Novelle per un anno - 1925 - Dal naso al cielo
3. Certi obblighi
Quando la civiltà, ancora in ritardo, condanna un uomo a
portare una lunga scala in collo da un lampione all'altro e
a salire e a scendere questa scala a ogni lampione tre volte
al giorno, la mattina per spengerlo, il dopo pranzo per
rigovernarlo, la sera per accenderlo; quest'uomo, per forza,
quantunque duro di mente e dedito al vino, deve contrarre la
cattiva abitudine di ragionar con se stesso, assorgendo
anche a considerazioni alte per lo meno quanto quella sua
scala.
Quaquèo, lampionajo, è caduto una sera, ubriaco, da
quell'altezza. S'è rotta la testa, spezzata una gamba. Vivo
per miracolo, dopo due mesi d'ospedale, con una cianca più
corta dell'altra, una sconcia cicatrice su la fronte, s'è
rimesso a girare, zazzeruto, barbuto e in camiciotto
turchino, di nuovo con la scala in collo, da un lampione
all'altro. Arrivato ogni volta su la scala all'altezza da
cui è caduto, non può fare a meno di considerare che - è
inutile - certi obblighi si hanno. Non si vorrebbero avere,
ma si hanno. Un marito può benissimo in cuor suo non curarsi
affatto dei torti della propria moglie. Ebbene, nossignori,
ha l'obbligo di curarsene. Se non se ne cura, tutti gli
altri uomini e finanche i ragazzi glielo rinfacciano e gli
danno la baja.
- Il becco, Quaquèo! Quando li mettono, Quaquèo, questi
becchi?
- Muso di cane! - grida Quaquèo dall'alto del lampione. -
Ora me lo dici? Ora che debbo illuminare la città?
Bella scusa, l'illuminazione della città, per sottrarsi
all'obbligo di badare ai torti della moglie. Ma li vede egli
forse? Con questi lumetti a petrolio, vede egli forse quando
quelli scassinano le porte o si accoltellano per quei sudici
vicoli deserti?
- Ladri svergognati e assassini!
Pur non di meno Quaquèo è andato al municipio; s'è
presentato all'assessore cavalier Bissi, a cui deve il posto
e qualche gratificazione di tanto in tanto per lo zelo con
cui attende al suo ufficio; e gli ha esposto il caso: se
egli, cioè, nell'atto d'accendere i lampioni non debba
essere considerato come un pubblico funzionario
nell'esercizio delle sue funzioni.
- Sicuro, - gli ha risposto l'assessore.
- E dunque chi mi insulta, - ha tirato la conseguenza
Quaquèo, - insulta un pubblico funzionario nell'esercizio
delle sue funzioni, va bene?
Pare che non vada bene per il cavalier Bissi. Il quale,
sapendo di che genere sono gli insulti di cui Quaquèo viene
a lagnarsi, vorrebbe dimostrargli, con bella maniera, che
questi insulti non si riferiscono propriamente al lampionajo
come tale.
- Ah no, Eccellenza! - protesta Quaquèo. - La prego di
credere, Eccellenza!
E nel dire Eccellenza stringe gli occhi Quaquèo, come
se assaporasse un liquore prelibato. Dà così
dell'Eccellenza, con tutto il sentimento, a quanti più può;
ma in ispecie al cavalier Bissi che, oltre agli obblighi che
anche lui, come privato, forse non vorrebbe avere, ma che
pure ha, se ne è assunti anche tanti altri, altissimi,
inerenti alla sua carica d'assessore. Quaquèo di tutti
questi obblighi, naturali e sociali, è profondamente
compenetrato; e se, alle volte, per qualche gocciolina
importuna deve passarsi il dorso della mano sotto il naso,
non manca mai di farsi prima riparo della falda del lungo
camiciotto turchino.
A sua volta, con bella maniera, ma imbrogliandosi un po', si
prova a dimostrare all'assessore, che se l'insulto, di cui è
venuto a lagnarsi, ha qualche fondamento di verità, può
averlo soltanto nel tempo che egli è nell'esercizio delle
sue funzioni di lampionajo; perché quando poi non è più
lampionajo ed è soltanto marito, nessuno può dir nulla né di
lui né della moglie. La moglie è con lui saggia, sottomessa,
irreprensibile; ed egli non ha potuto mai accorgersi di
nulla.
- M'insultano, Eccellenza, quando illumino la città, quando
sto su la scala appoggiata al lampione e sfrego al muro il
fiammifero per accendere il lume, cioè, quando sanno che non
posso lasciare al bujo la città, per correre a casa a vedere
che fa e con chi è mia moglie e, all'occorrenza, fare un
macello, signor Cavaliere!
