Novelle per un anno - 1925 - Dal naso al cielo
13. Jeri e oggi
La guerra era scoppiata da pochi giorni.
Marino Lerna, volontario del primo corso accelerato di
allievi ufficiali, avuta la nomina a sottotenente di
fanteria, dopo una licenza di otto giorni trascorsa in
famiglia, partì per Macerata, ov'era il deposito del
reggimento a cui era stato assegnato: il 12.mo, brigata
Casale.
Contava di passar lì qualche mese per l'istruzione delle
reclute, prima d'esser mandato al fronte. Invece tre giorni
dopo, mentre si trovava nel cortile della caserma, fu
improvvisamente chiamato, non seppe da chi; e su per le
scale si trovò insieme con gli altri undici sottotenenti
arrivati con lui a Macerata dai diversi plotoni.
- Ma dove? Perché?
Su, in sala. Dal colonnello.
Rigido sull'attenti, coi compagni, davanti una tavola
massiccia, ingombra d'incartamenti, fin dalle prime parole
di quel colonnello dei carabinieri, che teneva in
sostituzione il comando della caserma, comprese poco dopo
che doveva esser giunto un ordine di partenza per loro.
Con gli occhi ancora abbagliati dal sole di giugno che
splendeva giù nell'ampio cortile, non riuscì in prima a
discernere, nel bujo di quella tetra sala, se non l'argento
della montura al collo della divisa del signor colonnello,
il roseo d'una lunga faccia cavallina tagliato da un grosso
pajo di baffi, e il biancheggiar delle carte sulla tavola
Per un tratto, smarrì nello scompiglio tumultuoso dei
pensieri e dei sentimenti il senso delle parole proferite
con voce dura e urtante. Si sforzò di prestar attenzione e,
sissignori, era proprio così: l'ordine di partenza era per
la sera del giorno appresso.
Già al deposito si sapeva che il 12.mo occupava al fronte
una tra le più aspre e difficili posizioni, sul Podgora; e
che i più giovani ufficiali vi erano stati mietuti in
parecchi assalti infruttuosi. Bisognava, dunque, correr
subito a colmare quei vuoti.
La tensione dell'animo, appena il colonnello licenziò quei
dodici giovani, si sciolse in ciascuno di loro, per un
istante, in un curioso stordimento, quasi di delusa
ebbrezza. Subito se ne distolsero per abbandonarsi a un
eccesso di disinvoltura rumorosa; da cui però, un momento
dopo, tornarono a riprendersi con uno studio di mostrare
l'uno all'altro che quella loro disinvoltura non era punto
affettata.
Si trovarono, a ogni modo, tutti d'accordo nella decisione
di correre al telegrafo per annunziare ai parenti con parole
animose la partenza.
Tutti, meno uno. Proprio quell'uno tra gli ottanta del
plotone allievi ufficiali che da Roma era stato assegnato
con Marino Lerna al 12.mo reggimento: un tal Sarri; proprio
quel tal Sarri che a Marino Lerna era tanto dispiaciuto
d'avere a compagno, quasi che la sorte avesse voluto tra gli
ottanta camerati del plotone romano scegliergli quello
appunto che gli era più antipatico.
Ma veramente quel Sarri non aveva nessuno, a cui telegrafare
la sua partenza. In quei tre giorni passati insieme a
Macerata, Marino Lerna, pur non riuscendo a mutare in fondo
l'opinione che n'aveva, s'era sentito tuttavia un po' meglio
disposto verso di lui, forse perché da solo a solo il Sarri
aveva smesso quell'aria sprezzante che lo aveva reso a Roma
inviso a tutti i compagni del plotone. Marino Lerna aveva
creduto di capire che lo sprezzo del Sarri derivava da un
proposito, ch'era in lui quasi bisogno istintivo, di non
confonder mai il suo sentimento con quello degli altri,
dimostrando in tutti i modi ch'egli sentiva, non pur
diversamente, ma l'opposto, senza punto curarsi dell'altrui
stima. Era forse, insomma, antipatico più per professione
che per natura, e aveva l'orgoglio delle antipatie che
suscitava. Poteva permetterselo, perché molto ricco e solo
al mondo.
