Novelle per un anno - 1925 - Dal naso al cielo
6. Benedizione
Io non so com'è la gente! - soleva ripetere don Marchino per
lo meno una ventina di volte al giorno, insaccandosi nelle
spalle e aprendo le mani a ventaglio davanti al petto, con
gli angoli della bocca contratti in giù: - Io non so com'è
la gente!
Perché la gente in tanti e tanti casi non si regolava
com'egli si sarebbe regolato; o anche perché la gente
spessissimo trovava da ridire su tutto ciò che faceva lui e
che a lui pareva ben fatto.
Ma, santo cielo, per qual mai ragione fin da principio lo
avevano veduto così male a Stravignano, i suoi parrocchiani?
Non gli perdonavano d'aver ridotto a podere (col beneplacito
dei superiori, s'intende!) il querceto che prima sorgeva
dietro la chiesetta a valle e prendeva tutto il beneficio
della cura. Eh, quel benedetto podere ancora non lo
mandavano giù, e neanche il quartierino di quattro stanze
che aveva fatto fabbricare coi denari ricavati dalla vendita
degli alberi, attaccato alla chiesetta, come di là era
attaccata la casuccia a terreno per sé e per la sorella
Marianna. Ma con parte di quei denari non s'era fors'anche
riattata la chiesetta? E che male c'era, se ogni anno
d'estate affittava quel quartierino a qualche famiglia che
veniva a villeggiare a Stravignano?
Gli stravignanesi volevano per forza più povero di Santo
Giobbe il loro curato. E il bello era questo: che, da un
canto, egli doveva essere il servitore di tutti; ma guai,
dall'altro, se lo vedevano con la zappa in mano o badare
alle bestie. Perché non si sporcasse la zimarra, eh? perché
non gli s'incallissero le mani che dovevano toccar l'Ostia
Consacrata? Ma la coscienza, la coscienza non doveva essere
sporca o incallita; non le mani!
Don Marchino, aveva ragione, ma, se pur si vedeva, non
s'accorgeva più che, tanto lui quanto la sorella Marianna,
avevano le gambe a modo delle papere, su le quali, andando,
si dimenavano proprio come due papere: tutt'e due della
stessa statura, grassottelli e senza collo. Don Marchino non
si sentiva parlare, o seppur si sentiva, non aveva
l'impressione che la sua voce, oppressa dal naso sempre
intasato, fosse miagolante. Ora l'antipatia che i suoi
parrocchiani avevano per lui dipendeva anche, e non per
poco, da queste cose, di cui egli non si poteva render
conto: la figura, la voce e anche il suo particolar modo di
parlare.
Per esempio, gli andavano a chiedere in prestito la somara,
in un caso d'urgenza, come sarebbe di andare a chiamare a un
bisogno di notte il medico a Nocera? Don Marchino rispondeva
invariabilmente:
- Non ti ci fa arrivare. Ti accadrà di romperti due o tre
volte il collo, bello mio; mi contento di tre e non di più.
Parlava così, ripetendo spesso di queste frasucce argute,
che aveva sentito dire chi sa quando e da chi; ma le
ripeteva ormai come se fossero un modo di dire naturale,
senz'alcuna intenzione di arguzia. Quella somara poi era
viziosa davvero: così viziosa che, a prestarla, don Marchino
credeva in coscienza di non potersi arrischiare a cuor
leggero. Se tante volte, santo cielo, essa non permetteva
neanche a lui di far montare qualcuno sul biroccio! E per
non farsi mordere o calciare, quando doveva sellarla o
attaccarla, gli toccava usarle le maniere più garbate e
dirle tante dolci paroline e ammonirla paternamente d'aver
pazienza e rassegnazione, poiché Dio aveva voluto farla
nascere somara.
Ma sfido! - dicevano a Stravignano. Quella somara, a cui
attendeva quasi sempre don Marchino; le galline e i tre
majali, a cui attendeva sempre la sorella Marianna; le due
vacche, a cui attendeva Rosa, la serva scalza; nel vedere in
mezzo a loro quel padrone lì, e la sorella, come due papere,
dovevano sentire per forza una certa affinità bestiale con
essi, per cui si pigliavano confidenze che, certamente, con
altri padroni non si sarebbero permesse. E ridevano tutti
del poco rispetto che quelle bestie maleducate portavano al
loro curato e alla sorella; dei dispetti, forse amorosi, che
i tre grossi majali cretacei facevano alla Marianna; della
disperazione di questa nell'andar cercando ogni mattina le
uova, che le galline apposta le nascondevano, scappando a
fetare di qua e di là. Tutte con le calze al piede, quelle
galline, perché, non si scambiassero!
