella casa.
Non lasciava giorno, senza che ne facesse una. E il bello si
era che i fastidi che dava, i dispetti che faceva, per cui
le budella ai nipoti, alle serve, si ritorcevano dentro come
una fune, lui li chiamava servizi. Capace di stare giornate
sane in cucina a ritagliare e tentar d'incollare
striscioline di carta per medicare un vetro rotto della
finestra a usciale che dava su una specie di ballatojo,
dov'era puzzolentissimo il casottino del cesso. La cuoca si
dannava.
- Ma lei che sente la puzza dei mobili vecchi, o non la
sente codesta del cesso?
Non la sentiva, quella; e seguitava, sorsando, soffiando,
smusando, a tentare d'incollare quelle striscioline di
carta.
E ora eccolo giù in giardino, infuriato contro un'ala del
cancello che, interrata, non voleva più andare né avanti né
indietro. Illividito dalla congestione e con le vene del
cranio che gli scoppiavano, dava certe scrollate che le
braccia, appena i ferri del cancello brandivano in
contrasto, pareva gli si dovessero staccar nette dal busto.
I nipoti gli gridavano dalle finestre:
- Smettila, zio! Non vedi che non s'apre?
- La smetto? O io l'apro, o ci crepo!
Non l'apriva e non ci crepava: veniva su, tutto slogato, in
un bagno di sudore, presentando le manine ridotte una pietà,
perché gli fossero unte d'olio e fasciate.
Quando poi era stanco di farne ai suoi di casa, usciva e si
metteva a far dispetti alla gente per via: per esempio,
certe giornate che pioveva a dirotto, andando a pigliarsi
apposta sull'ombrello lo sgrondo di tutte le case, con
un'aria così parlante di farlo per dispetto, che veniva la
tentazione a chi gli passava accanto di strapparlo per un
braccio accosto al muro. Il piacere maligno, che sotto sotto
ne provava, gli faceva arricciare agli angoli il labbro con
tutti quei suoi venti peluzzi irti, quasi in un
digrignamento appena percettibile, di cagnolino bizzoso.
L'ultimo fu quello della spolverina grigia d'alpagà,
comperata per veste da camera, quando i nipoti, ridendo
della compera, gli fecero notare ch'era una spolverina da
viaggio, quella.
- Da viaggio? E allora parto!
- Parti? Dove vai?
- A Bergamo, da Ernesto, a salutarlo prima che vada a Genova
a imbarcarsi per l'America.
Non ci fu verso di rimuoverlo più da quel ticchio di partire
lì per lì. Anzi, che la sua visita per quel povero Ernesto
dovesse essere un gravissimo imbarazzo piuttosto che un
piacere nel trambusto in cui doveva trovarsi alla vigilia di
salpar per l'America: ragione di più. E che il medico gli
avesse ordinato di star tranquillo e non strapazzarsi per la
sclerosi cardiaca di cui era affetto: ragione di più, anche
questa. Voleva morire! Ma come, a Bergamo? morire a Bergamo,
mentre Ernesto vi spiantava la casa? Sissignori, morire a
Bergamo, nella casa spiantata.
Partì con quella spolverina grigia; e purtroppo la minaccia
di quel pericolo che i nipoti di Roma, senza punto crederci,
gli avevano fatto balenare per trattenerlo, s'avverò. La
notizia fulminea della morte di zio Fifo lo stesso giorno
che arrivò a Bergamo, lasciò quasi basiti i nipoti di Roma
per il fatto che, pur senza crederci, l'avevano preveduta; e
che, pur avendola preveduta, per quel non crederci, avessero
lasciato partire lo zio.
Di quest'ultimo dispetto ai nipoti lontani e dell'altro
ancor più acerbo al nipote vicino, là a Bergamo, zio Fifo,
in mezzo alla confusione della casa tutta sossopra per lo
sgombero, stecchito sul lettino di ferro, con la sua brava
spolverina grigia da cui spuntavano i due piedini giunti,
più che soddisfatto, pareva ora felicissimo.
