Novelle per un anno - 1925 - Donna Mimma
6. La vendetta del cane
Senza sapere né come né perché, Jaco Naca s'era
trovato un bel giorno padrone di tutta la poggiata a solatio
sotto la città, da cui si godeva la veduta magnifica
dell'aperta campagna svariata di poggi e di valli e di
piani, col mare in fondo, lontano, dopo tanto verde, azzurro
nella linea dell'orizzonte.
Un signore forestiere, con una gamba di legno
che gli cigolava a ogni passo, gli s'era presentato, tre
anni addietro, tutto in sudore, in un podere nella
vallatella di Sant'Anna infetta dalla malaria, ov'egli stava
in qualità di garzone, ingiallito dalle febbri, coi brividi
per le ossa e le orecchie ronzanti dal chinino; e gli aveva
annunziato che da minuziose ricerche negli archivi era
venuto a sapere che quella poggiata lì, creduta finora senza
padrone, apparteneva a lui: se gliene voleva vendere una
parte, per certi suoi disegni ancora in aria, gliel'avrebbe
pagata secondo la stima d'un perito.
Rocce erano, nient'altro; con, qua e là, qualche
ciuffo d'erba, ma a cui neppure le pecore, passando,
avrebbero dato una strappata.
Intristito dal veleno lento del male che gli
aveva disfatto il fegato e consunto le carni, Jaco Naca
quasi non aveva provato né meraviglia né piacere per quella
sua ventura, e aveva ceduto a quello zoppo forestiere gran
parte di quelle rocce per una manciata di soldi. Ma quando
poi, in meno d'un anno, aveva veduto levarsi lassù due
villini, uno più grazioso dell'altro, con terrazze di marmo
e verande coperte di vetri colorati, come non s'erano mai
viste da quelle parti: una vera galanteria! e ciascuno con
un bel giardinetto fiorito e adorno di chioschi e di vasche
dalla parte che guardava la città, e con orto e pergolato
dalla parte che guardava la campagna e il mare; sentendo
vantar da tutti, con ammirazione e con invidia,
l'accorgimento di quel segnato lì, venuto chi sa da dove,
che certo in pochi anni col fitto dei dodici quartierini
ammobigliati in un luogo così ameno si sarebbe rifatto della
spesa e costituito una bella rendita; s'era sentito gabbato
e frodato: l'accidia cupa, di bestia malata, con cui per
tanto tempo aveva sopportato miseria e malanni, gli s'era
cangiata d'improvviso in un'acredine rabbiosa, per cui tra
smanie violente e lagrime d'esasperazione, pestando i piedi
mordendosi le mani, strappandosi i capelli, s'era messo a
gridar giustizia e vendetta contro quel ladro gabbamondo.
Purtroppo è vero che, a voler scansare un male,
tante volte, si rischia d'intoppare in un male peggiore.
Quello zoppo forestiere, per non aver più la molestia di
quelle scomposte recriminazioni, sconsigliatamente s'era
indotto a porger sottomano a Jaco Naca qualche giunta al
prezzo della vendita: poco; ma Jaco Naca, naturalmente,
aveva sospettato che quella giunta gli fosse porta così
sottomano perché colui non si riteneva ben sicuro del suo
diritto e volesse placarlo; gli avvocati non ci sono per
nulla; era ricorso ai tribunali. E intanto che quei pochi
quattrinucci della vendita se n'andavano in carta bollata
tra rinvii e appelli, s'era dato con rabbioso accanimento a
coltivare il residuo della sua proprietà, il fondo del
valloncello sotto quelle rocce, ove le piogge, scorrendo in
grossi rigagnoli su lo scabro e ripido declivio della
poggiata, avevano depositato un po' di terra.
Lo avevano allora paragonato a un cane balordo
che, dopo essersi lasciato strappar di bocca un bel
cosciotto di montone ora rabbiosamente si rompesse i denti
su l'osso abbandonato da chi s'era goduta la polpa.
Un po' d'ortaglia stenta, una ventina di non
meno stenti frutici di mandorlo che parevano ancora sterpi
tra i sassi, erano sorti laggiù nel valloncello angusto come
una fossa, in quei due anni d'accanito lavoro; mentre lassù,
aerei davanti allo spettacolo di tutta la campagna e del
mare, i due leggiadri villini splendevano al sole, abitati
da gente ricca, che Jaco Naca naturalmente s'immaginava
anche felice. Felice, non foss'altro, del suo danno e della
sua miseria.