Sottolinea le parole fare un macello con un sorriso
quasi di mesta rassegnazione, perché riconosce che anche
quest'obbligo avrebbe, come marito offeso, e proprio non
vorrebbe averlo, ma lo ha.
- Ne vuole un'altra prova, Eccellenza? Nelle sere di luna,
che i lampioni restano spenti, nessuno mi dice nulla; e
perché? perché quelle sere non sono un pubblico funzionario.
Quaquèo ragiona bene. Ma ragionar bene non basta. Bisogna
venire al fatto. E, venendo al fatto, spesso i migliori
ragionamenti cascano, come cascò lui, quella volta, ubriaco
fradicio, dalla scala.
Che vuole concludere, insomma, con quel ragionamento? Il
cavalier Bissi glielo domanda. Se crede che la sua disgrazia
coniugale sia inerente alla pubblica funzione di lampionajo,
ebbene, rinunzi a questa pubblica funzione; o, se non vuole
rinunziare, si stia quieto, e lasci dire la gente.
- Perentorio? - domanda Quaquèo.
- Perentorio, - risponde il cavalier Bissi.
Quaquèo saluta militarmente:
- Servo di Vostra Eccellenza.
La scala gli pesa ogni giorno di più e ogni giorno di più
Quaquèo stenta ad arrampicarsi sui pioli logori dal lungo
uso, con quella cianca più corta dell'altra.
Ora, quando è agli ultimi lampioni nelle viuzze più erte in
cima al colle, s'indugia un pezzo su la scala, come
affacciato, o piuttosto come appeso per le ascelle al
braccio del fanale, le mani penzoloni, il capo appoggiato a
una spalla; e in quella positura d'abbandono, lassù, seguita
a pensare e a ragionar con se stesso.
Pensa cose strane e tristi.
Pensa, per esempio, che le stelle, per quanto fitte sieno,
certe notti, allargano sì e pungono il cielo, ma non
arrivano a far lume in terra.
- Luminaria sprecata!
Ma che bella luminaria! E pensa che una notte sognò che
toccava a lui d'accenderla, tutta quella luminaria nel
cielo, con una scala di cui non vedeva la fine, e che non
sapeva dove appoggiare, e i cui staggi gli brandivano tra le
mani incapaci di sorreggere un tal peso. E come avrebbe
fatto ad arrampicarsi, su, sa, per quegli infiniti pioli,
fino alle stelle? Sogni! Ma che ambascia e che sgomento nel
sogno!
Pensa che è proprio triste quel suo mestiere di lampionajo,
almeno per un lampionajo come lui, che abbia contratto la
cattiva abitudine di ragionare, accendendo i lampioni.
Ma è mai possibile che anche l'atto materiale di far la luce
dove ci sono le tenebre, non desti, a lungo andare, anche
nel più duro e oscuro cervello certi guizzi di pensiero?
Quaquèo certe sere è arrivato finanche a pensare che egli
che fa la luce, fa anche le ombre. Già! Perché non si può
avere una cosa, senza il suo contrario. Chi nasce, muore. E
l'ombra è come la morte che segue un corpo che cammina.
Donde la sua frase misteriosa, che sembra una minaccia
gridata dall'alto della scala nell'atto di accendere il
lampione, e che non è altro, invece, che la conclusione d'un
suo ragionamento:
- Aspetta là, aspetta là, che t'appiccico la morte dietro!
Infine Quaquèo pensa, che una certa importanza di ordine
davvero superiore la ha, quel suo mestiere, in quanto ripara
a una mancanza della natura, e che mancanza! Quella della
luce. C'è poco da dire: egli, per il suo paese, è il
sostituto del Sole. Sono due i sostituti: egli e la Luna; e
si danno il cambio. Quando c'è la Luna, egli riposa. E tutta
l'importanza del suo mestiere appare manifesta in quelle
sere che la Luna dovrebbe esserci, e viceversa poi non c'è,
perché le nuvole, nascondendola, la fanno venir meno al suo
obbligo di illuminare la Terra; obbligo che la Luna forse
non vorrebbe avere, ma che ha; e il paese resta al bujo.
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Quant'è bello vedere da lontano, in mezzo alle
tenebre della notte, qua e là, qualche paesello
illuminato!
Quaquèo ne vede parecchi, ogni notte, quando arriva
agli ultimi lampioni in cima al colle, e rimane a
contemplarli a lungo, con le mani penzoloni dal
braccio del fanale e il capo appoggiato a una
spalla, e sospira.
