Novelle per un anno - 1925 - Dal naso al cielo
7. Male di luna
Batà sedeva tutto aggruppato su un fascio di paglia, in
mezzo all'aja.
Sidora, sua moglie, di tratto in tratto si voltava a
guardarlo, in pensiero, dalla soglia su cui stava a sedere,
col capo appoggiato allo stipite della porta, e gli occhi
socchiusi. Poi, oppressa dalla gran calura, tornava ad
allungare lo sguardo alla striscia azzurra di mare lontano,
come in attesa che un soffio d'aria, essendo ormai prossimo
il tramonto, si levasse di là e trascorresse lieve fino a
lei, a traverso le terre nude, irte di stoppie bruciate.
Tanta era la calura, che su la paglia rimasta su l'aja dopo
la trebbiatura, l'aria si vedeva tremolare com'alito di
bragia.
Batà aveva tratto un filo dal fascio su cui stava seduto, e
tentava di batterlo con mano svogliata su gli scarponi
ferrati. Il gesto era vano. Il filo di paglia, appena mosso,
si piegava. E Batà restava cupo e assorto, a guardare in
terra.
Era nel fulgore tetro e immoto dell'aria torrida
un'oppressione così soffocante che quel gesto vano del
marito, ostinatamente ripetuto, dava a Sidora una smania
insopportabile. In verità, ogni atto di quell'uomo, e anche
la sola vista le davano quella smania, ogni volta a stento
repressa.
Sposata a lui da appena venti giorni, Sidora si sentiva già
disfatta, distrutta. Avvertiva dentro e intorno a sé una
vacuità strana, pesante e atroce. E quasi non le pareva
vero, che da sì poco tempo era stata condotta lì, in quella
vecchia roba isolata, stalla e casa insieme, in mezzo
al deserto di quelle stoppie, senz'un albero intorno, senza
un filo d'ombra.
Lì, soffocando a stento il pianto e il ribrezzo, da venti
giorni appena aveva fatto abbandono del proprio corpo a
quell'uomo taciturno, che aveva circa vent'anni di più di
lei e su cui pareva gravasse ora una tristezza più disperata
della sua.
Ricordava ciò che le donne del vicinato avevano detto alla
madre, quando questa aveva loro annunziato la richiesta di
matrimonio.
- Batà! Oh Dio, io per me non lo darei a una mia figliuola.
La madre aveva creduto lo dicessero per invidia, perché Batà
per la sua condizione era agiato. E tanto più s'era ostinata
a darglielo, quanto più quelle con aria afflitta s'erano
mostrate restie a partecipare alla sua soddisfazione per la
buona ventura che toccava alla figlia. No, in coscienza non
si diceva nulla di male di Batà, ma neanche nulla di bene.
Buttato sempre là, in quel suo pezzo di terra lontano, non
si sapeva come vivesse; stava sempre solo, come una bestia
in compagnia delle sue bestie, due mule, un'asina e il cane
di guardia; e certo aveva un'aria strana, truce e a volte da
insensato.
C'era stata veramente un'altra ragione e forse più forte,
per cui la madre s'era ostinata a darle quell'uomo. Sidora
ricordava anche quest'altra ragione che in quel momento le
appariva lontana lontana, come d'un'altra vita, ma pure
spiccata, precisa. Vedeva due fresche labbra argute e
vermiglie come due foglie di garofano aprirsi a un sorriso
che le faceva fremere e frizzare tutto il sangue nelle vene.
Erano le labbra di Saro, suo cugino, che nell'amore di lei
non aveva saputo trovar la forza di rinsavire, di liberarsi
dalla compagnia dei tristi amici, per togliere alla madre
ogni pretesto d'opporsi alle loro nozze.
Ah, certo, Saro sarebbe stato un pessimo marito; ma che
marito era questo, adesso? Gli affanni, che senza dubbio le
avrebbe dati quell'altro, non eran forse da preferire
all'angoscia, al ribrezzo, alla paura, che le incuteva
questo?
