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NOVELLE PER UN ANNO - 1925 - "DONNA MIMMA"
Pubblicata nel 1925, la raccolta Donna Mimma costituisce il nono volume delle
Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1896 ed il 1924. |
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8.
Quando si comprende (1918)
«Un cavallo nella luna», Treves,
Milano 1918.
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I passeggeri arrivati da Roma col
treno notturno alla stazione di Fabriano dovettero aspettar l’alba per
proseguire in un lento trenino sgangherato il loro viaggio su per le Marche.
All’alba, in una lercia vettura di seconda classe, nella quale avevano già preso
posto cinque viaggiatori, fu portata quasi di peso una signora così abbandonata
nel cordoglio che non si reggeva più in piedi.
Lo squallor crudo della prima luce, nell’angustia opprimente di quella sudicia
vettura intanfata di fumo, fece apparire come un incubo ai cinque viaggiatori
che avevano passato insonne la notte, tutto quel viluppo di panni, goffo e
pietoso, issato con sbuffi e gemiti su dalla banchina e poi su dal montatojo.
Gli sbuffi e i gemiti che accompagnavano e quasi sostenevano, da dietro, lo
stento, erano del marito, che alla fine spuntò, gracile e sparuto, pallido come
un morto, ma con gli occhietti vivi vivi, aguzzi nel pallore.
L’afflizione di veder la moglie in quello stato non gl’impediva tuttavia di
mostrarsi, pur nel grave imbarazzo, cerimonioso; ma lo sforzo fatto lo aveva
anche, evidentemente, un po’ stizzito, forse per timore di non aver dato prova
davanti a quei cinque viaggiatori di bastante forza a sorreggere e introdurre
nella vettura il pesante fardello di quella moglie.
Preso posto, però, dopo aver porto scusa e ringraziamenti ai compagni di viaggio
che si erano scostati per far subito posto alla signora sofferente, poté
mostrarsi cerimonioso e premuroso anche con lei e le rassettò le vesti addosso e
il bavero della mantiglia che le era salito sul naso.
– Stai bene, cara? |
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La moglie, non solo non gli rispose, ma con ira si tirò su di nuovo la mantiglia
– più su, fino a nascondersi tutta la faccia. Egli allora sorrise afflitto; poi
sospirò:
– Eh... mondo!
E volle spiegare ai compagni di viaggio che la moglie era da compatire perché si
trovava in quello stato per l’improvvisa e imminente partenza dell’unico
figliuolo per la guerra. Disse che da vent’anni non vivevano più che per
quell’unico figliuolo. Per non lasciarlo solo, l’anno avanti, dovendo egli
intraprendere gli studii universitari, s’erano trasferiti da Sulmona a Roma.
Scoppiata la guerra, il figliuolo, chiamato sotto le armi, s’era iscritto al
corso accelerato degli allievi ufficiali; dopo tre mesi, nominato sottotenente
di fanteria e assegnato al 12° reggimento, brigata Casale, era andato a
raggiungere il deposito a Macerata, assicurando loro che sarebbe rimasto colà
almeno un mese e mezzo per l’istruzione delle reclute; ma ecco che, invece, dopo
tre soli giorni lo mandavano al fronte. Avevano ricevuto a Roma il giorno avanti
un telegramma che annunziava questa partenza a tradimento. E si recavano a
salutarlo, a vederlo partire.
La moglie sotto la mantiglia s’agitò, si restrinse, si contorse, rugliò anche
più volte come una belva, esasperata da quella lunga spiegazione del marito, il
quale, non comprendendo che nessun compatimento speciale poteva venir loro per
un caso che capitava a tanti, forse a tutti, avrebbe anzi suscitato irritazione
e sdegno in quei cinque viaggiatori che non si mostravano abbattuti e vinti come
lei nel cordoglio, pur avendo anch’essi probabilmente uno o più figliuoli alla
guerra. Ma forse il marito parlava apposta e dava quei ragguagli del figlio
unico e della partenza improvvisa dopo tre soli giorni, ecc., perché gli altri
ripetessero a lei con dura freddezza tutte quelle parole ch’egli andava dicendo
da alcuni mesi, cioè da quando il figliuolo era sotto le armi; e non tanto per
confortarla e confortarsi, quanto per persuaderla dispettosamente a una
rassegnazione per lei impossibile.
Difatti quelli accolsero freddamente la spiegazione. Uno disse:
– Ma ringrazii Dio, caro signore, che parta soltanto adesso il suo figliuolo! Il
mio è già su dal primo giorno della guerra. Ed è stato ferito, sa? già due
volte. Per fortuna, una volta al braccio, una volta alla gamba, leggermente. Un
mese di licenza, e via di nuovo al fronte.
Un altro disse:
– Ce n’ho due, io. E tre nipoti.