E per far dispetto a questa gente e vendicarsi
almeno così del forestiere, quando non aveva potuto più
altro, aveva trascinato laggiù nella fossa un grosso cane da
guardia; lo aveva legato a una corta catena confitta per
terra, lasciato lì, giorno e notte, morto di fame, di sete e
di freddo.
- Grida per me!
Di giorno, quand'egli stava attorno all'orto a
zappettare, divorato dal rancore, con gli occhi truci nel
terreo giallore della faccia, il cane per paura stava zitto.
Steso per terra, col muso allungato su le due zampe davanti,
al più, sollevava gli occhi e traeva qualche sospiro o un
lungo sbadiglio mugolante, fino a slogarsi le mascelle, in
attesa di qualche tozzo di pane ch'egli ogni tanto gli
tirava come un sasso, divertendosi anche talvolta a vederlo
smaniare, se il tozzo ruzzolava più là di quanto teneva la
catena. Ma la sera, appena rimasta sola laggiù, e poi per
tutta la nottata, la povera bestia si dava a guaire, a
uggiolare, a sguagnolare, così forte e con tanta intensità
di doglia e tali implorazioni d'ajuto e di pietà, che tutti
gl'inquilini delle due ville si svegliavano e non potevano
più riprender sonno.
Da un piano all'altro, dall'uno all'altro
quartierino, nel silenzio della notte, si sentivano i
borbottii, gli sbuffi, le imprecazioni, le smanie di tutta
quella gente svegliata nel meglio del sonno; i richiami e i
pianti dei bimbi impauriti, il tonfo dei passi a piedi
scalzi o lo strisciar delle ciabatte delle mamme accorrenti.
Era mai possibile seguitare così? E da ogni
parte eran piovuti reclami al proprietario, il quale, dopo
aver tentato più volte e sempre invano, con le buone e con
le cattive, d'ottenere da quel tristo che finisse
d'infliggere il martirio alla povera bestia, aveva dato il
consiglio di rivolgere al municipio un'istanza firmata da
tutti gl'inquilini.
Ma anche quell'istanza non aveva approdato a
nulla. Correva, dai villini al posto ove il cane stava
incatenato, la distanza voluta dai regolamenti: se poi, per
la bassura di quel valloncello e per l'altezza dei due
villini, i guaiti pareva giungessero da sotto le finestre,
Jaco Naca non ci aveva colpa: egli non poteva insegnare al
cane ad abbajare in un modo più grazioso per gli orecchi di
quei signori; se il cane abbajava, faceva il suo mestiere;
non era vero ch'egli non gli desse da mangiare; gliene dava
quanto poteva; di levarlo di catena non era neanche da
parlarne, perché, sciolto, il cane se ne sarebbe tornato a
casa, e lui lì aveva da guardarsi quei suoi beneficii che
gli costavano sudori di sangue. Quattro sterpi? Eh, non a
tutti toccava la ventura d'arricchirsi in un batter d'occhio
alle spalle d'un povero ignorante!
- Niente, dunque? Non c'era da far niente?
E una notte di quelle, che il cane s'era dato a
mugolare alla gelida luna di gennajo più angosciosamente che
mai, all'improvviso, una finestra s'era aperta con fracasso
nel primo dei due villini, e due fucilate n'eran partite,
con tremendo rimbombo, a breve intervallo. Tutto il silenzio
della notte era come sobbalzato due volte con la campagna e
il mare, sconvolgendo ogni cosa; e in quel generale
sconvolgimento, urla, gridi disperati! Era il cane che aveva
subito cangiato il mugolìo in un latrato furibondo, e
tant'altri cani delle campagne vicine e lontane s'erano dati
anch'essi a latrare a lungo, a lungo. Tra il frastuono,
un'altra finestra s'era schiusa nel secondo villino, e una
voce irata di donna e una vocetta squillante di bimba non
meno irata, avevano gridato verso quell'altra finestra da
cui erano partite le fucilate:
- Bella prodezza! Contro la povera bestia
incatenata!
- Brutto cattivo!
- Se ha coraggio, contro il padrone dovrebbe
tirare!
- Brutto cattivo!
- Non le basta che stia lì quella povera bestia
a soffrire il freddo, la fame, la sete? Anche ammazzata? Che
prodezza! Che cuore!
- Brutto cattivo!
E la finestra s'era richiusa con impeto
d'indignazione.
