Novelle per un anno - 1925 - Dal naso al cielo
11. Nel dubbio
Nella sala terrena del grazioso villino in cima al poggio,
gaja di luce e del tenero verde dei bambù sorgenti da un
antico sarcofago, gaja dello sprillo d'una fontanella di
marmo, la vecchia minuscola marchesa donna Angeletta Dinelli,
seduta presso una piccola lucida scrivania di ghisa
nichelata, sonò per la terza volta il campanello, tenendo
tuttavia sul naso gli occhiali e in mano la lettera della
figliuola, che scriveva da Roma.
La testolina incuffiata della marchesa tremolava quella
mattina più del solito con tutti i riccioli argentei che le
pendevano intorno alla fronte, e anche le piccole mani
deformate miseramente dall'artritide e riparate da mezzi
guanti di lana.
- Ma il commendatore? - domandò con vocetta agra di stizza
alla cameriera che si presentò su la soglia.
- Avvertito, signora marchesa. Finiva di vestirsi. Ha detto
che sarebbe venuto giù subito.
- Subito? Come i vecchi, doveva dire.
- Se crede...
- No, lascia, verrà.
E donna Angeletta tornò a rileggere per la quarta volta la
lettera, mentre una voce cornea dietro la tenda della
finestra ripeteva:
- Verrà... Federico, Federico... Povero Cocò... verrà...
Com-men-da-to-re...
La stupidissima bestia sul trespolo pareva volesse canzonare
la marchesa, imitandone i tre toni di voce, con cui ella
soleva chiamare il commendator Morozzi: quello frettoloso,
confidenziale (Federico, Federico), quello di
commiserazione un po' derisoria (Povero Cocò) e
l'ultimo, grave, e per così dire, di parata (Com-men-da-to-re).
Pareva; perché il pappagallo poi aveva questo di buono, che
non capiva nulla; e non si sognava dunque neppure di
canzonar la padrona. Che sugo, del resto, ci sarebbe stato,
anche per un pappagallo, a canzonare una vecchina già presso
ai sessant'anni, che se un tempo aveva dato pretesto a
ciarle non al tutto maligne in società, da tanti anni ormai
viveva ritirata e tranquilla come una tartarughina in quella
sua amena e solitaria villetta umbra?
Veramente donna Angeletta Dinelli, da tanto tempo vedova,
avrebbe potuto sposare il commendator Federico Morozzi. Non
l'aveva fatto, perché in realtà viveva con lui senza troppo
scandalo quasi maritalmente anche quando era in vita il
marchese, il quale, dopo la nascita dell'unica figliuola, se
n'era scappato a prender aria a Parigi: tant'aria che n'era
scoppiato quattr'anni dopo; e non ci sarebbe stato niente,
proprio niente di male, se in questi quattr'anni non avesse
dato fondo alle sue rendite e a buona parte di quelle di
lei.
Donna Angeletta era come una bambola, allora: e se non
avesse avuto accanto il Morozzi, senza dubbio si sarebbe
ridotta all'elemosina, con la figliuola. L'affetto, lo zelo,
la protezione del commendatore per la minuscola marchesa
erano stati molto apprezzati in Roma; e quasi quasi, era
sembrato non solamente scusabile, ma logico e inevitabile
che qualcuno lì, in quella casa, si fosse messo a far da
uomo sul serio, perché tanto lei, la marchesa, quanto lui,
il marchesino, nel presentarsi la prima volta in società,
avevano fatto la figura d'una coppia di ragazzetti parati
per ischerzo a far da sposini, per una graziosa mascherata
carnevalesca.
Senza l'intervento del commendatore, uomo serio, chi sa come
sarebbero andati a finire quei due bambocci! Già s'era
veduto: il marchesino, quando a un certo punto aveva voluto
far l'uomo, era andato a rompersi il collo a Parigi.
Ammirabile era adesso per tutti l'esempio che quei due
vecchi, il commendatore e la marchesa, offrivano d'una così
lunga e perfetta fedeltà di amore, della compagnia piena di
squisite attenzioni che entrambi a quell'età si tenevano
ancora, in quel loro dolce ritiro.
