Novelle per un anno - 1925 - Dal naso al cielo
12. La corona
Il dottor Cima si fermò all'entrata della villetta comunale,
che sorgeva sul poggio all'uscita del paese; stette un pezzo
a guardare il rustico cancello a una sola banda, sorretto da
due pilastri non meno rustici, dietro ai quali si levavano
tristi due cipressetti (tristi, quantunque attorno a loro
ridessero in ghirlande qua e là, tra il cupo verde, alcune
roselline rampicanti); guardò l'erto viale che dal cancello
saliva al poggio, alla cui vetta stava tra gli alberi un
chiosco che voleva sembrare una pagoda; e aspettò che il
desiderio di farsi una giratina per sollievo in quella
vecchia villetta quasi abbandonata riuscisse a vincere in
lui la rilassatezza delle membra, che il tepore inebriante
del primo sole gli aveva cagionato.
Il fresco d'ombra di quella poggiata a bacìo era saturo di
fragranze selvatiche: amare, di prugnole; dense e acute, di
mentastri e di salvie. Veniva dagli alberi, come un invito,
il cinguettìo continuo degli uccellini festanti per il
ritorno della dolce primavera. E il dottor Francesco Cima si
mise a salire a lenti passi alla villetta, respirando con
voluttà quell'aria satura di fragranze, rapito, stordito,
quasi vaneggiante in un'ebbrezza deliziosa.
La vista di quelle piante rinverdite, che si beavano
smemorate nel sole, lo svolare delle farfalle bianche su i
fiori dell'ajuole, davano ai pensieri del dottore, che non
potevano esser lieti, un contorno quasi vaporoso, di sogno.
Com'era bella quella villetta quieta, in cui nessuno veniva
a passeggiare!
- Se fosse mia...
Ecco: il desiderio, non potendo la mano rapace, allungava un
sospiro. E chi sa quanti e quanti non venivano lì a
passeggiare appunto per questo, per non sospirare come lui
adesso: Se fosse mia!
Perché è destino delle cose che sono di tutti di non essere
poi propriamente di nessuno.
A ogni passo un palo e una tabella: «Proibito di entrare
nelle ajuole»; «Proibito di danneggiare le piante»;
«Proibito di cogliere i fiori».
Si era insomma padroni soltanto di guardare, passando. Ora
la proprietà vuol dire «io», non vuol dire «noi». E lì
dentro uno solo poteva dir «io»: il giardiniere, che era
dunque il padrone vero, e per giunta pagato per esserlo, e
vi aveva casa e stato e vendeva per conto suo i fiori, ch'eran
di tutti e di nessuno.
Un trillo, fra tanti, più acuto, ridestò chiara a un tratto
nel dottore la memoria d'una villeggiatura lontana, in una
vecchia cascina perduta tra gli alberi dell'aperta campagna,
lieta della vicinanza del mare. Ah! era ragazzo allora: un
ragazzaccio che aveva la passione della caccia. Quanti
poveri uccellini aveva uccisi!
Le amarezze, le costernazioni, i fastidii che gli venivano
dalla sua professione di medico, gli s'erano quasi
addormentati in fondo all'anima. Non così il rammarico
d'aver compiuto da qualche mese quarant'anni. Il più bel
tempo della vita era già finito per lui, e purtroppo senza
ch'egli potesse dire d'aver goduto mai veramente della
giovinezza. E c'era forse da godere nella vita! Oh, sì,
poteva, poteva esser bella la vita; poteva una mattinata
serena come quella compensare di tante afflizioni e di tante
noje.
Il dottore si fermò, a un pensiero sortogli improvviso:
quello di tornare indietro, di correre a casa a prendere la
giovane moglie (era sposo da sette mesi), per far godere
anche a lei l'incanto di quella passeggiata. Rimase un
tratto perplesso, poi riprese ad andare lentamente per il
viale.
