Novelle per un anno - 1925 - Dal naso al cielo
5. Chi la paga
Da tre notti zi' Neli Sghembri dormiva al sereno, su la
paglia rimasta su l'aja dopo la trebbiatura. a guardia delle
bestie, la mula e due asinelli, che strappavano la stoppia
li presso.
La paglia era bagnata di guazza, o, come zi' Neli diceva,
dal pianto delle stelle. I grilli scampanellavano
tutt'intorno, e la blanda e chiara sonorità del loro
concerto ristorava dopo il trito raspìo secco, duro,
monotono delle cicale, che aveva assordato gli orecchi lungo
la giornata.
Tuttavia il vecchio, sdrajato a pancia all'aria, si sentiva
triste. Guardava le stelle e, di tratto in tratto,
socchiudeva gli occhi e sospirava.
Sentiva che la sorte lo aveva frodato: non gli aveva dato
nulla di ciò che da giovine aveva sperato; gli aveva tolto,
da vecchio, quasi tutto quel po' che, senza desiderio, aveva
avuto. E da quattr'anni, per giunta, gli era morta la
moglie, dí cui aveva ancora bisogno; e d'andare in cerca
d'amore, coi capelli grigi e la schiena curva, Si
vergognava.
Tutt'a un tratto, mentre se ne stava così, quasi assente da
sé, nel chiaror tenne e umido delle stelle, si vide passare
davanti agli occhi lo sprazzo verde d'una lucciola, che
venne a posarsi su la paglia, accanto a lui.
Ebbe, a quello sprazzo, un'impressione come di cielo vicino
e pur tanto lontano, e balzò a sedere, quasi destato di
soprassalto da un sogno; ma sogno gli sembrò invece la vista
delle cose intorno, confuse nella notte: la sua casetta
colonica, screpolata e affumicata, la mula, i due asinelli
tra la stoppia, e laggiù laggiù i lumi esitanti del suo
paesello di Raffadali.
La lucciola era ancora lì, su la paglia, accanto a lui. Zi'
Neli la acchiappò e, mirandola nel cavo della grossa mano
callosa ov'essa ancora diffondeva un fievolissimo lucor
verde, pensò che quella "candelina di pecorajo" veniva a lui
dai begli anni lontani della gioventù; forse era quella
stessa che in una serata di giugno, su un'aja come questa,
più di quarantacinque anni addietro, svolando, si era
impigliata nei capelli neri di Trisuzza Tumminìa, che con
altre giovani di Raffadali, spigolatrici, era rimasta a
passar la notte al sereno per festeggiar la fine della
mietitura, con balli a suono di cembali, sotto la Luna.
- Gioventù!
Come s'era spaventata Trisuzza Tumminìa di quell'insetto
venuto a cacciarlesi tra i capelli, non sapendo che fosse
una "candelina di pecorajo"! Egli le si era accostato, aveva
preso con due dita, delicatamente, quella lucciola di tra i
capelli e, mostrandogliela, come nell'atto d'improvvisarle
uno stornello, le aveva detto:
- Luce, vedete? Era venuta a mettervi una stella in fronte.
Così aveva cominciato a fare all'amore con Trisuzza Tumminìa,
allora, quando il mondo era un altro! Ma i parenti, da
entrambe le parti, si erano opposti alle loro nozze, per
antica nimicizia di casato; poi Trisuzza aveva sposato un
altro; egli, un'altra; più di quarantacinque anni erano
passati; e ora egli era vedovo, e vedova era anche lei, da
circa dieci anni... Perché era ritornata quella luccioletta?
Perché gli aveva sprazzato il suo bagliore davanti agli
occhi, mentr'egli si sentiva cosi triste e solo? e perché
era venuta a posarsi li su la paglia bagnata dalle stelle,
accanto a lui?
Tratto di tasca un pezzetto di carta, zi' Neli ve la chiuse
dentro accuratamente; seguitò a pensare gran parte della
notte e a sorridere tra sé; la mattina appresso, vedendo
passare per la via mulattiera una ragazzetta, che dalla
campagna si recava a Raffadali, la chiamò a sé di dietro la
siepe:
- Nicu', Nicuzza, senti qua.
