Novelle per un anno - 1925 - Dal naso al cielo
4. Ciàula scopre la luna
I picconieri, quella sera, volevano smettere di lavorare
senz'aver finito d'estrarre le tante casse di zolfo che
bisognavano il giorno appresso a caricar la calcara.
Cacciagallina, il soprastante, s'affierò contr'essi, con la
rivoltella in pugno, davanti la buca della Cace, per
impedire che ne uscissero.
- Corpo di... sangue di... indietro tutti, giù tutti di
nuovo alle cave, a buttar sangue fino all'alba, o faccio
fuoco!
- Bum! - fece uno dal fondo della buca. - Bum! -
echeggiarono parecchi altri; e con risa e bestemmie e urli
di scherno fecero impeto, e chi dando una gomitata, chi una
spallata, passarono tutti, meno uno.
Chi? Zi' Scarda, si sa, quel povero cieco d'un occhio, sul
quale Cacciagallina poteva fare bene il gradasso. Gesù, che
spavento! Gli si scagliò addosso, che neanche un leone; lo
agguantò per il petto e, quasi avesse in pugno anche gli
altri, gli urlò in faccia, scrollandolo furiosamente:
- Indietro tutti, vi dico, canaglia! Giù tutti alle cave, o
faccio un macello!
Zi' Scarda si lasciò scrollare pacificamente. Doveva pur
prendersi uno sfogo, quel povero galantuomo, ed era naturale
se lo prendesse su lui che, vecchio com'era, poteva
offrirglielo senza ribellarsi. Del resto, aveva anche lui, a
sua volta, sotto di sé qualcuno più debole, sul quale
rifarsi più tardi: Ciàula, il suo caruso.
Quegli altri... eccoli là, s'allontanavano giù per la
stradetta che conduceva a Comitini; ridevano e gridavano:
- Ecco, sì! tienti forte codesto, Cacciagallì! Te lo
riempirà lui il calcherone per domani!
- Gioventù! sospirò con uno squallido sorriso d'indulgenza
zi' Scarda a Cacciagallina.
E, ancora agguantato per il petto, piegò la testa da un
lato, stiracchiò verso il lato opposto il labbro inferiore,
e rimase così per un pezzo, come in attesa.
Era una smorfia a Cacciagallina? o si burlava della gioventù
di quei compagni là?
Veramente, tra gli aspetti di quei luoghi, strideva quella
loro allegria, quella velleità di baldanza giovanile. Nelle
dure facce quasi spente dal bujo crudo delle cave
sotterranee, nel corpo sfiancato dalla fatica quotidiana,
nelle vesti strappate, avevano il livido squallore di quelle
terre senza un filo d'erba, sforacchiate dalle zolfare, come
da tanti enormi formicai.
Ma no: zi' Scarda, fisso in quel suo strano atteggiamento,
non si burlava di loro, né faceva una smorfia a
Cacciagallina. Quello era il versaccio solito, con cui, non
senza stento, si deduceva pian piano in bocca la grossa
lagrima, che di tratto in tratto gli colava dall'altro
occhio, da quello buono.
Aveva preso gusto a quel saporino di sale, e non se ne
lasciava scappar via neppur una.
Poco: una goccia, di tanto in tanto; ma buttato dalla
mattina alla sera laggiù, duecento e più metri sottoterra,
col piccone in mano, a ogni colpo gli strappava come un
ruglio di rabbia dal petto, zi' Scarda aveva sempre la bocca
arsa: e quella lagrima, per la sua bocca, era quel che per
il naso sarebbe stato un pizzico di rapè.
Un gusto e un riposo.
Quando si sentiva l'occhio pieno, posava per un poco il
piccone e, guardando la rossa fiammella fumosa, della
lanterna confitta nella roccia, che alluciava nella tenebra
dell'antro infernale qualche scaglietta di zolfo qua e là, o
l'acciajo del paolo o della piccozza, piegava la testa da un
lato, stiracchiava il labbro inferiore e stava ad aspettar
che la lagrima gli colasse giù, lenta, per il solco scavato
dalle precedenti.
