Novelle per un anno - 1925 - Donna Mimma
9. Un cavallo nella luna
Di settembre, su quell'altipiano d'aride argille azzurre,
strapiombante franoso sul mare africano, la campagna già
riarsa dalle rabbie dei lunghi soli estivi, era triste:
ancor tutta irta di stoppie annerite, con radi mandorli e
qualche ceppo centenario d'olivo saraceno qua e là. Tuttavia
fu stabilito che i due sposi vi passassero almeno i primi
giorni della luna di miele, in considerazione dello sposo.
Il pranzo di nozze, preparato in una sala dell'antica villa
solitaria, non fu davvero una festa per i convitati.
Nessuno di essi riuscì a vincere l'impaccio, ch'era
piuttosto sbigottimento, per l'aspetto e il contegno di quel
giovanotto grasso, appena ventenne, dal volto infocato, che
guardava qua e là coi piccoli occhi neri, lustri, da pazzo,
e non intendeva più nulla, e non mangiava e non beveva e
diventava di punto in punto più pavonazzo, quasi nero.
Si sapeva che, preso d'un amor forsennato, per colei che ora
gli sedeva accanto, sposa, aveva fatto pazzie, fino al punto
di tentare di uccidersi: lui, ricchissimo, unico erede
dell'antico casato dei Berardi, per una che, dopo tutto, non
era altro che la figlia d'un colonnello di fanteria, venuto
col reggimento da un anno in Sicilia. Ma il signor
colonnello, mal prevenuto contro gli abitanti dell'isola,
non avrebbe voluto accondiscendere a quelle nozze, per non
lasciare là, come tra selvaggi, la figliuola.
Lo sbigottimento per l'aspetto e il contegno dello sposo
cresceva nei convitati, quanto più essi avvertivano il
contrasto con l'aria della giovanissima sposa. Era una vera
bambina ancora, vispa, fresca, aliena: e pareva si
scrollasse sempre d'addosso ogni pensiero fastidioso con
certi scatti d'una vivacità piena di grazia, ingenua e furba
nello stesso tempo. Furba però, come d'una birichina ancora
ignara di tutto. Orfana, cresciuta fin dall'infanzia senza
mamma, appariva infatti chiaramente che andava a nozze
affatto impreparata. Tutti, a un certo punto, finito il
pranzo, risero e si sentirono gelare a un'esclamazione di
lei, rivolta allo sposo:
- Oh Dio, Nino, ma perché fai codesti occhi piccoli piccoli?
Lasciami... no, scotti! Perché ti scottano così le mani?
Senti, senti, papà, come gli scottano le mani. Che abbia la
febbre?
Tra le spine, il colonnello affrettò la partenza dei
convitati dalla campagna. Ma sì, per togliere quello
spettacolo che gli pareva indecente. Presero tutti posto in
sei vetture. Quella dove il colonnello sedette accanto alla
madre dello sposo, anch'essa vedova, andando a passo per il
viale, rimase un po' indietro, perché i due sposi, lei di
qua, lui di là, con una mano nella mano del padre e della
madre, vollero seguirla per un tratto a piedi, fino
all'imboccatura dello stradone che conduceva alla città
lontana. Qua il colonnello si chinò a baciar sul capo la
figliuola; tossì, borbottò:
- Addio, Nino.
- Addio, Ida, - rise di là la madre dello sposo; e la
carrozza s'avviò di buon trotto per raggiungere le altre dei
convitati.
I due sposi rimasero per un pezzo a seguirla con gli occhi.
La seguì la sola Ida veramente, perché Nino non vide nulla,
non sentì nulla, con gli occhi fissi alla sposa rimasta lì,
sola con lui finalmente, tutta, tutta sua. Ma che? Piangeva?
- Il babbo, - disse Ida, agitando con la mano il fazzoletto
in saluto. - Là, vedi? Anche lui...
- Ma tu no, Ida... Ida mia... - balbettò, singhiozzò quasi,
Nino, facendo per abbracciarla, tutto tremante.
Ida lo scostò.
- No, lasciami, ti prego.
- Voglio asciugarti gli occhi...
- Ma no, caro, grazie: me li asciugo da me.
Nino rimase lì, goffo, a guardarla, con un viso pietoso, la
bocca semiaperta. Ida finì d'asciugarsi gli occhi; poi:
- Ma che hai? - gli domandò. - Tu tremi tutto. Dio, no,
Nino: non mi star davanti così! Mi fai ridere. E non la
finisco più, bada, se mi metto a ridere. Aspetta, ti
sveglio.