No. Quell'incanto era per lui solo. Sarebbe stato anche per
la moglie, forse, se lei fosse venuta senza il suo invito, a
passeggiare da sola. Insieme, l'incanto sarebbe svanito, per
tutt'e due. Ecco, era già svanito anche per lui, solamente a
pensarci. L'amaro di quella sottile malinconia, dianzi
avvertito appena, gli saliva ora alla gola.
Non che avesse da ridire minimamente su la moglie. Tanto
buona, poverina! Ma aveva circa diciotto anni meno di lui;
appena ventidue; ed egli, già coi capelli grigi su le tempie
e la barba brizzolata.
Sette mesi addietro, sposando, aveva sperato che la stima
affettuosa, dimostratagli durante il breve fidanzamento,
avrebbe potuto cangiarsi presto in amore, facilmente.
Bastava che ella si accorgesse appena che, nonostante quella
canizie su le tempie, egli la amava come un fanciullo. Non
aveva amato mai, prima di lei, alcun'altra donna.
Sogni! L'amore, il vero amore (egli lo sentiva bene) in sua
moglie non era ancor nato, non sarebbe forse mai nato. Gli
sorrideva, gli dimostrava in tanti modi di volergli bene, ma
così, come per dovere.
Ora, non sarebbe stato forse tanto aspro per lui il
cordoglio, se un certo puntiglio non glie l'avesse
segretamente esacerbato, impedendogli di fare anche su la
sua giovane compagna quelle riflessioni un po' amare ma
piene di bonaria indulgenza, con le quali era pur solito di
scusare e compatire tante altre cose nella vita.
Da ragazza, sua moglie, s'era innamorata, col fervore dei
diciott'anni, d'un giovanetto, studente di liceo, morto di
tifo. Lo sapeva, perché era stato chiamato come medico,
allora, proprio lui al letto di quel giovane. E sapeva
ch'ella era stata lì lì per impazzire dal dolore; che s'era
chiusa in una camera, al bujo, per molte settimane, senza
voler vedere nessuno; che non era più uscita di casa; che
avrebbe voluto farsi monaca. Uh, se n'erano dette tante, in
paese! L'intera cittadinanza s'era commossa al caso crudele
di quell'amore di due giovani spezzato dalla morte, perché
egli, il povero morto, era nelle grazie di tutti per la
vivacità dell'ingegno, per le gentili fattezze, per i modi
gioviali e garbati; e lei, lei che lo piangeva
disperatamente, era ritenuta con ragione una delle più belle
ragazze del paese.
Quando, dopo circa un anno, forzata dai parenti, s'era
presentata in qualche radunanza, la sua vista, il suo
contegno, l'aria mesta del volto, i mesti sorrisi avevano
destato in tutti, e specialmente nei giovani, una fervida
ammirazione, una vivissima tenerezza. Essere amato da lei,
scuoterla da quel fascino doloroso, richiamarla alla vita,
all'amore, alla giovinezza, era diventato il sogno,
l'ambizione d'ogni giovanotto.
Ma lei si era ostinata in quel suo lutto. Ostentazione, no;
ma, a poco a poco, qualcuno aveva cominciato a susurrare
malignamente che ella, pur così umile e modesta, doveva
provare un certo compiacimento del proprio cordoglio,
essendosi accorta ch'esso la rendeva a tutti più cara, più
ammirevole. Forse chi diceva così, parlava per dispetto o
per gelosia. La prova ch'ella non intendeva, con quelle
gramaglie, d'essere maggiormente desiderata, era nel fatto
che in pochi mesi aveva rifiutato quattro o cinque profferte
di matrimonio, serie profferte dei migliori giovani del
paese.
Erano passati quasi due anni dalla sciagura, e nessuno più
ormai, dopo quei rifiuti così recisi, s'attentava a
chiederla in isposa, quando s'era fatto avanti lui, il
dottor Cima, quantunque sconsigliato dagli amici; e -
sissignori - era stato accolto, lui, subito.
Passata la prima sorpresa però, tutti s'erano spiegata la
ragione di quella vittoria. Ella aveva detto di sì, perché
il dottore non era più giovane, e nessuno dunque avrebbe
potuto supporre che ella lo sposasse per amore, per vero
amore: aveva detto di sì, perché egli stesso non avrebbe
certamente preteso d'essere amato come un giovanotto, e si
sarebbe contentato di quell'affetto quieto e tepido, fatto
di stima, di gratitudine e di devozione.
