Novelle per un anno - 1925 - Dal naso al cielo
2. Fuga
Che stizza per quella nebbia, il signor Bareggi! Gli parve
sorta a tradimento proprio per lui, per pungerlo fredda, con
punture lievi di sottilissimi aghi, alla faccia, alla nuca,
e:
- A te, domani, le fitte a tutte le giunture, - si mise a
dire, - la testa che ti pesa come il piombo, e gli occhi che
non li puoi più aprire, tra il gonfiore di queste belle
borse acquerose! Parola d'onore, va a finir che la faccio
davvero, la pazzia!
Logorato dalla nefrite, a cinquantadue anni, con lo spasimo
fisso alle reni e quei piedi gonfii che, ad affondare una
ditata, prima che l'edema rivenisse su ci metteva un minuto,
eccolo là intanto a spiaccicare con le scarpe di panno sul
viale già tutto bagnato, proprio come fosse piovuto.
Con quelle scarpe di panno il signor Bareggi si trascinava
ogni giorno dalla casa all'ufficio, dall'ufficio alla casa.
E andando così piano piano sui piedi molli dolenti, per
distrarsi si perdeva a sognare che, una volta o l'altra, se
ne sarebbe andato via; via di nascosto; via per sempre,
senza ritornare a casa mai più.
Perché le smanie più feroci gliele dava la casa. Quel
pensiero, due volte al giorno, di dover ritornare a casa,
laggiù, in una traversa remota del lunghissimo viale per cui
s'era incamminato.
E non già per la distanza, della quale era pure da far caso
(con quei piedi!); e neppure per la solitudine di quella
traversa, che anzi gli piaceva: così appena appena
tracciata, ancora senza lumi e senza guasto di civiltà, con
tre sole casette a manca, quasi da contadini; e a destra una
siepe campestre, da cui su un palo s'affacciava una tabella
stinta dal tempo e dalle piogge: «Terreni da vendere».
Stava nella terza di quelle casette. Quattro stanze a
terreno, quasi buje, con le grate arrugginite alle finestre
e, oltre le grate, una rete di fil di ferro per difendere i
vetri dalle sassate dei monellacci selvaggi dei dintorni; e
a piano, tre camere da letto e una loggetta che era, quando
non faceva umido, la sua delizia: alla vista degli orti.
Le smanie feroci erano per le premure angosciose con cui,
subito appena rincasato, lo avrebbero oppresso la moglie e
le due figliuole: una gallina spersa e due pollastre
pigolanti dietro: corri di qua, scappa di là: per le
pantofole, per la tazza di latte col torlo d'uovo; e l'una
giù carponi a slacciargli le scarpe; e l'altra a domandargli
con una voce a lamento (secondo le stagioni) se si era
inzuppato, se era sudato; come se non lo vedessero,
rincasato senz'ombrello, intinto da strizzare o, d'agosto,
di ritorno a mezzogiorno, tutto incollato e illividito dal
sudore.
Gli finivano, gli finivano lo stomaco tutte quelle premure;
come se gli fossero usate perché, così, non trovasse più
modo di darsi uno sfogo.
Poteva più lamentarsi davanti a quei sei occhi ammammolati
dalla pietà, davanti a quelle sei mani così pronte a
soccorrerlo?
Eppure avrebbe avuto da lamentarsi, tanto, e di tante cose!
Bastava che si voltasse a guardare qua o là per trovare una
ragione di lamento, che esse non supponevano nemmeno. Quel
vecchio tavolone di cucina, massiccio, dove mangiavano, e
che a lui, messo a pane e latte, quasi non serviva più: come
sapeva, quel tavolone, del crudo della carne e dell'odore
delle belle cipolle secche dal velo dorato! E poteva
rimproverare alle figliuole la carne che esse, sì, potevano
mangiarsi, cucinata così saporitamente dalla madre con
quelle cipolle? O rimproverarle perché, facendo il bucato in
casa per risparmio, quando avevano finito di lavare,
buttavano fuori l'acqua saponata e con quel puzzo ardente di
lavatojo gli toglievano di godersi, la sera, il fresco
respiro degli orti?