Batà, alla fine, si sgruppò; ma appena levato in piedi,
quasi colto da vertigine, fece un mezzo giro su se stesso;
le gambe, come impastojate, gli si piegarono; si sostenne a
stento, con le braccia per aria. Un mugolo quasi di rabbia
gli partì dalla gola.
Sidora accorse atterrita; ma egli l'arrestò con un cenno
delle braccia. Un fiotto gli saliva, inesauribile,
gl'impediva di parlare. Arrangolando, se lo ricacciava
dentro; lottava contro i singulti, con un gorgoglio orribile
nella strozza. E aveva la faccia sbiancata, torbida, terrea;
gli occhi foschi e velati, in cui dietro la follia si
scorgeva una paura quasi infantile, ancora cosciente,
infinita. Con le mani seguitava a farle cenno di attendere e
di non spaventarsi e di tenersi discosta. Alla fine, con
voce che non era più la sua, disse:
- Dentro... chiuditi dentro... bene... Non ti spaventare...
Se batto, se scuoto la porta e la graffio e grido... non ti
spaventare... non aprire... Niente... va'! va'!
- Ma che avete? - gli gridò Sidora, raccapricciata.
Batà mugolò di nuovo, si scrollò tutto per un possente
sussulto convulsivo, che parve gli moltiplicasse le membra;
poi, col guizzo d'un braccio indicò il cielo, e urlò:
- La luna!
Sidora, nel voltarsi per correre alla roba, difatti
intravide nello spavento la luna in quintadecima, affocata,
violacea, enorme, appena sorta dalle livide alture della
Crocca.
Asserragliata dentro, tenendosi stretta come a impedire che
le membra le si staccassero dal tremore continuo, crescente,
invincibile, mugolando anche lei, forsennata dal terrore,
udì poco dopo gli ululi lunghi, ferini, del marito che si
scontorceva fuori, là davanti la porta, in preda al male
orrendo che gli veniva dalla luna, e contro la porta batteva
il capo, i piedi, i ginocchi, le mani, e la graffiava, come
se le unghie gli fossero diventate artigli, e sbuffava,
quasi nell'esasperazione d'una bestiale fatica rabbiosa,
quasi volesse sconficcarla, schiantarla, quella porta, e ora
latrava, latrava, come se avesse un cane in corpo, e daccapo
tornava a graffiare, sbruffando, ululando, e a battervi il
capo, i ginocchi.
- Ajuto! ajuto! - gridava lei, pur sapendo che nessuno in
quel deserto avrebbe udito le sue grida - Ajuto! ajuto! - e
reggeva la porta con le braccia, per paura che da un momento
all'altro, non ostante i molti puntelli, cedesse alla
violenza iterata, feroce, accanita, di quella cieca furia
urlante.
Ah, se avesse potuto ucciderlo! Perduta, si voltò, quasi a
cercare un'arma nella stanza Ma a traverso la grata d'una
finestra, in alto, nella parete di faccia, di nuovo scorse
la luna, ora limpida, che saliva nel cielo, tutto inondato
di placido albore. A quella vista, come assalita
d'improvviso dal contagio del male, cacciò un gran grido e
cadde riversa, priva di sensi.
Quando si riebbe, in prima, nello stordimento, non comprese
perché fosse così buttata a terra. I puntelli alla porta le
richiamarono la memoria e subito s'atterrì del silenzio che
ora regnava là fuori. Sorse in piedi; s'accostò vacillante
alla porta, e tese l'orecchio.
Nulla, più nulla.
Stette a lungo in ascolto, oppressa ora di sgomento per
quell'enorme silenzio misterioso, di tutto il mondo. E alla
fine le parve d'udire da presso un sospiro, un gran sospiro,
come esalato da un'angoscia mortale.
