Novelle per un anno - 1925 - Dal naso al cielo
9. Lo storno e l'Angelo Centuno
Ci eravamo levati a bujo e camminavamo da tre ore con una
fame da lupi, per certe scorciatoje scellerate che, a dire
di Stefano Traìna, ci avrebbero fatto risparmiare un terzo
di cammino: ma già tre o quattro volte ci era toccato di
tornare indietro, non trovando l'uscita, e non so quanto
tempo avevamo perduto a scavalcar muricce, e cercare il
passo tra le fitte siepi di àgavi e di rovi, a traversar
rigagnoli sui ciottoli: fatiche da bestie, che ci avevano
tolto l'unico compenso al sonno perduto: quello di godere,
camminando per vie piane, l'ilare freschezza dell'aria
mattutina in campagna. E gli scarponi e le munizioni da
caccia ci pesavano e la cinghia del fucile ci segava le
spalle.
Chi di noi tre, in tali condizioni, poteva aver animo da
contraddire Stefano Traìna e da difendere gli storni ch'egli
ci dipingeva come una vera calamità per le campagne, peggio
assai delle cavallette, vero flagello di Dio?
Ma Stefano Traìna era fatto così: parlando aveva bisogno di
credere che qualcuno lo contraddicesse; e accalorandosi
sempre più, volle far sapere a noi tre poveri innocenti che
gli storni vanno a nugoli così fitti che, se passano davanti
al sole, l'oscurano, se calano su un bosco d'olivi, in un
batter d'occhio lo sterminano. Perché ogni storno si porta
via con sé nientemeno che tre ulive una per zampa e una nel
becco; e questa del becco se la ingoia sana sana e la
digerisce come niente.
- Con tutto l'osso? - domandò Bartolino Gaglio, sgomento.
- Con tutto l'osso.
E Sebastiano Terilli esclamò:
- All'anima del ventricolo!
- Gli storni? Ma se vi dico... - seguitò Stefano Traìna.
Per concludere che se da un canto noi dovevamo ringraziare
Celestino Calandra - il più giovane e il più bello dei
canonici di Montelusa - per averci invitati a passare una
settimana nelle sue terre di Cumbo, dall'altro Celestino
Calandra doveva restar grato a noi del segnalato servizio
che gli avremmo reso, salvandogli il raccolto delle ulive
con la nostra caccia agli storni.
È vero che non eravamo mai stati a caccia, né io né
Sebastiano Terilli né Bartolino Gaglio, come si poteva
vedere dai nostri fucili nuovi fiammanti, comperati il
giorno avanti. Ma questo non voleva dir nulla. Agli storni -
sosteneva Stefano Traìna - si spara anche con gli occhi
chiusi.
Ecco, forse fu perché sparammo con un occhio chiuso e
l'altro aperto, ma il fatto è che, dopo quattro giorni di
caccia accanita nell'oliveto di Cumbo, non uno storno, che
si dice uno, riuscimmo a far cadere, neppure per
combinazione; ulive sì, invece, oh, a ogni scarica, giù come
grandinare; tanto che il buon Celestino Calandra (giovane e
santo) cominciò a dire tra bellissime risate che una
consolazione così non gliela poteva mandare altri che Dio.
Lo sterminio ci fu, ma nel pollajo di Cumbo. Una fame
pantagruelica si sviluppò in tutti noi quattro giovani
cacciatori. Ma era forse la rabbia che ci divorava per tutti
gli storni falliti, che se ne volavano via pian pianino,
senza fretta, come se volessero dirci: « Uh, come siete
nojosi, con codeste schioppettate! ».
La vecchia donna Gesa, casiera di Celestino Calandra
(vecchia e santa), con due mazzi di pollastrelli, uno per
mano, dai colli tirati e ciondolanti, ci fulminava con gli
occhi ogni mattina al ritorno dalla caccia; fulminava più di
tutti Sebastiano Terilli, il quale, non contento dello
sterminio delle ulive e dei polli, faceva poi, a tavola,
arrabbiare Monsignore con certe discussioni che non stavano
né in cielo né in terra.
