ShakespeareWeb

 La Biografia 

     Ricerca nel sito

In linea dal 20.12.2000

Aggiornato al 06.06.2013

  Tematiche
  Teatro
  Novelle
  Romanzi
  Poesia
 Scritti e Discorsi
 
  Biblioteca
  Videoteca
  Audioteca
 

 

Prima pubblicazione: Un cavallo nella luna, Treves Milano 1918.

 

TRAMA

 

Interamente ambientata su di un treno, in uno scompartimento di seconda classe (quella usata dalla media borghesia). È narrato il dialogo tra una coppia, in viaggio per salutare il figlio chiamato al fronte, e gli altri viaggiatori dello scompartimento. La signora, prostrata dal dolore per la quasi certa perdita dell'unico figlio, tace, esprimendosi con gesti scoordinati, mentre il marito cerca di spiegare agli altri passeggeri le ragioni del suo stato. I compagni di viaggio reagiscono freddamente, in particolare un «viaggiatore grasso e sanguigno», che si produce in un lungo discorso sull'ardore della giovinezza, sulla necessità di non piangere i propri figli, nati per la patria, non per i genitori. Suo figlio, afferma, «m'ha mandato a dire [...] che è morto contento, e che non stessi a vestirmi di nero, come difatti lor signori vedono che non mi sono vestito». La signora, stordita e sbalordita, gli domanda semplicemente, quasi non avesse inteso: «Ma dunque.. dunque suo figlio è morto?». A questa domanda il viaggiatore comprende l'amara realtà, che il figlio era veramente morto, che per lui non sarebbe più esistito, e scoppia infine in «acuti, strazianti, irrefrenabili singhiozzi».
Sin dalle prima riga l'ambientazione ferroviaria determina l'atmosfera in cui prende avvio la narrazione: una lenta attesa notturna, tra un treno e l'altro, con un senso di sporcizia, di abbandono, di "alienazione" accentuata, che fa da proemio ad una conversazione dolorosissima, straziante, che solo tra estranei, compagni occasionali di viaggio, può aver luogo. Il treno non ha qui, tuttavia, la sola funzione di sfondo della vicenda. Esso è anche un simbolo, una metafora del viaggio ideale, del tormentato itinerario interiore del viaggiatore grasso: il treno trasporta gli uomini da un luogo all'altro, come la domanda repentina della signora conduce l'uomo in una nuova, tragica dimensione di consapevolezza.


 

QUANDO SI COMPRENDE

da Liber Liber

I passeggeri arrivati da Roma col treno notturno alla stazione di Fabriano dovettero aspettar l'alba per proseguire in un lento trenino sgangherato il loro viaggio su per le Marche.

All'alba, in una lercia vettura di seconda classe, nella quale avevano già preso posto cinque viaggiatori, fu portata quasi di peso una signora cosí abbandonata nel cordoglio che non si reggeva piú in piedi.

Lo squallor crudo della prima luce, nell'angustia opprimente di quella sudicia vettura intanfata di fumo, fece apparire come un incubo ai cinque viaggiatori che avevano passato insonne la notte, tutto quel viluppo di panni, goffo e pietoso, issato con sbuffi e gemiti sú dalla banchina e poi sú dal montatojo.

Gli sbuffi e i gemiti che accompagnavano e quasi sostenevano, da dietro, lo stento, erano del marito, che alla fine spuntò, gracile e sparuto, pallido come un morto, ma con gli occhietti vivi vivi, aguzzi nel pallore.

L'afflizione di veder la moglie in quello stato non gl'impediva tuttavia di mostrarsi, pur nel grave imbarazzo, cerimonioso; ma lo sforzo fatto lo aveva anche, evidentemente, un po' stizzito, forse per timore di non aver dato prova davanti a quei cinque viaggiatori di bastante forza a sorreggere e introdurre nella vettura il pesante fardello di quella moglie.

Preso posto, però, dopo aver porto scusa e ringraziamenti ai compagni di viaggio che si erano scostati per far subito posto alla signora sofferente, poté mostrarsi cerimonioso e premuroso anche con lei e le rassettò le vesti addosso e il bavero della mantiglia che le era salito sul naso.

- Stai bene, cara?

La moglie, non solo non gli rispose, ma con ira si tirò sú di nuovo la mantiglia - piú sú, fino a nascondersi tutta la faccia. Egli allora sorrise afflitto; poi sospirò:

- Eh... mondo!

E volle spiegare ai compagni di viaggio che la moglie era da compatire perché si trovava in quello stato per l'improvvisa e imminente partenza dell'unico figliuolo per la guerra. Disse che da vent'anni non vivevano piú che per quell'unico figliuolo. Per non lasciarlo solo, l'anno avanti, dovendo egli intraprendere gli studii universitari, s'erano trasferiti da Sulmona a Roma. Scoppiata la guerra, il figliuolo, chiamato sotto le armi, s'era iscritto al corso accelerato degli allievi ufficiali; dopo tre mesi, nominato sottotenente di fanteria e assegnato al 12° reggimento, brigata Casale, era andato a raggiungere il deposito a Macerata, assicurando loro che sarebbe rimasto colà almeno un mese e mezzo per l'istruzione delle reclute; ma ecco che, invece, dopo tre soli giorni lo mandavano al fronte. Avevano ricevuto a Roma il giorno avanti un telegramma che annunziava questa partenza a tradimento. E si recavano a salutarlo, a vederlo partire.