Subito corse alla cassa sotto il letto; la trasse avanti;
l'aprì; ne cavò la mantellina di panno; ritornò alla porta;
tese di nuovo a lungo l'orecchio, poi levò a uno a uno in
fretta, silenziosamente, i puntelli, silenziosamente levò il
paletto, la stanga; schiuse appena un battente, guatò
attraverso lo spiraglio per terra.
Batà era lì. Giaceva come una bestia morta, bocconi, tra la
bava, nero, tumefatto, le braccia aperte. Il suo cane,
acculato lì presso, gli faceva la guardia, sotto la luna.
Sidora venne fuori rattenendo il fiato; riaccostò pian piano
la porta, fece al cane un cenno rabbioso di non muoversi di
lì, e cauta, a passi di lupo, con la mantellina sotto il
braccio, prese la fuga per la campagna, verso il paese,
nella notte ancora alta, tutta soffusa dal chiarore della
luna.
Arrivò al paese, in casa della madre, poco prima dell'alba.
La madre s'era alzata da poco. La catapecchia, buja come un
antro, in fondo a un vicolo angusto, era stenebrata appena
da una lumierina a olio. Sidora parve la ingombrasse tutta,
precipitandosi dentro, scompigliata, affannosa.
Nel veder la figliuola a quell'ora, in quello stato, la
madre levò le grida e fece accorrere con le lumierine a olio
in mano tutte le donne del vicinato.
Sidora si mise a piangere forte e, piangendo, si strappava i
capelli, fingeva di non poter parlare per far meglio
comprendere e misurare alla madre, alle vicine, l'enormità
del caso che le era occorso, della paura che s'era presa.
- Il male di luna! il male di luna!
Il terrore superstizioso di quel male oscuro invase tutte le
donne, al racconto di Sidora.
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Ah, povera figliuola! Lo avevano detto esse alla
madre, che quell'uomo non era naturale, che
quell'uomo doveva nascondere in sé qualche grossa
magagna; che nessuna di loro lo avrebbe dato alla
propria figliuola. Latrava eh? ululava come un lupo?
graffiava la porta? Gesù, che spavento! E come non
era morta, povera figliuola?
La madre, accasciata su la seggiola, finita, con le
braccia e il capo ciondoloni, nicchiava in un canto:
- Ah figlia mia! ah figlia mia! ah povera figliuccia
mia rovinata!
Sul tramonto, si presentò nel vicolo, tirandosi
dietro per la cavezza le due mule bardate, Batà,
ancora gonfio e livido, avvilito, abbattuto,
imbalordito.
Allo scalpiccio delle mule sui ciottoli di quel
vicolo che il sole d'agosto infocava come un forno,
e che accecava per gli sbarbagli della calce, tutte
le donne, con gesti e gridi soffocati di spavento,
si ritrassero con le seggiole in fretta nelle loro
casupole, e sporsero il capo dall'uscio a spiare e
ad ammiccarsi tra loro.
La madre di Sidora sulla soglia si parò, fiera e
tutta tremante di rabbia, e cominciò a gridare:
- Andate via, malo cristiano! Avete il coraggio di
ricomparirmi davanti? Via di qua! via di qua!
Assassino traditore, via di qua! Mi avete rovinato
una figlia! Via di qua!
E seguitò per un pezzo a sbraitare così, mentre
Sidora, rincantucciata dentro, piangeva, scongiurava
la madre di difenderla, di non dargli passo.
Batà ascoltò a capo chino minacce e vituperii. Gli
toccavano: era in colpa; aveva nascosto il suo male.
Lo aveva nascosto, perché nessuna donna se lo
sarebbe preso, se egli lo avesse confessato avanti.
Era giusto che ora della sua colpa pagasse la pena.
Teneva gli occhi chiusi e scrollava amaramente il
capo, senza muoversi d'un passo. Allora la suocera
gli batté la porta in faccia e ci mise dietro la
stanga. Batà rimase ancora un pezzo, a capo chino,
davanti a quella porta chiusa, poi si voltò e scorse
su gli usci delle altre casupole tanti occhi
smarriti e sgomenti, che lo spiavano.