Chi sa come sarebbe parso ingiusto un tal rimprovero, a loro
che sfacchinavano dalla mattina alla sera, là sempre sole,
come esiliate, senza mai, forse, neppur pensare che, in
altre condizioni, avrebbero potuto avere una vita diversa,
ciascuna per sé.
Erano per fortuna un po' deboli di cervello, come la madre.
Le compativa; ma anche il compatimento che ne aveva, nel
vederle ridotte come due strofinacci, gli si cangiava in una
cattiva irritazione.
Perché egli non era buono. No, no. Non era buono come pareva
a quelle sue povere donne, e, del resto, a tutti. Cattivo
era. E gli si doveva veder bene negli occhi, certe volte,
che l'aveva anche lui, la sua malizia, bene agguattata
sotto. Gli veniva fuori, quand'era solo, nella stanza
d'ufficio, che si baloccava senza saperlo con la lancetta
del raschino, seduto davanti la scrivania: tentazioni che
potevano esser anche da folle: come di mettersi a spaccare
con la lancetta di quel raschino l'incerato della ribalta,
il cuojo della poltrona; e poi, invece, posava su quella
ribalta la manina che pareva grassa grassa, ed era anch'essa
enfiata; se la guardava e, mentre grosse lagrime gli
scolavano dagli occhi, s'accaniva con l'altra a strapparsi i
peli rossicci dal dorso delle dita.
Era cattivo, sì. Ma era anche la disperazione di dover
finire tra poco, in una poltrona, perso da una parte e
scemo, tra quelle tre donne che lo seccavano e che gli
mettevano addosso la smania di scapparsene, finché era in
tempo, come un pazzo.
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E, sissignori, la pazzia quella sera, prima che nel
capo, gli entrò all'improvviso nelle mani e in un
piede, facendogli alzar questo alla staffetta e
afferrar con quelle il sediolo e la stanga del
carretto del lattajo trovato lì per caso
all'imboccatura della traversa.
Ma come? Lui, il signor Bareggi, uomo serio, posato,
rispettabile, sul carretto del lattajo?
Sì, sul carretto del lattajo, per un ticchio lì per
li, appena lo intravide nella nebbia, svoltando dal
viale e imboccando la traversa; appena nelle nari
avvertì il fresco odore fermentoso d'un bel fascio
di fieno nella rete e il puzzo caprino del cappotto
del lattajo buttato sul sediolo: gli odori della
campagna lontana, che immaginò subito, laggiù
laggiù, oltre la barriera nomentana, oltre Casal dei
Pazzi, immensa, smemorata e liberatrice.
Il cavallo, allungando il muso e strappando l'erba
che cresceva liberamente sulle prode, doveva essersi
allontanato da sé, un passo dopo l'altro, dalle tre
casette perdute nella nebbia in fondo alla traversa;
il lattajo, che a ogni posta s'indugiava al solito a
chiacchierar con le donne, sicuro che la bestia
abituata lo stesse ad aspettare paziente davanti la
porta, ora, uscendo con le bottiglie vuote e non
trovandolo più, si sarebbe dato a correre e a
gridare: bisognava far presto; e il signor Bareggi,
col brio di quell'improvvisa pazzia che gli
schizzava dagli occhi, ansante e tutt'un tremito di
contentezza e di paura, ormai senza che gli
importasse più di rendersi conto di ciò che sarebbe
avvenuto e di lui e del lattajo e delle sue donne,
nello scompiglio di tutte le immagini che già gli
turbinava nell'animo stravolto, dette una gran
frustata al cavallo e via!