Gli altri, chi il vizio del fumo, chi quello del vino; lui
aveva il vizio della sua lagrima.
Era del sacco lacrimale malato e non di pianto, quella
lagrima; ma si era bevute anche quelle di pianto, zi'
Scarda, quando, quattr'anni addietro, gli era morto l'unico
figliolo, per lo scoppio d'una mina, lasciandogli sette
orfanelli e la nuora da mantenere. Tuttora gliene veniva giù
qualcuna più salata delle altre; ed egli la riconosceva
subito: scoteva il capo, allora, e mormorava un nome:
- Calicchio.
In considerazione di Calicchio morto, e anche dell'occhio
perduto per lo scoppio della stessa mina, lo tenevano ancora
lì a lavorare. Lavorava più e meglio di un giovane; ma ogni
sabato sera, la paga gli era data, e per dir la verità lui
stesso se la prendeva, come una carità che gli facessero:
tanto che, intascandola, diceva sottovoce, quasi con
vergogna:
- Dio gliene renda merito.
Perché, di regola, doveva presumersi che uno della sua età
non poteva più lavorar bene.
Quando Cacciagallina alla fine lo lasciò per correre dietro
agli altri e indurre con le buone maniere qualcuno a far
nottata, zi' Scarda lo pregò di mandare almeno a casa uno di
quelli che ritornavano al paese, ad avvertire che egli
rimaneva alla zolfara e che perciò non lo aspettassero e non
stessero in pensiero per lui; poi si volse attorno a
chiamare il suo caruso, che aveva più di trent'anni
(e poteva averne anche sette o settanta, scemo com'era); e
lo chiamò col verso con cui si chiamava le cornacchie
ammaestrate:
- Tè, pà! tè, pà!
Ciàula stava a rivestirsi per ritornare al paese.
Rivestirsi per Ciàula significava togliersi prima di tutto
la camicia, o quella che un tempo era stata forse una
camicia: l'unico indumento che, per modo di dire, lo
coprisse durante il lavoro. Toltasi la camicia, indossava
sul torace nudo, in cui si potevano contare a una a una
tutte le costole, un panciotto bello largo e lungo, avuto in
elemosina, che doveva essere stato un tempo elegantissimo e
sopraffino (ora il luridume vi aveva fatto una tal roccia,
che a posarlo per terra stava ritto). Con somma cura Ciàula
ne affibbiava i sei bottoni, tre dei quali ciondolavano, e
poi se lo mirava addosso, passandoci sopra le mani, perché
veramente ancora lo stimava superiore a' suoi meriti: una
galanteria. Le gambe nude, misere e sbilenche, durante
quell'ammirazione, gli si accapponavano, illividite dal
freddo. Se qualcuno dei compagni gli dava uno spintone e gli
allungava un calcio, gridandogli: - Quanto sei bello! - egli
apriva fino alle orecchie ad ansa la bocca sdentata a un
riso di soddisfazione, poi infilava i calzoni, che avevano
più d'una finestra aperta sulle natiche e sui ginocchi:
s'avvolgeva in un cappottello d'albagio tutto rappezzato, e,
scalzo, imitando meravigliosamente a ogni passo il verso
della cornacchia - cràh! cràh! - (per cui lo avevano
soprannominato Ciàula), s'avviava al paese.
- Cràh! cràh! - rispose anche quella sera al richiamo
del suo padrone; e gli si presentò tutto nudo, con la sola
galanteria di quel panciotto debitamente abbottonato.
- Va', va' a rispogliarti, - gli disse zi' Scarda. -
Rimettiti il sacco e la camicia. Oggi per noi il Signore fa
notte.
Ciàula non fiatò; restò un pezzo a guardarlo a bocca aperta,
con occhi da ebete; poi si poggiò le mani sulle reni e,
raggrinzando in su il naso, per lo spasimo, si stirò e
disse:
- Gna bonu! (Va bene).