Gli occhi gli ridevano; voleva ridergli anche la bocca. Si
pose il dorso della mano su le ispide labbra rase.
- Di', conosci la zâ Tresa Tumminìa?
- Quella della troja?
Il vecchio aggrottò le ciglia, offeso. Già! Così, quella
della troja, era intesa adesso, a Raffadali, Trisuzza
Tumminìa! Ed era intesa così, perché da tanti anni allevava
con sviscerato amore una troja di così spettacolosa
grassezza, che ormai la bestiaccia non si reggeva più su le
zampe. Rimasta sola, morto il marito, accasati i figliuoli,
aveva la compagnia di quella troja, e guaj a chi le facesse
la proposta di scannarla! Si chinava a grattarle la fronte,
e quella, rosea e cretosa, con la ventraja sparsa su la
paglia, grugnendo di beatitudine al solletico, si stirava
tutta, storceva il grifo, come se volesse sorridere, e
presentava la gola. Pareva a tutti un'ingiustizia, questa
beatitudine, e tutti ne provavano dispetto, perché,
sottratta al macello, non poteva più essere considerata come
una fatica per quella bestiaccia l'ingrassare. E perché
allora ingrassava?
- La zâ Tresa, sì, - disse zi' Neli alla ragazzetta. La
conosci? Bene, guarda: qua, dentro questo pezzetto di carta,
c'è una candelina di pecorajo. Bada che non voli, e non
schiacciarla! Portala alla zâ Tresa, e dille che gliela
manda zi' Neli Sghembri; che è quella stessa - le dirai - di
tanti e tanti anni fa! Così. Non te lo scordare: Quella
stessa di tanti e tanti anni fa! Portami questa sera la
risposta, che ti darò in premio uno ziretto di macco. Va'!
Eh, alla fine, aveva sessantatré anni; forte e ferrigno però
come un ceppo d'olivo; e la zâ Tresa era anche lei pur
fresca come una fava non colta, bella in salute, sanguigna e
prosperosa.
La sera la ragazzetta ritornò con la risposta:
- Dice la zâ Tresa, che i capelli sono bianchi e la
candelina non fa più luce.
- Così t'ha detto?
- Così.
Il giorno dopo, zi' Neli, sbarbato come uno sposo e vestito
di festa, si presentò a Raffadali alla zâ Tresa Tumminìa per
dichiararle che il lume di quella candelina di pecorajo egli
lo aveva ancora vivo nel cuore, vivo e verde, come quando
glielo aveva visto rilucere in fronte come una stella.
- Facciamo le nozze e scanniamo la troja!
La zâ Tresa lo respinse, puntandogli tutt'e due le braccia
sul petto.
- Se non ve ne andate, vecchiaccio stolido!
Ma rideva. Di scannare la troja non se ne doveva parlare.
Ma, quanto alle nozze... ebbene, perché no?
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Era destino. Come un tempo i padri, così adesso i
figliuoli dell'uno e dell'altro fecero guerra alle
loro nozze.
Ma questa volta della guerra i due vecchi non si
curarono. I padroni adesso erano loro. Di fuori, se
ne mostrarono offesi; in fondo se ne compiacquero,
per un certo sapore di gioventù che quella guerra
veniva a dare alle loro nozze. Era veramente uno
spasso sentir parlare di senno e di convenienza quei
loro figliuoli.
Ne avevano avuti quattro ciascuno, dal primo letto:
Tresa Tumminìa, tutti maschi; zi' Neli, due maschi e
due femmine. Quelli di Tresa eran già bene accasati
tutti e quattro, con la bella roba paterna divisa
con giustizia in parti uguali; zi' Neli aveva ancora
con sé una figliuola, Narda, già anch'essa in età da
marito.