Non s'aspettava il salto a montone di quella
bestiaccia, che pareva vecchia e non era; non
s'aspettava, al rimbalzo, il fracasso di tutti i
bidoni e gli orci del latte dietro il sediolo; gli
scapparono di mano le redini, per sorreggersi,
mentre, a quel salto del cavallo, coi piedi
sobbalzati dalle stanghe e la frusta per aria, stava
per arrovesciarsi all'indietro su quei bidoni e
quegli orci; e non aveva ancora finito di sentirsi
scampato a quel primo pericolo, che subito la
minaccia di nuovi, imminenti, lo tenne senza fiato e
sospeso, con quella bestia dannata sfrenata lanciata
a una corsa pazza in mezzo alla nebbia che si faceva
sempre più fitta col calar della sera.
Non accorreva nessuno a parare? a gridare che altri
parasse? Eppure doveva sembrare nel bujo una
tempesta quel carretto in fuga con tutti quegli
arnesi che, traballando, s'urtavano. Ma forse non
passava più nessuno per il viale, o a lui tra il
frastuono non arrivavano le grida; e la nebbia
gl'impediva di vedere perfino le lampade elettriche
che già dovevano essere accese.
Aveva buttato anche la frusta, per agguantarsi
disperatamente con tutt'e due le mani al sediolo Ah,
non lui soltanto, ma anche quel cavallo doveva
essersi impazzito, o per quella frustata in
principio, a cui forse non era avvezzo, o per la
gioja che quella sera fosse finito così presto il
giro delle poste, o per le redini da cui non si
sentiva più tenuto. Nitriva, nitriva. E il signor
Bareggi vedeva con spavento lo slancio furibondo
delle anche in quella corsa che, a ogni slancio,
pareva si spiccasse adesso con nuova lena.
A un certo punto, balenandogli il pericolo che alla
svoltata del viale sarebbe andato a sbattere contro
qualche ostacolo, si provò ad allungare il braccio
per tentare se gli veniva fatto di riacchiappar le
redini; abburattato, picchiò non seppe dove, col
naso, e si ritrovò tanto sangue sulla bocca, sul
mento e nella mano; ma non ebbe né modo né tempo di
badare alla ferita che si doveva esser fatta;
bisognava che tornasse a sorreggersi forte con
tutt'e due le mani. Sangue davanti, e latte dietro!
Dio. il latte che, sguazzando e sciabordando nei
bidoni e negli orci, gli schizzava alle spalle! E
rideva il signor Bareggi, pur nel terrore che gli
teneva le viscere sospese; rideva di quel terrore; e
contrapponeva istintivamente all'idea, pur precisa,
d'una prossima immancabile catastrofe l'idea che,
dopo tutto, fosse una burla, una burla che aveva
voluto fare e che domani avrebbe raccontato,
ridendo. E rideva. Rideva, richiamandosi
disperatamente davanti agli occhi - l'immagine
quieta dell'ortolano che annaffiava l'orto, oltre la
siepe là della traversa, com'egli lo vedeva ogni
sera dalla sua loggetta; e a cose gaje pensava: ai
contadini che, nei loro vecchi abiti, mettevan certe
toppe che parevano scelte apposta perché dicessero,
sì, la miseria, ma allegra là sulle chiappe, sui
gomiti, sui ginocchi, come una bandiera; e intanto,
sotto queste immagini quiete e gaje, non meno viva,
terribile, quella di ribaltare da un momento
all'altro a un urto che avrebbe forse mandato tutto
a catafascio.
Volò Ponte Nomentano, volò Casal dei Pazzi, e via,
via, via, nella campagna aperta, che già
s'indovinava nella nebbia.
Quando il cavallo si fermò davanti a un rustico
casalino, col carretto sconquassato e senza più né
un bidone né un orcio, era già sera chiusa.
Dal casalino la moglie del lattajo, sentendo
arrivare il carretto a quell'ora insolita, chiamò.
Nessuno le rispose. Scese con la lucerna a olio
davanti la porta; vide quello sconquasso; chiamò di
nuovo per nome il marito: ma dov'era? cos'era stato?
Domande, a cui certo il cavallo, ancora ansante e
felice della bella galoppata, non poteva rispondere.
Con gli occhi insanguinati, scalpitava e sbruffava,
squassando la testa.
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