Da Roma s'era portata a Macerata una donnina allegra, che
manteneva da circa tre mesi, ben nota ai compagni del
plotone. Contava anche lui di rimanere al deposito forse più
d'un mese e voleva in questo tempo cavarsi del tutto -
diceva - almeno il gusto più facile, quello bestiale
dell'altro sesso, sicuro com'era che non sarebbe certamente
mancato per lui di morire in guerra, tanto l'idea di
seguitare a vivere, dopo la guerra, nell'enfasi d'una patria
piena d'eroi, gli era intollerabile.
Marino Lerna, mentre con gli altri si dirigeva al telegrafo,
vedendolo restare indietro, si trattenne.
- Tu non vieni?
Il Sarri scrollò le spalle.
- No... volevo dire... - riprese il Lerna per riparare. un
po' imbarazzato, alla sciocca domanda. - Volevo chiederti un
consiglio.
- Proprio a me?
- Non so... guarda: tre giorni fa, partendo da Roma,
assicurai mio padre e mia madre... - Tu sei figlio unico? -
Sì, perché? - Ti compiango. - Eh, lo so, per i miei. Li
assicurai che non sarei partito per il fronte se non tra
qualche mese, e che prima di partire sarei andato a
salutarli per ...
Stava per dire «per l'ultima volta». S'interruppe. Il Sarri
lo capì; sorrise.
- Ma dillo pure, per l'ultima volta.
- No, ecco, speriamo di no; faccio le corna. A salutarli,
diciamo, ancora una volta, prima di partire.
- Bene. E poi?
- Aspetta. Mio padre si fece promettere, che se per caso
m'avessero negato la licenza, lo avrei avvertito a tempo
perché potesse venir lui con la mamma a salutarmi qui. Ora,
noi partiamo domani sera alle cinque.
- Se prendono questa sera il treno delle dieci, seguitò il
Sarri, - domattina alle sette possono essere qua per passare
con te quasi tutta la giornata.
- Dunque, me lo consigli? - domandò Marino Lerna.
- Ma no! - esclamò il Sarri, senza esitare. - Scusa, hai
avuto la fortuna di partire senza pianti...
- No, per questo, la mamma ha pianto!
- E non ne sei contento? Vorresti vederla piangere ancora?
Ma di' che parti stasera e salutali di qui! Sarà meglio per
te e per loro.
Poi, vedendo che il Lerna restava lì incerto e perplesso:
- Ciao, eh - gli disse. - Vado ad annunziarla a Ninì io, la
partenza. Sarà da ridere. Mi ama! Ma quella, se piange, la
scazzotto.
E se n'andò.
Marino Lerna s'avviò al telegrafo ancora perplesso se
seguire o no quel consiglio. A1 telegrafo ritrovò i compagni
che avevano tutti telegrafato gli addii, senz'altro; e fece
come loro; ma poi, ripensandoci e parendogli d aver fatto un
tradimento alla povera mamma, al babbo, spedì un nuovo
telegramma d'urgenza, nel quale li avvertiva che se
prendevano il treno delle dieci di sera, avrebbero fatto in
tempo a salutarlo prima della partenza.
La mamma di Marino Lerna era una dura donnetta all'antica,
come ne conserva ancora la provincia.
Eretta sul busto armato di grosse stecche, ossuta, un po'
legnosa, pur senz'esser magra; in un'ansia continua, tra
sospetti e diffidenze, voltava di qua e di là gli occhietti
aguzzi di topo, irrequieti.
Adorava tanto quel suo unico figliuolo, che per lui, per non
staccarsi da lui già studente d'Università, aveva lasciato
gli agi della sua casa antica, le abitudini patriarcali
della sua vita in un villaggio degli Abruzzi; e da due anni
era andata a stabilirsi nella Capitale ove si sentiva
sperduta.