Inizio
pagina
Tra gli altri mobili della camera scostati dalle pareti
e fuori di posto, comodissimo comodissimo ci stava lui,
su quel lettino di ferro che nessuno, finché ci stava
lui, avrebbe potuto toccare, coi quattro ceri accesi,
due da capo, due da piedi; le manine intrecciate sul
ventre che gli s'era un po' gonfiato.
Pareva proprio che sorridesse, sornione, con gli occhi
chiusi e quei venti spunzoncini ancora drizzati sul
musetto da topo.
Difatti, il compito di venire a morire a Bergamo per
maggior ristoro del nipote Ernesto in partenza per
l'America, lui lo aveva assolto; ora toccava agli altri
quello di rimuoverlo di lì, o per seppellirlo nel
cimitero di Bergamo o per rispedirlo a Roma se lo
volevano là nella tomba di famiglia.
Stimò più sbrigativo il nipote Ernesto rispedirlo a Roma
e lasciare ai cugini la cura e il resto delle spese per
i funerali all'arrivo: aveva i minuti contati; sarebbe
arrivato a Genova appena in tempo per imbarcarsi.
Malauguratamente però, nel fare la spedizione, credette
che l'uso della frase «resti mortali» invece della cruda
parola «cadavere» fosse lecito, com'era certo più
gentile e pietoso; e se ne volle servire, forse a
compensare il povero zio di tutte le imprecazioni che
gli aveva scagliate per esser venuto a buttarglisi morto
tra i piedi in un frangente come quello.
Ora ai nipoti di Roma venuti alla stazione a ricevere il
feretro con molte corone di fiori e un magnifico carro
funebre di prima classe a quattro cavalli e più d'un
centinajo d'amici e conoscenti e rappresentanze di
sodalizi con labari e bandiere e il parroco per la
benedizione alla salma e due belle file di monache e
chierici con le candele in mano; appunto per l'uso
gentile e pietoso di quella frase, l'ufficiale di dogana
presentò una bolletta gravata da una multa di parecchie
migliaja di lire. - Multa? E perché?
- Falso in denunzia.
- Falso? Che falso?
- Ma credono lor signori, che si possa impunemente
denunziare un feretro come resti mortali? I resti
mortali sono un conto: un mucchietto d'ossa e di cenere
in una cassettina di latta; e pagano per tali, secondo
una loro tariffa. Un feretro è un altro conto. Per
quanto piccolo, bisogna che paghi come feretro. Altra
tariffa.
Protestarono i nipoti che intenzione di frode nel cugino
Ernesto non poteva esserci stata; ma, anche ammesso e
non concesso che ci fosse stata, la multa, se mai,
doveva pagarla chi aveva spedito e non chi riceveva.
Erano pronti a pagare il di più della spesa, secondo la
tariffa, trattandosi realmente di un feretro e non di
resti mortali (benché la distinzione potesse parere a
prima giunta sofistica); ma, a ogni modo, la multa no,
no e no.
Non avevano nessuna colpa, loro. Il cugino Ernesto era
partito per l'America, e responsabile dello sbaglio (non
diciamo frode, per carità!) restava allora l'ufficio di
spedizione alla dogana di Bergamo che s'era ricevuto a
occhi chiusi e aveva «inoltrato» come resti mortali un
feretro intero. Per placare il capo-stazione chiamato a
dare man forte all'ufficiale di dogana, i nipoti si
mostrarono disposti a scusare, del resto, anche
l'ufficio di spedizione della dogana di Bergamo,
informando che il cugino Ernesto doveva aver spedito in
quei giorni chi sa quanti colli, per cui sapendosi in
città ch'egli era sul punto di lasciare l'Italia per
sempre, quell'ufficiale di dogana, addetto alla
spedizione, facilmente aveva potuto supporre che
spedisse anche i resti mortali di qualche parente
sepolto da tempo nel cimitero di Bergamo, per non
lasciarli colà. La colpa, in questo caso, si riduceva
soltanto a una mancata verifica. Gli volevano far pagare
la multa per questo? Ecco, ma a lui sempre, la multa, se
mai; mica a loro che non c'entravano né punto né poco.