Egli si dava tuttavia amorosissima cura della persona e
voleva che anche lei se ne desse, in difesa, anzi a dispetto
del tempo. Voleva che questo non gliela guastasse troppo, la
sua povera bambola vecchierella, non approfittasse troppo
dell'estrema gracilità di lei. Quelle povere manine! Se
avesse potuto riparargliele, come già aveva fatto coi
capelli! Perché non erano mica veri quei ricciolini argentei
sotto la cuffia... Ma il cuore, il cuore sopra ogni altra
cosa, avrebbe voluto ripararle, il cuore che le s'avvizziva
troppo. Si offendeva tanto il commendator Morozzi, se donna
Angeletta s'insaccava nelle spalle e, socchiudendo gli
occhi, sospirava:
- Ormai, caro, ormai...
Che ormai! che ormai! Come un giovane innamorato, nelle
tepide sere di primavera, egli voleva passeggiare a
braccetto con lei, sotto la luna, pei viali inghiajati del
giardino davanti la villa. Alto e robusto, doveva chinarsi
un po' da una parte per dar braccio a lei così piccina.
Pareva che davvero credesse, che ancora la luna dal cielo
facesse lume per loro e per loro odorassero le rose del
giardino e scampanellassero i grilli lontani.
La vecchiaja a poco a poco rilascia tutto ciò che la
giovinezza si era preso del mondo. Giovani, crediamo infatti
che sia nostra ogni cosa, nostro o fatto per noi tutto il
mondo. Vecchi, lasciamo che il mondo se lo prendano gli
altri o credano di prenderselo; e ridiamo di questo inganno,
d'un riso che non può non essere amaro, considerando che fu
anche nostro e che ne fummo felici.
Così pensava ormai donna Angeletta che, se non questa, molte
cose aveva già imparato dal suo vecchio amico, oltre a
quelle altre che gli anni e i malanni le avevano fatto
entrare a poco a poco nella testolina incuffiata, mentre
negli ozii invernali si carezzava i mezzi guanti di lana
protettori delle povere mani. E perciò spesso sospirava:
- Povero Cocò!
Tanto spesso, che il pappagallo aveva già imparato a
ripeterlo così bene per conto suo.
Finalmente il Morozzi entrò nella sala, stropicciandosi le
grosse mani pelose:
- Eccomi qua, eccomi qua...
Dopo il bagno, una passeggiatina svelta svelta in
giardino... No? Perché no, quella mattina?
E il commendator Morozzi tese gl'indici e, con un gesto che
gli era solito, li accostò pian pianino fino a toccarsi le
punte insegate dei maschi baffoni grigi, come per accertarsi
se stessero a posto.
Non poteva star fermo un minuto; a costringerlo, alzava una
gamba, o spingeva un gomito, o stirava una spalla, o
storceva la bocca, o contraeva una guancia e poi dàlli con
gl'indici a toccarsi le punte dei baffi, facendo il
bocchino.
- Nudo, nudo, nudo, cara mia; carissima mia, nudo! Potevo
venir giù? - rispose frettolosamente al rimprovero di donna
Angeletta.
Le si accostò, si chinò su lei, le tolse dal naso gli
occhiali, come se volesse baciarla senza farglielo vedere,
e:
- Che abbiamo? che è avvenuto?
- Nelda, - disse donna Angeletta, ponendogli una ma no sul
petto per tenerlo discosto. - Guarda che letterona...
- A me? a te?
- A me, confidenziale. Da', da' gli occhiali... Dove li hai
messi?
Il Morozzi glieli porse; donna Angeletta tornò a
inforcarseli, e...
- Mammina mia bella, - cominciò a leggere, -
promettimi prima di tutto che non farai leggere questa
lettera al commendatore...
- Brava! - esclamò questi, accigliandosi.
- Scrivo a te solamente, - seguitò ella, - e
voglio che tu laceri la lettera appena avrai finito di
leggerla. Si tratta...
Donna Angeletta s'interruppe; guardò di su gli occhiali il
Morozzi, e:
- Non te la leggo, per ubbidire, - disse. - Si tratta che io
dovrei fingere di non aver ricevuto questa lettera e che,
discorrendo così... tra noi, mi venisse a un tratto la
curiosità di sapere se Giulio...
- Ah, - esclamò egli aggrondato, offeso, - si tratta di suo
marito?
- Già... Ma non ci capisco nulla, - disse donna Angeletta.
- Brava! Nulla ci capisci tu; nulla voglio saperne io, -
soggiunse il Morozzi, - me ne vado subito in giardino!