Arrivò la mattina del giorno appresso a Macerata in tale
stato, che subito il figlio si pentì d'averla fatta venire.
Ma lei protestava di no, appena scesa dal treno: di no, di
no; senza poter più staccare le braccia dal collo del
figlio, piangendogli sul petto:
- Non me lo dire, Rinuccio... non me lo dire...
Il padre le batteva intanto, serio serio, una mano sulla
spalla. Perché era uomo, lui. E non piangeva, lui.
A Roma, poco prima di partire, aveva avuto un certo discorso
con un signore sconosciuto, il quale aveva anch'esso un
figliuolo al campo fin dal primo giorno della guerra e due
altri più piccoli in casa. Un certo discorso, sì. Niente. Un
discorso tra due padri, ecco.
- Senza piangere...
Però, nello sforzo di trattenere il pianto a ogni costo
(sforzo che gli appariva evidentissimo dagli occhietti
lustri, febbrili), la sua magra personcina molto curata
aveva ora una ridicola solennità artificiosa che faceva
pena, forse più di quell'abbandonato cordoglio della madre.
Era senza dubbio esaltato; accennava a quel suo misterioso
discorso con quel signore sconosciuto, come per nascondervi
un proposito che aveva intanto un ben curioso effetto:
quello di fargliela vedere, come da fuori, a lui stesso, la
sua esaltazione mascherata di calma, e di fargliene forse
provare ora rimorso, ora fastidio, di fronte alla nuda
schiettezza, alla commozione forte e muta del figlio che
soffriva del pianto della sua mamma e le faceva coraggio più
con le carezze che con le parole.
Inizio
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Fu pur troppo, come il Sarri aveva previsto, uno strazio
inutile.
Accompagnati i genitori all'albergo, Marino Lerna
dovette scappare subito in caserma, dove fu trattenuto
fin quasi a mezzogiorno. E appena finito lì, nella
stessa camera dell'albergo, il desinare (perché la mamma
con quegli occhi disfatti dal pianto non fu possibile
portarla al ristorante; e poi non si reggeva più sulle
gambe), appena finito il desinare, dovette di nuovo
ritornare in fretta in furia alla caserma per le ultime
istruzioni. Cosicché il padre e la madre non poterono
rivederlo che pochi momenti appena, prima della
partenza.
Ma un bel discorso, un bel discorso lungo e ragionato si
provò a fare il padre alla moglie, come rimasero soli.
Cose peregrine le disse in quel discorso, provandosi
spesso a ingollare e passandosi la manina tremicchiante
sulle labbra: che non si doveva piangere così, perché
non era mica detto che Rinuccio... Dio liberi... i casi
potevano esser tanti... il reggimento, per ora, poteva
anche esser mandato in seconda linea, se si trovava agli
avamposti, come dicevano, fin dal primo giorno della
guerra... e poi, se tutti i soldati che andavano al
fronte fossero morti, addio... più facile era che
fossero feriti.. qualche feritina lieve... a un braccio,
per esempio.. Dio lo avrebbe assistito, il loro
figliuolo... perché fargli così la jettatura con quel
pianto? Eh... eh... a vederla piangere così, Rinuccio si
sarebbe impressionato; certo che si sarebbe
impressionato...
Ma la madre diceva che non era lei. Gli occhi... gli
occhi... che poteva farci? Per il senso che le facevano
tutte le parole, tutti gli atti del suo figliuolo: un
senso strano e crudele, di ricordo.
- Ogni parola, capisci? mi fa l'effetto che non me la
dica ora, ma che me la diceva... Così! Mi resta
impressa, come se lui già non ci fosse più... Che posso
farci?... Dio... Dio...
- E non è jettatura, questa?
- No! che dici!
- Dico che è jettatura! E io mi metterò a ridere, vedrai
che io mi metterò a ridere, quando partirà.
