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NOVELLE PER UN ANNO - 1925 - "DONNA MIMMA"
Pubblicata nel 1925, la raccolta Donna Mimma costituisce il nono volume delle
Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1896 ed il 1924. |
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13.
I pensionati della memoria (1913)
«Aprutium», gennaio 1914, poi
in «Un cavallo nella luna», Treves Milano 1918.
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Bella fortuna, la vostra! Accompagnare
i morti al camposanto e ritornarvene a casa, magari con una gran tristezza
nell’anima e un gran vuoto nel cuore, se il morto vi era caro; e se no, con la
soddisfazione d’aver compiuto un dovere increscioso e desiderosi di dissipare,
rientrando nelle cure e nel tramenio della vita, la costernazione e l’ambascia
che il pensiero e lo spettacolo della morte incutono sempre. Tutti, a ogni modo,
con un senso di sollievo, perché, anche per i parenti più intimi, il morto –
diciamo la verità – con quella gelida immobile durezza impassibilmente opposta a
tutte le cure che ce ne diamo, a tutto il pianto che gli facciamo attorno, è un
orribile ingombro, di cui lo stesso cordoglio – per quanto accenni e tenti di
volersene ancora disperatamente gravare – anela in fondo in fondo a liberarsi.
E ve ne liberate, voi, almeno di quest’orribile ingombro materiale, andando a
lasciare i vostri morti al camposanto. Sarà una pena, sarà un fastidio; ma poi
vedete sciogliersi il mortorio; calare il feretro nella fossa; là, e addio.
Finito.
Vi sembra poca fortuna?
A me, tutti i morti che accompagno al camposanto, mi ritornano indietro.
Fanno finta d’esser morti, dentro la cassa. O forse veramente sono morti per sé.
Ma non per me, vi prego di credere! Quando tutto per voi è finito, per me non è
finito niente. Se ne rivengono meco, tutti, a casa mia. Ho la casa piena. Voi
credete di morti? Ma che morti! Sono tutti vivi. Vivi, come me, come voi; più di
prima. Soltanto – questo sì – sono disillusi. |
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Perché – riflettete bene: che cosa può esser morto di loro? Quella realtà
ch’essi diedero, e non sempre uguale, a se stessi, alla vita. Oh, una realtà
molto relativa, vi prego di credere. Non era la vostra; non era la mia. Io e
voi, infatti, vediamo, sentiamo e pensiamo, ciascuno a modo nostro noi stessi e
la vita. Il che vuol dire, che a noi stessi e alla vita diamo ciascuno a modo
nostro una realtà: la projettiamo fuori e crediamo che, così com’è nostra, debba
essere anche di tutti; e allegramente ci viviamo in mezzo e ci camminiamo
sicuri, il bastone in mano, il sigaro in bocca.
Ah, signori miei, non ve ne fidate troppo! Basta appena un soffio a portarsela
via, codesta vostra realtà! Ma non vedete che vi cangia dentro di continuo?
Cangia, appena cominciate a vedere, a sentire, a pensare un tantino diversamente
di poc’anzi; sicché ciò che poc’anzi era per voi la realtà, v’accorgete adesso
ch’era invece un’illusione. Ma pure, ahimè, c’è forse altra realtà fuori di
questa illusione? E che cos’altro è dunque la morte se non la disillusione
totale?
Però, ecco, se sono tanti poveri disillusi i morti, per l’illusione che si
fecero di se medesimi e della vita; per quella che me ne faccio io ancora,
possono aver la consolazione di viver sempre, finché vivo io. E se
n’approfittano! V’assicuro che se n’approfittano.
Guardate. Ho conosciuto, più di vent’anni fa, a Bonn sul Reno, un certo signor
Herbst. Herbst vuol dire autunno; ma il signor Herbst era anche
d’inverno, di primavera e d’estate, cappellajo, e aveva bottega in un angolo
della Piazza del Mercato, presso la Beethoven–Halle.
Vedo quel canto della piazza, come se vi fossi ancora, di sera; ne respiro gli
odori misti esalanti dalle botteghe illuminate, odori grassi; e vedo i lumi
accesi anche davanti la vetrina del signor Herbst, il quale se ne sta su la
soglia della bottega con le gambe aperte e le mani in tasca. Mi vede passare,
inchina la testa e mi augura, con la special cantilena del dialetto renano:
– Gute Nacht, Herr Doktor.
Sono trascorsi più di vent’anni. Ne aveva, a dir poco, cinquantotto il signor
Herbst, allora. Ebbene, forse a quest’ora sarà morto. Ma sarà morto per sé, non
per me, vi prego di credere. Ed è inutile, proprio inutile che mi diciate che
siete stati di recente a Bonn sul Reno e che nell’angolo della Marktplatz
accanto alla Beethoven–Halle non avete trovato traccia né del signor Herbst né
della sua bottega di cappellajo. Che ci avete trovato invece? Un’altra realtà, è
vero? E credete che sia più vera di quella che ci lasciai io vent’anni fa?
Ripassate, caro signore, di qui ad altri vent’anni, e vedrete che ne sarà di
questa che ci avete lasciato voi adesso.
Quale realtà? Ma credete forse che la mia di vent’anni fa, col signor Herbst su
la soglia della sua bottega, le gambe aperte e le mani in tasca, sia quella
stessa che si faceva di sé e della sua bottega e della Piazza del Mercato, lui,
il signor Herbst? Ma chi sa il signor Herbst come vedeva se stesso e la sua
bottega e quella piazza!
No, no, cari signori: quella era una realtà mia, unicamente mia, che non può
cangiare né perire, finché io vivrò, e che potrà anche vivere eterna, se io avrò
la forza d’eternarla in qualche pagina, o almeno, via, per altri cento milioni
d’anni, secondo i calcoli fatti or ora in America circa la durata della vita
umana sulla Terra.