Mentre così si discuteva nell'ufficio di dogana, fuori
nello spiazzale quelli ch'eran venuti per
l'accompagnamento funebre vestiti di nero e in tubino,
s'erano ritratti e impalati in fila, gomito a gomito, a
ridosso al muro, per ripararsi da un terribile sole
d'agosto, prossimo al meriggio. C'era a mala pena, lungo
quel muro, un filo d'ombra che non arrivava a riparare
fino alla punta neanche i piedi; e davanti, tutte le
cose, a quella vampa di sole, abbarbagliavano. Così
tutti impalati, con gli occhi fuori del capo, guardavano
l'enorme carro funebre, rimasto in mezzo allo spiazzale,
là, ferocemente nero e dorato, e pareva ne avessero un
formidabile incubo, come di quelle monache che se ne
stavano impassibili, a occhi bassi, così infagottate in
quelle loro tonache di pesantissimo panno marrone, con
quel cappuccetto nero a capanna in capo, tutte bene
appettate sotto il modestino bianco insaldato, e le
candele accese in mano. Dio, quelle candele, la cui
fiamma nel sole non si vedeva, e se ne vedeva invece il
fumighio tremolante! Ma che avveniva? Perché non
portavano il feretro? Che s'aspettava? Alcuni, più
impazienti, andarono a sentire; poi a poco a poco,
tutti, tranne il cocchiere sul carro funebre, le
monache, i chierici e i portatori dei labari e delle
bandiere, entrarono nel fresco delizioso dell'ufficio
della dogana, ch'era un alto e vasto magazzino ingombro
tutt'intorno alle pareti di casse rammontate e di balle
e di colli.
Vi rintronavano i gridi della contesa tra i nipoti del
morto da una parte, e il capo-stazione e gli ufficiali
di dogana dall'altra. Gli animi s'erano accesi. Il
capo-stazione era irremovibile: o pagare la multa, o
niente feretro! Il maggiore dei nipoti, furibondo,
minacciava che glielo avrebbero lasciato lì. Non era
mica merce, un morto, che si potesse rivendere all'asta!
Volevano vedere che cosa il capo-stazione se ne farebbe!
E il capo-stazione sghignazzava e rispondeva che,
chiestane licenza a chi di dovere, lo avrebbe mandato a
seppellire con due facchini; e che poi a far pagare le
spese e la tariffa e la multa ci avrebbero pensato con
comodo gli uscieri. Un fremito d'indignazione accolse
questa risposta e allora l'altro nipote, confortato dal
consenso di tutti, lo diffidò dal farlo: avrebbe
chiamato responsabile l'amministrazione dei danni morali
e materiali, perché non era mica un cane il loro zio da
esser mandato a seppellire in quel modo; c'erano là
centinaja di persone venute a rendergli i meritati onori
funebri, labari e bandiere di sodalizi, un carro di
prima classe, un santo sacerdote, monache e chierici con
più di quaranta candele!
E i due nipoti, rossi come gamberi, con le camice
bianche che, nello scompiglio dell'esagitazione,
strabuzzavano loro dalle maniche nere e perfino di sotto
il panciotto, tutti tremanti per lo sfogo violento e
piangenti dalla rabbia, furono condotti via.
Ora quell'incubo di carro funebre che se n'andava vuoto
e traballante, diretto alla rimessa, e quelle monache e
quei chierici che capovolgevano le candele per smorzarle
in terra, diedero a tutti, anche ai nipoti, in
quell'animazione insolita, un senso di leggerezza, come
se zio Fifo, mandato a monte il funerale, non fosse più
morto.
Ma si poteva veramente dir morto zio Fifo, se seguitava
a fare con tanta pervicacia ciò che aveva sempre fatto
in vita: dispetti a tutti?
So bene che non s'è mai dato il caso che un morto si sia
staccate le mani dal petto per cacciarsi una mosca dal
naso; ma per zio Fifo riparato dalla doppia cassa di
zinco e di noce, là sotto gli occhi del capo-stazione
rimasto solo nel magazzino della dogana a grattarsi la
testa, mi par proprio lecito immaginare che se le sia
staccate davvero, quelle sue gracili manine dal petto,
per darsi contentone una bella stropicciatina.