E andò a levarsi il panciotto.
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Se non fosse stato per la stanchezza e per il
bisogno del sonno, lavorare anche di notte non
sarebbe stato niente, perché laggiù, tanto, era
sempre notte lo stesso. Ma questo, per zi' Scarda.
Per Ciàula, no. Ciàula, con la lumierina a olio
nella rimboccatura del sacco su la fronte, e
schiacciata la nuca sotto il carico, andava su e giù
per la lubrica scala sotterranea, erta, a scalini
rotti, e su, su, affievolendo a mano a mano, con
fiato mozzo, quel suo crocchiare a ogni scalino,
quasi un gemito di strozzato, rivedeva a ogni salita
la luce del sole. Dapprima ne rimaneva abbagliato;
poi col respiro che traeva nel liberarsi del carico,
gli aspetti noti delle cose circostanti gli
balzavano davanti; restava, ancora ansimante, a
guardarli un poco e, senza che n'avesse chiara
coscienza, se ne sentiva confortare.
Cosa strana: della tenebra fangosa delle profonde
caverne, ove dietro ogni svolto stava in agguato la
morte, Ciàula non aveva paura, né paura delle ombre
mostruose, che qualche lanterna suscitava a sbalzi
lungo le gallerie, né del subito guizzare di qualche
riflesso rossastro qua e là in una pozza, in uno
stagno d'acqua sulfurea: sapeva sempre dov'era;
toccava con la mano in cerca di sostegno le viscere
della montagna: e ci stava cieco e sicuro come
dentro il suo alvo materno.
Aveva paura, invece, del bujo vano della notte.
Conosceva quello del giorno, laggiù, intramezzato da
sospiri di luce, di là dall'imbuto della scala, per
cui saliva tante volte al giorno, con quel suo
specioso arrangolio di cornacchia strozzata. Ma il
bujo della notte non lo conosceva.
Ogni sera, terminato il lavoro, ritornava al paese
con zi' Scarda; e là, appena finito d'ingozzare i
resti della minestra, si buttava a dormire sul
saccone di paglia per terra, come un cane; e invano
i ragazzi, quei sette nipoti orfani del suo padrone,
lo pestavano per tenerlo desto e ridere della sua
sciocchezza; cadeva subito in un sonno di piombo,
dal quale, ogni mattina, alla punta dell'alba,
soleva riscuoterlo un noto piede.
La paura che egli aveva del bujo della notte gli
proveniva da quella volta che il figlio di zi'
Scarda, già suo padrone, aveva avuto il ventre e il
petto squarciato dallo scoppio della mina, e zi'
Scarda stesso era stato preso in un occhio.
Giù nei varii posti a zolfo, si stava per levar
mano, essendo già sera, quando s'era sentito il
rimbombo tremendo di quella mina scoppiata. Tutti i
picconieri e i carusi erano accorsi sul luogo dello
scoppio; egli solo, Ciàula, atterrito, era scappato
a ripararsi in un antro noto soltanto a lui.
Nella furia di cacciarsi là, gli s'era infranta
contro la roccia la lumierina di terracotta, e
quando alla fine, dopo un tempo che non aveva potuto
calcolare, era uscito dall'antro nel silenzio delle
caverne tenebrose e deserte, aveva stentato a
trovare a tentoni la galleria che lo conducesse alla
scala; ma pure non aveva avuto paura. La paura lo
aveva assalito, invece, nell'uscir dalla buca nella
notte nera, vana.
S'era messo a tremare, sperduto, con un brivido per
ogni vago alito indistinto nel silenzio arcano che
riempiva la sterminata vacuità, ove un brulichio
infinito di stelle fitte, piccolissime, non riusciva
a diffondere alcuna luce.
Il bujo, ove doveva essere lume, la solitudine delle
cose che restavan lì con un loro aspetto cangiato e
quasi irriconoscibile, quando più nessuno le vedeva,
gli avevano messo in tale subbuglio l'anima
smarrita, che Ciàula s'era all'improvviso lanciato
in una corsa pazza, come se qualcuno lo avesse
inseguito.