Quel buon odore di casa campestre perduta in mezzo agli
olivi e ai mandorli, quelle camere patriarcali, nude ampie
sonore, dai pavimenti avvallati, che sapevano di antiche
granaglie e di mosto e del sudore di chi fatica al sole e
del fumo che esalano la paglia e la legna dei rozzi
focolari, non erano riusciti a disarmare l'acre spirito di
Sebastiano, filosofo dilettante e materialista convinto. È
vero ch'egli ficcava l'anima in tutte le sue esclamazioni
molto frequenti: - «All'anima di questo! all'anima di
quello!» - ma quell'anima non era un'anima: era un modo
d'intercalare.
Le discussioni più calorose avvenivano la sera, dopo cena, e
disturbavano donna Gesa, la casiera, la quale prima d'andare
a letto si rincantucciava, tutta raffagottata, in un angolo
a recitare il rosario di quindici poste. La disturbavano,
perché di continuo ella si sentiva tentata a interloquire e
rintuzzare, come si scorgeva chiaramente dagli atti che
faceva, dalle smusate che dava, da quel dito che di tratto
in tratto si passava rapidamente due o tre volte sotto il
naso arricciato.
Era una donnetta piccola magra e viva, sempre un po'
irritata. Tra le lunghe labbra sottili la saliva le
friggeva. Batteva di continuo le pàlpebre su gli occhietti
neri e furbi, da furetto. Giù dalle tempie, per le gote,
fino al naso, le si allungava a fior di pelle un'intricata
diramazione d'esilissime venicciuole violette.
Una mattina finalmente, dopo colazione, non poté più
reggere. Si parlava di donne e di prender moglie e di
Suocere e di nuore. Stefano Traìna, che aveva in casa una
suocera demonio, s'era scagliato in una invettiva furibonda
contro tutte le suocere.
- Ma tante volte, - uscì allora a dire donna Gesa, con le
mani levate e le narici frementi, - sono vipere le nuore!
Vipere, sì, vipere, vipere! E voce di cattive intanto hanno
sempre le suocere.
Stefano Traìna la guardò un tratto come basito; balzò in
piedi, corse in camera a prendere il fucile, e scappò via.
Rompemmo tutti in una risata fragorosa. Donna Gesa aggrottò
le ciglia, e aspettò che finissimo di ridere; poi si volse
verso Monsignore e, tentennando il capo in segno di
commiserazione, domandò:
- Era buona la Poponé? Vossignoria lo sa: quella del
miracolo dell'Angelo Centuno.
- Raccontate! raccontate! - le gridammo io e Bartolino
Gaglio.
Ma Sebastiano Terilli, facendo campana:
- Un momento! Aspettate! Come avete detto? Centuno? C'è
l'angelo cento e l'angelo centuno?
- Mi pare! - gli gridò subito in faccia Bartolino Gaglio,
temendo che l'interruzione indignasse la vecchia e le
facesse passar la voglia di raccontare. - Centuno, centodue,
centotré... Che maraviglia? Ci sono gli angeli e Dio assegna
il numero a ciascuno.
Celestino Calandra (giovane e santo) sorrise bonariamente e
ci spiegò che quel centuno, non era, a dir proprio, un
numero progressivo; ma che si trattava invece di un angelo
particolare, per cui la gente del paese aveva una special
divozione, come quello che aveva in custodia cento anime del
purgatorio e le guidava ogni notte a sante imprese.
- Un angelo centurione? - fece il Terilli.
- Dunque... dunque, la Poponé? - domandai io, infastidito,
rivolto a donna Gesa.
Questa si sedette e prese a narrare:
«Si chiamava veramente Maragrazia Ajello. Di soprannome,
Poponé. Tutti gli Ajello, di padre in figlio, sono intesi
così, chi sa perché.
Buona come il pane, sempre con gli occhi a terra, poverina,
e con le labbra cucite. Il suo non era suo. S'era spogliata
di tutto per il figlio, e stava dove la mettevano, senza dar
fastidio neanche all'aria.
La nuora, invece, che si chiamava Maricchia, dispetti sopra
dispetti, dalla mattina alla sera. Facciaccia tosta, che non
arrossiva di nulla, linguacciuta e cimentosa poi!
Non c'è peggio delle donne cimentose.
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Non voleva portare la mantellina come tutte le
villane, perché diceva che il padre era della
maestranza: portava il manto di lana, a pizzo e
con la frangia, e voleva esser chiamata 'gnora e
non comare.