Gli posò lievemente le mani sulle tempie e gli soffiò su gli
occhi. Al tocco di quelle dita, all'alito di quelle labbra,
egli si sentì mancar le gambe; fu per cadere in ginocchio;
ma lei lo sostenne, scoppiando in una risata fragorosa:
- Su lo stradone? Sei matto? Andiamo, andiamo! Là, guarda: a
quella collinetta là! Si vedranno ancora le carrozze.
Andiamo a vedere!
E lo trascinò via per un braccio, impetuosamente.
Da tutta la campagna intorno, ove tante erbe e tante cose
sparse da tempo erano seccate, vaporava nella calura quasi
un alido antico, denso, che si mescolava coi tepori grassi
del fimo fermentante in piccoli mucchi sui maggesi, e con le
fragranze acute dei mentastri ancor vivi e delle salvie.
Quell'alito denso, quei grassi tepori, queste fragranze
pungenti, li avvertiva lui solo. Ida dietro le spesse siepi
di fichidindia, tra gli irti ciuffi giallicci delle stoppie
bruciate, sentiva, invece, correndo, come strillavano gaje
al sole le calandre, e come, nell'afa dei piani, nel
silenzio attonito, sonava da lontane aje, auguroso, il canto
di qualche gallo; si sentiva investire, ogni tanto, dal
fresco respiro refrigerante che veniva dal mare prossimo a
commuover le foglie stanche, già diradate e ingiallite, dei
mandorli, e quelle fitte, aguzze e cinerulee degli olivi.
Raggiunsero presto la collinetta; ma egli non si reggeva
più, quasi cascava a pezzi, dalla corsa; volle sedere; tentò
di far sedere anche lei, lì accanto, tirandola per la vita.
Ma Ida si schermì:
- Lasciami guardare, prima.
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Cominciava a essere inquieta, entro di sé. Non voleva
mostrarlo. Irritata da certe curiose ostinazioni di lui,
non sapeva, non voleva star ferma; voleva fuggire
ancora, allontanarsi ancora; scuoterlo, distrarlo e
distrarsi anche lei, finché durava il giorno.
Di là dalla collina si stendeva una pianura sterminata,
in un mare di stoppie, nel quale serpeggiavano qua e là
le nere vestigia della debbiatura, e qua e là anche
rompeva l'irto giallore qualche cespo di cappero o di
liquirizia. Laggiù laggiù, quasi all'altra riva lontana
di quel vasto mare giallo, si scorgevano i tetti d'un
casale tra alte pioppe nere.
Ebbene, Ida propose al marito d'arrivare fin là, fino a
quel casale. Quanto ci avrebbero messo? Un'ora, poco
più. Erano appena le cinque. Là, nella villa, i servi
dovevano ancora sparecchiare. Prima di sera sarebbero
stati di ritorno.
Cercò d'opporsi Nino, ma ella lo tirò su per le mani, lo
fece sorgere in piedi, e poi via di corsa per il breve
pendio di quella collinetta e quindi per quel mare di
stoppie, agile e svelta come una cerbiatta. Egli, non
facendo a tempo a seguirla, sempre più rosso, e come
intronato, sudato, ansava, correndo, la chiamava, voleva
una mano:
- Almeno la mano! almeno la mano! - andava gridando.
A un tratto ella si fermò dando un grido. Le si era
levato davanti uno stormo di corvi, gracchiando. Più là,
steso per terra, era un cavallo morto. Morto? No, no,
non era morto: aveva gli occhi aperti. Dio, che occhi!
Uno scheletro, era. E quelle costole! quei fianchi!
Nino sopravvenne, stronfiando, arrangolato:
- Andiamo... subito, via! Ritorniamo indietro!
- È vivo, guarda! - gridò Ida, con ribrezzo e pietà. -
Leva la testa... Dio, che occhi! guarda, Nino!
- Ma sì, - fece lui, ancora ansimante. - Son venuti a
buttarlo qua. Lascia; andiamocene! Che gusto? Non senti
che già l'aria...
- E quei corvi? - esclamò lei con un brivido d'orrore. -
Quei corvi se lo mangiano vivo?
- Ma, Ida, per carità! - pregò lui a mani giunte.
- Nino, basta! - gli gridò allora lei, al colmo della
stizza nel vederlo così supplice e melenso. - Rispondi:
se lo mangiano vivo?
- Che vuoi che sappia io, come se lo mangiano.
Aspetteranno...
- Che muoja qui, di fame, di sete? - riprese ella, col
volto tutto strizzato dalla compassione e dall'orrore. -
Perché è vecchio? perché non serve più? Ah, povera
bestia! che infamia! che infamia! Ma che cuore hanno
codesti villani? che cuore avete voi qua?
