Novelle per un anno - 1925 - Dal naso al cielo
14. Nel gorgo

Al Circolo della racchetta non si parlò d'altro tutta
la sera.
Il primo a darne l'annunzio fu Respi, Nicolino Respi che
n'era profondamente addolorato. A1 solito, però, non
riusciva a impedire che la commozione gli s'arricciasse
sulle labbra in quel sorrisino nervoso che nelle discussioni
più gravi, come nei momenti più difficili del giuoco, gli
rendeva così caratteristico il visetto pallido, itterico,
dai tratti taglienti.
Gli amici gli si fecero intorno, ansiosi e costernati:
- Impazzito davvero?
- No, per ischerzo.
Traldi, sprofondato sul divano con tutto il peso del
corpaccio da pachiderma, fece più volte leva con le mani per
tirarsi sù a sedere più in punta, spalancando nello sforzo
gli occhi bovini, venati di sangue, schizzanti dalle orbite.
Domandò:
- Ma scusa, lo dici... (ohi ohi...) lo dici, perché ha
guardato anche te?
- Anche me? guardato? che vuoi dire? - domandò a sua volta,
stordito, Nicolino Respi, rivolto agli amici. - Io sono
arrivato questa mattina da Milano, e trovo qua questa bella
notizia. Non so nulla, e non riesco ancora a comprendere
come Romeo Daddi, perdio, il più placido, il più sereno, il
più savio di tutti noi...
- L'hanno chiuso?
- Ma sì, vi dico! Oggi alle tre. Nella casa di salute Monte
Mario.
- O povero Daddi!
- E donna Bicetta? Ma come... Sarà stata lei, donna Bicetta
?
- No! Lei, no! Lei, anzi, non voleva assolutamente!
accorso il padre, jeri l'altro, da Firenze.
- Ah, per questo...
- Già, e l'ha forzata a prender questo partito, anche per
lui... Ma ditemi il fatto com'è! Tu, Traldi, perché m'hai
domandato se Daddi aveva guardato anche me?
Carlo Traldi s'era riaffondato beatamente nel divano, col
capo buttato indietro, la pappagorgia esposta, paonazza,
sudaticcia. Dimenando le gambette esili di ranocchia, che il
pancione esorbitante gli faceva tener sempre oscenamente
discoste, e umettandosi di continuo le labbra non meno
oscenamente, rispose, astratto:
- Ah, già... Perché credevo che lo dicessi impazzito per
questo.
- Come per questo?
- Ma sì! La pazzia gli s'è palesata così. Guardava tutti in
un certo modo, caro mio... Ragazzi, non mi fate parlare:
diteglielo voi come guardava il povero Daddi.
Gli amici, allora, raccontarono a Nicolino Respi, che il
Daddi, ritornato dalla villeggiatura, era apparso a tutti
com'intronato, come assente da sé, con un sorriso vano su le
labbra e gli occhi opachi, senza sguardo, appena qualcuno lo
chiamava. Poi quello stordimento era sparito, s'era cangiato
in una fissità acuta, strana. Fissava prima da lontano,
obliquo; poi, a mano a mano, come attirato da certi segni
che credeva di scoprire in questo e in quello degli amici
più intimi, specie in coloro che frequentavano più
assiduamente la sua casa (segni naturalissimi, perché tutti
infatti erano costernati di quel cangiamento improvviso e
straordinario, così in contrasto con la tranquillità serena
del suo carattere), a mano a mano s'era messo a spiare più
da vicino, e negli ultimi giorni era divenuto addirittura
insopportabile. Si parava di fronte ora all'uno ora
all'altro, posava le mani su le spalle e mirava negli occhi,
affitto affitto.
- Corpo, che spavento! - esclamò a questo punto il Traldi,
tirandosi di nuovo sù, a sedere più in punta.
- Ma perché? - domandò, nervoso, il Respi.
- Senti questo, che vuol sapere il perché! - tornò a
esclamare il Traldi. - Ah, dici il perché dello spavento?