La Poponé, zitta, per amore del figliuolo che abbozzava
anche lui. Un po' bestialotto era. Se fosse stato figlio
mio! Basta.
Quante ne patì, povera creatura di Dio, la Poponé!
A sessant'anni - bisognava vederla - non un pelo bianco.
Pareva una madonnina di cera, linda linda, coi capelli
gremiti e fresca nelle carni più di una ragazza di
quindici. Vestiva, come tutte le poverette, di baracane;
ma ogni casacchina addosso a lei pareva di seta: tanto
bel portamento aveva, con un che di civile. Tutti le
davano passo appena la vedevano. Mi ricordo le mani, che
finezza! Parevano un velo di cipolla. E sì che avevano
faticato quelle mani!
Non c'era neanche da dire che la nuora si dispendiasse
per lei, che pure aveva ceduto in vita al figliuolo
tutto quanto possedeva: la casetta e una piccola chiusa,
sotto le Fornaci. Campava ancora sul suo, facendo novene
e recitando rosarii per conto dei divoti che venivano a
trovarla fino a casa da miglia e miglia lontano, e la
compensavano delle grazie che riusciva a impetrare dalle
anime sante del Purgatorio, con le quali durante la
notte era in comunione.
Se ne vedevano le prove ogni giorno.
Una volta - consta a me - una povera madre venne a
trovarla per un figliuolo ch'era in America e non le
scriveva più da tre mesi.
- Ritornate domani, - le disse la Poponé.
E il giorno appresso le annunciò che il figliuolo non le
aveva più scritto perché era in viaggio di ritorno, e
che già era arrivato a Genova e tra pochi giorni lo
avrebbe riabbracciato.
Così fu. Guardate: lo dico, e mi s'aggricciano ancora le
carni. Santa! santa! era proprio una santa la Poponé!
- Ma questo miracolo dell'Angelo Centuno? - le domandò
Sebastiano Terilli.
- Ecco, ci vengo adesso, - rispose donna Gesa. Per avere
un po' di requie dai continui dispetti della nuora, un
giorno la Poponé pensò di recarsi per qualche settimana
al vicino paese di Favara, dove aveva una sorella,
vedova come lei.
Ne chiese licenza al figliuolo e, avutala, andò da un
compare del vicinato, che si chiamava zi' Lisi, per
chiedergli in prestito una vecchia asinella che egli
aveva, un po' tignosa, ma tranquilla come una tartaruga.
Sapeva bene la Poponé che a lei, zi' Lisi, non l'avrebbe
negata, quantunque per quella sua asina avesse tanto
amore che non aveva più pace per tutto un giorno se essa
la mattina non beveva intero il suo solito bugliolo
d'acqua. Era un vecchio curioso, questo zi' Lisi. Tutti
sparlavano di lui, nel vicinato, per via di quella sua
asina. Ogni mattina, le reggeva con le mani davanti al
muso il bugliolo, invitandola col fischio a bere per una
o due ore, tante volte; e guaj se le vicine, infastidite
da quel fischio lamentoso, persistente, gli gridavano
che la smettesse!
Vedovo come la Poponé, da tanti anni le stava attorno
desideroso di mettersi con lei.
- Statevi zitto, santo cristiano! - gli dava sempre su
la voce la Poponé; e si faceva il segno della croce, ché
le pareva una tentazione del diavolo.
Quel giorno ella aspettò davanti al cortile
acciottolato, dove zi' Lisi aveva la casa e la stalla;
aspettò un bel pezzo che il vecchio finisse di
fischiare, tra gli sbuffi di tutte le vicine che la
spingevano ad entrare, dicendole: "Su, su, se entrate
voi, la smette!".
Alla fine il vecchio la smise, ed ella entrò nel
cortile.
L'asina? Ma subito! Anche per un mese l'avrebbe prestata
a lei, anche per un anno, e magari gliel'avrebbe donata,
e tutto le avrebbe donato, tutto quanto possedeva, se...
- Daccapo, vecchio stolido? statevi zitto! Mi bisogna
per una settimana. Debbo andare da mia sorella, alla
Favara.