Ora, com’è per me del signor Herbst tanto lontano, se a quest’ora è morto; così
è dei tanti morti che vado ad accompagnare al camposanto e che se ne vanno
anch’essi per conto loro assai più lontano e chi sa dove. La realtà loro è
svanita; ma quale? quella ch’essi davano a se medesimi. E che potevo saperne io,
di quella loro realtà? Che ne sapete voi? Io so quella che davo ad essi per
conto mio. Illusione la mia e la loro.
Ma se essi, poveri morti, si sono totalmente disillusi della loro, l’illusione
mia ancora vive ed è così forte che io, ripeto, dopo averli accompagnati al
camposanto, me li vedo ritornare indietro, tutti, tali e quali: pian piano,
fuori della cassa, accanto a me.
– Ma perché, – voi dite, – non se ne ritornano alle loro case, invece di
venirsene a casa vostra?
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Oh bella! ma perché non hanno mica una realtà per sé, da potersene andare dove
loro piace. La realtà non è mai per sé. Ed essi l’hanno, ora, per me, e con me
dunque per forza se ne debbono venire.
Poveri pensionati della memoria, la disillusione loro m’accora indicibilmente.
Dapprima, cioè appena terminata l’ultima rappresentazione (dico dopo
l’accompagnamento funebre) quando rinvengon fuori dal feretro per ritornarsene
con me a piedi dal camposanto, hanno una certa balda vivacità sprezzante, come
di chi si sia scrollato con poco onore, è vero, e a costo di perder tutto, un
gran peso d’addosso. Pure, rimasti come peggio non si potrebbe, vogliono
rifiatare. Eh sì! almeno, via, un bel respiro di sollievo. Tante ore, lì,
rigidi, immobili, impalati su un letto, a fare i morti. Vogliono sgranchirsi:
girano e rigirano il collo; alzano ora questa ora quella spalla; stirano,
storcono, dimenano le braccia; vogliono muover le gambe speditamente e anche mi
lasciano di qualche passo indietro. Ma non possono mica allontanarsi troppo.
Sanno bene d’esser legati a me, d’aver ormai in me soltanto la loro realtà, o
illusione di vita, che fa proprio lo stesso.
Altri – parenti – qualche amico – li piangono, li rimpiangono, ricordano questo
o quel loro tratto, soffrono della loro perdita; ma questo pianto, questo
rimpianto, questo ricordo, questa sofferenza sono per una realtà che fu, ch’essi
credono svanita col morto, perché non hanno mai riflettuto sul valore di questa
realtà.
Tutto è per loro l’esserci o il non esserci d’un corpo.
Basterebbe a consolarli il credere che questo corpo non c’è più, non perché sia
già sotterra, ma perché è partito, in viaggio, e ritornerà chi sa quando.
Su, lasciate tutto com’è: la camera pronta per il suo ritorno; il letto rifatto,
con la coperta un po’ rimboccata e la camicia da notte distesa; la candela e la
scatola dei fiammiferi sul comodino; le pantofole davanti la poltrona, a piè del
letto.
– È partito. Ritornerà.
Basterebbe questo. Sareste consolati. Perché? Perché voi date una realtà per sé
a quel corpo, che invece, per sé, non ne ha nessuna. Tanto vero che – morto – si
disgrega, svanisce.
– Ah, ecco, – esclamate voi ora. – Morto! Tu dici che, morto, si disgrega; ma
quando era vivo? Aveva una realtà!
Cari miei, torniamo daccapo? Ma sì, quella realtà ch’egli si dava e che voi gli
davate. E non abbiamo provato ch’era un’illusione? La realtà ch’egli si dava,
voi non la sapete, non potete saperla perché era in lui e fuori di voi; voi
sapete quella che gli davate voi. E non potete forse dargliela ancora, senza
vedere il suo corpo? Ma sì! tanto vero, che subito vi consolereste, se poteste
crederlo partito, in viaggio. Dite di no? E non seguitaste forse a dargliela
tante volte, sapendolo realmente partito, in viaggio? E non è forse quella
stessa che io do da lontano al signor Herbst, che non so se per sé sia vivo o
morto?
Via, via! sapete perché voi piangete, invece? Per un’altra ragione piangete,
cari miei, che non supponete neppur lontanamente. Voi piangete perché il
morto, lui, non può più dare a voi una realtà. Vi fanno paura i suoi occhi
chiusi, che non vi possono più vedere; quelle sue mani dure gelide, che non vi
possono più toccare. Non vi potete dar pace per quella sua assoluta
insensibilità. Dunque, proprio perché egli, il morto, non vi sente più.
Il che vuol dire che vi è caduto con lui, per la vostra illusione, un sostegno,
un conforto: la reciprocità dell’illusione.
Quand’egli era partito, in viaggio, voi, sua moglie, dicevate:
– Se egli da lontano mi pensa, io sono viva per lui.
E questo vi sosteneva e vi confortava. Ora ch’egli è morto, voi non dite più:
– Io non sono più viva per lui!
Dite invece:
– Egli non è più vivo per me!
Ma sì ch’egli è vivo per voi! Vivo per quel tanto che può esser vivo, cioè per
quel tanto di realtà che voi gli avete dato. La verità è che voi gli deste
sempre una realtà molto labile, una realtà tutta fatta per voi, per l’illusione
della vostra vita, e niente o ben poco per quella di lui.
Ed ecco perché i morti se ne vengono da me, ora. E con me – poveri pensionati
della memoria – amaramente ragionano su le vane illusioni della vita, di cui
essi al tutto si sono disillusi, di cui non posso ancora disilludermi al tutto
anch’io, benché come loro le riconosca vane.
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