- E i porchettoni perché no, sora Marianna, con un bel
fiocchetto celeste alla coda?
Ma guardate se queste eran cose da dire alla povera sorella
d'un povero curato, che non dava fastidio neanche all'aria!
Mah.. E don Marchino s'insaccava nelle spalle, apriva a
ventaglio davanti al petto le mani, e, contraendo gli angoli
della bocca, ripeteva:
- Io non so com'è la gente...
Ebbe più che mai ragione di ripetere questa sua abituale
esclamazione, il giorno che scese a Nocera per il mercato
del bestiame.
Non aveva né da comperare né da vendere; andava soltanto per
vedere e sentire; gli scadeva quell'anno il contratto coi
coloni della cura, di cui era scontento; aveva già dato voce
che per l'anno nuovo si sarebbe messo con altri; ora il
tempo era venuto; e là alla fiera, tra la gente di campagna
accorsa da tutti i dintorni, voleva sapere chi comperava e
chi vendeva, e i discorsi che si facevano su questo e su
quello
Proprio coloro che in chiesa non si vedevano mai, oh,
neppure per le feste principali, lo accusarono quel giorno
d'aver lasciato la cura per andare braccando alla fiera fino
alla calata del sole. Ma questo fu niente. Quand'era già
montato sul biroccino per ritornarsene a Stravignano, con
tutto quel ventaccio che s'era levato all'improvviso, gli si
fece incontro una certa Nunziata, con un ragazzo di circa
otto anni sulle braccia e una capretta dietro, gridando che
le desse ajuto per amor di Dio.
Da ragazzina, tanti e tanti anni fa, questa Nunziata aveva
prestato servizio alla cura: sotto gli occhi di don Marchino
s'era fatta la più bella giovine di Stravignano, e don
Marchino avrebbe voluto darla in moglie al figliuolo del suo
vecchio colono d'allora, buon ragazzone che se n'era
innamorato. Ma tutt'a un tratto, senza volerne dire la
ragione, ella aveva voltato le spalle a questo giovine e si
era sposata con uno del prossimo villaggio di Sorìfa. Erano
ormai passati nove anni: don Marchino aveva già mutato
quattro coloni, stava per mutare il quinto, e di Nunziata,
uscita dalla sua parrocchia, non s'era più dato pensiero. A
Stravignano dapprima avevano detto ch'ella a Sorìfa stava
bene, che il marito era un buon lavoratore; poi avevano
cominciato a dire che stava male, perché al marito era
venuta una brutta malattia alle reni per via d'un ramo che
gli s'era sciancato sotto mentre lo potava. Pareva che il
male gli avesse covato dentro e poi dato fuori in tanto
gonfiore alle gambe, per cui il medico gli aveva proibito di
lavorare e consigliato di starsene a letto ben guardato e di
nutrirsi di solo latte. Bei consigli da dare a uno che
campava con le sue braccia!
Stentò a riconoscerla, don Marchino, lì a Nocera, come una
mendica, coi piedi scalzi e quella vesterella che faceva più
compassione, perché voleva parer nuova. Ma la somara, tra il
vento furioso, tra il rimescolio della gente e delle bestie
che s'affrettavano al ritorno sotto la minaccia di una
grossa burrasca, s'era più che mai stizzita e non voleva più
stare alle mosse; sicché appena Nunziata chiese per carità
che don Marchino si togliesse sul biroccio fino a
Stravignano quel ragazzo che non le si reggeva più in piedi,
malato anch'esso, peggio del padre, che poi ella più tardi,
passando per lo stradone per ritornare a Sorìfa se lo
sarebbe ripreso; don Marchino, che faceva sforzi erculei per
trattener la somara, provò un dispetto feroce, e sgranando
tanto d'occhi, le gridò:
- Ma ti pare, figliuola mia!
