Zio Fifo ha la passione di fare dispetti a tutti, a partire
dai suoi nipoti che lo accudiscono nella vecchiaia. Un giorno decide di recarsi
da Roma a Bergamo per dare l’ultimo saluto a un amico che parte per l’America, e
i suoi nipoti cercano di distoglierlo dal proposito sostenendo, per scherzo, che
potrebbe morire nel viaggio. Ma lo zio burlone parte ed effettivamente muore
appena arrivato a destinazione. Il nipote di Bergamo, prima di partire,
rispedisce la salma ai nipoti di Roma, con un telegramma che riporta la scritta
“resti mortali”. Al momento del funerale, con tanto di carrozza di prima classe,
i doganieri fanno sapere ai nipoti della multa che devono pagare per aver
dichiarato “resti mortali” ciò che avrebbe dovuto essere chiamato “feretro”, in
quanto coi primi si intendono le ceneri del defunto: durante la lite tra i
doganieri e i nipoti, che non comprendono la differenza tre tali diciture, i
parenti pensano che anche da morto Zio Fifo continui a fare i suoi dispetti e
che, da dentro il feretro, si porti la mano al volto per darsi una
stropicciatina.
Disperazione dei nipoti, che pur gli dovevano volere un gran bene se, dopo che
s'era spogliato per loro di tutto il suo, ancora avevano tanta sopportazione di
lui, il signor Federico Biobin (zio Fifo, come lo chiamavano) si alzava col
lume, e subito, zitto zitto, piccolino com'era di statura, col testoncino a pera
che gli lustrava, calvo fino alla nuca, una ventina di duri peluzzi ritinti,
dieci per parte drizzati sul musetto da topo, si metteva a frugolare per casa,
sorsando, soffiando, dando smusatine, come per tenere in continuo esercizio
d'esplorazione il naso puntuto, le labbra armate di quei venti spunzoncini;
finché all'improvviso tutta la casa non sobbalzava dal sonno o per un rovinío di
scodelle dalla piattaja in cucina o di casse che crollavano a catafascio nel
ripostiglio. Accorrevano tutti, chi in camicia, chi in pigiama, chi in sottana.
-
Niente: sento puzza di mobili vecchi.
Ma
come se tutto quel fracasso non l'avesse fatto lui e non l'avesse nemmeno
sentito, e placido e un po' seccato parlasse ancora dal silenzio che c'era prima
nella casa.
Non lasciava giorno, senza che ne facesse una. E il bello si era che i fastidi
che dava, i dispetti che faceva, per cui le budella ai nipoti, alle serve, si
ritorcevano dentro come una fune, lui li chiamava servizii. Capace di stare
giornate sane in cucina a ritagliare e tentar d'incollare striscioline di carta
per medicare un vetro rotto della finestra a usciale che dava su una specie di
ballatojo, dov'era puzzolentissimo il casottino del cesso. La cuoca si dannava.
-
Ma lei che sente la puzza dei mobili vecchi, o non la sente codesta del cesso?
Non la sentiva, quella; e seguitava, sorsando, soffiando, smusando, a tentare
d'incollare quelle striscioline di carta.
E
ora eccolo giú in giardino, infuriato contro un'ala del cancello che, interrata,
non voleva piú andare né avanti né indietro. Illividito dalla congestione e con
le vene del cranio che gli scoppiavano, dava certe scrollate che le braccia,
appena i ferri del cancello brandivano in contrasto, pareva gli si dovessero
staccar nette dal busto. I nipoti gli gridavano dalle finestre:
-
Smettila, zio! Non vedi che non s'apre?
-
La smetto? O io l'apro, o ci crepo!
Non l'apriva e non ci crepava: veniva sú, tutto slogato, in un bagno di sudore,
presentando le manine ridotte una pietà, perché gli fossero unte d'olio e
fasciate.
Quando poi era stanco di farne ai suoi di casa, usciva e si metteva a far
dispetti alla gente per via: per esempio, certe giornate che pioveva a dirotto,
andando a pigliarsi apposta sull'ombrello lo sgrondo di tutte le case, con
un'aria cosí parlante di farlo per dispetto, che veniva la tentazione a chi gli
passava accanto di strapparlo per un braccio accosto al muro. Il piacere
maligno, che sotto sotto ne provava, gli faceva arricciare agli angoli il labbro
con tutti quei suoi venti peluzzi irti, quasi in un digrignamento appena
percettibile, di cagnolino bizzoso.
L'ultimo fu quello della spolverina grigia d'alpagà, comperata per veste da
camera, quando i nipoti, ridendo della compera, gli fecero notare ch'era una
spolverina da viaggio, quella.
-
Da viaggio? E allora parto!
-
Parti? Dove vai?
-
A Bergamo, da Ernesto, a salutarlo prima che vada a Genova a imbarcarsi per
l'America.