Che così fosse veramente, non aveva tardato a comprenderlo
anche lui. Ne aveva tanto sofferto; ne soffriva tanto
tuttora; doveva fare più volte al giorno sforzi violenti su
se stesso, ora per frenare uno scatto, ora per non tradire
il rammarico acerbo. Era una vera tortura sentirsi tuttavia
giovane nel cuore, e non poterlo dire, non poterlo
dimostrare, per paura di perdere anche la stima e la
gratitudine di lei, accordate solo a questo patto: reprimere
ogni impulso di quell'amore che per lui era il primo e
sarebbe stato l'ultimo.
Mah! giovane ancora, anzi bambino, per una sola donna egli
avrebbe potuto essere ormai: per la sua vecchia mamma, se
non fosse morta da tre anni! Lei, sì, avrebbe sentito bene
con lui l'incanto di quella mattinata deliziosa; e, senza
pensarci due volte, egli sarebbe corso a prenderla a casa,
la sua santa vecchierella, per farla ristorare al tepore di
quel primo sole. L'avrebbe trovata certamente rannicchiata
in un cantuccio, col rosario in mano, a pregare per tutti i
malati ch'egli aveva in cura.
Sorrise con dolce mestizia il dottor Cima a questa immagine,
scrollando lievemente il capo, mentre saliva al vialetto più
alto della villa sul poggio. Pregando per tutti i malati
ch'egli aveva in cura, la sua santa vecchierella non
dimostrava molta fiducia in lui e nella sua scienza. Glielo
aveva domandato scherzosamente una volta, ed ella gli aveva
subito risposto che non pregava per questo, ma perché Dio lo
ajutasse a salvare i suoi malati.
- E dunque tu credi, che senza l'ajuto di Dio...
Non lo aveva lasciato finire.
- Che dici? L'ajuto di Dio ci vuol sempre, figliuolo!
E pregava, pregava da mane a sera; tanto che egli, quasi
quasi, avrebbe desiderato di non aver molti clienti, per non
stancare troppo le labbra di lei.
Tornò a sorridere. Col ricordo della madre, i suoi pensieri
avevano ripreso i contorni vaporosi del sogno; l'incanto gli
s'era rifatto.
Glielo ruppe improvvisamente il nuovo giardiniere, che si
trovava lassù a sarchiare in un pratello.
- Oh, eccomi qua, signor dottore! M'ha cercato a lungo ?
- Io no, veramente...
- È pronta, sa? bell'e pronta fin dalle otto.
E, così dicendo, gli si fece avanti col berretto in mano e
la fronte imperlata di sudore.
- Se vuol vederla, è qua, nella pagoda. Andiamo subito.
- Veder che cosa? - domandò il dottore, restando. - Io non
so...
- Come, signor dottore! La corona.
- La corona?
Il giardiniere lo guardò, restando anche lui, non meno
stupito.
- Scusi, non ne abbiamo 12, oggi?
- Ebbene?
- Non mi ha mandato la serva l'altro jeri, a ordinarmi per
oggi una corona?
- Io?... per il 12?... Ah, già... - disse allora il dottore,
fingendo di ricordarsi. - Ho mandato... già... ho mandato la
serva...
- Rose e violette, non si ricorda? - e il giardiniere tornò
a sorridere della smemorataggine del signor dottore. - È
pronta da stamani alle otto! Venga a vederla.
Per fortuna si mosse avanti e così non poté notare
l'alterazione improvvisa del volto del dottore, che lo seguì
come un automa, con gli occhi attoniti, foschi, la bocca
aperta, aperte le mani.
Una corona? La moglie, di nascosto, aveva ordinato una
corona? Sì, il giorno 12 appunto cadeva l'anniversario della
morte di quel ragazzo. Ancora, dopo tre anni? Pur essendo
adesso sua moglie? Gli mandava di nascosto una corona...
