Novelle per un anno - 1925 - Donna Mimma
2. L'abito nuovo
L'abito che quel povero Crispucci indossava da
tempo immemorabile, nessuno riusciva più a considerarlo come
una cosa soprammessa al suo corpo, una cosa che si potesse
cambiare. Agli occhi di tutti egli era ormai in quel suo
abito, come un vecchio cane randagio nel suo pelame stinto e
strappato.
Per questa ragione, l'avvocato Boccanera, suo
principale, non aveva mai pensato di potergli regalare uno
dei tanti suoi abiti smessi ancora in buono stato. Così
com'era, gli serviva a meraviglia; scrivano e galoppino a
centoventi lire al mese.
Quel giorno, il signor avvocato Boccanera stava
a tenergli un interminabile e amorevole discorso. Di solito,
bastava che gli dicesse, con un certo ammiccamento degli
occhi: - Crispucci, eh? - e Crispucci intendeva tutto. In
quel momento, però, davanti la scrivania, tutto ripiegato e
scivolante come un'S, le due lunghe braccia da scimmia
ciondoloni, pareva che non capisse più nulla.
Apriva di tratto in tratto la bocca, ma non per
parlare. Era una contrazione delle guance, o piuttosto, come
un'increspatura di tutta la faccia gialliccia, che,
scoprendogli i denti, poteva parere una smorfia, così di
scherno come di spasimo; ma forse era soltanto un segno
d'attenzione.
- Dunque, caro Crispucci, tutto considerato, vi
consiglio di partire. Sarà per me un guajo serio; ma
partite. Avrò pazienza per una quindicina di giorni. Eh,
almeno quindici giorni vi ci vorranno per tutte le pratiche
da sbrigare e le formalità. E anche perché, mi figuro,
venderete tutto.
Crispucci aprì le braccia, con gli occhi biavi
fissi nel vuoto.
- Eh sì, vendere, vi conviene vendere. Gioje,
abiti, mobili. Il grosso è nelle gioje. Così a occhio, dalla
descrizione dell'inventario, ci sarà da cavarne da
centocinquanta a duecento mila lire; forse più. C'è anche un
vezzo di perle. Quanto agli abiti (voi capite) non li potrà
certo indossare la vostra figliuola. Chi sa che abiti
saranno! Ma ne caverete poco, non vi fate illusioni. Gli
abiti si svendono, anche se ricchissimi. Forse dalle
pellicce (pare ce ne sia una collezione) sapendo fare,
qualche cosa caverete. Oh, badate: per le gioje, sarebbe
bene che appuraste da quali negozianti furono acquistate.
Forse lo vedrete dagli astucci. Vi avverto che i brillanti
sono molto cresciuti di prezzo. E qui nell'elenco ce ne son
segnati parecchi. Ecco: una spilla... un'altra spilla...
anello... anello... un bracciale... un altro anello...
ancora un anello... una spilla... bracciale... bracciale...
Parecchi come vedete.
A questo punto Crispucci alzò una mano. Segno
che voleva parlare. Le rarissime volte che gli avveniva, ne
dava l'avviso così. E questo segno della mano era
accompagnato da un'altra increspatura della faccia
ch'esprimeva lo stento e la pena di tirar su la voce da
quell'abisso di silenzio in cui la sua anima era da tanto
tempo sprofondata.
- Po... potrei, - disse, - farmi ardito... uno
di... uno di questi anelli... alla sua signora?
- Ma no, che dite, caro Crispucci? - scattò il
signor avvocato. - La mia signora, vi pare? uno di quegli
anelli!
Crispucci abbassò la mano; accennò di sì più
volte col capo.
- Mi scusi.
- Ma no, anzi vi ringrazio. Piangete? No, via,
via, caro Crispucci! Non ho voluto offendervi! Su, su. Lo
so, lo comprendo è per voi una cosa molto triste; ma pensate
che non accettate per voi codesta eredità: voi non siete
solo, avete una figliuola, a cui non sarà facile trovar
marito, senza una buona dote, che ora... Eh, lo so! è a un
prezzo ben duro! Ma i denari son denari, caro Crispucci, e
fanno chiudere gli occhi su tante cose. Avete anche la
madre. Non avete molta salute, e...
Crispucci, che aveva approvato col capo le
precedenti considerazioni del signor avvocato, a questa su
la sua salute, sgranò gli occhi con un piglio scontroso.
S'inchinò; si mosse per uscire.
- E non prendete le carte? - gli disse
l'avvocato, porgendogliele di su la scrivania.
Crispucci tornò indietro, asciugandosi gli occhi
con un sudicio fazzoletto, e prese quelle carte.
- Dunque partite domani?
- Signor avvocato, - rispose Crispucci,
guardandolo, come deciso a dire una cosa che gli faceva
tremare il mento; ma s'arrestò, lottò un pezzo per
ricacciare indietro, nell'abisso di silenzio, quel che stava
per dire; alzò un poco le spalle, aprì un poco le braccia e
andò via.