Per farli tacere, i due vecchi, prima di sposarsi,
fecero gli atti davanti al notajo, in modo da
salvaguardare gl'interessi degli uni e degli altri,
a un caso di morte, per la roba che restava a
ciascuno di loro. Speravano così di togliere la
nimicizia sorta fierissima tra essi fin dal primo
momento; ma invano. I più accaniti rimasero i figli
di zi' Neli, che pure avevano avuto di più,
essendosi il vecchio spogliato non solo della roba
della moglie defunta, ma anche della sua, risoluto,
finché poteva, a vivere del suo lavoro, del frutto
della terra della seconda moglie e anche di quella
della figliuola Narda, fino a tanto che questa fosse
rimasta con lui.
Segnatamente la maggiore delle femmine, Sidora, che
per via del marito si chiamava adesso Peronella,
aveva, dalla rabbia, la schiuma alla bocca. E
parlando col marito, con le cognate e coi fratelli
Saru e Luzzu, della povera Narda andata a convivere
con la matrigna, diceva:
- Possa la mia lingua esser mangiata dai vermi; ma
vedrete che quella vecchia strega la farà spighire
zitella. Anche se verrà a domandarla in isposa il
figlio del re in persona, dirà che il partito non è
conveniente.
E diceva così perché, a suo credere, la vecchia
Tresa Tumminìa non avrebbe mai permesso che il
marito, data via la roba assegnata in dote a Narda,
si fosse messo a campare sul suo.
Alle vicine, che venivano a raccontarle tutte le
amorevolezze che la zâ Tresa faceva a Narda, cose
che non si sarebbero fatte nemmeno a una vera
figliuola: orecchini d'oro, anelli d'oro, collane di
corallo, fazzoletti di seta, da capo e da collo,
"guardaspalle" di seta con quattro dita di frangia,
scarpe di vitello col tacco alto e la mascheretta di
coppale; cose, insomma, cose da non credersi;
rispondeva, verde dalla bile:
- Ah! baggiane! E non capite che lo fa per
adescarla? Se la vuole ingrassare e tenere in casa
come la troja!
Restò, quando quelle vennero a dirle che la sorella
sposava. E che partito! Coi fiocchi, e procurato
proprio dalla zâ Tresa: Pitrinu Cinquemani,
nientemeno! giovine d'oro, cognato del maggiore dei
figliuoli; Pitrinu Cinquemani, quel picciottone che
pareva una bandiera, con terre e case e bestie da
soma e da lavoro.
- Ah! sì? davvero? oh guarda! - si mise a dire
allora, per non darla vinta a quelle pettegole che
avrebbero goduto del suo dispetto. - Pitrinu
Cinquemani? Ci ho piacere, povera Narda! ci ho
piacere davvero!
Né lei né i due fratelli erano mai andati a veder la
sorella, da che stava con la matrigna. Eppure la
chiusa di Saru, il maggiore dei fratelli, era quasi
a un tiro di schioppo da quella della zâ Tresa;
tanto che dalla parte della roba, di tra gli
alberetti di fico e di mandorlo, non solo si poteva
vedere il tettuccio del cortile della matrigna ov'era
la mangiatoja delle bestie, ma finanche contar le
galline che razzolavano nel letame. Non avevano più
voluto saperne, perché, adescata dalle buone maniere
e dai regali, Narda era divenuta tutta di quella, di
quella e dei fratellastri, i quali, cresciuti
com'erano senza una sorella, se la disputavano tra
loro e le facevano un mondo di carezze.
Quando fu la vigilia dello sposalizio, venne alla
chiusa di Saru zi' Neli, accigliato, grattandosi con
una mano sul mento gl'ispidi peli rinascenti su le
gote raschiose. Parlò al maggiore dei figliuoli,
perché questi poi riferisse il discorso anche agli
altri, e parlò con gli occhi a terra:
- Le annate sono scarse, figli miei, e siamo tutti
poverelli. Dio sa se, per questo sposalizio di
vostra sorella Narda, vi vorrei tutti con me per
fare una gran festa. Ma come dicono le campane di
Raffadali? Dicono: Con che? con che? con che?