Aperta era rimasta quell'altra, ove l'inquilino,
che forse s'aspettava l'approvazione di tutti i vicini, ecco
che, ancor vibrante della violenza commessa, si aveva in
cambio la sferzata di quell'irosa e mordace protesta
femminile. Ah sì? ah sì e per più di mezz'ora, lì seminudo,
al gelo della notte, come un pazzo, costui aveva imprecato
non tanto alla maledettissima bestia che da un mese non lo
lasciava dormire, quanto alla facile pietà di certe signore
che, potendo a piacer loro dormire di giorno, possono
perdere senza danno il sonno della notte, con la
soddisfazione per giunta... eh già, con la soddisfazione di
sperimentar la tenerezza del proprio cuore, compatendo le
bestie che tolgono il riposo a chi si rompe l'anima a
lavorare dalla mattina alla sera. E l'anima diceva, per non
dire altra cosa.
I commenti, nei due villini, durarono a lungo
quella notte; s'accesero in tutte le famiglie vivacissime
discussioni tra chi dava ragione all'inquilino che aveva
sparato, e chi alla signora che aveva preso le difese del
cane.
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Tutti erano d'accordo che quel cane era
insopportabile; ma anche d'accordo ch'esso meritava
compassione per il modo crudele con cui era trattato dal
padrone. Se non che, la crudeltà di costui non era
soltanto contro la bestia, era anche contro tutti coloro
a cui, per via di essa, toglieva il riposo della notte.
Crudeltà voluta; vendetta meditata e dichiarata. Ora, la
compassione per la povera bestia faceva indubbiamente il
giuoco di quel manigoldo; il quale, tenendola così a
catena e morta di fame e di sete e di freddo, pareva
sfidasse tutti, dicendo:
- Se avete coraggio, per giunta,
ammazzatela.
Ebbene, bisognava ammazzarla, bisognava
vincere la compassione e ammazzarla, per non darla vinta
a quel manigoldo!
Ammazzarla? E non si sarebbe fatta allora
scontare iniquamente alla povera bestia la colpa del
padrone? Bella giustizia! Una crudeltà sopra la
crudeltà, e doppiamente ingiusta, perché si riconosceva
che la bestia non solo non aveva colpa ma anzi aveva
ragione di lagnarsi così! La doppia crudeltà di quel
tristaccio si sarebbe rivolta tutta contro la bestia, se
anche quelli che non potevano dormire si mettevano
contro di essa e la uccidevano! D'altra parte, però, se
non c'era altro mezzo d'impedire che colui martoriasse
tutti?
- Piano, piano, signori, - era sopravvenuto
ad ammonire il proprietario dei due villini, la mattina
dopo, con la sua gamba di legno cigolante. - Per amor di
Dio, piano, signori!
Ammazzare il cane a un contadino siciliano?
Ma si guardassero bene dal rifar la prova! Ammazzare il
cane a un contadino siciliano voleva dire farsi
ammazzare senza remissione. Che aveva da perdere colui?
Bastava guardarlo in faccia per capire che, con la
rabbia che aveva in corpo, non avrebbe esitato a
commettere un delitto.
Poco dopo, infatti, Jaco Naca, con la faccia
più gialla del solito e col fucile appeso alla spalla,
s'era presentato davanti ai due villini e, rivolgendosi
a tutte le finestre dell'uno e dell'altro, poiché non
gli avevano saputo indicare da quale propriamente
fossero partite le fucilate, aveva masticato la sua
minaccia, sfidando che si facesse avanti chi aveva osato
attentare al suo cane.
Tutte le finestre eran rimaste chiuse;
soltanto quella dell'inquilina che aveva preso le difese
del cane e ch'era la giovine vedova dell'intendente
delle finanze, signora Crinelli, s'era aperta, e la
bambina dalla voce squillante, la piccola Rorò, unica
figlia della signora, s'era lanciata alla ringhiera col
visino in fiamme e gli occhioni sfavillanti per gridare
a colui il fatto suo, scotendo i folti ricci neri della
tonda testolina ardita.
Jaco Naca, in prima, sentendo schiudere
quella finestra, s'era tratto di furia il fucile dalla
spalla; ma poi, vedendo comparire una bambina, era
rimasto con un laido ghigno sulle labbra ad ascoltarne
la fiera invettiva, e alla fine con acre mutria le aveva
domandato:
- Chi ti manda, papà? Digli che venga fuori
lui: tu sei piccina!