Stava per dire: «Parto, se vossignoria accetta
per la sua signora un anellino di questa mia eredità!».
Di là, agli altri scritturali dello studio che
da tre giorni si spassavano a torturarlo, punzecchiandolo
con fredda ferocia, aveva promesso, digrignando i denti, a
chi una veste di seta per la moglie, a chi un cappello con
le piume per la figliuola, a chi un manicotto per la
fidanzata.
- Magari!
- E qualche camicia fina, velata e ricamata,
aperta davanti, per tua sorella?
- Magari!
Voleva che di quella eredità tutti, con lui,
fossero insozzati.
Leggendo nell'inventario la descrizione del
ricchissimo guardaroba della defunta, e di quel che
contenevano di biancheria gli armadii e i cassettoni, s'era
figurato di poterne vestire tutte le donne della città.
Se un resto di ragione non lo avesse trattenuto,
si sarebbe fermato per via a prendere per il petto i
passanti e a dir loro:
«Mia moglie era così e così; è crepata or ora a
Napoli; m'ha lasciato questo e quest'altro; volete per
vostra moglie, per vostra sorella, per le vostre figliuole,
una mezza dozzina di calze di seta, su fino alla coscia,
finissime, traforate?».
Un giovanotto spelato, dalla faccia itterica,
che aveva la malinconia di voler parere elegante, si sentiva
finir lo stomaco da tre giorni, in quella stanza degli
scritturali, a tali profferte. Era da una settimana soltanto
nello studio, e più che da scrivano faceva da galoppino; ma
voleva conservare la sua dignità; non parlava quasi mai,
anche perché nessuno gli rivolgeva la parola; si contentava
d'accennare un sorrisetto vano a fior di labbra, non privo
d'un certo sprezzo lieve lieve, ascoltando i discorsi degli
altri, e tirava fuori dalle maniche troppo corte o
ricacciava indietro con mossettine sapienti i polsini
ingialliti.
Inizio
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Quel giorno, appena Crispucci uscì dalla
stanza del signor avvocato, prese dall'attaccapanni il
cappello e il bastone per andargli dietro, mentre gli
altri scrivani, ridendo, gridavano dall'alto della
scala:
- Crispucci, ricordati! La camicia per mia
sorella!
- La veste di seta per mia moglie!
- Il manicotto per la mia fidanzata!
- La piuma di struzzo per la mia figliuola!
Per istrada lo investì, con la faccia più
scolorita che mai dalla bile:
- Ma perché fate tante sciocchezze? Perché
seminate la roba così? Porterà scritta forse in qualche
parte la provenienza? Vi tocca una fortuna come questa,
e non sapete profittarne. Siete impazzito?
Crispucci si fermò un momento a guatarlo di
traverso.
- Fortuna, sì! - ribatté quello. - Fortuna
prima e fortuna adesso! Prima, per esservene liberato
tant'anni fa, quando vi scappò di casa.
- Te ne sei informato?
- Me ne sono informato. Ebbene? Che noje,
che impicci che fastidi ne aveste più? Ora è morta; e
non vi sembra un'altra fortuna? Perdio! Non solo perché
è morta, ma anche perché di stato vi farà cangiare!
Crispucci si fermò a guatarlo di nuovo.
- T'hanno detto forse che ho una figliuola
da maritare?
- Vi parlo così per questo!
- Ah! Franco.
- Franchissimo.
- E vuoi che pigli l'eredità?
- Sareste un pazzo a non farlo! Duecentomila
lire!
- E con duecentomila lire, vorresti che
dessi la figliuola a te?
- Perché no?
- Perché, se mai, con duecentomila lire,
potrei comprare una vergogna meno sporca della tua.
- Oh, voi m'offendete!
- No. Ti stimo. Tu stimi me, io stimo te.
Per una vergogna come la tua non darei più di tremila
lire.
- Tre?
- Cinque, va là! e un po' di biancheria. Hai
una sorella anche tu? Tre camìce di seta anche a lei,
aperte davanti! Se le vuoi, te le do.
E lo piantò lì, in mezzo alla strada.
A casa non disse una parola né alla madre né
alla figliuola. Del resto, non aveva mai ammesso, da
sedici anni, dal giorno della sciagura in poi, nessun
discorso che non si riferisse ai bisogni momentanei
della vita. Se l'una o l'altra accennava minimamente a
qualche considerazione estranea a questi bisogni, si
voltava a guardarle con tali occhi, che subito la voce
moriva loro sulle labbra.
Il giorno appresso partì per Napoli,
lasciandole non solo nell'incertezza più angosciosa sul
conto di quella eredità, ma anche in una grande
costernazione, se - Dio liberi - commettesse qualche
grossa pazzia.
Le donne del vicinato fomentavano questa
costernazione, riferendo e commentando tutte le
stranezze commesse da Crispucci in quei tre giorni.
Qualcuna, con rosea e fresca ingenuità, alludendo alla
defunta, domandava:
- Ma com'è ch'era tanto ricca?
