Novelle per un anno - 1925 - Dal naso al cielo
15. Musica vecchia
Davanti allo specchio, in gran fretta, tutta impacciata tra
tante bocce boccette pomate calamistri, la signorina Milla
finiva d'acconciarsi i capelli, quando udì il campanello
della porta.
- Ih che furia!
E corse a chiuder l'uscio della camera che dava nella
saletta d'ingresso. Appena chiuso, lo riaprì e, sporgendo il
capo, disse piano alla servetta che accorreva alla
scampanellata:
- Fa' passare, Tilde. E di' che aspetti un momentino.
Ritornata davanti allo specchio, si sorrise.
Un po' di sangue le era affluito alle guance; niente, a
confronto delle caldane d'una volta; ma pur quel poco, ecco,
le rianimava tutto il visetto sciupato di vecchia bambola
dagli occhi troppo grandi, dal nasino troppo piccolo.
E nel volto così rianimato, non le stava ora quasi per
grazia quel ciuffetto di capelli bianchi rialzato su la
fronte, lì proprio nel mezzo? La signorina Milla alzò la
mano per carezzarselo col pettine. Il gesto però le rimase a
mezzo.
Chi parlava nella saletta d'ingresso?
Non poteva esser lui, di certo. Quando entrava lui,
tremava il pavimento.
Poco dopo, Tilde, con la scuffietta in capo e il grembiulino
bianco su la veste nera, venne a presentarle un biglietto da
visita. La signorina Milla vi lesse un nome sconosciuto:
Maestro Icilio Saporini; guardò accigliata la servetta.
- E chi è?
- Un vecchietto piccolo piccolo, pulito pulito.
- Un vecchietto? E che vuole? - tornò a domandare la
signorina Milla, infastidita. - Ma non sai che devo uscire
col signor Begler? Credevo che fosse lui. Ora come si fa?
- Posso dirglielo...
- Che vuoi più dirgli adesso? Chi è? che vuole da me?
- Mah! - fece Tilde, stringendosi nelle spalle. - Parla
tanto curioso... con un vocino di zanzara... Mi ha chiesto
se stava qua la signora Margherita.
- La mamma? - domandò con un sussulto la signorina Milla.
- Già, se era ancora viva, - rispose Tilde. - Io gli ho
detto che...
Una nuova scampanellata più forte troncò la risposta.
- Quest'è lui! - scappò detto alla signorina Milla; poi,
correggendosi: - il signor Begler.
La servetta sorrise sotto sotto. La signorina Milla richiuse
l'uscio. Poco dopo, dal pianoforte del salotto venne una
tempesta fragorosa di note: il segnale ansioso d'Isotta
nel secondo atto del Tristano. Il signor Begler la
chiamava ogni volta così.
Accorse. Oh Dio... no, piano, piano! - Ma che piano!
Balzando dal seggiolino del pianoforte, il signor Begler le
si precipita incontro con le braccia levate, grosso,
azzampato, il cappellaccio ancora in capo, ammaccato,
rincalcato fino alla nuca. Dalle tese a spera, schizza tondo
e irto di peli rossicci il faccione brozzoloso, paonazzo, in
cui ghignano impudenti gli occhi.
- E il kappello? senza kappello? Subito il kappello!
La signorina Milla parò le mani in difesa, sorridendo, e
nella penombra del salotto, ove oltre al pianoforte erano
altri strumenti a corda e varii leggìi da musica, accennò
all'altro ospite, di cui ancora il signor Begler non s'era
accorto.
Il maestro Icilio Saporini se ne stava tutto ristretto in
sé, piccino piccino, lisciandosi con una mano guantata, che
non pareva nemmeno, la rada zazzeretta argentea.
- Il maestro... il maestro... - disse la signorina Milla,
non ricordandosi più il nome per far la presentazione.
- Saporini Icilio... - suggerì, a due riprese, con un fil di
voce il vecchietto, e strisciò una riverenza.