Mi sono spogliato di tutto, e sono come Cristo alla
colonna. Non posso più niente. Lo schietto idoneo, e
basta. Se venite voi, parenti della sposa, Pitrinu
Cinquemani pretenderà che vengano anche i suoi
parenti, che sono dalla parte di Tresa, lo sapete; e
tra voi non c'è buon sangue. Così abbiamo stabilito
che non venga nessuno, né essi né voi. Saremo io e
Tresa per la sposa e il padre e la madre dello
sposo. Lo schietto idoneo, e basta.
Saru ascoltò, con gli occhi bassi anche lui, e la
mano sul mento, il discorso del padre, evidentemente
studiato; alla fine disse:
- Pa', badiamo bene. Voi siete il padrone; siamo
sangue vostro, e noi faremo come volete voi. Ma non
facciamo che la proibizione di venire debba essere
soltanto per noi! Pa', ve l'avverto: finirebbe male.
Il vecchio, senza alzar gli occhi, restò ancora un
pezzo a raschiarsi le gote, aggrondato.
- Io per me, figli miei, ho fatto dire a quelli che
non vengano, come dico a voi di non venire.
- E se qualcuno di quelli viene?
Il vecchio non rispose. Il suo silenzio lasciava
intendere chiaramente che, se qualcuno dell'altra
parte fosse venuto, egli non avrebbe saputo come
regolarsi.
- Va bene, pa', - disse allora Saru. - Andate,
andate. Ci penseremo noi.
E seguì con gli occhi il padre che se ne andava,
stirandosi con due dita il lobo dell'orecchia manca.
Rientrato nella roba, trasse dal fondo d'una
bisaccia appesa a un chiodo un coltellaccio lungo,
di quelli chiamati trincialardo, prese da terra,
sotto la tavola, la pietra d'affilare; bagnò la lama
del coltello: andò a sedere sulla soglia dell'uscio
con quella pietra fra le ginocchia e si diede ad
affilar la lama.
La moglie, spaventata, lo chiamò tre volte, senza
ottener risposta; alla fine, con le mani nei capelli
e gli occhi pieni di lagrime, scongiurò:
- Oh Madre santa, Saru mio, che pensi di fare?
Saru balzò in piedi come un tigre, col coltello
levato:
- Corpo di Dio, non fiatare, o comincio da te!
La moglie allora, per soffocare il pianto, si tirò
sul volto con le due mani il grembiule e andò a
rintanarsi in un angolo. Saru si rimise ad affilare
il coltellaccio sotto gli occhi dei tre figliuoli,
seduti attorno, silenziosi. Dal cortile della chiusa
della zâ Tresa cantò il gallo, e subito il gallo di
qua gli rispose, con una zampa levata, squassando la
cresta sanguigna.
- Una... due... tre... quattro!... cinque!...
sei!...
Già sei mule bardate, nella mangiatoja sotto il
tettuccio del cortile della chiusa dirimpetto.
Eccole là: si discernevano bene al lume della luna,
tutt'e sei, l'una accanto all'altra.
Davanti all'uscio della sua roba, Saru le
contava, piegando il collo di qua e di là, per
vedere di tra gli alberi, e fremeva.
Già sei. E forse altre ne sarebbero venute.
Il festino voleva esser grande. Tutti i figliuoli
della matrigna e le loro donne e i loro figliuoli,
tutti, tutti quelli dell'altra parte erano stati
invitati. Loro soli, i parenti più stretti, i
fratelli e la sorella della sposa, erano esclusi.
Forse adesso banchettavano di là, più tardi
sarebbero cominciati il suono e i balli.
S'era tolta la giacca e se l'era messa al braccio
per nascondere il coltello affilato. Dall'interno
della roba, la moglie e Niluzzu, il maggiore dei
figliuoli, stavano a spiarlo, intenti e tremanti.
Poc'anzi, aveva ordinato alla moglie di accendere il
fuoco e di metter sù il caldajo grosso a bollire. E
la moglie, imbalordita dallo sgomento, aveva
ubbidito, senza capire che volesse fare di quel
caldajo d'acqua bollente.