Com'egli intese proferire quel nome di Favara, spiritò,
e cominciò a dire che mai e poi mai avrebbe consentito
ch'ella andasse sola a quel paese d'assassini, dove
ammazzare un uomo era come ammazzare una mosca. E le
raccontò che un favarese, una volta, per provare se la
carabina era ben parata, fattosi all'uscio di strada, la
aveva scaricata sul primo che aveva veduto passare; e
che un carrettiere di Favara, un'altra volta, dopo aver
fatto montare sul carretto un ragazzino di dodici anni
incontrato di notte lungo lo stradone, lo aveva ucciso
nel sonno, perché aveva inteso che gli sonavano in tasca
tre soldi; lo aveva sgozzato come un agnello, povero
piccino; s'era messi in tasca i tre soldi per
comperarsene tabacco; aveva buttato il cadaverino dietro
la siepe, e arrì! a passo a passo, cantando aveva
seguitato ad andare, sotto le stelle del cielo, sotto
gli occhi di Dio che lo guardavano. Ma l'animuccia del
povero ucciso aveva gridato vendetta, e Dio aveva
disposto che lui stesso, il carrettiere, arrivato
all'alba alla Favara, invece di recarsi alla carretterìa
del padrone, si fermasse davanti al posto di guardia e
coi tre soldi nella mano insanguinata si denunziasse da
sé, come se parlasse un altro per bocca sua.
- Vedete che può Dio? - gli disse allora la Poponé. - E
perciò io non ho paura!
Zi' Lisi insistette per accompagnarla; ma lei tenne
duro; gli disse che avrebbe preso in affitto l'asino da
qualche altro; e allora egli cedette e le promise che il
giorno appresso, all'alba, l'asinella sarebbe stata
davanti alla porta di lei, con la bardella e tutto.
Ora avvenne, che di notte zi' Lisi, col pensiero
dell’asina da approntare per l'alba, si svegliò. C'era
un gran chiaro di luna, e gli parve giorno. Saltò dal
letto, sellò l'asina in un amen e la condusse alla casa
della Poponé. Bussò alla porta e disse:
- L'asina è qua, gna' Poponé. L'ho legata all'anello. Il
Signore e la bella Madre vi accompagnino.
La Poponé, zitta zitta, per non svegliare la nuora, il
figliuolo e i nipotini, prese a vestirsi. Ma solita di
levarsi alla punta dell'alba, non si capacitava, col
silenzio che regnava tutt'intorno, che quella fosse
l'ora di partire.
- Sarà! - disse. - M'avrà gabbata il sonno.
E uscì col fagottello sotto la mantellina. S'accorse
subito, guardando il cielo, che quella non era alba, ma
chiaro di luna. Tutto il paesello dormiva tranquillo;
dormiva anche l'asinella in piedi, legata lì, all'anello
accanto alla porta.
- O Gesù mio, - disse la Poponé. - Che stolido, quello
zi' Lisi! Debbo mettermi in cammino, di notte? Mah! Sono
vecchia, c'è la luna; e non ho niente da perdere. Le
animucce sante del Purgatorio mi accompagneranno.
Montò su l'asinella, si fece il segno della croce e
s'incamminò.
Quando fu un buon tratto lontana dal paese, nello
stradone, tra le campagne sotto la luna, andando
lentamente su l'asinella, si mise a pensare a quel
ragazzino sgozzato e buttato lì, dietro la siepe
polverosa, povera creaturina di Dio; a tanti altri
ammazzamenti e male vendette pensò, che si raccontavano
della Favara, e intanto proseguiva con la mantellina in
capo tirata fin su gli occhi per impedirsi di guardare
le ombre paurose della campagna di qua e di là dello
stradone, ove la polvere era così alta, che non faceva
neanche sentire il rumore degli zoccoli dell'asinella.
Tutto quel silenzio e quel suo andare, e la luna e
quella via lunga e bianca le parevano un sogno.
- O Animucce sante del Purgatorio, - diceva tra sé, - a
voi mi raccomando!
E non smetteva un momento di pregare.
Ma, o fosse la lentezza del cammino, o la sua debolezza,
o che, o come, a un certo punto, forse la vinse il
sonno. La Poponé non lo seppe mai dire; ma il fatto è
che ai due lati dello stradone, a un certo punto,
svegliandosi, si trovò due lunghe file di soldati. In
testa, nel mezzo dello stradone, andava a cavallo il
capitano.