- Saporini, già! Il maestro Icilio Saporini, - ripeté la
signorina Milla. - Il violoncellista Hans Begler.
S'accomodino.
Ma il Begler:
- Nein, nein! - miagolò, accennando appena appena di
togliersi il cappellaccio. - Nein, nein! krazie, pella mia!
Niente akkomodo io; fado fia, fado fia! Non voghlio pértere
konzerto per fisita questo sigh-nore. Krazie, pella mia!
Riferisco, riferisco, karo sigh-nor.
E, inchinandosi due volte goffamente, scappò via a tempesta,
com'era venuto.
La signorina Milla, conoscendone la furia, non si provò
neanche a trattenerlo; mortificata, contrariata, afflitta,
guardò il vecchietto, il quale, venendo così per caso a
sapere che ella doveva recarsi a un concerto con quel
signore, cominciò a storcersi tutto come un cagnolino, per
scongiurarla d'andare: per carità, non si sarebbe dato pace,
altrimenti, d'esser capitato in un momento così poco
opportuno.
- Su, su, il cappellino, il cappellino. Raggiungeremo il
signore con una vettura. La accompagnerò io fino alla sala.
Mi faccia questa grazia, per carità!
- Ma io vorrei prima sapere...
- Dopo, dopo...
- Lei ha chiesto della mamma, - disse la signorina Milla. -
Ma non c'è più la mamma!
- Eh, me... me l'immaginavo, - balbettò il vecchietto. - Non
dovrei esserci più, veramente, neanche io... Ottantun anni!
- Ottantuno? - esclamò la signorina Milla. - La mamma è
morta da sei anni.
E, levando una mano a indicare il ritratto fotografico
appeso alla parete:
- Eccola là.
Il maestro Icilio Saporini alzò gli occhietti che quasi gli
sparivano fra le borse delle pàlpebre, e rimase un pezzetto
a rimirare quel ritratto di vecchia incuffiata, che
evidentemente non gli diceva nulla: scosse il capo, e con un
sorriso afflitto cominciò a balbettare:
- No... non mi... non mi... Quella, no... eh!... io, sa?
io... no, no!
Così balbettando, con due dita si stirava il colletto, come
se tutt'a un tratto se ne sentisse serrar la gola. Diede un'ingollatina
e riprese:
- Lei, lei piuttosto... ecco, sì, lei... me la... me la
richiama viva.
- Io? proprio? - domandò meravigliata la signorina Milla. -
Ma no, sa! Io non somiglio punto alla mamma... Ma che!
Il vecchietto scosse un dito.
- Non può saperlo, - bisbigliò. - Lei guarda ai lineamenti..
Ma la luce degli occhi?... le mosse?... il sorriso?... la
voce?... Io ho conosciuto la sua mamma molto, molto prima di
lei, signorina, in ben altri tempi! E lei non può... non può
comprendere quello che io provo in...
Non poté seguitare; trasse un fazzoletto e se lo recò agli
occhi. Fu un momento. Si riprese subito e costrinse di nuovo
la signorina Milla a prendere e a mettersi il cappellino per
arrivare a tempo al concerto. In vettura, le avrebbe dato
notizia di sé.
Che notizia? La signorina Milla ne poté capire ben poco,
quel giorno; e ne incolpò la sua ansia d'arrivare al
concerto, l'esilissima voce del vecchietto, il frastuono
della vettura. Ma poi? Da altre notizie raccolte
riposatamente, nel silenzio del salottino, con tutta la
buona volontà, non riuscì mai a comporsi chiaramente la
storia (che voleva parer molto avventurosa e piena di strane
vicende) di quel vecchietto. Il quale, mettendosi ogni volta
a parlare di sé, pareva non sapesse da qual parte rifarsi,
come se tuttavia si sentisse lontanissimo, e per arrivare a
dir chi era dovesse fare un cammino infinito, attraverso a
vie remotissime, intricate, irte d'intoppi, di siepi e tra
una folla innumerevole che lo tirava di qua, di là, e gli
sbarrava il passo di continuo.