Gli crebbe il dispetto, quando alcuni curiosi, che s'eran
fermati a guardare, pensarono bene di tener ferma e quieta
la somara, perché egli avesse agio d'ascoltare quel che
voleva da lui quella povera donna così avvilita; e poi,
ostinandosi egli nel rifiuto con la scusa delle smanie
stizzose della somara, gli gridarono che se ne doveva
vergognare, perdio, un sacerdote! La somara? ma che somara!
Là, due belle frustate! due buone strappate di briglia!
Quella poveretta... quel povero piccino... ma lo guardasse,
giallo come la cera! e quella capra... oh, Dio, che aveva?
le si potevano contar le ossa... Ah, da Sorìfa? se l'era
portata giù da Sorìfa a piedi, per cercare di venderla?
quanto? nove scudi? ah, nove scudi l'aveva comperata!...
adesso, neanche mezzo scudo...
Non era proprio il caso per don Marchino di esclamare: « Io
non so com'è la gente »?
Che obbligo poteva aver lui, se quella donna da tant'anni
non era più della sua parrocchia? Per carità? Così di
prepotenza? Ma no, no e poi no! Perché era anche contro ogni
ragione. Che carità! La prima carità avrebbe dovuta averla
lei, madre, per il suo piccino, a non portarselo così malato
per tanta via; e sarebbe stata carità facile. Nossignore!
Costringere a una carità difficile chi non ne aveva nessun
obbligo! Difficile, sicuro, difficile per tante ragioni! Un
carico di quella fatta, un ragazzo malato, che non si
reggeva ritto, con una somara... ma sì! ma sì! lo doveva dir
lui, che la conosceva bene! con una somara che non voleva
saper d'altri carichi e specialmente in salita e con tutto
quel vento. No, no, via! via! largo... largo...
E, minacciando con la frusta, don Marchino prese la corsa
seguìto da urli, fischi, e altri rumori sguajati.
Il vento lo investì alle spalle, e parve lo volesse
sollevare dall'erto stradone con tutta la somara e il
biroccino, come sollevava la polvere e le foglie morte.
Quando, a sera chiusa, scese dal biroccino davanti alla
chiesetta attaccata alla cura, là, a uno svolto dello
stradone, si sentì il braccio intormentito dallo sforzo di
reggersi in capo il nicchio buono, felpato, che se ne voleva
scappar via con quel ventaccio maledetto, il quale urlava
così forte, e così forte faceva stormir gli alberi, qua, del
viale, e là del poggio incontro alla chiesetta, che la
Marianna ecco, non aveva sentito il bubbolo della somara e
non era accorsa come le altre volte a dargli subito una
mano. Bisognò che la chiamasse, picchiando anche col manico
della frusta alla porta, col rischio - e come no? - di
sciupar frusta e porta.
Marianna, al picchio, venne fuori col lume. Brava, oca! Il
vento glielo spense subito e... uh, le sottane! ma, Dio
benedetto, che testa! e il lume? tutte le sottane rivoltate
in faccia, mamma mia, col lume in mano per fare una
vampata... Via, dentro! via dentro! e don Marchino,
arrabbiatissimo, si mise da solo a staccar la somara,
borbottando anche per la sorella:
- Io non so com'è la gente...
Condotta Nina alla stalla, ch'era scavata nel poggio
incontro alla chiesetta, e tirato il biroccio, prima di
entrar nella cura disse alla sorella che sarebbe stato
opportuno metter fuori le conche e le botticine, perché
quella notte senza dubbio sarebbe piovuto, abbattendo il
vento. A Nocera aveva sentito brontolar il tuono.
- È ancora alla lontana, ma si viene accostando. E ci darà
dentro per davvero questa notte.
A cena, poco dopo, ingollando svogliato quella bioscia che
Rosa gli aveva apparecchiata, narrò a Marianna il caso che
gli era occorso a Nocera, della bella sfacciataggine di
quella Nunziata e della prepotenza che gli volevano fare. Ma
poi, confortato dal buon vinetto della vigna, che per un
pezzo dopo cena si gusteggiava a sorsellini, non ci pensò
più. Si mise a parlare di quel che aveva veduto e sentito
alla fiera, e intanto guardava in giro, satollo e pago,
quella sua comoda e tepida saletta da pranzo, e fumava la
pipa, mentre Marianna medicava i piedi di Rosa, per carità,
sì, ma anche perché essa la mattina dopo, alla punta
dell'alba, non vi trovasse una scusa per non condurre al
pascolo le vacche.