Caro mio, avrei voluto vederti alle prese con quello
sguardo! Tu ti cangi la camicia ogni giorno, suppongo; sei
sicuro d'avere i piedi puliti e i calzini non spuntati. Ma
sei ugualmente sicuro di non aver nulla di sudicio dentro,
nella coscienza?
- Oh Dio, direi...
- Va' là, che non sei sincero!
- E tu sì?
- Io sì, ne sono sicurissimo! E credi che avviene a tutti,
più o meno, di scoprirci majali in qualche momento di lucido
intervallo! Da un pezzo in qua, quasi ogni sera, quando
spengo la candela, prima di prender sonno...
- Tu invecchi, caro! tu invecchi! - gli gridarono a coro gli
amici.
- Sarà perché invecchio, - ammise il Traldi. - Tanto peggio!
Non è uno spasso prevedere che, alla fine. mi costituirò
così, in questa stima di me stesso, di vecchio majale. Del
resto, aspetta. Ora che t'ho detto questo, vogliamo fare una
prova? Silenzio tutti, voialtri!
E Carlo Traldi si levò faticosamente in piedi; posò le mani
su le spalle di Nicolino Respi, e gli gridò:
- Guardami bene negli occhi. No, non ridere, caro! Guardami
bene negli occhi... Aspetta! Aspetta... Silenzio...
Tacquero tutti, intorno, sospesi e intenti a quello strano
esperimento.
Il Traldi coi grossi occhi ovali, venati di sangue,
schizzanti dalle orbite, fissava acutissimamente quelli di
Nicolino Respi e pareva col lustro maligno dello sguardo, a
mano a mano più aguzzo e più intenso, gli frugasse nella
coscienza e vi scoprisse nei più intimi nascondigli le cose
più turpi e più atroci. A poco a poco, gli occhi di Nicolino
Respi - quantunque, sotto, le labbra col solito risolino
dicessero: - "Via, mi presto a uno scherzo" - cominciarono a
smorire, a intorbidarsi, a sfuggire, mentre, tra il silenzio
degli amici, il Traldi con voce strana, senza smettere di
fissare, senz'allentare d'un punto l'intensità dello
sguardo, diceva vittoriosamente:
- Ecco... vedi?... vedi?...
- Ma va' là! - proruppe il Respi, non resistendo più e
scrollandosi tutto.
- Va' là tu, che ci siamo capiti! - gridò il Traldi. - Tu
sei più porco di me!
E scoppiò a ridere. Risero anche gli altri, con un senso
d'inatteso sollievo. E Traldi riprese:
- Ora questo è stato uno scherzo. Soltanto per uno scherzo
uno di noi può mettersi a guardare un altro così. Perché
tanto io quanto tu abbiamo in regola finora, dentro di noi,
la macchinetta della civiltà, e lasciamo che la feccia di
tutte le nostre azioni, di tutti i nostri pensieri, di tutti
i nostri sentimenti ci si posi zitta zitta, di nascosto, in
fondo alla coscienza. Ma fa' che uno, a cui la macchinetta
si sia guastata, si metta a guardarti come t'ho guardato io.
non più per uno scherzo, ma sul serio, e ti rimuova, senza
che te l'aspetti, dal fondo della coscienza tutta la
posatura di quella feccia che hai dentro, e sappimi dire se
non ti spaventi!
Carlo Traldi, così dicendo, si mosse di furia per andar via.
Tornò indietro e aggiunse:
- E sai come mormorava, sotto sotto, il povero Daddi,
mirandoti negli occhi? Diteglielo voi, come mormorava! Io
debbo scappare.
« Che abisso... che abisso... »
- Così?
- Sì... che abisso... che abisso
Il crocchio, andato via il Traldi, si sciolse, e Nicolino
Respi rimase turbato, in compagnia di due soli amici che
seguitarono ancora per un pezzo a parlare della sciagura del
povero Daddi.
Circa due mesi fa, egli era andato a visitarlo nella sua
villa presso Perugia. Lo aveva trovato tranquillo e sereno
come sempre, insieme con la moglie e con un'amica di questa,
Gabriella Vanzi, antica compagna di collegio, da poco tempo
maritata a un ufficiale di marina, allora in crociera. Si
era trattenuto tre giorni in villa, e in quei tre giorni,
no, neppure una volta Romeo Daddi lo aveva guardato nel modo
che il Traldi aveva detto.
