Novelle per un anno - 1925 - Dal naso al cielo
8. Il figlio cambiato
Avevo udito urlare durante tutta la notte, e a una cert'ora
fonda e perduta tra il sonno e la veglia non avrei più
saputo dire se quelle urla fossero di bestia o umane.
La mattina dopo venni a sapere dalle donne del vicinato
ch'erano state disperazioni levate da una madre (una certa
Sara Longo), a cui, mentre dormiva, avevano rubato il figlio
di tre mesi, lasciandogliene in cambio un altro.
- Rubato? E chi gliel'ha rubato?
- Le "Donne"!
- Le donne? Che donne?
Mi spiegarono che le "Donne" erano certi spiriti della
notte, streghe dell'aria.
Sbalordito e indignato, domandai:
- Ma come? E la madre ci crede davvero?
Quelle brave comari erano ancora cosi tutte accorate e
atterrite, che del mio sbalordimento e della mia
indignazione s'offesero. Mi gridarono in faccia, come se
volessero aggredirmi, che esse, alle urla, erano accorse
alla casa della Longo, mezz'ignude come si trovavano, e
avevano visto, visto coi loro occhi il bambino cambiato,
ancora là sul mattonato della stanza, ai piedi del letto.
Quello della Longo era bianco come il latte, biondo come
l'oro, un Gesù Bambino; e questo invece, nero, nero come il
fegato e brutto, più brutto d'uno scimmiotto. E avevano
saputo il fatto, com'era stato, dalla stessa madre, che se
ne strappava ancora i capelli: cioè, che aveva sentito come
un pianto nel sonno e s'era svegliata; aveva steso un
braccio sul letto in cerca del figlio e non l'aveva trovato;
s'era allora precipitata dal letto, e acceso il lume, aveva
veduto là per terra, invece del suo bambino, quel
mostriciattolo, che l'orrore e il ribrezzo le avevano
perfino impedito di toccare.
Notare ch'era ancora in fasce, il bambino della Longo. Ora,
un bambino in fasce, cadendo per inavvertenza della madre
nel sonno, poteva mai schizzar così lontano e coi piedini
verso la testata del letto, vale a dire al contrario di come
avrebbe dovuto trovarsi?
Era dunque chiaro che le "Donne" erano entrate in casa della
Longo, nella notte, e le avevano cambiato il figlio,
prendendosi il bambino bello e lasciandogliene uno brutto
per farle dispetto.
Uh, ne facevano tanti, di quei dispetti, alle povere mamme!
Levare i bambini dalle culle e andare a deporli su una sedia
in un'altra stanza; farli trovare dalla notte al giorno coi
piedini sbiechi o con gli occhi strabi!
- E guardi qua! guardi qua! - mi gridò una, acchiappando di
furia e facendo voltare il testoncino a una bimbetta che
teneva in braccio, per mostrarmi che aveva sulla nuca un
codino di capelli incatricchiati, che guaj a tagliarli o a
cercar di districarli: la creaturina ne sarebbe morta. - Che
le pare che sia? Treccina, treccina delle "Donne", appunto,
che si spassano così, di notte tempo, sulle testine delle
povere figlie di mamma!
Stimando inutile, di fronte a una prova così tangibile,
convincere quelle donne della loro superstizione,
m'impensierii della sorte di quel bambino che rischiava di
rimanerne vittima.
Nessun dubbio per me che doveva essergli sopravvenuto
qualche male, durante la notte; forse un insulto di paralisi
infantile.
Domandai che intendesse fare adesso, quella madre.
Mi risposero che l'avevano trattenuta a viva forza perché
voleva lasciar tutto, abbandonare la casa e buttarsi alla
ventura in cerca del figlio, come una pazza.
- E quella creaturina là?
- Non vuole né vederla, né sentirne parlare!
Una di loro, per tenerla in vita, le aveva dato a succhiare
un po' di pan bagnato, con lo zucchero, avvolto in una
pezzuola formata a modo di capezzolo. E mi assicurarono che,
per carità di Dio, vincendo lo sgomento e il raccapriccio,
avrebbero badato a lei, un po' l'una un po' l'altra. Cosa
che, in coscienza, almeno nei primi giorni, dalla madre non
si poteva pretendere.
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- Ma non vorrà mica lasciarla morir di fame?
Riflettevo tra me e me se non fosse opportuno richiamar
l'attenzione della questura su quello strano caso,
allorché, la sera stessa, venni a sapere che la Longo
s'era recata per consiglio da una certa Vanna Scoma, che
aveva fama d'essere in misteriosi commercii con quelle
"Donne". Si diceva che queste, nelle notti di vento,
venivano a chiamarla dai tetti delle case vicine, per
portarsela attorno con loro. Restava lì su una seggiola,
con le sue vesti e le sue scarpe, come un fantoccio
posato; e lo spirito se n'andava a volo, chi sa dove,
con quelle streghe. Potevano farne testimonianza tanti
che avevano appunto sentito chiamarla con voci lunghe e
lamentose: - Zia Vanna! Zia Vanna! - dal proprio tetto.
S'era dunque recata per consiglio da questa Vanna Scoma,
la quale in prima (e si capisce) non aveva voluto dirle
nulla; ma poi, pregata e ripregata a mani giunte, le
aveva lasciato intendere, parlando a mezz'aria, che
aveva "veduto" il bambino.