Se avessero seguitato ancora un poco, avrebbero
litigato. C'era già acuta, fustigante l'impazienza per
il ritardo del figliuolo. Ma Dio, come non capivano i
superiori che quegli ultimi momenti dovevano essere
riserbati a una povera mamma, a un povero padre?
L'impazienza diventò smania insopportabile, allorché
tutti i compagni di Marino cominciarono a venire alla
spicciolata e in gran fretta all'albergo, con le
carrozze che si fermavano li davanti ad aspettare il
bagaglio per ripartir subito verso la stazione. Ecco,
l'attendente dell'uno portava già la cassetta;
l'attendente dell'altro, lo zaino, il cappotto, la
sciabola; e via tutti a precipizio, in carrozza, di gran
trotto.
Marino, uscito per ultimo dalla caserma, era corso a
ritirare un paio di scarpe imbullettate, da campagna,
ordinate il giorno avanti; e aveva fatto tardi.
Più che un distacco, fu uno strappo, una furia, un
precipizio. C'era il rischio di perdere il treno.
Difatti, arrivò col padre e la madre alla stazione, che
già chiudevano gli sportelli delle vetture: si cacciò in
una, da cui i compagni si sbracciavano a chiamarlo; e
subito il treno parti fra un tumulto di gridi, di
pianti, d'augurii, tra uno svolazzio di fazzoletti e
cenni di mani e di cappelli.
Quando il signor Lerna, che aveva agitato il suo fino
all'ultimo, ma senza nessuna convinzione, quasi stizzito
che non gli avessero dato il tempo di farlo bene, si
voltò, ancora mezzo intronato, a cercarsi accanto la
moglie, non la trovò più: l'avevano trasportata,
svenuta, nella sala d'aspetto.
Una gran quiete, ora, nella stazione. Non c'era più
nessuno. Solo, nel vano abbagliante del lungo e stanco
pomeriggio estivo, i binarii lucidi, e un lontano
ininterrotto stridio di cicale.
Tutte le carrozze avevano già ricondotto in città la
gente venuta a salutare i partenti; e non se ne trovò
più nessuna davanti la stazione, allorché la mamma di
Marino Lerna, alla fine rinvenuta, fu in condizione
d'esser trasportata all'albergo.
Il guardasala, impietosito, si profferse d'andare al
prossimo garage per far venire l'omnibus
automobile, che doveva esser già di ritorno.
All'ultimo momento, quando la signora, sorretta, quasi
portata di peso, vi aveva già preso posto, e l'omnibus
stava per avviarsi, venne di furia a montarvi una
giovine bionda, sbucata chi sa da dove, con una gran
paglia fiorita di rose in capo, molto scollata e vestita
alla bizzarra; occhi e labbra dipinti; ma che piangeva
anche lei perdutamente.
Una bella giovine.
Aveva, raccolto in una mano, un minuscolo fazzolettino
di filo azzurro, ricamato; teneva l'altra, sfavillante
d'anelli, su la guancia destra, come per nascondere il
rossore e il bruciore d'un terribile schiaffo.
La Ninì, che il sottotenente Sarri s'era portata da
Roma, tre giorni addietro.
Il padre di Marino Lerna capì subito di che genere fosse
quella biondina lì. Non capì la madre che, vedendosi di
faccia un'altra donna che piangeva come lei, non seppe
tenersi da domandarle:
- È moglie la signora?
Quella, col suo fazzolettino da bambola sugli occhi,
fece subito di no col capo.
- Sorella? - insistette la madre.
Ma a questo punto il marito intervenne col gomito a
fare, sotto sotto, un segno alla moglie.
La giovine notò forse quel segno: comprese, a ogni modo,
che l'inganno di quella vecchia signora sul suo conto
non poteva durare a lungo, e non rispose.
Ma un'altra cosa, anche più triste, comprese, mentre
seguitava a piangere. Comprese che lei ora impediva a
quella vecchia mamma di piangere, perché quella vecchia
mamma, ora, provava onta a confondere le sue lagrime con
quelle di lei.