Da quel giorno, la violenza dei sentimenti
in contrasto nell'animo di quella gente, da un canto
arrabbiata per il sonno perduto, dall'altro indotta per
la misera condizione di quel povero cane a una pietà
subito respinta dall'irritazione fierissima verso quel
villanzone che se ne faceva un'arma contro di loro, non
solo turbò la delizia di abitare in quei due villini
tanto ammirati, ma inasprì talmente le relazioni degli
inquilini tra loro che, di dispetto in dispetto, presto
si venne a una guerra dichiarata, specialmente tra quei
due che per i primi avevano manifestato gli opposti
sentimenti: la vedova Crinelli e l'ispettore scolastico
cavalier Barsi, che aveva sparato.
Si malignava sotto sotto, che la nimicizia
tra i due non era soltanto a causa del cane, e che il
cavalier Barsi ispettore scolastico sarebbe stato
felicissimo di perdere il sonno della notte, se la
giovane vedova dell'intendente delle finanze avesse
avuto per lui un pochino pochino della compassione che
aveva per il cane. Si ricordava che il cavalier Barsi,
nonostante la ripugnanza che la giovane vedova aveva
sempre dimostrato per quella sua figura tozza e sguajata,
per quei suoi modi appiccicaticci come l'unto delle sue
pomate, s'era ostinato a corteggiarla, pur senza
speranza, quasi per farle dispetto, quasi per il gusto
di farsi mortificare e punzecchiare a sangue non solo
dalla giovane vedova, ma anche dalla figlietta di lei,
da quella piccola Rorò che guardava tutti con gli
occhioni scontrosi, come se credesse di trovarsi in un
mondo ordinato apposta per l'infelicità della sua bella
mammina, la quale soffriva sempre di tutto e piangeva
spesso, pareva di nulla, silenziosamente. Quanta
invidia, quanta gelosia e quanto dispetto entravano
nell'odio del cavalier Barsi ispettore scolastico per
quel cane?
Ora, ogni notte, sentendo i mugolii della
povera bestia, mamma e figliuola, abbracciate strette
strette nel letto come a resistere insieme allo strazio
di quei lunghi lagni, stavano nell'aspettativa piena di
terrore, che la finestra del villino accanto si
schiudesse e che, con la complicità delle tenebre, altre
fucilate ne partissero.
- Mamma, oh mamma, - gemeva la bimba tutta
tremante - ora gli spara! Senti come grida? Ora lo
ammazza!
- Ma no, stà tranquilla, - cercava di
confortarla la mammina, - stà tranquilla, cara, che non
lo ammazzerà! Ha tanta paura del villano! Non hai visto
che non ha osato d'affacciarsi alla finestra? Se egli
ammazza il cane, il villano ammazzerà lui. Stà
tranquilla!
Ma Rorò non riusciva a tranquillarsi. Già da
un pezzo, della sofferenza di quella bestia pareva si
fosse fatta una fissazione. Stava tutto il giorno a
guardarla dalla finestra giù nel valloncello, e si
struggeva di pietà per essa. Avrebbe voluto scendere
laggiù a confortarla, a carezzarla, a recarle da
mangiare e da bere, e più volte, nei giorni che il
villano non c'era, lo aveva chiesto in grazia alla
mamma. Ma questa, per paura che quel tristo
sopravvenisse, o per timore che la piccina scivolasse
giù per il declivio roccioso, non gliel'aveva mai
concesso.
Glielo concesse alla fine, per far dispetto
al Barsi, dopo l'attentato di quella notte. Sul
tramonto, quando vide andar via con la zappa in collo
Jaco Naca, pose in mano a Rorò per le quattro cocche un
tovagliolo pieno di tozzi di pane e con gli avanzi del
desinare, e le raccomandò di star bene attenta a non
mettere in fallo i piedini, scendendo per la poggiata.
Ella si sarebbe affacciata alla finestra a sorvegliarla.
S'affacciarono con lei tanti e tant'altri
inquilini ad ammirare la coraggiosa Rorò che scendeva in
quel triste fossato a soccorrere la bestia. S'affacciò
anche il Barsi alla sua, e seguì con gli occhi la bimba,
crollando il capo e stropicciandosi le gote raschiose
con una mano sulla bocca. Non era un'aperta sfida a lui
tutta quella carità ostentata? Ebbene: egli la avrebbe
raccolta, quella sfida. Aveva comperato la mattina una
certa pasta avvelenata da buttare al cane, una di quelle
notti, per liberarsene zitto zitto. Gliel'avrebbe
buttata quella notte stessa. Intanto rimase lì a godersi
fino all'ultimo lo spettacolo di quella carità e tutte
le amorose esortazioni di quella mammina che gridava
dalla finestra alla sua piccola di non accostarsi troppo
alla bestia, che poteva morderla, non conoscendola.