Moglie già d'un altro! Lei, così timida; lei, così modesta,
tanto ardire! Tanto dunque lo amava? tanto viva era ancora
la memoria di lui nel suo cuore? E perché aveva sposato un
altro, allora? Se il suo cuore era ancora di quello, e
sempre di quello sarebbe stato? Perché? perché?
Inizio
pagina
Così tra sé farneticando, il dottore seguitava ad andar
dietro al giardiniere. Voleva vederla, quella corona;
sì, vederla per accertarsi bene, con gli occhi suoi, che
sua moglie era capace di un tale inganno, d'un tal
tradimento.
Quando la vide, là nella pagoda, in un angolo, ritta su
una tavola di ferro, appoggiata alla parete, gli parve
che fosse per lui, e restò a mirarla a lungo.
Il giardiniere, interpretando a suo modo
quell'ammirazione:
- Bella, eh? - domandò. - E tutte rose e violette
fresche, sa? colte all'alba. Pochine, cento lire, signor
dottore! Sa che fatica metterle insieme a una a una
tutte queste violette? E le rose? D'inverno, perché
rare; quand'è stagione, perché le vogliono tutti...
pochine cento lire! Me ne deve dare almeno altre venti.
Il dottore si provò a parlare, ma sentì che gli mancava
la voce; aprì le labbra a uno squallido sorriso, e si
sforzò a dire:
- Io... pagartela, eh? Poche, cento lire... Rose e
violette, già... cento venti? Eccole qua.
- Grazie, signor dottore, - s'affrettò a rispondere il
giardiniere, prendendo il denaro. - Creda che le
merita...
- Tienla qua, - troncò il dottore, rimettendo in tasca
il portafogli. - Se viene la serva, non gliela dare.
Verrò a prenderla io.
E uscì dalla pagoda; scese per il viale; svoltò; appena
si vide solo, nascosto, si fermò, strinse le pugna e
contrasse tutto il volto in uno spasimo di riso:
- Gliel'ho pagata io...
Che doveva fare adesso? Prendere la moglie, senza farle
male, e ricondurla alla casa del padre: ecco, sì, questo
si meritava! E che andasse a piangere lontano quel suo
ragazzo morto, senza rubar così l'amore d'un galantuomo,
ch'ella aveva, se non altro, il dovere di rispettare. Né
amore, né rispetto? Ah, ella aveva rifiutato i giovani e
s'era preso uno, per lei vecchio, perché costui l'amore,
via!, non si sarebbe neppur sognato di pretenderlo, coi
capelli già grigi, con la barba già brizzolata; ma
avrebbe anche chiuso un occhio, e anche tutti e due, su
la sua pena antica; non si sarebbe avuto a male di
nulla, il vecchio! Però di soppiatto gliela mandava, la
corona! Meno male! Eh già, moglie d'un altro, non aveva
stimato conveniente andar lei, di persona. Per quanto
vecchio il marito, via, sarebbe stato un po' troppo!
Aveva mandato la serva a ordinar la corona, in prova del
costante amore; e la avrebbe fatta appendere dalla serva
alla tomba di quel suo povero amore.
Ah, com'era stata ingiusta veramente la morte di quel
ragazzo! Se fosse vissuto, quel ragazzo, se avesse avuto
il tempo di divenire uomo, di divenire esperto e
istrutto anche lui di tutte le sagge perfidie della
vita, e la avesse sposata lui, la sua cara fanciulla
innamorata; si sarebbe accorta bene costei, che altro è
fare all'amore dalla finestra, a diciott'anni, altro è
vivere nella dura realtà quotidiana, quando già le prime
fiamme si sono ammorzate e comincia il tedio dei giorni
uguali, e la stanchezza, e nascono i primi dissapori, e
il giovane marito comincia a esser sazio e stufo della
moglie e pensa già di tradirla... Ah, come avrebbe
desiderato ch'ella avesse potuto fare per qualche tempo,
con quel ragazzo là, una siffatta esperienza! Allora sì,
questo vecchio...