Se lo avesse guardato...
Nicolino Respi fu colto da uno smarrimento, come di
vertigine, e per appoggiarsi - sorridendo, pallidissimo
finse di volere introdurre confidenzialmente un braccio
sotto il braccio d'uno di quei due amici.
Che era stato? Che dicevano? La tortura? Che tortura? Ah,
quella a cui il Daddi aveva sottoposto la moglie...
- Dopo eh? - gli scappò detto.
E i due si voltarono a guardarlo.
- Come dopo?
- Ah... no, dicevo... dopo, quando gli si guastò
la... la macchinetta.
- E sfido! Prima, no di certo!
- Perdio, erano un miracolo di concordia coniugale, di pace
domestica! Certo qualcosa deve essergli accaduto, in
villeggiatura.
- Ma sì, per lo meno qualche sospetto gli deve esser nato.
- Ma fate il piacere! Su la moglie? - scattò Nicolino Respi.
- Questo, se mai, ha potuto essere effetto, non causa della
pazzia! Soltanto un pazzo...
- D'accordo! d'accordo! - gli gridarono gli amici. Una
moglie come donna Bicetta!
- Insospettabile! Ma, d'altra parte...
Nicolino Respi non poté più prestare ascolto a quei due.
Soffocava. Aveva bisogno d'aria, di camminare all'aperto,
solo. Prese un pretesto; andò via.
Un dubbio angoscioso gli s'era insinuato nell'animo e glielo
metteva in subbuglio.
Nessuno meglio di lui poteva sapere che donna Bicetta Daddi
era insospettabile. Da più d'un anno egli le aveva
dichiarato il suo amore, l'aveva assediata con la sua corte,
senza ottenere mai altro che un sorriso dolcissimo di
compatimento per le sue pene perdute. Con quella serenità
che viene dalla più ferma sicurezza di sé, senza né
offendersi né ribellarsi, ella gli aveva dimostrato che
sarebbe stata inutile ogni sua insistenza, poiché lei era
innamorata tal quale, come lui, forse più di lui, ma di suo
marito. Così essendo, se egli veramente la amava, doveva
intendere che ella non avrebbe potuto in alcun modo venir
meno al suo amore. Se questo non intendeva, era segno che
non la amava. E allora?
Ha talvolta l'acqua marina, in certi lidi solinghi, una
limpidità così tersa e trasparente che, per quanto desiderio
si abbia di immergersi in essa per averne il ristoro più
delizioso, si prova quasi un sacro ritegno a intorbidarla.
Questa impressione di limpidità e questo ritegno aveva
provato sempre Nicolino Respi, accostandosi all'anima di
donna Bicetta Daddi. Amava la vita, questa donna, d'un così
quieto, attento e dolce amore! Solo in quei tre giorni
trascorsi nella villa di lei presso Perugia, sopraffatto dal
desiderio ardentissimo, aveva sforzato quel ritegno, aveva
intorbidato quella limpidità, ed era stato duramente
respinto.
Ora il dubbio angoscioso era questo: che forse il
turbamento, ch'egli le aveva cagionato in quei tre giorni,
non s'era sedato dopo la sua partenza; era forse cresciuto
così, che il marito se n'era accorto. Certamente, all'arrivo
di lui nella villa, Romeo Daddi era sereno; e, dopo la
partenza, in pochi giorni, era impazzito.
Dunque, per lui? Dunque ella era rimasta profondamente
turbata e vinta dalla sua aggressione amorosa?
Ma si, ma si, come dubitarne?
Inizio
pagina
Tutta la notte Nicolino Respi si dibatté, si torse tra
fiere smanie, ora strappato al rimorso da una maligna
gioja impetuosa, ora strappato a questa gioja dal
rimorso.