- Eh, ma poi... - sospirava - poi c'era... sicuro... e
quando io... sì, perché quello là, come si chiamava?...
quello là... no, veramente fu un altro... quell'altro, prima
che...
Si confondeva, si smarriva fra tanti minuti particolari,
citando nomi ignoti, luoghi spariti o mutati, testimonianze
di cose morte, che accompagnava con esclamazioni e sorrisi e
gesti, come se a mano a mano vedesse e toccasse quel che
diceva, o piuttosto che bisbigliava.
Certo era questo, che aveva ottantun anni; che a poco più di
venti, cioè nel 1849, alla caduta della repubblica, aveva
abbandonato Roma e l'Italia, e che vi ritornava adesso, dopo
circa sessanta anni passati in America, a New York.
Teneva molto a far comprendere che si era compromesso allora
più d'un po' nei moti rivoluzionarii... Eh, sì, dopo il
famoso voltafaccia!
- Il voltafaccia di chi?
- Come di chi? Ma di Pio IX, santo Dio!
La signorina Milla lo guardava con gli occhi di bambola,
sbarrati. Sentendo ricordare tanti fatti, e personaggi,
tutti così uno più « famoso » dell'altro, s'era accorta
ch'era proprio deplorevole la sua ignoranza di storia
contemporanea. E forse per questo non riusciva a intendere
come e perché si fosse compromesso il maestro Icilio
Saporini.
C'era di mezzo la musica, senza dubbio: un certo inno
patriottico. E c'era di mezzo anche un certo zio Nando.
Sicuro. Uno zio Nando, rientrato in Roma nel 1846, dopo il
famoso editto...
Altro sbarramento d'occhi della signorina Milla. Che editto?
Ma quello del perdono, perbacco! il famoso editto del
perdono, col quale Pio IX, tra tanti delirii di entusiasmo,
aveva dato principio al suo regno, accordando piena amnistia
a tutti i condannati ed esuli politici dello Stato
pontificio.
- E anche allo zio Nando?
- Anche allo zio Nando, sicuro!
Ora, in casa di questo zio Nando pareva si raccogliessero i
più ferventi patrioti d'allora. Il guajo era che il maestro
Icilio Saporini li chiamava tutti per nome, questi ferventi
patrioti. Diceva:
- Pietro... eh, Pietro... valente medico, valente poeta...
Chi fosse questo Pietro, valente medico, valente poeta, la
signorina Milla dovette stentare un pezzo a capire. Ma
Pietro Sterbini, santo Dio! il dottor Pietro Sterbini,
quello della famosa congiura contro Pellegrino Rossi!
- Ecco, sì... fu Pescetto che gli diede prima un
urtone, un semplice urtone, qua, nel vestibolo della
Cancelleria, Pescetto, cioè... come si chiamava di
nome? Filippo... no, Pippo era un altro della congiura... Eh
sì, Pippo!... Pippo Trentanove... Pescetto si
chiamava Antonio Ranucci. Sì, ecco: Antonio, un urtone; e
Giggi, Luigi Brunetti, figlio di Ciceruacchio, prima un
pugno in faccia e poi, là, una coltellata alla gola... Ma
chi li aveva messi su, la sera del 14, all'osteria del
Fornajo, a Ripetta? Lui, Pietro, Pietro Sterbini; mentre la
polizia si aspettava la botta da quelli della salita di
Marforio congiurati per ridere, i fratelli Facciotti,
Gennaro Bomba, Salvati e Toncher, che faceva la spia. Ma
erano tutti... sa? come tante girandole apparecchiate,
erano; e lui, Pietro. Pietro era la colombina che le
incendiava tutte.
Così raccontava il maestro Icilio Saporini col suo vocino di
zanzara. E quel Pietro entrava in tutti i suoi racconti. Già
alla signorina Milla pareva proprio di potergli stringere la
mano, a Pietro, e farlo sedere lì, su una poltroncina del
salotto.