Serrò più volte le pugna fino ad affondarsi le unghie
nelle palme; poi si guardò le mani che gli tremolavano,
e alla fine si riscosse traendo un lungo sospiro.
L'impeto della prima impressione era caduto. Stette un
pezzo a guardare innanzi a sé, vide poco discosto un
sediletto e andò a sedervisi meccanicamente.
Ebbene, e questo vecchio, - seguitò a pensare, - non
intendeva forse di regolarsi anche lui come un
ragazzaccio? fare una scenata? uno scandalo? Oh, allora
tutti quelli che avevano indovinato così facilmente la
ragione per cui egli era stato subito accolto: - Uno
scandalo? - avrebbero esclamato. - Eh, via, in fin dei
conti perché? Per una corona da morto... Certo ogni anno
la poverina, per il giorno 12, aveva mandato una corona
al camposanto. Il nuovo giardiniere non lo sapeva.
Quell'anno, anche quell'anno ella, naturalmente, se
n'era ricordata... Naturalmente, sì, perché il povero
dottore, via, non aveva potuto farglielo dimenticare. Se
n'era ricordata, e non aveva saputo resistere alla
tentazione. Certo, oh, certo aveva fatto male... Ma il
sentimento non ragiona! Si trattava d'un morto, alla fin
fine!
Così tutti avrebbero pensato.
E allora che doveva far lui? Lasciar correre? fingere di
non saper nulla? ritornar su, dal giardiniere, a dirgli
che desse alla serva quella corona, trattenuta lì perché
gli servisse da prova?
Ah, no, questo no! Avrebbe dovuto anche farsi restituire
il danaro pagato, raccomandare a colui di star zitto...
E allora? andare a casa, a domandare inutili spiegazioni
alla moglie? rinfacciarle il sotterfugio, l'inganno, e
punirla?
Come sarebbe stato meschino! Più meschino ancora che a
far lo scandalo...
Era grave, il fatto, ma per il suo cuore che n'era
rimasto ferito; grave anche per il ridicolo che gliene
sarebbe potuto venire, se il caso si fosse risaputo,
perché provava il poco rispetto che sua moglie aveva per
lui. Egli doveva vincere il proprio cuore, dirgli che
aveva un bel sentirsi giovane, quando tutti lo credevano
vecchio. Un giovanotto, sì, avrebbe potuto anche fare
uno scandalo; lui, vecchio, no; doveva mostrarsi
superiore, lui, e imporre altrimenti alla moglie il
rispetto.
Si alzò, con gran calma, ma con un senso
d'indolenzimento in tutte le membra. Gli uccelletti
della villa seguitavano a cinguettare, festanti. Dov'era
più l'incanto di poco prima?
Il dottore lasciò la villa e s'avviò per ritornare a
casa. Quando giunse al portone, però, addio calma! Aveva
un affanno da cavallo; e non sapeva come avrebbe fatto a
salir la scala, con quelle gambe che gli tremavano.
L'idea di riveder la moglie, adesso... Doveva esser più
triste del solito, ella, in quel giorno... Ma forse
avrebbe saputo dissimular bene la tristezza: era già
abituata, rassegnata. Ed egli la amava, oh miseria! la
amava tanto, tanto... e sentiva, in fondo, ch'ella
meritava d'essere amata; sì, perché era buona anche,
buona come appariva da quelle pure fattezze delicate, da
quei profondi occhi neri, vellutati, nel pallor bruno
del volto.
Venne ad aprirgli la serva. La vista di costei lo
sconcertò. Era a parte del segreto, quella vecchia,
complice dell'inganno Stava da tanti anni a servizio
nella casa paterna della moglie, era affezionatissima a
questa; e forse non avrebbe parlato; certo però non
avrebbe saputo apprezzare né fors'anche comprendere ciò
che egli aveva già divisato di fare. Sarebbe stata a
ogni modo una testimonia volgare. Ed egli voleva che
quanto stava per fare rimanesse segreto tra lui e la
moglie.
Entrò diviato alla camera di lei.