Il vento, fuori, seguitava a urlare più che mai minaccioso.
Il vento? Ma no. Era proprio qualcuno che picchiava alla
porta.
- A quest'ora? - disse don Marchino, guardando costernato la
sorella e la serva.
Questa andò a vedere, e fratello e sorella tesero gli
orecchi. Stettero un pezzo così, sospesi. Si udiva di là
parlare; ma né l'uno né l'altra riuscivano a indovinar chi
fosse.
A un tratto, nel vento, un lungo e tremulo belato lamentoso.
Don Marchino diede un pugno su la tavola, scrollandosi tutto
rabbiosamente.
- È lei! Ancora! - disse. - Ma che vuole da me costei? Che
posso farle io?
E a Rosa, che rientrava in quel momento, domandò:
- Alloggio? la somara? che vuole?
Rosa negò col capo:
- Dice se lei volesse avere la bontà di farle una
benedizione.
Don Marchino cascò dalle nuvole.
- Una benedizione? a chi? a lei? T'ha detto una benedizione?
Che benedizione? Va', falla entrare! ma sola! È capace di
trascinarmi qua dentro la capra e il figliuolo... Una
benedizione a quest'ora!
Nunziata entrò coi piedi scalzi, ravviandosi con le mani i
capelli scarmigliati dal vento. Alla vista di quella saletta
quieta nella casa del suo vecchio curato che le ricordava
altri tempi, dal capo si passò le mani sul volto e si mise a
piangere. Marianna allora le domandò del marito, se davvero
stava tanto male, e lei disse di sì, a cenni.
- Ma che è caso di morte?
- Proprio a questo no, pare che non sia venuto ancora, -
rispose. - Mah...
E scosse il capo, non però desolatamente, anzi con un lampo
d'odio negli occhi lagrimosi.
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- So chi è stato! - gridò. - Qua, qua, me l'hanno
fatto qua il malocchio. Mi sapevano contenta e
tranquilla... E non gli è bastato su lui, anche sul
figliuolo me l'hanno fatto e su l'unica bestiola
rimasta, che la guardavo come la pupilla degli
occhi, perché mi faceva il latte per lui... Ah,
infami! infami!
Fino a poco tempo fa - narrò - quella capra,
comperata per nove scudi, era l'invidia di tutti.
Ora, mentre il ragazzo la badava al pascolo, tutt'a
un tratto le si era « spaurita ». Tutti e due, il
ragazzo e la capra, le erano ritornati in casa una
sera, così «spauriti» e da allora un deperimento
continuo: il ragazzo... ah, bisognava vederlo di là,
come si era ridotto, e la capra... la capra peggio
del ragazzo! Nessuno l'aveva voluta alla fiera,
neanche per due scudi. Don Marchino quella sera
stessa glieli doveva benedire tutti e due, per
carità.
- Ma se ci hai il tuo curato adesso, a Sorìfa! - le
disse agro don Marchino.
- No, è lei, è lei il mio curato! - supplicò
Nunziata. - E qua li voglio benedetti, perché di qua
è partito il malocchio, e io lo so, io lo so!
Don Marchino si provò a dimostrarle che era una
superstizione sciocca quella del malocchio, e che se
ella ne incolpava quel giovane con cui da ragazza
aveva fatto all'amore, via, non ci pensasse neppure,
perché quello... Ma no! Nunziata non volle dire chi
ne incolpava. Voleva la benedizione, voleva.
- Ma a quest'ora? - ripeté don Marchino, sbuffando.
S'intese di nuovo, nel vento, il tremulo belato
della capra.
- La sente? - disse Nunziata. - Per carità!
- Ma tutti e due no, allora! - protestò don
Marchino. - È affar lungo, cara mia, ed è già tardi.
Mi disponevo ad andar a letto, figurati! Via,
sbrighiamoci! o la capra o il figliuolo: chi n'ha
più bisogno?
- Il figliuolo, - rispose subito Nunziata. - È
buttato lì fuori sulla panca del sagrato come uno
straccio. Ah quel che ho penato, don Marchino mio, a
trascinarmelo fin quassù, un po' a piedi, un po' su
queste braccia che non me le sento più!