- Aspetta! - esclamò donna Angeletta, accennando di levarsi.
- Nelda scrive a me, non perché non si voglia confidare con
te, ma per non darti un dispiacere: me lo dice in fondo alla
lettera espressamente. Sempre furie! sempre furie!
- Che dispiacere? - domandò il Morozzi, voltandosi, di nuovo
con gl'indici tesi su le punte dei baffi. - Le solite
sciocchezze!
- Già! Perché tu sempre hai protetto Giulio, - rispose la
marchesa.
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- Protetto? io? - esclamò il commendatore. - Perché se
lo merita, se mai... Sta' pur sicura, bella mia, che non
ha fatto nulla di male, Giulio; perché, se qualcosa
avesse fatto di male, Nelda, la signora baronessa,
avrebbe scritto a me, a me, a me, non a te, per farmi un
piacere!
- E se non fosse cosa d'ora? - disse donna Angeletta. -
Se si trattasse d'un vecchio peccataccio, che tu sai ?
- La Zena? - domandò allora il Morozzi. - Si tratta di
quella povera diavola?
- Ecco! - fece la Dinelli.
- Ma se è tutto finito, strafinito, arcifinito! Ancora?
Perbacco! Se tutto era già finito due anni prima, due,
due anni prima che Giulio sposasse la Nelda! A quella
povera diavola avevo dato marito io...
- E il figlio? - domandò donna Angeletta, con un tono
che lasciava intendere che qui lo aspettava.
- Il figlio? - disse il Morozzi, restando. - Che figlio?
il figlio che Giulio ebbe da...?
- L'ebbe di sicuro? - tornò a domandare donna Angeletta.
- Ecco il punto! Nelda vuol sapere proprio questo.
- Se Giulio ebbe un figlio? E perché?
- Perché... il perché non lo dice. Ma io temo che
vogliano giocargli qualche tiro. Sapessi come insiste
Nelda, perché tu prenda esattissime informazioni, fino
ad acquistar la certezza assoluta che il figlio sia
stato proprio di Giulio. Capirai che, avendo avuto da
fare con una donna come...
- Che! ché! che! - proruppe a questo punto il
commendator Morozzi. - La Zena? Ma fammi il piacere!
Quella povera figliuola? Diciassette anni aveva...
figlia d'onesti contadini! Incapace! E poi, se il
bambino è morto...
- Morto?
- Morì dopo due mesi.
- E allora? - disse donna Angeletta, non sapendo più che
pensare.
- Da' qua la lettera, - riprese con fare sbrigativo il
commendatore. - Andiamo per le spicce.
S'accostò alla finestra per legger meglio. Doveva
leggere a distanza, a braccio teso, perché - prèsbite -
s'ostinava a credere di non aver punto bisogno degli
occhiali. S'impostò lì in un atteggiamento eroico; ma a
un tratto diede un balzo. Il pappagallo, dietro la
cortina, per fargli a suo modo una carezza, gli aveva
pinzato la mano con cui reggeva la lettera.
- Brutta bestiaccia! - gridò. - Parola d'onore, le tiro
il collo qualche volta...
Tutti e due, donna Angeletta e il pappagallo, gli
risposero con lo stesso tono:
- Povero Cocò!
- Permetti? - disse allora il Morozzi su le furie. Vado
a leggere in giardino.
E uscì a passi concitati.
Rideva ancora, rideva forte, quando, di lì a
mezz'oretta, rientrò in sala, agitando la lettera.
- Ma non hai capito nulla? proprio nulla?
Donna Angeletta lo guardò un pezzetto, un po' urtata da
quel riso, perplessa, ma già inchinevole a sorridere
anche lei della propria costernazione.
- Tu hai capito?
- Io? Ma perfettamente! - esclamò il commendatore. - È
così chiara la ragione della lettera... Si capisce dal
tono, scusa! Di' un po', quanti anni sono che Nelda è
maritata?
- Quattro, a ottobre.
- E niente figliuoli! - soggiunse subito il Morozzi. -
Nelda non somiglia mica a te! Nelda, dico... se non mi
passa, è alta quanto me, e... dico, florida, robusta
come me... Non si persuade, che possa mancare per lei.
Capisci adesso?
- D'aver figliuoli?