Ora, ritornato giù nella buca con zi' Scarda, mentre
stava ad aspettare che il carico fosse pronto, egli
sentiva a mano a mano crescersi lo sgomento per quel
bujo che avrebbe trovato, sbucando dalla zolfara. E
più per quello, che per questo delle gallerie e
della scala, rigovernava attentamente la lumierina
di terracotta.
Giungevano da lontano gli stridori e i tonfi
cadenzati della pompa, che non posava mai, né giorno
né notte. E nella cadenza di quegli stridori e di
quei tonfi s'intercalava il ruglio sordo di zi'
Scarda, come se il vecchio si facesse ajutare a
muovere le braccia dalla forza della macchina
lontana.
Alla fine il carico fu pronto, e zi' Scarda ajutò
Ciàula a disporlo e rammontarlo sul sacco attorto
dietro la nuca.
A mano a mano che zi' Scarda caricava, Ciàula
sentiva piegarsi, sotto, le gambe. Una, a un certo
punto, prese a tremargli convulsamente così forte
che, temendo di non più reggere al peso, con quel
tremitìo, Ciàula gridò:
- Basta! basta!
- Che basta, carogna! - gli rispose zi' Scarda.
E seguitò a caricare.
Per un momento la paura del bujo della notte fu
vinta dalla costernazione che, così caricato, e con
la stanchezza che si sentiva addosso, forse non
avrebbe potuto arrampicarsi fin lassù. Aveva
lavorato senza pietà tutto il giorno. Non aveva mai
pensato Ciàula che si potesse aver pietà del suo
corpo, e non ci pensava neppur ora; ma sentiva che,
proprio, non ne poteva più.
Si mosse sotto il carico enorme, che richiedeva
anche uno sforzo d'equilibrio. Sì, ecco, sì, poteva
muoversi, almeno finché andava in piano. Ma come
sollevar quel peso, quando sarebbe cominciata la
salita?
Per fortuna, quando la salita cominciò, Ciàula fu
ripreso dalla paura del bujo della notte, a cui tra
poco si sarebbe affacciato.
Attraversando le gallerie, quella sera, non gli era
venuto il solito verso della cornacchia, ma un
gemito raschiato, protratto. Ora, su per la scala,
anche questo gemito gli venne meno, arrestato dallo
sgomento del silenzio nero che avrebbe trovato nella
impalpabile vacuità di fuori.
La scala era così erta, che Ciàula, con la testa
protesa e schiacciata sotto il carico, pervenuto
all'ultima svoltata, per quanto spingesse gli occhi
a guardare in su, non poteva veder la buca che
vaneggiava in alto.
Curvo, quasi toccando con la fronte lo scalino che
gli stava di sopra, e su la cui lubricità la
lumierina vacillante rifletteva appena un fioco lume
sanguigno, egli veniva su, su, su, dal ventre della
montagna, senza piacere, anzi pauroso della prossima
liberazione. E non vedeva ancora la buca, che lassù
lassù si apriva come un occhio chiaro, d'una
deliziosa chiarità d'argento.
Se ne accorse solo quando fu agli ultimi scalini.
Dapprima, quantunque gli paresse strano, pensò che
fossero gli estremi barlumi del giorno. Ma la
chiaria cresceva, cresceva sempre più, come se il
sole, che egli aveva pur visto tramontare, fosse
rispuntato.
Possibile?
Restò - appena sbucato all'aperto - sbalordito. Il
carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le
braccia; aprì le mani nere in quella chiarità
d'argento.
Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano
di silenzio, gli stava di faccia la Luna.
Sì, egli sapeva, sapeva che cos'era; ma come tante
cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E
che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse
la Luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal
ventre della terra, egli la scopriva.
Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti
alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna...
C'era la Luna! la Luna!
E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza
volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza
che sentiva, nell'averla scoperta, là, mentr'ella
saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di
luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che
rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non
aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella
notte ora piena del suo stupore.
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