- Oh Madre santa, - pregava ora, - fate venire
qualcuno! Oh Madre santa, quietategli il sangue e la
mente.
Fuori nell'aria chiara di luna, eran zighi sommessi
di grilli, fili di suono lunghi, acuti, quasi
luminosi.
- Niluzzu, - chiamò a un tratto il padre. - Corri da
tua zia Sidora qua presso; poi da tuo zio Luzzu, e
di' loro che vengano qua da me, subito: marito,
moglie, figliuoli, tutti qua da me. Hai capito? Va'.
Niluzzu, invece di muoversi, rimase a mirare il
padre, sbigottito, con un braccio levato a riparo
della testa, come se si aspettasse uno scapaccione.
- Pa', ho paura, pa'...
- Paura? Carognone! - gli gridò il padre,
scrollandolo. Si rivolse alla moglie: - Va' anche
tu; accompagnalo! E tornate qua presto, tutti
insieme!
La moglie s'arrischiò a chiedergli ancora una volta,
con voce di pianto:
- Ma tu che vuoi fare, Saru mio? Per carità!
Saru si pose un dito sulla bocca e poi, con la
stessa mano, fe' cenno imperioso alla moglie
d'ubbidire.
Poco dopo si mosse anche lui, cauto, verso il
cortile della chiusa dirimpetto, facendosi riparo,
nel procedere sotto la luna, ora di questo, ora di
quell'albero. Giunse così all'ultimo alberetto di
fico, proprio davanti il cortile. Il cuore gli
ballava in petto e le tempie gli martellavano. Diede
un balzo allo sbruffare d'una delle mule nella
mangiatoja vicinissima. Gli arrivava alle narici il
lezzo caldo e grasso del letame, e agli orecchi il
suono confuso delle grida, delle risa e
l’acciottolio dei piatti dei banchettanti dentro la
roba della matrigna. Sporse il capo oltre i
rami del fico, a spiare. Nel cortile non c'era
nessuno, oltre le sei cavalcature ancora bardate, e
più là, presso l'entrata della roba, la troja
gigantesca.
Questa se ne stava col grifo allungato su le zampe
anteriori, le orecchie abbattute e gli occhi
socchiusi, come in una languida contemplazione del
fresco, dolcissimo chiaro di luna. Di tratto in
tratto sospirava; ma era sospiro di soddisfazione
per la sua sicura plenitudine beata.
Saru le andò dietro, cheto e chinato; le allungò
adagio una mano alla fronte e lievemente si mise a
grattargliela. Come la bestia, al solletico, si
stirò, torcendo il grifo, quasi volesse sorridere
alla consueta carezza della padrona, e alla fine
presentò da sé la gola, Saru, pronto, con l'altra
mano le affondò il coltello fino al cuore.
Ritornò con l'enorme carico alla roba, quasi
a un tempo con la moglie e il figliuolo, seguiti da
tutto il parentado in allarme.
- Zitti, per la Madonna! - intimò a tutti,
liberandosi del carico con un gran respiro, ansante
e insanguinato da capo a piedi. - Faremo festa anche
noi, qua, meglio di loro! Un quarto per uno a voi, e
due quarti a me, che me li merito! Ma prima
aspettate! Qua, qua, ajutatemi a sparar la bestia!
Luzzu, tieni fermo qua! Tu, Sidora, di qua. E tu,
Niluzzu, piglia il piatto grande, quello tondo,
dallo stipo! Il fegato, il fegato lo voglio dare
alla vecchia! Zitti tutti! Il fegato alla vecchia!
Sparò per lungo la bestia; ne trasse il fegato e
corse a lavarlo in una conca, poi lo compose, lucido
compatto tremolante, nel piatto e lo porse al
figliuolo:
- Va' da tuo nonno, Niluzzu, e digli così: Mi manda
papà Saru, con questo regalo per Mamma Tresa, e con
la preghiera che gli saluti la troja!
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