Neanche a dirlo, era dovuta anche a Pietro l'unica e non ben
chiara compromissione del maestro Icilio Saporini negli
affari politici dal 1846 al 1849. Sì, perché Pietro per la
famosa ricorrenza del 21 aprile 1846, natale di Roma,
dovendosi tenere una gran festa alle Terme di Tito, su
all'Esquilino, per inneggiare al divino Pio IX, esaltato
allora come secondo fondatore dell'eterna città, Pietro,
valente medico, valente poeta, aveva composto un bellissimo
inno, breve, di due strofette, con un ritornello:
Eri caduta; lévati, Madre di tanti eroi...
Se le ricordava ancora parola per parola il maestro Icilio
Saporini! E il ritornello:
Tu vivi in Campidoglio,
Tu sei regina ancor.
Basta: era venuto a leggerlo (Pietro) in casa di zio Nando,
questo suo inno, pochi giorni avanti.
Dice (sempre lui, Pietro):
- Tu, Icilio! - dice - ti sentiresti di musicarlo? - dice. -
Lo canteranno - dice - gli studenti.
Il maestro Icilio Saporini aveva, sì e no, diciott'anni,
allora; non aveva ancor preso il diploma all'Accademia ma il
sentimento stesso... eh, tutta l'anima gli cantava, in quei
giorni! Ci s'era messo, e in una notte lo aveva musicato.
Inizio
pagina
Se non che Pietro... un vero tradimento! Dice:
- Figliuolo mio, Magazzari, il maestro Magazzari s'è
profferto - dice - di musicarlo lui!
E il 21 aprile alle Terme di Tito su l'Esquilino, alla
presenza di ottocento convitati, era stato cantato
l'inno musicato dal Magazzari
Ma allora? Anche ammesso che potesse considerarsi come
una seria compromissione politica l'aver musicato un
inno, quando ancora Pio IX si compiaceva degli osanna
dei liberali, il Magazzari, se mai, non lui poteva
essersi compromesso... Ma! La signorina Milla non poté
capirci più che tanto.
Del maestro Magazzari ella aveva sentito parlar più
volte dalla madre che fino agli ultimi anni aveva
serbato memoria di tutti i fatti e gli uomini,
specialmente del mondo musicale romano d'allora: il nome
del maestro Icilio Saporini non era venuto mai fuori
dalle labbra di sua madre. E dunque agli occhi della
signorina Milla il maestro Icilio Saporini rimaneva non
solo nel presente, nella Roma d'oggi, uno sperduto che
non riusciva a trovar posto; ma anche nel passato, in
quel mondo d'allora, com'ella attraverso le notizie e le
memorie della madre se l'era immaginato. Neanche in quel
mondo ella riusciva a trovargli posto; certo perché egli
non aveva saputo farselo né nel cuore, né nella memoria
della madre. Come niente era adesso, niente era stato di
certo anche allora.
A dir vero, il Saporini non si dava alcun vanto. Una
punta d'invidia e di gelosia la mostrava ancora per il
Magazzari; e pregato insistentemente dalla signorina
Milla sonò, o meglio, accennò sul pianoforte una
frase... non tutto l'inno famoso... la frase che
accompagnava i due versi della seconda strofetta di
Pietro:
A te lo scettro, il soglio,
A te l'eterno allor...
ma soltanto per far vedere quant'era più solenne, più
maestosa, più ispirata di quella del Magazzari. E basta.
Che aveva poi fatto là, in America, per sessant'anni di
fila? Eh, da quella zazzeretta argentea era facile
indovinarlo! Il maestro di musica italiano, come lo
intendono degli italiani, tutti i signori forestieri,
aveva fatto! Cioè, uno che strimpelli sulla chitarra,
zazzeruto e con gli occhi imbambolati, l'antica e da noi
dimenticata canzonetta di Santa Lucia:
Sul mare luccica
l'astro d'argento...