Sì, quei lumini là, come una moltitudine di lucciole
a congresso, rischiarano penosamente e rimangono
tutta la notte a vegliare, nel lugubre silenzio,
vicoletti lerci e scoscesi e tane di miseria, forse
peggiori di questi del suo paese; ma è certo che, da
lontano, fanno un bel vedere, e spirano un dolce e
mesto conforto in mezzo a tanta tenebra. Passa di
tanto in tanto nella tenebra qualche folata di
vento, e tutti quei lumini là aggruppati esitano e
pare che sospirino anch'essi.
E a guardare così da lontano, si pensa che i poveri
uomini, sperduti come sono sulla terra, tra le
tenebre, si siano raccolti qua e là per darsi
conforto e ajuto tra loro; e invece no, invece non è
così: se una casa sorge in un posto, un'altra non le
sorge mica accanto, come una buona sorella, ma le si
pianta di contro come una nemica, a toglierle la
vista e il respiro; e gli uomini non si uniscono qua
e là per farsi compagnia, ma si accampano gli uni
contro gli altri per farsi la guerra. Ah, lui
Quaquèo, lo sa bene! E dentro ogni singola casa c'è
la guerra, tra quegli stessi che dovrebbero amarsi e
star d'accordo per difendersi dagli altri. Non è
forse sua moglie la sua più acerrima nemica?
Se Quaquèo beve, beve per questo; beve per non
pensare a certe cose che lo farebbero venir meno a
tanti di questi obblighi, di cui è così
profondamente compenetrato. Ma è vero che se ne
hanno poi anche certi altri, che non si vorrebbero
avere. Non si vorrebbero avere, ma si hanno.
- Eh, sorcio vecchio?
Quaquèo si rivolge a un pipistrello. Lo chiama
sorcio vecchio, perché è un sorcio che ha messo le
ali. Tante altre volte si rivolge o a qualche gatto
che striscia rasente al muro e s'arresta d'un
tratto, raccolto e obliquo, a guatarlo, o a qualche
cane randagio e malinconico, che si mette a seguirlo
da un lampione all'altro, per gli alti vicoli
deserti, e gli si accula davanti, sotto ogni
lampione, aspettando che egli lo abbia acceso.
Ma che deve accendere, se non c'è petrolio?
Il paese questa sera rischia di restare al buio.
L'appaltatore dell'illuminazione è in lite col
Comune: da più mesi non gli danno un soldo; ha
anticipato circa dodicimila lire; ora non vuole più
saperne. Quaquèo non ha potuto rigovernare i lumi,
dopo mezzogiorno. Venuta la sera, s'è messo in giro
con la scala per provare se si accendono con quel
po' di petrolio rimasto dalla notte scorsa. Si
accendono per poco, poi s'abbassano e appestano la
via. I cittadini protestano, se la pigliano con lui,
come se fosse colpa sua. I più tristi e i monellacci
gli ricantano più sguajatamente la solita canzone:
- Ci vogliono i becchi! Ci vogliono i becchi! I
becchi, Quaquèo, i becchi!
E la gazzarra cresce. Quaquèo non ne può più. Per
sottrarsi alla ressa degli insultatori, lascia la
via principale e, con la scala in collo, si mette a
salire per uno dei vicoli. Ma parecchi lo seguono. A
un certo punto, come Quaquèo, stanco e sfiduciato,
s'abbandona secondo il suo solito sul braccio d'un
fanale, non si contentano più di dargli la baja a
parole, gli strappano la scala sotto i piedi e lo
lasciano lì appeso per le ascelle e sgambettante.
Ah sì? Dunque vogliono proprio ch'egli faccia
l'obbligo suo, di marito offeso, non potendo quella
sera per mancanza di petrolio attendere alla sua
pubblica funzione di lampionajo? Lo hanno colto al
laccio, giusto quella sera che non può gridar la
scusa dell'illuminazione della città? Ebbene: gli
ridiano la scala, e sia fatta la loro volontà! La
scala! La scala! Lo facciano discendere, corpo di
Dio, e vedranno ciò che egli saprà fare!
Tre, quattro, ridendo, gli rimettono la scala sotto
i piedi, e tutti, pigliandoselo a godere, a coro, lo
cimentano:
- Il coltello ce l'hai?
- Ce l'ho. Eccolo!
E Quaquèo si tira su il camiciotto e cava dalla
tasca dei calzoni un coltellaccio e lo apre e lo
impugna
- Sangue della Madonna, è buono questo?
- La scanni?
- La scanno, e lo scanno, se li trovo insieme!
Testimonii tutti! Venitemi dietro!
E si slancia avanti, balzando su la punta della
cianca più corta, e tutti lo seguono schiamazzando e
affollandoglisi attorno, per i buj vicoli tortuosi
in salita.
- La scanni davvero?