Videro quegli occhi le lagrime sul volto dell'uomo
avvilito, e allora lo sgomento si cangiò in pietà.
Una prima comare più coraggiosa gli porse una sedia;
le altre, a due, a tre, vennero fuori, e gli si
fecero attorno. E Batà, dopo aver ringraziato con
muti cenni del capo, prese adagio adagio a narrar
loro la sua sciagura: che la madre da giovane,
andata a spighe, dormendo su un'aja al sereno, lo
aveva tenuto bambino tutta la notte esposto alla
luna; e tutta quella notte, lui povero innocente,
con la pancina all'aria, mentre gli occhi gli
vagellavano, ci aveva giocato, con la bella luna,
dimenando le gambette, i braccini. E la luna lo
aveva «incantato». L'incanto però gli aveva dormito
dentro per anni e anni, e solo da poco tempo gli
s'era risvegliato. Ogni volta che la luna era in
quintadecima, il male lo riprendeva. Ma era un male
soltanto per lui; bastava che gli altri se ne
guardassero: e se ne potevano guardar bene, perché
era a periodo fisso ed egli se lo sentiva venire e
lo preavvisava; durava una notte sola, e poi basta.
Aveva sperato che la moglie fosse più coraggiosa;
ma, poiché non era, si poteva far così, che, o lei,
a ogni fatta di luna, se ne venisse al paese, dalla
madre; o questa andasse giù alla roba, a tenerle
compagnia.
- Chi? mia madre? - saltò a gridare a questo punto,
avvampata d'ira, con occhi feroci, Sidora,
spalancando la porta, dietro alla quale se ne era
stata a origliare. Voi siete pazzo! Volete far
morire di paura anche mia madre?
Questa allora venne fuori anche lei, scostando con
un gomito la figlia e imponendole di star zitta e
quieta in casa. Si accostò al crocchio delle donne,
ora divenute tutte pietose, e si mise a confabular
con esse, poi con Batà da sola a solo.
Sidora dalla soglia, stizzita e costernata, seguiva
i gesti della madre e del marito; e come le parve
che questi facesse con molto calore qualche promessa
che la madre accoglieva con evidente piacere, si
mise a strillare:
- Gnornò! Scordatevelo! State ad accordarvi tra voi?
inutile! è inutile! Debbo dirlo io!
Le donne del vicinato le fecero cenni pressanti di
star zitta, d'aspettare che il colloquio terminasse.
Alla fine Batà salutò la suocera, le lasciò in
consegna una delle due mule, e, ringraziate le buone
vicine, tirandosi dietro l'altra mula per la
cavezza, se ne andò.
- Sta' zitta, sciocca! - disse subito, piano, la
madre a Sidora, rincasando. - Quando farà la luna,
verrò giù io, con Saro...
- Con Saro? L'ha detto lui?
- Gliel'ho detto io, sta' zitta! Con Saro.
E, abbassando gli occhi per nascondere il sorriso,
finse d'asciugarsi la bocca sdentata con una cocca
del fazzoletto che teneva in capo, annodato sotto il
mento, e aggiunse:
- Abbiamo forse, di uomini, altri che lui nel nostro
parentado? È l'unico che ci possa dare ajuto e
conforto. Sta' zitta!
Così la mattina appresso, all'alba, Sidora ripartì
per
la campagna su quell'altra mula lasciata dal marito.
Non pensò ad altro più, per tutti i ventinove giorni
che corsero fino alla nuova quintadecima. Vide
quella luna d'agosto a mano a mano scemare e sorgere
sempre più tardi, e col desiderio avrebbe voluto
affrettarne le fasi declinanti; poi per alcune sere
non la vide più; la rivide infine tenera, esile nel
cielo ancora crepuscolare, e a mano a mano, di nuovo
crescere sempre più.
- Non temere, - le diceva, triste, Batà, vedendola
con gli occhi sempre fissi alla luna. - C'è tempo
ancora, c'è tempo! Il guajo sarà, quando non avrà
più le corna...