E, a giudicar dall'apparenza, la professione del maestro
di musica italiano doveva aver fruttato bene; il maestro
Icilio Saporini doveva aver raccolto una discreta
sommetta, con la quale aveva potuto attuare il sogno,
chi sa quanto vagheggiato là, di venire a chiudere gli
occhi in patria. Ma forse, povero vecchiettino, si
figurava di ritrovar Roma quale l'aveva lasciata nel
1849.
Roma, la sua Roma, quella che viveva per lui, nei suoi
ricordi lontani, era invece sparita; scomparsi, morti,
tutti i conoscenti della sua generazione.
Arrivando da lontano, da tanto lontano, non s'immaginava
certo di dover trovarsi davanti a un'altra lontananza
irraggiungibile: quella del tempo.
Dov'era giunto?
Dalla Roma d'oggi a quella della sua gioventù, quanto
cammino!
E s'era messo, appena arrivato, per questo cammino, a
ritroso, con l'animo pieno d'angoscia, a cercar nella
Roma d'oggi le tracce dell'antica vita.
Ora, passando per via del Governo Vecchio, s'era
ricordato che vi stava il maestro Rigucci al numero 47,
il maestro Rigucci dell'Accademia, che aveva una
figliuola tanto bella, Margherita, sonatrice di arpa
esimia... Chi sa! Poteva esser viva ancora! Ma era
possibile che stésse ancora lì di casa? Era già una
fortuna aver ritrovato, nella vecchia via, ancora in
piedi, la casa. Non solo le case, ma anche tante e tante
vie erano scomparse! Aveva salito la scala, solamente
per il piacere di rimettere il piede su quei gradini
della scala antica, umida, semibuja. Sul pianerottolo
del secondo piano si era fermato e, guardando alla porta
di mezzo... ah che balzo gli aveva dato il cuore in
petto! La vecchia targa ovale, di rame, che recava il
nome di Rigucci, era ancora li, sotto a un'altra,
meno vecchia, col nome di Donnetti. E dunque
stava li ancora? ah, lui, il maestro, no di certo; ma
lei, Margherita? E aveva tirato il pallino del
campanello.
Eccola là, Margherita, la fanciulla tanto, tanto bella,
esimia sonatrice d'arpa: quella vecchietta incuffiata,
rinsecchita del ritratto...
Ma che era stata per lui un giorno quella vecchietta?
La signorina Milla aveva veduto commuoversi fino alle
lagrime il maestro Icilio Saporini, guardando quel
ritratto, ma tuttavia credette di poter concludere che
sua madre, da giovane, non era stata mai altro per lui
che la figlia del professor Rigucci dell'Accademia.
Forse, si, egli era stato qualche volta nella casa del
nonno, perché sapeva dire di tanti che vi convenivano;
delle famose serate musicali che vi si tenevano in onore
dei più celebrati maestri del tempo; delle fervide
simpatie di cui godeva Margherita Rigucci, allora
giovinetta e bellissima. Fors'anche, studentello, chi
sa! s'era innamorato anche lui della figlia del
professore; ma innamorato per conto suo, senza lasciare
alcun ricordo, neppure del nome, in lei.
La commozione si spiegava forse così: che in quella casa
finalmente, dopo tanti giorni di vana e amarissima
ricerca, il povero vecchietto sperduto era riuscito a
rintracciare un vestigio della vita antica, un posticino
ove sedere, dopo tanto cammino, senza sentirsi estraneo
del tutto.
Ma il piacere d'aver ritrovato questo posticino, questo
cantuccio dei ricordi, cominciò in breve a essergli
amareggiato da quel pianoforte li, da quegli altri
strumenti musicali, che lo intronavano, che lo
intontivano addirittura, con certe zuffe di suoni, ire
di Dio, che facevano andare in visibilio tutti quei
signori, stranieri per la maggior parte, che si
riunivano nel salotto antico del
maestro Rigucci, del maestro Rigucci adoratore di
Rossini! E più di tutti facevano andare in visibilio la
signorina Milla Donnetti, la nipote del maestro Rigucci,
la figlia di Margherita Donnetti-Rigucci!