La moglie sotto la mantiglia s'agitò, si restrinse, si contorse, rugliò anche piú volte come una belva, esasperata da quella lunga spiegazione del marito, il quale, non comprendendo che nessun compatimento speciale poteva venir loro per un caso che capitava a tanti, forse a tutti, avrebbe anzi suscitato irritazione e sdegno in quei cinque viaggiatori che non si mostravano abbattuti e vinti come lei nel cordoglio, pur avendo anch'essi probabilmente uno o piú figliuoli alla guerra. Ma forse il marito parlava apposta e dava quei ragguagli del figlio unico e della partenza improvvisa dopo tre soli giorni, ecc., perché gli altri ripetessero a lei con dura freddezza tutte quelle parole ch'egli andava dicendo da alcuni mesi, cioè da quando il figliuolo era sotto le armi; e non tanto per confortarla e confortarsi, quanto per persuaderla dispettosamente a una rassegnazione per lei impossibile.

Difatti quelli accolsero freddamente la spiegazione. Uno disse:

- Ma ringrazii Dio, caro signore, che parta soltanto adesso il suo figliuolo! Il mio è già sú dal primo giorno della guerra. Ed è stato ferito, sa? già due volte. Per fortuna, una volta al braccio, una volta alla gamba, leggermente. Un mese di licenza, e via di nuovo al fronte.

Un altro disse:

- Ce n'ho due, io. E tre nipoti.

- Eh, ma un figlio unico... - si provò a far considerare il marito.

- Non è vero, non lo dica! - lo interruppe quello sgarbatamente. - S'avvizia un figlio unico; non si ama mica di piú! Un pezzo di pane, quando s'hanno piú figliuoli, tanto a ciascuno, va bene; ma non l'amore paterno; a ciascun figliuolo un padre dà tutto quello di cui è capace. E s'io peno adesso, non peno metà per l'uno, metà per l'altro; peno per due.

- È vero, sí, quest'è vero, - ammise con un sorriso timido, pietoso e impacciato, il marito. - Ma guardi... (siamo a discorso, adesso, e facciamo tutti gli scongiuri) ma ponga il caso... non il suo, per carità, egregio signore... il caso d'un padre ch'abbia piú figliuoli alla guerra: ne perde (non sia mai!) uno, gli resta l'altro almeno!

- Già, sí; e l'obbligo di vivere per quest'altro, - affermò subito, accigliato, quello. - Il che vuol dire che se a lei... non diciamo a lei, a un padre che abbia un solo figliuolo, capita il caso che questo gli muoja, se della vita lui non sa piú che farsene, morto il figliuolo, se la può togliere, e addio; mentr'io, capisce? bisogna che me la tenga io, la vita, per l'altro che mi resta; e il caso peggiore dunque è sempre il mio!

- Ma che discorsi! - scattò a questo punto un altro viaggiatore, grasso e sanguigno, guardando in giro coi grossi occhi chiari acquosi e venati di sangue.

Ansimava, e pareva gli dovessero schizzar fuori, quegli occhi, dalla interna violenza affannosa d'una vitalità esuberante, che il corpaccio disfatto non riusciva piú a contenere. Si pose una manona sformata davanti la bocca, come assalito improvvisamente dal pensiero dei due denti che gli mancavano; ma poi, tanto non ci pensò piú e seguitò a dire, sdegnato:

- O che i figliuoli li facciamo per noi?

Gli altri si sporsero a guardarlo, costernati. Il primo, quello che aveva il figlio al fronte fin dal primo giorno della guerra, sospirò:

- Eh, per la patria, già...

- Eh, - rifece il viaggiatore grasso, - caro signore, se lei dice cosí, per la patria, può parere una smorfia!

Figlio mio, t'ho partorito

per la patria e non per me...