La mattina seguente, appena gli parve l'ora opportuna,
corse alla casa di donna Bicetta Daddi. Bisognava che la
vedesse; bisognava che chiarisse subito, comunque, quel
suo dubbio. Forse ella non lo avrebbe ricevuto; ma, a
ogni modo, egli voleva presentarsi alla casa di lei,
pronto ad affrontare o a subire tutte le conseguenze di
quella situazione.
Donna Bicetta Daddi non era in casa.
Da un'ora, senza volerlo, senza saperlo, ella infliggeva
il più crudele dei martirii alla sua amica Gabriella
Vanzi, a colei che era stata per tre mesi sua ospite in
villa.
Era andata da lei per cercare insieme, non la ragione,
ahimè, ma il pretesto, l'incentivo almeno, di quella sua
sciagura, là, nel tempo in cui s'era dapprima
manifestata, durante quella villeggiatura, negli ultimi
giorni di essa Ella, per quanto avesse cercato, non
riusciva a scoprir nulla.
Da un'ora si ostinava a rievocare, a ricostruire, minuto
per minuto, quegli ultimi giorni.
- Ti ricordi questo? Ti ricordi ch'egli la mattina scese
in giardino senza prendere il suo cappellaccio di tela,
e che chiamò per averlo buttato dalla finestra, e poi
risalì, ridendo, con quel fascio di rose? Ti ricordi che
volle ne portassi due con me; che poi m'accompagnò fino
al cancello e m'ajutò a salire su l'automobile e mi
disse che gli portassi da Perugia quei libri...
aspetta... uno
era... non so... trattava di sementi... ti ricordi? ti
ricordi?
Smarrita nell'affanno di quella rievocazione di tanti
minuziosi particolari senza valore, non s'accorgeva
dell'angoscia, dell'agitazione a mano a mano crescenti
dell'amica.
Già aveva rievocato, senza il minimo segno di
turbamento, i tre giorni passati in villa da Nicolino
Respi, e non s'era fermata neanche un minuto a
considerare che il marito avesse potuto trovare un
incentivo alla sua pazzia nella corte innocua di colui.
Non era ammissibile. Era stato argomento di riso, fra
loro tre, quella corte, dopo la partenza del Respi per
Milano. Come supporlo? E poi, dopo quella partenza,
egli, il marito, non era forse rimasto per più di
quindici giorni tranquillo, sereno come prima?
No, mai, neppure il minimo accenno del più lontano
sospetto! In sette anni di matrimonio, mai! Come, dove
avrebbe potuto trovare il pretesto? Ed ecco che, tutt'a
un tratto, lì, nella pace di quella campagna, senza che
nulla fosse accaduto...
- Ah, Gabriella, Gabriella mia, credi, impazzisco,
impazzisco anch'io.
All'improvviso, riavendosi da questa crisi di
disperazione, donna Bicetta Daddi, nel rialzare gli
occhi lacrimosi in volto all'amica, scoprì che questa
s'era lividamente indurita, come un cadavere, per
resistere a uno spasimo insopportabile, e ansava con le
nari dilatate, e la guatava con occhi cattivi. Oh Dio!
Quasi con gli stessi occhi, con cui negli ultimi giorni
s'era messo a guardarla suo marito.
Si sentì raggelare, ne provò quasi terrore.
- Perché... anche tu... perché... - balbettò tremante, -
perché mi guardi anche tu... così?
Gabriella Vanzi fece uno sforzo atroce per scomporre
l'espressione, assunta a sua insaputa, in un sorriso
benigno, di compatimento:
- Io... ti guardo?... No... pensavo... Ecco, volevo
dirti... sì, lo so, tu sei sicura di te... non hai
nulla... tu... proprio nulla... nulla da rimproverarti?
Donna Bicetta Daddi trasecolò: con gli occhi sbarrati,
le mani su le guance, gridò:
- Ma come?... ma tu mi dici adesso... anche le sue
parole?... Come?... come puoi?...
Il volto di Gabriella Vanzi si contraffece, gli occhi le
s'invetrarono:
- Io?
- Tu, sì. Oh Dio... e ti smarrisci come lui... Che vuol
dire? che vuol dire?