La Poponé, appena li vide, si sentì riconfortare, e
ringraziò Dio, che proprio in quella notte del suo
viaggio aveva disposto che quei militari dovessero
recarsi anch'essi alla Favara. Le faceva però una certa
meraviglia che tanti giovinotti di vent'anni non
dicessero nulla vedendo in mezzo a loro una vecchia come
lei, su un'asina vecchia più di lei, che non doveva fare
certamente una bella figura, per lo stradone a
quell'ora.
Perché così in silenzio, tutti quei soldati?
Non si sentivano nemmeno camminare e non sollevavano
neanche un po' di polvere. La Poponé ora li mirava
sbigottita, non sapendo che pensarne. Le parevano ombre,
sotto la luna; eppure erano veri, soldati veri, sì, col
loro capitano là, a cavallo. Ma perché così silenziosi ?
Il perché lo seppe, quando fu in vista del paese, sul
primo albeggiare. Il capitano a un certo punto fermò il
cavallo e aspettò ch'ella lo raggiungesse.
- Maragrazia Ajello, - le disse allora, - io sono
l'Angelo Centuno, di cui sei tanto divota, e queste che
ti hanno scortata fin qui sono anime del Purgatorio.
Appena arrivata, mettiti in regola con Dio, ché prima di
mezzogiorno tu morrai.
Disse e scomparve con la santa scorta.
Quando la sorella, alla Favara, si vide arrivare in casa
la Poponé, bianca, come di cera, e stralunata:
- Maragrà, che hai? - le gridò.
E lei con un filo di voce:
- Chiamami un confessore.
- Ti senti male?
- Devo farmi le cose di Dio. Prima di mezzogiorno
morirò.
E così fu, difatti. Prima di mezzogiorno morì. E tutto
il popolo di Favara scasò a vedere la santa che l'Angelo
Centuno e le anime del Purgatorio avevano scortata
quella notte fino alle porte del paese».
Donna Gesa tacque. Tacemmo, ammirati, io e il Gaglio e
Monsignore, suo padrone. Ma Sebastiano Terilli,
scrollandosi, esclamò:
- All'anima del miracolo! È questo il miracolo? E che
miracolo è questo? Ma scusate... Miracolo? Perché
miracolo? Ammettiamo tutto: ammettiamo che la poveretta
non sia morta veramente di paura, e che quella non sia
stata un'allucinazione spiegabilissima in una che
credeva di parlare ogni notte con le anime del
Purgatorio e con quest'Angelo Centuno; ammettiamo che
l'angelo le sia apparso per davvero e le abbia parlato.
Ebbene? Altro che miracolo! Questa è crudeltà feroce.
Annunziare imminente la morte a una poverina! Ma noi
tutti, scusate, noi tutti possiamo vivere solo a patto
che...
Celestino Calandra protese le mani per rispondergli, e
l'eterna discussione si riaccese più calorosa che mai.
Ma la fede, la fede! non si doveva tener conto della
fede, di cui si nutre e s'appaga la povera gente? Gli
uomini così detti intellettuali non vedono, non sanno
veder altro che la vita, e non pensano mai alla morte.
La scienza, le scoperte, la gloria, il dominio! E si
domandano come faccia a vivere senza tutte queste belle
e grandi cose la gente del popolo, quella che zappa la
terra e che appare loro condannata alle più dure e umili
fatiche; come faccia a vivere e perché viva; e la
stimano bruta, perché non pensano che una ben più grande
idealità, di fronte alla quale diventano vane e ridicole
miserie tutte le scoperte della scienza e il dominio del
mondo e la gloria delle arti, vive come certezza
irrefragabile in quelle povere anime e rende loro
desiderabile come un giusto premio la morte.
Chi sa quanto si sarebbe protratta quella discussione
sul miracolo dell'Angelo Centuno, se un altro miracolo,
e questo vero, autentico, indiscutibile, non la avesse a
un tratto troncata.
Stefano Traìna, col fucile da caccia in pugno, si
precipitò nella sala da pranzo tutto ansante, esultante,
col volto paonazzo, congestionato, sgraffiato,
affumicato.
Era riuscito finalmente a uccidere uno storno!
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