Non diceva nulla, ma gli pareva una vera profanazione
quella musica, lì, in quel salotto, che sapeva le divine
melodie della più schietta musica italiana. Non diceva
nulla, si faceva anzi più piccino che poteva, su la
seggiola, e di tratto in tratto levava la manina
guantata a lisciarsi, dietro, la zazzeretta, e alzava
gli occhi al ritratto della sua vecchia Margherita.
La signorina Milla lo vedeva con la coda dell'occhio e
frenava a stento una risatina. Una sera gli sedette
accanto e gli domandò:
- Non le piace? Non si diverte?
- Dico la verità, - le rispose piano, con un sorrisetto,
- io... io guardo là... quella mia vecchietta là...
- Me ne sono accorta!
- Sì? La guardo e... sento cantar Rosina del Barbiere,
sento cantare Amina...
- Eppure, sa? - gli disse allora la signorina Milla. La
mamma con gli anni si era... evoluta, convertita, eh sì!
convertita alla musica nuova.
- A questa? - chiese così sbigottito il vecchietto, che
la signorina Milla non poté frenare questa volta la
risata.
- Tradimento?
- Ma... ecco... scusi... - rispose egli, tutto
imbarazzato. - Capisco, capisco bene che possa piacere a
codesti signori forestieri: è la loro musica; la sentono
così, amen! Ma noi? Abbiamo la nostra, le glorie
nostre: Paisiello, Pergolesi, Rossini, Bellini,
Donizetti, Verdi...
Quella bufera del signor Begler, a cui la mattina
seguente la signorina Milla riferì le amare rimostranze
del vecchiettino, quando fu la sera, per fargli uno
scherzo a suo modo, d'accordo con gli amici che
componevano il quartetto, interruppe, a un certo punto,
non so che languida diavoleria del Ciaicovski che pareva
l'incubo d'un malato che ci avesse i cani in corpo,
lasciò il violoncello, saltò al pianoforte e attaccò
furiosamente l'aria del Rigoletto: "Questa o
quella per me pari sono".
Tutti scoppiarono a ridere. Il maestro Icilio Saporini
si guardò prima attorno stordito, poi impallidì: forse
sarebbe riuscito a dominarsi, se il Begler, rigirandosi
di furia sul seggiolino a vite del pianoforte, non
avesse gridato a tutti quelli che ridevano:
- Ma perché? Ma pellissima musika da persaghlieri
questa! Pellissima! pellissima!
- La musica di Verdi, musica da bersaglieri? - disse
allora il vecchietto, levandosi in piedi, tutto fremente
d'indignazione nell'esigua personcina. - Ma io allora ho
l'onore di dirle che lei, caro signore, non capisce
nulla! che lei non ha... non ha...
E con la mano, poiché la voce gli mancò, si mise a
picchiarsi il petto, dalla parte del cuore.
- Vorrei aver vent'anni di meno, - disse poi, mostrando
le dita delle manine che gli tremicchiavano, per farle
sentire la musica vera...
- Col pirolì? - domandò il Begler. - Qua, qua,
fenga qua... lei, pella mia.
E andò a strappare dalla seggiola la signorina Milla; la
fece sedere a forza al pianoforte, e le impose:
- Sonate musika fostra!... tutta musika fostra!... io
skommetto di mettere sempre in tutta musika fostra il
pirolì.
E fece con tre dita uno sgambetto sui cantini del
pianoforte.
- Così!
Risero tutti di nuovo. Il maestro Icilio Saporini sperò
per un attimo che la signorina Milla, la nipote del
maestro Rigucci, non si prestasse a quello scherzo
indegno. Felicissima invece, la signorina Milla si diede
a sonare questo e quel pezzo delle opere italiane più
famose; e pareva che scegliesse apposta quelli in cui
più facilmente quel tedescaccio potesse cacciare il suo
pirolì. E, ogni volta, uno scroscio di risa.
Mira, o Norma, pirolì... ai tuoi ginocchi,
pirolì.