Quaquèo s'arresta, si volta e agguanta per il petto
uno di quei cimentatori.
- Ah, ve ne pentite? Ora che m'avete preso, perdio,
e sono qua armato per fare l'obbligo mio, dovete
starci tutti! Tutti, perdio!
E scuote e scrolla quell'agguantato, e riprende la
via. Parecchi allora s'impauriscono, lo seguono
ancora per qualche passo sconcertati, perplessi; si
tirano per la manica; rimangono indietro; se la
svignano. Quattro soltanto e due monelli gli tengono
dietro fino a casa, ma costernati anch'essi e non
più cimentosi, anzi pronti a impedire che egli
faccia per davvero. Difatti, appena davanti alla
porta, lo afferrano per le braccia e a coro, con
parole scherzose, cercano di portarselo via, in
qualche taverna a bere. Ma Quaquèo, stravolto,
ansimante, si divincola e li minaccia col coltello
impugnato; avventa calci alla porta, e grida alla
moglie:
- Apri, mala femmina! Apri! Questa è la volta che la
paghi per tutte! Lasciatemi, sangue di...
lasciatemi! Lasciatemi, o vi spacco la faccia!
Quelli, alla minaccia, si scostano, e allora egli
cava subito dalla tasca del camiciotto, sul petto,
la chiave e apre la porta; si ficca dentro e la
richiude con fracasso. Quelli si precipitano addosso
alla porta e la forzano, gridando ajuto. Si sentono
dall'interno grida e pianti in alto.
- Carneficina! Carneficina! - urla Quaquèo, col
coltello in pugno, dopo aver afferrato per i capelli
e buttata a terra la moglie scarmigliata e discinta;
e cerca sotto il letto, rovesciando tutto quello che
gli capita tra i piedi; cerca nella cassapanca; va a
cercare in cucina, sempre gridando:
- Dov'è? Dimmi dov'è! dove l'hai nascosto?
E la moglie:
- Sei pazzo? Sei ubriaco? Che ti salta in mente,
buffone?
Giù, nel vicolo. a loro volta, gridano quei quattro
che lo han seguìto, e i monelli, e altri accorsi al
fracasso; e si schiudono le finestre qua e là, e
tutti domandano: - Chi è? Che è stato? - e pugni e
calci e spallate alla porta.
Quaquèo balza addosso alla moglie:
- Dimmi dov'è, o t'ammazzo! Sangue, sangue, voglio
sangue, questa sera! Sangue!
Non sa più dove cercare. Gli occhi a un tratto gli
vanno alla finestra della cucina che guarda dalla
parte opposta del vicolo, su un precipizio. È una
finestra piuttosto alta, che sta sempre chiusa, e le
cui imposte sono annerite dalla fuliggine.
- Piglia una sedia e apri quella finestra! No? Non
vuoi aprirla? Brutta strega, l'apro io!
Monta su uno sgabello, la apre... - orrore! Quaquèo
arretra, con gli occhi sbarrati, le mani tra i
capelli irti. Il coltello gli casca di mano.
Il cavalier Bissi sta lassù, pericolante, nel vano,
sul precipizio.
- Ma se, Dio liberi, Vostra Eccellenza scivola!
esclama Quaquèo, appena può rinvenire dal terrore,
portandosi le pugna presso la bocca; e subito
accorre, tutto tremante e premuroso, per aiutarlo a
discendere:
- Piano... qua, piano, metta qua un piede su la mia
spalla, Eccellenza... Ma come mai Vostra Eccellenza
s'è potuto persuadere a nascondersi lassù? Me lo
potevo mai figurare? Lassù, col rischio di rompersi
il collo per una donnaccia come questa, Lei, un
Cavaliere! Ma dice sul serio, Vostra Eccellenza?
Si volta alla moglie e, appioppandole un pugno in
faccia:
- Ma come? - le grida, - lassù, lassù dovevi farlo
nascondere? E non c'era un posto più pulito? Non hai
visto, imbecille, che ho cercato dappertutto tranne
che nello stipo a muro, dietro la cortina? Su,
piglia una spazzola per il signor Cavaliere! Abbia
la bontà, Vostra Eccellenza; per cinque minuti,
dentro a quello stipo!
Sente come gridano giù per istrada? Si hanno certi
obblighi, Eccellenza, creda pure. Non si vorrebbero
avere, ma si hanno. Cinque minuti soli: abbia la
bontà; li mando via.
E, condotto il Cavaliere entro lo stipo a muro, va a
spalancare la finestra sul vicolo, per gridare alla
folla accorsa:
- Non c'è nessuno! Apro la porta... Chi vuol salire
salga; se volete accertarvene. Ma non c'è nessuno!
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