- Veduto? Dove?
Veduto. Non poteva dir dove. Ma stesse tranquilla perché
il bambino, dove stava, stava bene, a patto però che
anche lei trattasse bene la creaturina che le era
toccata in cambio; badasse anzi, che quanta più cura lei
avrebbe avuto qua per questo bambino, e tanto meglio di
là si sarebbe trovato il suo.
Mi sentii subito compreso d'uno stupore pieno
d'ammirazione per la sapienza di questa strega La quale,
perché fosse in tutto giusta, tanto aveva usato di
crudeltà quanto di carità, punendo della sua
superstizione quella madre col farle obbligo di vincere
per amore del figlio lontano la ripugnanza che sentiva
per quest'altro, il ribrezzo del seno da porgergli in
bocca per nutrirlo; e non levandole poi del tutto la
speranza di potere un giorno riavere il suo bambino, che
intanto altri occhi, se non più i suoi, seguitavano a
vedere, sano e bello com'era.
Che se poi, com'è certo, tutta questa sapienza, così
crudele insieme e caritatevole, non era adoperata da
quella strega perché fosse giusta, ma perché ci aveva il
suo tornaconto con le visite della Longo, una al giorno,
e per ognuna un tanto, sia che le dicesse d'aver veduto
il bambino, sia che le dicesse di no ( e più quando le
diceva di no); questo non toglie nulla alla sapienza di
lei; e d'altra parte io non ho detto che, per quanto
sapiente, quella strega non fosse una strega.
Le cose andarono così, finché il marito della Longo non
arrivò con la goletta da Tunisi.
Marinaio, oggi qua, domani là, poco ormai si curava
della moglie e del figlio. Trovando quella smagrita e
quasi insensata, e questo pelle e ossa, irriconoscibile;
saputo dalla moglie ch'erano stati ammalati tutt'e due,
non chiese altro.
Il guajo avvenne dopo la partenza di lui; ché la Longo
per maggior ristoro ammalò davvero. Altro castigo: una
nuova gravidanza.
E ora, in quello stato (le aveva così cattive,
specialmente nei primi mesi, le gravidanze) non poteva
più recarsi ogni giorno dalla Scoma, e doveva
contentarsi d'usar le cure che poteva a quel disgraziato
perché non ne mancassero là al suo figliuolo perduto. Si
torturava pensando che non sarebbe stata giustizia, dato
che nel cambio ci aveva scapitato lei, e il latte, prima
per il gran dolore le era diventato acqua, e ora,
incinta, non avrebbe potuto più darlo; non sarebbe stata
giustizia che il suo figliuolo fosse cresciuto male,
come pareva dovesse crescere questo. Sul colluccio
vizzo, il testoncino giallo, un po' su una spalla e un
po' su]l'altra; e cionco, forse, di tutt'e due le
gambine.
Intanto, da Tunisi, il marito le scrisse che, durante il
viaggio, i compagni gli avevano raccontato quella favola
delle «Donne», nota a tutti meno che a lui; sospettava
che la verità fosse un'altra, cioè che il figlio fosse
morto e che lei avesse preso dall'ospizio qualche
trovatello in sostituzione; e le imponeva d'andar subito
a riportarlo, perché non voleva in casa bastardi. La
Longo però, al ritorno, tanto lo pregò che ottenne, se
non pietà, sopportazione per quell'infelice. Lo
sopportava anche lei, e quanto, per non far danno
all'altro.
Fu peggio, quando alla fine il secondo bambino venne al
mondo; perché allora la Longo, naturalmente, cominciò a
pensar meno al primo e anche, per conseguenza, ad aver
meno cure di quel povero cencio di bimbo che, si sa, non
era il suo.
Non lo maltrattava, no. Ogni mattina lo vestiva e lo
metteva a sedere davanti alla porta, sulla strada, nel
seggiolino a dondolo di tela cerata, con qualche tozzo
di pane o qualche meluccia nel cassettino del riparo
davanti.
E il povero innocente se ne stava lì, con le gambine
cionche, il testoncino ciondolante dai capelli terrosi,
perché spesso gli altri ragazzi della strada gli
buttavano per chiasso la rena in faccia, e lui si
riparava col braccino e non fiatava nemmeno. Era assai
che riuscisse a tener ritte le palpebre sugli occhietti
dolenti. Sudicio, se lo mangiavano le mosche.
Le vicine lo chiamavano il figlio delle «Donne». Se
talvolta qualche bambino gli s'accostava per rivolgergli
una domanda! egli lo guardava e non sapeva rispondere.
orse non capiva. Rispondeva col sorriso triste e come
lontano dei bimbi malati, e quel sorriso gli segnava le
rughe agli angoli degli occhi e della bocca.
La Longo si faceva alla porta col neonato in braccio,
roseo e paffuto (come l'altro) e volgeva uno sguardo
pietoso a quel disgraziato, che non si sapeva che cosa
ci stesse più a far lì; poi sospirava:
- Che croce!
Sì, le spuntava ancora, di tanto in tanto, qualche
lagrima, pensando a quell'altro, di cui ora Vanna Scoma,
non più richiesta, veniva a darle notizie, per
scroccarle qualcosa: notizie liete: che il suo figliuolo
cresceva bello e sano, e che era felice.
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