Don Marchino montò su tutte le furie:
- Ma come si fa, dico io, come si fa a portarsi fino
a Nocera un ragazzo in quello stato?
- Ma perché la capra, don Marchino, s'affrettò a
spiegargli Nunziata, - non vuole più dare un passo
senza di lui. La bestiola sente che tutti due sono
legati dallo stesso male e lo chiama e gli parla e
non vuole più scostarsi da lui.
- Basta. Dunque, il ragazzo ? - concluse don
Marchino.
Nunziata restò perplessa a pensare, poi disse:
- Se non vuole tutti e due...
- No! tutt'e due, no; o l'uno o l'altra, abbiamo
detto!
- Ebbene, allora... mi benedica la capra, che mi
rifaccia almeno il latte per il mio Gigi, ecco.
Uscita all'aperto, nel vento, nel bujo della notte
tempestosa, volse prima gli occhi alla panca su cui
il figliuolo si era raggricchiato a dormire...
- Gildino... - chiamò.
Il ragazzo non rispose. E allora ella provò uno
strano sgomento allo spettacolo della natura quasi
tutta in fuga, nell'urlante veemenza del vento.
Fuggivano squarciate pel cielo, con disperata furia,
le nuvole, a schiera infinita, e pareva si
trascinassero seco la luna; gli alberi si
contorcevano cigolando, spasimando senza requie,
come per sradicarsi e fuggire pur là, pur là, dove
il vento portava le nuvole, a un tempestoso
convegno. Ella sciolse la capra legata a un tronco
d'albero, e stette un bel pezzo all'aspetto lì
davanti alla porta della chiesetta, perché don
Marchino volle prima finirsi il bicchiere senza
fretta, poi dovette rindossare la tonaca e prendere
il libro e l'aspersorio e la lumierina a olio.
La capra non poteva entrare in chiesa. La
benedizione doveva esser fatta lì davanti la porta.
Don Marchino, dall'interno, ne aprì mezza; collocò
la lumierina su una traversa dell'altra mezza, per
ripararla dal vento. La donna, tenendo la capra pel
collo, s'inginocchiò davanti a quello spiraglio di
luce vacillante.
- Bisogna adattarsi così, - disse il prete.
- Sì, don Marchino; ma me la faccia bene, per
carità!
- Santo cielo, vuoi che te la faccia male? Qua com'è
scritta nel libro te la faccio.
E con le lenti insellate su la punta del naso
cominciò a miagolar lo scongiuro. Di tratto in
tratto la capra belava e volgeva il capo verso la
panca dove giaceva il ragazzo. A un certo punto don
Marchino s'interruppe:
- Senti eh? a malis oculis, a malis oculis,
che vuol dire appunto dal malocchio.
Ella, che accompagnava inginocchiata quello
scongiuro, pregando col più intenso fervore,
all'interruzione chinò più volte il capo, per
significargli che aveva capito. Sì, sì, a malis
oculis, a malis oculis...
Finita la benedizione, don Marchino s'affrettò a
richiudere la porta della chiesetta, con la scusa
che il vento poteva spegnere la lumierina; e lasciò
fuori la donna ancora inginocchiata. Ma non era
ancora arrivato a passar dall'interno della
chiesetta alla cura, che udì uno strillo, un ululo
di belva ferita, là nel sagrato. Gli vennero
incontro la sorella e la serva, spaventate.
- Che altro c'è? - gridò don Marchino. - Oh sentite,
io non mi scomodo più, neanche se casca il mondo!
Ma dovette pur troppo scomodarsi, poiché tutta
Stravignano scasò quella notte alle grida di
quell'infelice, che aveva trovato morto sulla panca
il figliuolo; e questa volta dovette anche prestar
la somara don Marchino a coloro che caritatevolmente
si proffersero di condurre a Sorìfa il morticino.
Dimenandosi sulle gambe a roncolo tra la folla
agitata nel vento, badava a dire:
- E ha voluto benedetta la capra, oh! e non il
figliuolo.
Ma poiché tutti gli voltavano le spalle, indignati,
protendeva il collo, apriva a ventaglio davanti al
petto le mani, e, contraendo in giù gli angoli della
bocca, ripeteva tra sé:
- Io non so com'è la gente!
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