Non aveva finito di gemere così, sentendosi come
sprofondare a poco a poco, che si trovò tra le braccia,
sul petto, l'amica.
- Bice... Bice... tu sospetti di me?... tu sei venuta
qua, perché hai sospettato di me, è vero?
- No... no... ti giuro, Gabriella... no... Solo ora...
- Ora, è vero? sì... Ma hai torto, hai torto, Bice...
perché tu non puoi capire...
- Che è stato?... Gabriella, sù, dimmi, che è stato?
- Non puoi capire... non puoi capire... Io so la ragione
perché tuo marito è impazzito... la so!
ragione? Che ragione?
so, perché è in me, anche in me, questa ragione
d'impazzire. per quello che è avvenuto a noi due
- A voi due?
- Sì... sì... a me e a tuo marito.
- Ah, dunque?
- No, no! Non come tu immagini! Tu non puoi capire
Senz'inganno, senza pensarlo né volerlo... in un attimo
Una cosa orribile, di cui nessuno può farsi colpa. Vedi
come te ne parlo? come te lo posso dire? Perché io non
ho colpa! E neanche lui! Ma appunto per questo Senti,
senti; e quando avrai saputo tutto, forse impazzirai
anche tu, come sto per impazzire io, com'è impazzito
lui... Senti! Tu hai rievocato il giorno che andasti a
Perugia, in automobile, dalla villa, è vero? ch'egli ti
diede due rose e ti disse dei libri...
- Sì.
- Ebbene: fu quella mattina!
- Che cosa?
- Tutto quello che è accaduto. Tutto e nulla... Lasciami
dire, per carità! Faceva gran caldo, ti ricordi? Dopo
averti veduta partire, io e lui riattraversammo il
giardino... Il sole bruciava e lo stridìo delle cicale
stordiva... Rientrammo in villa: ci ponemmo a sedere nel
salottino, accanto alla sala da pranzo. Le persiane
erano serrate; gli scuri, accostati: era quasi bujo, là
dentro; e la frescura immobile... (ti dico adesso la mia
impressione, l'unica che potei avere, di cui mi ricordi,
e mi ricorderò sempre; ma l'ebbe forse anche lui,
identica... dovette averla, perché altrimenti non mi
spiegherei più nulla!); fu quella frescura immobile,
dopo tutto quel sole e quello stordimento delle
cicale... In un attimo, senza pensarci, te lo giuro!
mai, mai, né io né lui, certo... come per un'attrazione
irresistibile di quel vuoto attonito, della frescura
deliziosa di quella semioscurità... Bice, Bice... così,
te lo giuro, in un attimo...
Donna Bicetta Daddi scattò in piedi, sospinta da un
impeto d'odio e di sdegno:
- Ah, per questo? - fischiò fra i denti, addietrando
felinamente.
- No! non per questo! - le gridò Gabriella Vanzi,
protendendo verso di lei le braccia in atto supplice e
disperato. - Non per questo, non per questo, Bice! Tuo
marito è impazzito per te, per te, non per me!
- i! impazzito per me? Che vuoi dire? Per rimorso?
- No! Che rimorso? Non c'è da aver rimorsi, quando non
s'è voluta la colpa... Tu non puoi intendere! Come non
avrei potuto intenderlo io se, considerando quel che è
avvenuto a tuo marito, non avessi pensato al mio! Sì,
sì, io comprendo ora la pazzia di tuo marito, perché
penso al mio, che impazzirebbe allo stesso modo, se gli
accadesse quel che è accaduto al tuo, con me! Senza
rimorso! Senza rimorso! E appunto perché senza
rimorso... Capisci? È questa la cosa orribile. Non so
come fartela intendere! Io la intendo, ripeto, soltanto
se penso a mio marito e vedo me, così senza rimorso
d'una colpa che non ho voluto commettere. Vedi come
posso parlartene, senza arrossire? Perché io non so,
Bice, non so proprio come sia tuo marito; com'egli certo
non sa, non può sapere come sia io... È stato come un
gorgo, capisci? come un gorgo, che si è aperto tra noi
all'improvviso senz'alcun sospetto, e ci ha afferrati e
travolti in un attimo, e subito s'è richiuso, senza
lasciar di sé la minima traccia! Subito dopo, la
coscienza nostra è tornata limpida e uguale. Noi non
abbiamo pensato più, neppure per un istante, a ciò
ch'era accaduto tra noi; il nostro turbamento è stato
momentaneo; siamo scappati uno di qua, uno di là; ma
appena soli, niente, come se nulla fosse stato: non solo
innanzi a te, quando poco dopo sei ritornata in villa,
ma anche innanzi a noi stessi. Ci siamo potuti guardare
negli occhi e parlarci, come prima, tal quale, perché
non era più in noi, ti giuro, alcun vestigio di ciò
ch'era stato; nulla, nulla, neppure un'ombra di ricordo,
neppure un'ombra di desiderio, nulla! Finito tutto.