Storie! Quando? Ci pensa lei alla patria, quando le nasce un figliuolo? Roba da ridere! I figliuoli vengono, non perché lei li voglia, ma perché debbono venire; e si pigliano la vita; non solo la loro, ma anche la nostra si pigliano. Questa è la verità. E siamo noi per loro; mica loro per noi. E quand'hanno vent'anni... ma pensi un po', sono tali e quali eravamo io e lei quand'avevamo vent'anni. C'era nostra madre; c'era nostro padre; ma c'erano anche tant'altre cose, i vizii, la ragazza, le cravatte nuove, le illusioni, le sigarette, e anche la patria, già, a vent'anni, quando non avevamo figliuoli; la patria che, se ci avesse chiamati, dica un po', non sarebbe stata per noi sopra a nostro padre, sopra a nostra madre? Ne abbiamo cinquanta, sessanta, ora, caro lei: e c'è pure la patria, sí; ma dentro di noi, per forza, c'è anche piú forte l'affetto per i nostri figliuoli. Chi di noi, potendo, non andrebbe, non vorrebbe andare a combattere invece del proprio figliuolo? Ma tutti! E non vogliamo considerare adesso il sentimento dei nostri figliuoli a vent'anni? dei nostri figliuoli che per forza, venuto il momento, debbono sentire per la patria un affetto piú grande che per noi? Parlo, s'intende, dei buoni figliuoli, e dico per forza, perché davanti alla patria, per essi, diventiamo figliuoli anche noi, figliuoli vecchi che non possono piú muoversi e debbono restarsene a casa. Se la patria c'è, se è una necessità naturale la patria, come il pane che ciascuno per forza deve mangiare se non vuol morir di fame, bisogna che qualcuno vada a difenderla, venuto il momento. E vanno essi, a vent'anni, vanno perché debbono andare e non vogliono lagrime. Non ne vogliono perché, anche se muojono, muojono infiammati e contenti. (Parlo sempre, s'intende, dei buoni figliuoli!) Ora, quando si muore contenti, senz'aver veduto tutte le brutture, le noje, le miserie di questa vitaccia che avanza, le amarezze delle disillusioni, o che vogliamo di piú? Bisogna non piangere, ridere... o come piango io, sissignori, contento, perché mio figlio m'ha mandato a dire che la sua vita - la sua, capite? quella che noi dobbiamo vedere in loro, e non la nostra - la sua vita lui se l'era spesa come meglio non avrebbe potuto, e che è morto contento, e che io non stessi a vestirmi di nero, come difatti lor signori vedono che non mi sono vestito.

Scosse, cosí dicendo, la giacca chiara, per mostrarla; le labbra livide sui denti mancanti gli tremavano; gli occhi, quasi liquefatti, gli sgocciolavano; e terminò con due scatti di riso che potevano anche esser singhiozzi.

- Ecco... ecco.

Da tre mesi quella madre, lí nascosta sotto la mantiglia, cercava in tutto ciò che il marito e gli altri le dicevano per confortarla e indurla a rassegnarsi, una parola, una parola sola che, nella sordità del suo cupo dolore, le destasse un'eco, le facesse intendere come possibile per una madre la rassegnazione a mandare il figlio, non già alla morte, ma solo a un probabile rischio di vita. Non ne aveva trovata una, mai, tra le tante e tante che le erano state dette. Aveva ritenuto perciò che gli altri parlavano, potevano parlare a lei cosí, di rassegnazione e di conforto, solo perché non sentivano ciò che sentiva lei.

Le parole di questo viaggiatore, adesso, la stordirono, la sbalordirono. Tutt'a un tratto comprese che non già gli altri non sentivano ciò che ella sentiva; ma lei, al contrario, non riusciva a sentire qualcosa che tutti gli altri sentivano e per cui potevano rassegnarsi, non solo alla partenza, ma ecco, anche alla morte del proprio figliuolo.

Levò il capo, si tirò sú dall'angolo della vettura ad ascoltare le risposte che quel viaggiatore dava alle interrogazioni dei compagni sul quando, sul come gli fosse morto quel figliuolo, e trasecolò, le parve d'esser piombata in un mondo ch'ella non conosceva, in cui s'affacciava ora per la prima volta, sentendo che tutti gli altri non solo capivano, ma ammiravano anzi quel vecchio e si congratulavano con lui che poteva parlare cosí della morte del figliuolo.

Se non che, all'improvviso, vide dipingersi sul volto di quei cinque viaggiatori lo stesso sbalordimento che doveva esser sul suo, allorquando, proprio senza che ella lo volesse, come se veramente non avesse ancora inteso né compreso nulla, saltò sú a domandare a quel vecchio:

- Ma dunque... dunque il suo figliuolo è morto?

Il vecchio si voltò a guardarla con quegli occhi atroci, smisuratamente sbarrati. La guardò, la guardò e tutt'a un tratto, a sua volta, come se soltanto adesso, a quella domanda incongruente, a quella meraviglia fuor di posto, comprendesse che alla fine, in quel punto, il suo figliuolo era veramente morto per lui, s'arruffò, si contraffece, trasse a precipizio il fazzoletto dalla tasca e, tra lo stupore e la commozione di tutti, scoppiò in acuti, strazianti, irrefrenabili singhiozzi.

Introduzione alle Novelle



Inizio Pagina

 

 

Se vuoi contribuire, invia il tuo materiale, specificando se e come si vuole essere citati a pirandelloweb@gmail.com

If you want to contribute, send your material, specifying if and how to be named at  pirandelloweb@gmail.com

 

Il contenuto di queste pagine proviene, oltre che da contributi dei nostri visitatori, anche da altri siti cui abbiamo estratto quanto di pertinenza, citandone, ove a conoscenza, fonte e relativo link. In caso di segnalazione da parte dei proprietari di tali siti inerente la loro contrarietà alla pubblicazione su PirandelloWeb del loro materiale,le pagine contestate, verranno immediatamente rimosse.