E un'altra:
- Ho sentito dire che si chiamava
Margherita. La biancheria intanto, dicono che è cifrata
R e B.
- E B? No, R e C, - correggeva un'altra -
Rosa Clairon, ho sentito dire.
- Ah, guarda, Clairon... Cantava?
- Pare di no.
- Ma sì che cantava! Ultimamente no, più. Ma
prima cantava.
- Rosa Clairon, sì... mi pare.
La figliuola, a questi discorsi, guardava la
vecchia nonna con un lustro di febbre negli occhi
affossati, e una fiamma fosca sulle guance magre. La
vecchia nonna, con la grossa faccia gialla, sebacea,
quasi spaccata da profonde rughe rigide e precise,
s'aggiustava sul naso gli occhialoni che, dopo
l'operazione della cateratta, le rendevano
mostruosamente grandi e vani gli occhi tra le rade
ciglia lunghe come antenne d'insetto, e rispondeva con
sordi grugniti a tutte quelle ingenuità delle vicine.
Molte delle quali sostenevano con calore,
che via, in fin dei conti, non solo non era da stimar
pazzo, ma forse neppure da biasimare quel povero signor
Crispucci, se voleva che nessuno di quegli abiti, nessun
capo di quella biancheria toccasse le carni immacolate
della sua figliuola. Meglio darli via, se non voleva
svenderli. Naturalmente, come vicine di casa, credevano
di poter pretendere che, a preferenza, fossero
distribuiti tra loro. Almeno qualche regaluccio, via!
Chi sa che fiume di sete gaje e lucenti, che spume di
merletti, tra rive di morbidi velluti e ciuffi di
bianche piume di cappelli, sarebbero entrati fra qualche
giorno nello squallore di quella stamberga.
Solo a pensarci, ne avevano tutte gli occhi
piccoli piccoli. E Fina, la figliuola, ascoltandole e
vedendole così inebriate, si storceva le mani sotto il
grembiule, e alla fine scattava in piedi e andava via.
- Povera figliuola, - sospirava allora
qualcuna. - È la pena.
E un'altra domandava alla nonna:
- Credete che il padre la farà vestir di
nero?
La vecchia rispondeva con un altro grugnito,
per significare che non ne sapeva nulla.
- Ma certo! Le tocca!
- È infine la madre.
- Se accetta l'eredità!
- Ma vedrete che prenderà il lutto anche
lui.
- No no, lui no.
- Se accetta l'eredità!
La vecchia si agitava sulla seggiola, come
Fina si agitava sul letto, di là. Perché questo era il
dubbio smanioso: che egli accettasse l'eredità.
Tutte e due, di nascosto, al primo annunzio
della morte, s'erano recate dal signor avvocato
Boccanera, spaventate dalle furie con cui Crispucci
aveva accolto la notizia di quell'eredità, e lo avevano
scongiurato a mani giunte di persuaderlo a non
commettere le pazzie minacciate. Come sarebbe rimasta,
alla morte di lui, quella povera figliuola, che non
aveva avuto mai, mai un momento di bene da che era nata?
Egli metteva in bilancia un'eredità di disonore e una
eredità d'orgoglio: l'orgoglio d'una miseria onesta. Ma
perché pesare con questa bilancia la fortuna che toccava
alla povera figliuola? Era stata messa al mondo senza
volerlo, quella poverina, e finora con tante amarezze
aveva scontato il disonore della madre; doveva ora per
giunta essere sacrificata anche all'orgoglio del padre?
Durò un'eternità - diciotto giorni -
l'angoscia di questo dubbio. Neppure un rigo di lettera
in quei diciotto giorni. Finalmente, una sera, per la
lunga scala erta e angusta le due donne intesero un
tramestio affannoso. Erano i facchini della stazione che
portavano su, tra ceste e bauli, undici pesanti colli.
A piè della scala, Crispucci aspettò che i
facchini andassero a deporre il carico nel suo
appartamento al quarto piano; li pagò; quando la scala
ritornò quieta, prese a salire adagio adagio.
La madre e la figliuola lo attendevano
trepidanti sul pianerottolo, col lume in mano. Alla fine
lo videro apparire, a capo chino, con un cappello nuovo,
verdastro, insaccato in un abito nuovo, peloso, color
tabacco, comprato certo bell'e fatto a Napoli in qualche
magazzino popolare. I calzoni lunghi gli strascicavano
oltre i tacchi delle scarpe pur nuove; la giacca gli
sgonfiava da collo.
Né l'una né l'altra delle due donne ardì di
muovere una domanda. Quell'abito parlava da sé. Soltanto
la figliuola, nel vederlo diretto alla sua stanza, prima
che ne richiudesse l'uscio, gli chiese:
- Hai cenato, papà?
Crispucci, dalla soglia, voltò la faccia, e
con una smorfia nuova di riso e una nuova voce rispose:
- Wagon-restaurant.