Sidora, a quelle parole accompagnate da un ambiguo
sorriso, si sentiva gelare e lo guardava sbigottita.
Giunse alla fine la sera tanto sospirata e insieme
tanto temuta. La madre arrivò a cavallo col nipote
Saro due ore prima che sorgesse la luna.
Batà se ne stava come l'altra volta aggruppato tutto
sull'aja, e non levò neppure il capo a salutare.
Sidora, che fremeva tutta, fece segno al cugino e
alla madre di non dirgli nulla e li condusse dentro
la roba. La madre andò subito a ficcare il naso in
un bugigattolino bujo, ov'erano ammucchiati vecchi
arnesi da lavoro, zappe, falci, bardelle, ceste,
bisacce, accanto alla stanza grande che dava ricetto
anche alle bestie.
- Tu sei uomo, - disse a Saro, - e tu sai già com'è,
- disse alla figlia; - io sono vecchia, ho paura più
di tutti, e me ne starò rintanata qua, zitta zitta e
sola sola. Mi chiudo bene, e lui faccia pure il lupo
fuori.
Riuscirono tutti e tre all'aperto, e si trattennero
un lungo pezzo a conversare davanti alla roba.
Sidora, a mano a mano che l'ombra inchinava su la
campagna, lanciava sguardi vieppiù ardenti e aizzosi.
Ma Saro, pur così vivace di solito, brioso e
buontempone, si sentiva all'incontro a mano a mano
smorire, rassegare il riso su le labbra, inaridir la
lingua. Come se sul murello, su cui stava seduto, ci
fossero spine, si dimenava di continuo e inghiottiva
con stento. E di tratto in tratto allungava di
traverso uno sguardo a quell'uomo lì in attesa
dell'assalto del male; allungava anche il collo per
vedere se dietro le alture della Crocca non
spuntasse la faccia spaventosa della luna.
- Ancora niente, - diceva alle due donne.
Sidora gli rispondeva con un gesto vivace di
noncuranza e seguitava, ridendo, ad aizzarlo con gli
occhi.
Di quegli occhi, ormai quasi impudenti, Saro
cominciò a provare orrore e terrore, più che di
quell'uomo là aggruppato, in attesa.
E fu il primo a spiccare un salto da montone dentro
la roba, appena Batà cacciò il mugolo annunziatore e
con la mano accennò ai tre di chiudersi subito
dentro. Ah con qual furia si diede a metter puntelli
e puntelli e puntelli, mentre la vecchia si
rintanava mogia mogia nello sgabuzzino, e Sidora,
irritata, delusa, gli ripeteva, con tono ironico:
- Ma piano, piano... non ti far male... Vedrai che
non è niente.
Non era niente? Ah, non era niente? Coi capelli
drizzati su la fronte, ai primi ululi del marito,
alle prime testate, alle prime pedate alla porta, ai
primi sbruffi e graffii, Saro, tutto bagnato di
sudor freddo, con la schiena aperta dai brividi, gli
occhi sbarrati, tremava a verga a verga. Non era
niente? Signore Iddio! Signore Iddio! Ma come? Era
pazza quella donna là? Mentre il marito, fuori,
faceva alla porta quella tempesta, eccola qua,
rideva, seduta sul letto, dimenava le gambe, gli
tendeva le braccia, lo chiamava:
- Saro! Saro!
Ah si? Irato, sdegnato, Saro d'un balzo saltò nel
bugigattolo della vecchia, la ghermì per un braccio,
la trasse fuori, la buttò a sedere sul letto accanto
alla figlia.
- Qua, - urlò. - Quest'è matta!
E nel ritrarsi verso la porta, scorse anch'egli
dalla grata della finestrella alta, nella parete di
faccia, la luna che, se di là dava tanto male al
marito, di qua pareva ridesse, beata e dispettosa,
della mancata vendetta della moglie.
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