Erano lagrime, per tanto, anche le sue; e lagrime d'una
pena più rara assai di quella così comune e naturale
d'una mamma.
Non era stata soltanto del Sarri ultimamente, a Roma, la
Ninì; era stata anche di altri compagni di lui in quel
plotone allievi ufficiali; e chi sa, fors'anche di
colui, per cui quella vecchia mamma ora piangeva.
A mezzogiorno, era stata a tavola con loro, con dieci di
loro. Una tavolata di diavoli. Glien'avevano fatte di
tutti i colori, e lei li aveva lasciati fare, perché si
stordissero come tanti matti, quei poveri ragazzi in
procinto di partire per la guerra. Avevano voluto
finanche scoprirle il seno, là, alla vista di tutti, in
trattoria, perché era famoso tra loro quel suo piccolo
seno, quasi ancora virgineo, dai tuberi eretti; e
gliel'avevano voluto battezzare, matti, con lo
champagne; e lei li aveva lasciati fare e toccare,
baciare, premere, stringere, strappare, perché se lo
portassero, sì, vivo lassù, quell'ultimo ricordo della
sua carne d'amore; lassù dove forse a uno a uno tutti
que' bei giovani di vent'anni sarebbero morti domani.
Aveva tanto riso con loro, e poi, sì, Dio mio... poi,
baciandoli per l'ultima volta... Ma le era arrivato da
parte del Sarri quel terribile schiaffo sulla guancia
destra. E no, no: non se n'era avuta per male...
Via, avrebbe potuto dunque lasciarla piangere
senz'offendersene, quella povera vecchia mamma. La
lasciava piangere, certo; ma non piangeva più lei, ora,
povera vecchia mamma, che n'aveva chi sa quanto bisogno.
E allora, ecco che lei si sforzò di trattener le sue
lagrime, per lasciare scorrere quelle della madre. Ma
invano. Quanto più si sforzava di trattenerle, tanto più
impetuose esse le rompevano dagli occhi, premute anche
dalla ragione crudele per cui cercava d'impedirsi lo
sfogo. E alla fine, trangosciata, non potendone più,
scoprì il volto, proruppe in singhiozzi, gemendo:
- Per carità... per carità... non posso farne a meno,
signora... Questo mio pianto... Posso piangere anch'io,
signora... Lei, per suo figlio... e io... non per suo
figlio propriamente... per uno ch'è partito con lui, e
che mi ha anche percossa, perché piangevo... Lei per uno
solo... io per tutti... posso per tutti... anche per suo
figlio, signora... per tutti... per tutti...
E tornò a nascondersi la faccia, non resistendo al duro
cipiglio di quella madre, che stava ora a guardarla col
rancore geloso che hanno tutte le mamme per le donne
come lei.
Troppo schianto aveva provato la madre alla partenza del
figlio. E ora troppo bisogno aveva d'un po' di tregua e
di silenzio. Colei glielo turbava non solo, ma anche
gliel'offendeva. Il pensiero che il figliuolo non
sarebbe stato esposto al pericolo prima di due giorni le
concedeva quella tregua. Ella poteva dunque esser dura;
e fu dura. Per fortuna, il tragitto dalla stazione alla
città era breve. Appena giunta, scese dall'omnibus senza
neanche volgere uno sguardo a quella là.
Il giorno appresso, durante il viaggio di ritorno, alla
stazione di Fabriano, la signora Lerna, mentre col
marito se ne stava affacciata al finestrino d'una
vettura di prima classe, rivide la giovane, che cercava
di corsa un posto nel treno. Era in compagnia d'un
giovanotto; recava tra le braccia un fascio di fiori, e
rideva.
La signora Lerna si volse al marito e disse forte, in
modo da farglielo sentire:
- Oh, guarda là, quella che piangeva per tutti!
La giovane si voltò, senz'ira, senza sdegno.
- Povera mamma buona e stupida, - le disse con quello
sguardo. - E non capisci che la vita è così? Jeri ho
pianto per uno. Bisogna che oggi rida per quest'altro.
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