Sparito. Il segreto d'un attimo, sepolto per sempre.
Ebbene, questo ha fatto impazzire tuo marito Non la
colpa, che nessuno di noi due ha pensato di commettere!
Ma questo: il poter pensare che questo può accadere: che
una donna onesta, innamorata di suo marito, in un
attimo, senza volerlo, per un improvviso agguato dei
sensi, per la complicità misteriosa dell'ora, del luogo,
cada nelle braccia d'un uomo; e, un minuto dopo, sia
tutto finito, per sempre; richiuso il gorgo; sepolto il
segreto; nessun rimorso; nessun turbamento; nessuno
sforzo per mentire di fronte agli altri, di fronte a noi
stessi. Ha aspettato un giorno, due, tre non s'è sentito
rimuover nulla dentro, né in tua presenza, né alla
presenza mia; ha visto me, ritornata qual ero prima, tal
quale, con te, con lui; ha veduto poco dopo, ti ricordi?
arrivare in villa mio marito; ha veduto com'io l'ho
accolto, con quale ansia, con quale amore... e allora
l'abisso in cui il nostro segreto era sprofondato per
sempre, senza lasciar la minima traccia, lo ha attratto
a poco a poco e gli ha travolto la ragione. Ha pensato a
te; ha pensato che forse anche tu...
- Anch'io?
- Ah, Bice, non ti sarà mai accaduto, ti credo, Bice
mia! Ma noi, io e lui, sappiamo per prova che può
accadere, e che, come è stato possibile a noi, senza
volerlo, può essere a chiunque! Avrà pensato che qualche
volta, ritornando a casa, ti avrà trovata sola, in
salotto, con qualche suo amico, e che in un attimo sarà
potuto accadere a te, e a quel suo amico, ciò ch'era
potuto accadere a me e a lui, allo stesso modo; che tu
potessi chiudere in te, senz'alcuna traccia, e
nascondere senza mentire quello stesso segreto, ch'io
chiudevo in me e nascondevo senza mentire a mio marito.
E appena questo pensiero gli è entrato in mente, un
bruciore sottile, acuto, ha cominciato a mordergli il
cervello, nel vederti aliena, lieta, amorosa, con lui,
com'io ero con mio marito; con mio marito che amo, ti
giuro, più di me stessa, più di tutto al mondo! S'è
messo a pensare: «Eppure, ecco questa donna, che è così
con suo marito, è stata per un momento tra le mie
braccia! E forse anche mia moglie, dunque, in un
momento... chi sa?... chi potrà mai sapere?...». Ed è
impazzito. Ah! Zitta, Bice, zitta per carità!
Gabriella Vanzi s'alzò, pallidissima, tremante.
Aveva sentito schiudere di là, nella saletta d'ingresso,
la porta. Suo marito rincasava.
Donna Bicetta Daddi, nel vedere la sua amica d'un tratto
ricomporsi, diventar rosea, con gli occhi limpidi, e
sorridere, movendo incontro al marito, restò quasi
annichilita.
Nulla, ecco, era vero: nessun turbamento più, nessun
rimorso, nessuna traccia...
E donna Bicetta comprese perfettamente perché suo
marito, Romeo Daddi, era impazzito.
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