Non ci fu verso di rimuoverlo piú da quel ticchio di partire lí per lí. Anzi,
che la sua visita per quel povero Ernesto dovesse essere un gravissimo imbarazzo
piuttosto che un piacere nel trambusto in cui doveva trovarsi alla vigilia di
salpar per l'America: ragione di piú. E che il medico gli avesse ordinato di
star tranquillo e non strapazzarsi per la sclerosi cardiaca di cui era affetto:
ragione di piú, anche questa. Voleva morire! Ma come, a Bergamo? morire a
Bergamo, mentre Ernesto vi spiantava la casa? Sissignori, morire a Bergamo,
nella casa spiantata.
Partí con quella spolverina grigia; e purtroppo la minaccia di quel pericolo che
i nipoti di Roma, senza punto crederci, gli avevano fatto balenare per
trattenerlo, s'avverò. La notizia fulminea della morte di zio Fifo lo stesso
giorno che arrivò a Bergamo, lasciò quasi basiti i nipoti di Roma per il fatto
che, pur senza crederci, l'avevano preveduta; e che, pur avendola preveduta, per
quel non crederci, avessero lasciato partire lo zio.
Di
quest'ultimo dispetto ai nipoti lontani e dell'altro ancor piú acerbo al nipote
vicino, là a Bergamo, zio Fifo, in mezzo alla confusione della casa tutta
sossopra per lo sgombero, stecchito sul lettino di ferro, con la sua brava
spolverina grigia da cui spuntavano i due piedini giunti, piú che soddisfatto,
pareva ora felicissimo.
Tra gli altri mobili della camera scostati dalle pareti e fuori di posto,
comodissimo comodissimo ci stava lui, su quel lettino di ferro che nessuno,
finché ci stava lui, avrebbe potuto toccare, coi quattro ceri accesi, due da
capo, due da piedi; le manine intrecciate sul ventre che gli s'era un po'
gonfiato.
Pareva proprio che sorridesse, sornione, con gli occhi chiusi e quei venti
spunzoncini ancora drizzati sul musetto da topo.
Difatti, il compito di venire a morire a Bergamo per maggior ristoro del nipote
Ernesto in partenza per l'America, lui lo aveva assolto; ora toccava agli altri
quello di rimuoverlo di lí, o per seppellirlo nel cimitero di Bergamo o per
rispedirlo a Roma se lo volevano là nella tomba di famiglia.
Stimò piú sbrigativo il nipote Ernesto rispedirlo a Roma e lasciare ai cugini la
cura e il resto delle spese per i funerali all'arrivo: aveva i minuti contati;
sarebbe arrivato a Genova appena in tempo per imbarcarsi. Malauguratamente però,
nel fare la spedizione, credette che l'uso della frase «resti mortali» invece
della cruda parola «cadavere» fosse lecito, com'era certo piú gentile e pietoso;
e se ne volle servire, forse a compensare il povero zio di tutte le imprecazioni
che gli aveva scagliate per esser venuto a buttarglisi morto tra i piedi in un
frangente come quello.
Ora ai nipoti di Roma venuti alla stazione a ricevere il feretro con molte
corone di fiori e un magnifico carro funebre di prima classe a quattro cavalli e
piú d'un centinajo d'amici e conoscenti e rappresentanze di sodalizii con labari
e bandiere e il parroco per la benedizione alla salma e due belle file di
monache e chierici con le candele in mano; appunto per l'uso gentile e pietoso
di quella frase, l'ufficiale di dogana presentò una bolletta gravata da una
multa di parecchie migliaja di lire.
-
Multa? E perché?
-
Falso in denunzia.
-
Falso? Che falso?
-
Ma credono lor signori, che si possa impunemente denunziare un feretro
come resti mortali? I resti mortali sono un conto: un mucchietto d'ossa e
di cenere in una cassettina di latta; e pagano per tali, secondo una loro
tariffa. Un feretro è un altro conto. Per quanto piccolo, bisogna che paghi come
feretro. Altra tariffa.
Protestarono i nipoti che intenzione di frode nel cugino Ernesto non poteva
esserci stata; ma, anche ammesso e non concesso che ci fosse stata, la multa, se
mai, doveva pagarla chi aveva spedito e non chi riceveva. Erano pronti a pagare
il di piú della spesa, secondo la tariffa, trattandosi realmente di un feretro e
non di resti mortali (benché la distinzione potesse parere a prima giunta
sofistica); ma, a ogni modo, la multa no, no e no.