Il cane abbajava, difatti, vedendo
appressarsi la bimba e, trattenuto dalla catena, balzava
in qua e in là, minacciosamente. Ma Rorò, col tovagliolo
stretto per le quattro cocche nel pugno, andava innanzi
sicura e fiduciosa che quello, or ora, certamente,
avrebbe compreso la sua carità. Ecco, già al primo
richiamo scodinzolava, pur seguitando ad abbajare; e
ora, al primo tozzo di pane, non abbajava più. Oh
poverino, poverino, con che voracità ingojava i tozzi
uno dopo l'altro! Ma ora, ora veniva il meglio... E Rorò,
senza la minima apprensione, stese con le due manine la
carta coi resti del desinare sotto il muso del cane che,
dopo aver mangiato e leccato a lungo la carta, guardò la
bimba, dapprima quasi meravigliato, poi con affettuosa
riconoscenza. Quante carezze non gli fece allora Rorò, a
mano a mano sempre più rinfrancata e felice della sua
confidenza corrisposta: quante parole di pietà non gli
disse; arrivò finanche a baciarlo sul capo, provandosi
ad abbracciarlo mentre di lassù la mamma, sorridendo e
con le lagrime agli occhi, le gridava che tornasse su.
Ma il cane ora avrebbe voluto ruzzare con la bimba:
s'acquattava, poi springava smorfiosamente, senza badare
agli strattoni della catena, e si storcignava tutto,
guaendo, ma di gioja.
Non doveva pensare Rorò, quella notte, che
il cane se ne stesse tranquillo perché lei gli aveva
recato da mangiare e lo aveva confortato con le sue
carezze? Una sola volta, per poco, a una cert'ora,
s'intesero i suoi latrati; poi, più nulla. Certo il
cane, sazio e contento, dormiva. Dormiva, e lasciava
dormire.
- Mamma, - disse Rorò, felice del rimedio
finalmente trovato. - Domattina, di nuovo, mamma, è
vero?
- Sì, sì, - le rispose la mamma, non
comprendendo bene, nel sonno.
E la mattina dopo, il primo pensiero di Rorò
fu d'affacciarsi a vedere il cane che non s'era inteso
tutta la notte.
Eccolo là: steso di fianco per terra, con le
quattro zampe diritte, stirate, come dormiva bene! E nel
valloncello non c'era nessuno: pareva ci fosse soltanto
il gran silenzio che, per la prima volta, quella notte,
non era stato turbato.
Insieme con Rorò e con la mammina, gli altri
inquilini guardavano anch'essi stupiti quel silenzio di
laggiù e quel cane che dormiva ancora, lì disteso, a
quel modo. Era dunque vero che il pane, le carezze della
bimba avevano fatto il miracolo di lasciar dormire tutti
e anche la povera bestia?
Solo la finestra del Barsi restava chiusa.
E poiché il villano ancora non si vedeva
laggiù, e forse per quel giorno, come spesso avveniva,
non si sarebbe veduto, parecchi degli inquilini
persuasero la signora Crinelli ad arrendersi al
desiderio di Rorò di recare al cane - com'ella diceva -
la colazione.
- Ma bada, piano, - la ammonì la mamma. - E
poi su, senza indugiarti, eh?
Seguitò a dirglielo dalla finestra, mentre
la bimba scendeva con passetti lesti, ma cauti, tenendo
la testina bassa e sorridendo tra sé per la festa che
s'aspettava dal suo grosso amico che dormiva ancora.
Giù, sotto la roccia, tutto raggruppato come una belva
in agguato, era intanto Jaco Naca, col fucile. La bimba,
svoltando, se lo trovò di faccia, all'improvviso,
vicinissimo; ebbe appena il tempo di guardarlo con gli
occhi spaventati: rintronò la fucilata, e la bimba cadde
riversa, tra gli urli della madre e degli altri
inquilini, che videro con raccapriccio rotolare il
corpicciuolo giù per il pendio, fin presso al cane
rimasto là, inerte, con le quattro zampe stirate.