- Scusami, - diss'egli, alterandosi, - tu senti tanta
pietà per una bestia...
- Non dovrei sentirne?
- Ma non ne senti per me!
- E che sei bestia tu? che stai morendo forse di fame e
di sete, tu, buttato in mezzo alle stoppie? Senti... oh
guarda i corvi, Nino, su... guarda... fanno la ruota. Oh
che cosa orribile, infame, mostruosa. Guarda... oh,
povera bestia... prova a rizzarsi! Nino, si muove...
forse può ancora camminare... Nino, su, ajutiamola...
smuoviti!
- Ma che vuoi che gli faccia io? - proruppe egli,
esasperato. - Me lo posso trascinare dietro? caricarmelo
su le spalle? Ci mancava il cavallo, ci mancava! Come
vuoi che cammini? Non vedi che è mezzo morto?
- E se gli facessimo portare da mangiare?
- E da bere, anche!
- Oh, come sei cattivo, Nino! - disse Ida con le lagrime
agli occhi.
E si chinò, vincendo il ribrezzo, a carezzare con la
mano, appena appena, la testa del cavallo che s'era
tirato su a stento da terra, ginocchioni su le due zampe
davanti, mostrando pur nell'avvilimento di quella sua
miseria infinita un ultimo resto, nel collo e nell'aria
del capo, della sua nobile bellezza.
Nino, fosse per il sangue rimescolato, fosse per il
dispetto acerrimo, o fosse per la corsa e per il sudore,
si sentì all'improvviso abbrezzare, stolzò e si mise a
battere i denti, con un tremore strano di tutto il
corpo; si tirò su istintivamente il bavero della giacca
e, con le mani in tasca, cupo, raffagottato, disperato,
andò a sedere discosto, su una pietra.
Il sole era già tramontato. Si udivano da lontano le
sonagliere di qualche carro che passava laggiù per lo
stradone.
Perché batteva i denti così? Eppure la fronte gli
scottava e il sangue gli frizzava per le vene e le
orecchie gli rombavano. Gli pareva che sonassero tante
campane lontane. Tutta quell'ansia, quello spasimo
d'attesa, la freddezza capricciosa di lei, quell'ultima
corsa, e quel cavallo ora, quel maledetto cavallo... oh
Dio, era un sogno? un incubo nel sogno? era la febbre?
Forse un malanno peggiore. Sì! Che bujo, Dio, che bujo!
O gli s'era anche intorbidata la vista? E non poteva
parlare, non poteva gridare. La chiamava: «Ida! Ida!» ma
la voce non gli usciva più dalla gola arsa e quasi
insugherita.
Dov'era Ida? Che faceva?
Era scappata al lontano casale a chiedere ajuto per quel
cavallo, senza pensare che proprio i contadini di là
avevano trascinato qua la bestia moribonda.
Egli rimase lì, solo, a sedere sulla pietra, tutto in
preda a quel tremore crescente; e, curvo, tenendosi
tutto ristretto in sé, come un grosso gufo appollajato,
intravide a un tratto una cosa che gli parve... ma sì,
giusta, ora, per quanto atroce, per quanto come una
visione d'altro mondo. La luna. Una gran luna che
sorgeva lenta da quel mare giallo di stoppie. E, nera,
in quell'enorme disco di rame vaporoso, la testa
inteschiata di quel cavallo che attendeva ancora col
collo proteso; che avrebbe atteso sempre, forse, così
nero stagliato su quel disco di rame, mentre i corvi,
facendo la ruota, gracchiavano alti nel cielo.
Quando Ida, disillusa, sdegnata, sperduta per la
pianura, gridando: - Nino! Nino! - ritornò, la luna
s'era già alzata; il cavallo s'era riabbattuto, come
morto; e Nino... - dov'era Nino? Oh, eccolo là, per
terra anche lui.
Si era addormentato là?
Corse a lui. Lo trovò che rantolava, con la faccia anche
lui a terra, quasi nera, gli occhi gonfi serrati,
congestionato.
- Oh Dio!
E si guardò attorno, quasi svanita; aprì le mani, ove
teneva alcune fave secche portate da quel casale per
darle a mangiare al cavallo; guardò la luna, poi il
cavallo, poi qua per terra quest'uomo come morto anche
lui; si sentì mancare, assalita improvvisamente dal
dubbio che tutto quello che vedeva non fosse vero; e
fuggì atterrita verso la villa, chiamando a gran voce il
padre, il padre che se la portasse via, oh Dio! via da
quell'uomo che rantolava... chi sa perché! via da quel
cavallo, via da sotto quella luna pazza, via da sotto
quei corvi che gracchiavano nel cielo... via, via,
via...