Non avevano nessuna colpa, loro. Il cugino Ernesto era partito per l'America, e
responsabile dello sbaglio (non diciamo frode, per carità!) restava allora
l'ufficio di spedizione alla dogana di Bergamo che s'era ricevuto a occhi chiusi
e aveva «inoltrato» come resti mortali un feretro intero. Per placare il
capo-stazione chiamato a dare man forte all'ufficiale di dogana, i nipoti si
mostrarono disposti a scusare, del resto, anche l'ufficio di spedizione della
dogana di Bergamo, informando che il cugino Ernesto doveva aver spedito in quei
giorni chi sa quanti colli, per cui sapendosi in città ch'egli era sul punto di
lasciare l'Italia per sempre, quell'ufficiale di dogana, addetto alla
spedizione, facilmente aveva potuto supporre che spedisse anche i resti
mortali di qualche parente sepolto da tempo nel cimitero di Bergamo, per non
lasciarli colà. La colpa, in questo caso, si riduceva soltanto a una mancata
verifica. Gli volevano far pagare la multa per questo? Ecco, ma a lui sempre, la
multa, se mai; mica a loro che non c'entravano né punto né poco.
Mentre cosí si discuteva nell'ufficio di dogana, fuori nello spiazzale quelli
ch'eran venuti per l'accompagnamento funebre vestiti di nero e in tubino,
s'erano ritratti e impalati in fila, gomito a gomito, a ridosso al muro, per
ripararsi da un terribile sole d'agosto, prossimo al meriggio. C'era a mala
pena, lungo quel muro, un filo d'ombra che non arrivava a riparare fino alla
punta neanche i piedi; e davanti, tutte le cose, a quella vampa di sole,
abbarbagliavano. Cosí tutti impalati, con gli occhi fuori del capo, guardavano
l'enorme carro funebre, rimasto in mezzo allo spiazzale, là, ferocemente nero e
dorato, e pareva ne avessero un formidabile incubo, come di quelle monache che
se ne stavano impassibili, a occhi bassi, cosí infagottate in quelle loro
tonache di pesantissimo panno marrone, con quel cappuccetto nero a capanna in
capo, tutte bene appettate sotto il modestino bianco insaldato, e le candele
accese in mano. Dio, quelle candele, la cui fiamma nel sole non si vedeva, e se
ne vedeva invece il fumighío tremolante! Ma che avveniva? Perché non portavano
il feretro? Che s'aspettava? Alcuni, piú impazienti, andarono a sentire; poi a
poco a poco, tutti, tranne il cocchiere sul carro funebre, le monache, i
chierici e i portatori dei labari e delle bandiere, entrarono nel fresco
delizioso dell'ufficio della dogana, ch'era un alto e vasto magazzino ingombro
tutt'intorno alle pareti di casse rammontate e di balle e di colli.
Vi
rintronavano i gridi della contesa tra i nipoti del morto da una parte, e il
capo-stazione e gli ufficiali di dogana dall'altra. Gli animi s'erano accesi. Il
capo-stazione era irremovibile: o pagare la multa, o niente feretro! Il maggiore
dei nipoti, furibondo, minacciava che glielo avrebbero lasciato lí. Non era mica
merce, un morto, che si potesse rivendere all'asta! Volevano vedere che cosa il
capo-stazione se ne farebbe! E il capo-stazione sghignazzava e rispondeva che,
chiestane licenza a chi di dovere, lo avrebbe mandato a seppellire con due
facchini; e che poi a far pagare le spese e la tariffa e la multa ci avrebbero
pensato con comodo gli uscieri. Un fremito d'indignazione accolse questa
risposta e allora l'altro nipote, confortato dal consenso di tutti, lo diffidò
dal farlo: avrebbe chiamato responsabile l'amministrazione dei danni morali e
materiali, perché non era mica un cane il loro zio da esser mandato a seppellire
in quel modo; c'erano là centinaja di persone venute a rendergli i meritati
onori funebri, labari e bandiere di sodalizi, un carro di prima classe, un santo
sacerdote, monache e chierici con piú di quaranta candele!
E
i due nipoti, rossi come gamberi, con le camice bianche che, nello scompiglio
dell'esagitazione, strabuzzavano loro dalle maniche nere e perfino di sotto il
panciotto, tutti tremanti per lo sfogo violento e piangenti dalla rabbia, furono
condotti via.
Ora quell'incubo di carro funebre che se n'andava vuoto e traballante, diretto
alla rimessa, e quelle monache e quei chierici che capovolgevano le candele per
smorzarle in terra, diedero a tutti, anche ai nipoti, in quell'animazione
insolita, un senso di leggerezza, come se zio Fifo, mandato a monte il funerale,
non fosse piú morto.
Ma
si poteva veramente dir morto zio Fifo, se seguitava a fare con tanta pervicacia
ciò che aveva sempre fatto in vita: dispetti a tutti?
So
bene che non s'è mai dato il caso che un morto si sia staccate le mani dal petto
per cacciarsi una mosca dal naso; ma per zio Fifo riparato dalla doppia cassa di
zinco e di noce, là sotto gli occhi del capo-stazione rimasto solo nel magazzino
della dogana a grattarsi la testa, mi par proprio lecito immaginare che se le
sia staccate davvero, quelle sue gracili manine dal petto, per darsi contentone
una bella stropicciatina.