Il vecchietto dovette fare un violento sforzo su se
stesso per non scappar via; finse di ridere anche lui,
per non dare a vedere d'aversi a male di quello scherzo;
andò parecchie altre sere, puntuale, alle riunioni in
casa della signorina Donnetti; poi diradò le visite, con
la scusa della fredda stagione e dell'età avanzata;
infine non andò più.
Ora un giorno la signorina Milla, cercando tra le
vecchie carte della mamma, scoprì un foglio di musica
ingiallito, spiegazzato, scritto a mano; credette
dapprima fosse qualche bozza del nonno, e la buttò lì;
finita la ricerca, rimise nello scaffale tutto il fascio
delle carte; ma quel foglio di carta... come mai? eccolo
lì di nuovo. Come se avesse voluto restar fuori. Lo
guardò meglio, e quale non fu la sua sorpresa nel
trovarvi un'arietta del maestro Icilio Saporini, allora
forse non ancora maestro, un'arietta dedicata alla
mamma, alla divina Margherita Rigucci, su i tenui
versi del Metastasio:
Nelle luci
Tue divine
Pace alfine
Trova il cor...
Corse al pianoforte e la lesse. Oh, non era niente:
stentatuccia, pretenziosetta; ma pure con certe
ingenuità care, che facevano ridere e che commovevano a
un tempo. Forse la mamma aveva cantato, da giovane,
quell'arietta. Si provò a canticchiarla anche lei:
Nelle luci... nelle luci...
Nelle luci tue divine
Pace alfine
Pace alfine
Pace alfine trova il cor...
Lo stesso giorno, mandò Tilde a chieder notizia del
vecchiettino. Egli le aveva detto che, dopo la lunga
ricerca, aveva finalmente trovato stanza in una vecchia
casa di via Cestari, e le aveva descritto minutamente
questa stanza, la padrona di casa che aveva quasi i suoi
anni, i mobili antichi, un pianofortino nella stanza
accanto, buono da sonarci ancora... la musica vecchia,
almeno.
Tilde, di ritorno, le annunziò che il vecchietto era
infermo e che da parecchie settimane non usciva più di
casa. La signorina Milla si propose di andarlo a
visitare; se lo propose per otto giorni di seguito; ma,
purtroppo, non trovò mai un momentino di tempo. Mandò di
nuovo Tilde dopo gli otto giorni; e Tilde questa volta
venne a dirle che il povero vecchiettino era proprio per
andarsene.
C'era a visita quel giorno il signor Begler; pur
tuttavia la signorina Milla si commosse alla notizia.
Nella commozione, ebbe un pensiero gentile e lo comunicò
al signor Begler. Il signor Begler, con la boccaccia
atteggiata al perpetuo ghigno muto, lo approvò. Andarono
insieme alla casa del vecchietto; ma né l'uno né l'altra
entrarono nella camera, ov'egli giaceva quasi inerte e
come di cera su i guanciali; si fermarono nella stanza
ov'era il pianofortino; la signorina Milla posò sul
leggìo quel foglio di musica ingiallito, rinvenuto tra
le carte della mamma, e si mise a cantar piano
quell'antica arietta, quasi con voce che arrivasse da
lontano:
Nelle luci
Tue divine
Pace alfine
Trova il cor...
Il maestro Icilio Saporini, ai primi accordi, schiuse
gli occhi e guardò la vecchia padrona di casa, che
sedeva vigile a piè del letto. Riconobbe la sua arietta
d'un tempo? Forse no. Ma la voce... quella voce...
Bisbigliò qualcosa, con gli occhi velati di lagrime.
Forse un nome:
- Margherita.
A un tratto, mentre la voce di là seguitava a modular
dolcemente: Nelle luci... nelle luci tue divine...
pace alfine... pace alfine... pace alfine trova il cor...
scattò stridulo, nei cantini, un beffardo PIROLÌ.
Il vecchietto ebbe un sussulto; come colpito,
riabbandonò il capo che aveva sollevato appena dai
guanciali, quasi attratto dal canto. E non lo rialzò
più.
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