Il Morozzi le rispose con un gesto espressivo delle
mani, e aggiunse:
- Ma s'è ricordata, com'ella dice, che da ragazza «colse
a volo» qualche discorso tra me e te, sul conto di
Giulio, qualche accenno a quel trascorso giovanile di
lui, alla nascita di quel bambino... Vedi che ne parla
così, senza darci alcun peso, mentre insiste molto
invece su le ricerche scrupolose da fare per venir bene
in chiaro se il figlio fosse proprio di Giulio... Ne
dubita, è evidente! E perché ne dubita?
Tornò a rider forte il commendator Morozzi e concluse:
- Sciocchezze! sciocchezze! sciocchezze!
- Risponderò allora... - prese a dire donna Angeletta.
E il commendatore:
- Risponderai così: Sciocchezze, dice Federico; dice
che... già no! non dico nulla, io, poiché la signora
baronessa s'è vergognata di rivolgersi a me: ma glielo
puoi dire tu, da te, forte, che è una sciocchissima
creatura! Non sono ancora quattr'anni! Godete finché
siete giovani, senza pensieri! I figliuoli verranno...
S'è dato il caso d'aver figliuoli anche dopo quindici
anni. E quanto a Giulio dille che non mi faccia il torto
di dubitare d'un marito che le ho scelto io! Il
figliuolo era proprio suo e ci posso metter le mani sul
fuoco, perché quella Zena, povera figliuola... ma
figurarsi! So io quel che mi ci volle per rimediare...
Suo, suo, suo; si metta il cuore in pace la signora
Nelda e aspetti...
- Paziente e fiduciosa... - Ecco, benissimo, così!
Paziente e fiduciosa.
Quattro giorni dopo, arrivò da Roma a donna Angeletta
Dinelli, quest'altra letterina breve breve della
figliuola:
Mammina mia bella,
Due paroline in fretta e furia per non tenerti in
pensiero.
Che predicone m'hai fatto, tu mammina mia piccola e
cara! E fuor di luogo, sai?
Non tenere più in alcun conto la mia lettera precedente,
che tu avrai lacerata. Te l'ho scritta... non so più
neanch'io bene perché. Fisime!
Sappi che già... non vorrei dirtelo ancora, ma temo,
temo forte che, da due mesi, tu abbia cominciato a esser
nonnina, ecco!
Aspetta ancora un po' per annunziarlo al Commendatore.
Un bacio in fretta dalla tua
NELDA
- E allora? - domandò il commendator Morozzi, sgranando
tanto d'occhi, appena donna Angeletta ebbe finito di
leggere. - Tutto quell'impegno di sapere se Giulio aveva
proprio avuto un figliuolo?
Donna Angeletta si portò alla fronte una di quelle sue
povere mani; poi, sotto lo sguardo di lui ancor pieno di
stupore, disse:
- Chi sa che storie, pazzerella...
E non disse altro.
Ma questa volta aveva capito lei, invece.
Che cosa? Non volle dirlo; se lo chiuse in cuore, per
non amareggiare invano dopo tanti anni il suo povero
Cocò.
Era sicurissimo infatti, il povero Cocò, che la Nelda
fosse sua figlia; e lei non aveva mai detto una sillaba
per toglierlo da questa sicurezza. Ma ne era ugualmente
sicura lei?
Conviveva allora anche col marito, col marchesino...
Che senso di smanioso tormento, quali fitte di rimorso
le aveva cagionato il non sapere, il non poter dire
neanche a se stessa a chi appartenesse veramente il
nuovo essere che cominciava a viverle in grembo; a chi
dovesse lei stessa le ansie trepide, i dolori della
maternità, da cui, pur caduta, quantunque in peccato,:
si sentiva dinanzi a se stessa nobilitata; a chi avrebbe
dovuto domani le gioje che dal frutto delle proprie
viscere le sarebbero venute! E che strazio anche dipoi,
nel vedere, nel sentire la propria creatura ignara
tendere le manine e dir babbo a chi forse non era tale!
Ah, per perversa che sia una moglie, e quantunque
nemica, a torto o a ragione, del proprio marito,
vorrebbe aver sempre la certezza che appartiene a questo
il frutto delle proprie viscere, non fosse altro per non
sentir lo strazio della menzogna incosciente su le
tenere e pure labbra della propria creaturina!
Ora Nelda...
Ma poteva confidar queste cose donna Angeletta Dinelli
al commendator Federico Morozzi?
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