La moglie era davanti la specchiera a pettinarsi. Di tra
le braccia alzate sul capo, le scorse nello specchio il
volto, incontrò lo sguardo di lei, che esprimeva
sorpresa di vederlo in casa a quell'ora insolita.
- Sono ritornato, - disse, - per invitarti a uscire con
me.
- Ora? - domandò lei, voltandosi, senz'abbassare le
braccia che reggevano sul capo il volume dei bellissimi
capelli neri, ancora sciolti; e gli sorrise
languidamente.
Egli si turbò quasi fino alle lagrime a quel pallido
sorriso, come se vi avesse scorto una profonda pietà di
lui, dell'amore che le portava, del dolore ch'ella
ancora non indovinava, ma che tra poco avrebbe saputo.
- Sì, ora, - rispose. - È tanto bello, fuori...
Sbrigati. Andremo alla villetta, anche più lontano, in
campagna . Prenderemo una vettura...
- Perché? - domandò lei, quasi senza volerlo. - Giusto
oggi?
Egli temette, a questa domanda, che lo sguardo lo
tradisse. Stentava già tanto a mantenere calma la voce.
- Non ti andrebbe, oggi? - disse. - Ma ti farà bene,
vedrai. Sbrigati, sbrigati. Voglio così.
Si mosse per uscire dalla camera. Sulla soglia si voltò:
- T'aspetto nello studio.
Poco dopo, ella era pronta. Ah, per questo lo ubbidiva
sempre, buona buona; faceva sempre ciò che egli voleva e
com'egli voleva: soltanto sul cuore di lei, eh, lì no,
egli non aveva alcun potere. Una timida opposizione
aveva tentato appena: - Giusto oggi? - ma pure, ecco,
con tutta l'angoscia che in quel giorno doveva aver
dentro, aveva ubbidito, era pronta ad andare a
passeggio, in campagna, dove lui voleva.
Uscirono; attraversarono per un tratto a piedi il paese,
poi egli prese a nolo una vettura, e ordinò al vetturino
di fermarsi davanti la villetta comunale. Qua, smontò
lui solo, pregando la moglie d'attenderlo un poco.
Quando, dopo circa un quarto d'ora, ella, già turbata e
costernata, lo vide ridiscendere dalla villetta, seguito
dal giardiniere che reggeva su le braccia la corona, fu
per mancare. Ma egli la sostenne con lo sguardo.
- A1 camposanto! - ordinò al vetturino, rimontando
subito in carrozza.
Appena questa si mosse, ella ruppe in un pianto
irrefrenabile, recandosi il fazzoletto sugli occhi e
sulla bocca.
- Non piangere, - diss'egli allora, piano. - Non ho
voluto dirti nulla a casa; non vorrei dirti nulla
neanche adesso. Ti prego, non piangere. L'ho saputo per
caso. M'ero recato là alla villetta a passeggiare; e il
giardiniere me l'ha detto, credendo che l'avessi
ordinata io, questa corona. Non piangere, su! Andiamo a
deporla insieme, vedi?
Ella stette con gli occhi nascosti nel fazzoletto,
finché la vettura non si fermò davanti al cancello del
camposanto.
Egli la ajutò a scendere, poi prese la corona ed entrò
con lei nel recinto.
- Sai, dov'è?
Ella fe' cenno di no, col capo.
- Vieni! - diss'egli, incamminandosi per il primo viale
a manca, e guardando a una a una tutte le tombe, che vi
erano allineate
Era la penultima di quel viale. Egli allora si scoprì il
capo, depose la corona su la pietra tombale, si ritrasse
pian piano e, senza farsi scorgere da lei, s'allontanò,
come per darle tempo di recitare una preghiera. Ma ella
restò lì, muta, senza poter nemmeno staccare il
fazzoletto dagli occhi. Non un pensiero, non una lagrima
per il morto. Come smarrita, si voltò a un tratto a
cercare il marito, lo chiamò, come finora non l'aveva
mai chiamato; gli s'appese al braccio, convulsa:
- Perdonami! Perdonami! Portami via!
|
|
|
|
|
|
|