– Eh, ma un figlio unico... – si provò a far considerare il marito.
– Non è vero, non lo dica! – lo interruppe quello sgarbatamente. – S’avvizia un
figlio unico; non si ama mica di più! Un pezzo di pane, quando s’hanno più
figliuoli, tanto a ciascuno, va bene; ma non l’amore paterno; a ciascun
figliuolo un padre dà tutto quello di cui è capace. E s’io peno adesso, non peno
metà per l’uno, metà per l’altro; peno per due.
– È vero, sì, quest’è vero, – ammise con un sorriso timido, pietoso e
impacciato, il marito. – Ma guardi... (siamo a discorso, adesso, e facciamo
tutti gli scongiuri) ma ponga il caso... non il suo, per carità, egregio
signore... il caso d’un padre ch’abbia più figliuoli alla guerra: ne perde (non
sia mai!) uno, gli resta l’altro almeno!
– Già, sì; e l’obbligo di vivere per quest’altro, – affermò subito, accigliato,
quello. – Il che vuol dire che se a lei... non diciamo a lei, a un padre che
abbia un solo figliuolo, capita il caso che questo gli muoja, se della vita lui
non sa più che farsene, morto il figliuolo, se la può togliere, e addio;
mentr’io, capisce? bisogna che me la tenga io, la vita, per l’altro che mi
resta; e il caso peggiore dunque è sempre il mio!
– Ma che discorsi! – scattò a questo punto un altro viaggiatore, grasso e
sanguigno, guardando in giro coi grossi occhi chiari acquosi e venati di sangue.
Ansimava, e pareva gli dovessero schizzar fuori, quegli occhi, dalla interna
violenza affannosa d’una vitalità esuberante, che il corpaccio disfatto non
riusciva più a contenere. Si pose una manona sformata davanti la bocca, come
assalito improvvisamente dal pensiero dei due denti che gli mancavano; ma poi,
tanto non ci pensò più e seguitò a dire, sdegnato:
– O che i figliuoli li facciamo per noi?
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Gli altri si sporsero a guardarlo, costernati. Il primo, quello che aveva il
figlio al fronte fin dal primo giorno della guerra, sospirò:
– Eh, per la patria, già...
– Eh, – rifece il viaggiatore grasso, – caro signore, se lei dice così, per la
patria, può parere una smorfia!
Figlio mio, t’ho partorito
per la patria e non per me...
Storie! Quando? Ci pensa lei alla
patria, quando le nasce un figliuolo? Roba da ridere! I figliuoli vengono, non
perché lei li voglia, ma perché debbono venire; e si pigliano la vita; non solo
la loro, ma anche la nostra si pigliano. Questa è la verità. E siamo noi per
loro; mica loro per noi. E quand’hanno vent’anni... ma pensi un po’, sono tali e
quali eravamo io e lei quand’avevamo vent’anni. C’era nostra madre; c’era nostro
padre; ma c’erano anche tant’altre cose, i vizii, la ragazza, le cravatte nuove,
le illusioni, le sigarette, e anche la patria, già, a vent’anni, quando non
avevamo figliuoli; la patria che, se ci avesse chiamati, dica un po’, non
sarebbe stata per noi sopra a nostro padre, sopra a nostra madre? Ne abbiamo
cinquanta, sessanta, ora, caro lei: e c’è pure la patria, sì; ma dentro di noi,
per forza, c’è anche più forte l’affetto per i nostri figliuoli. Chi di noi,
potendo, non andrebbe, non vorrebbe andare a combattere invece del proprio
figliuolo? Ma tutti! E non vogliamo considerare adesso il sentimento dei nostri
figliuoli a vent’anni? dei nostri figliuoli che per forza, venuto il momento,
debbono sentire per la patria un affetto più grande che per noi? Parlo,
s’intende, dei buoni figliuoli, e dico per forza, perché davanti alla patria,
per essi, diventiamo figliuoli anche noi, figliuoli vecchi che non possono più
muoversi e debbono restarsene a casa. Se la patria c’è, se è una necessità
naturale la patria, come il pane che ciascuno per forza deve mangiare se non
vuol morir di fame, bisogna che qualcuno vada a difenderla, venuto il momento. E
vanno essi, a vent’anni, vanno perché debbono andare e non vogliono lagrime. Non
ne vogliono perché, anche se muojono, muojono infiammati e contenti. (Parlo
sempre, s’intende, dei buoni figliuoli!) Ora, quando si muore contenti,
senz’aver veduto tutte le brutture, le noje, le miserie di questa vitaccia che
avanza, le amarezze delle disillusioni, o che vogliamo di più? Bisogna non
piangere, ridere... o come piango io, sissignori, contento, perché mio figlio
m’ha mandato a dire che la sua vita – la sua, capite? quella che noi
dobbiamo vedere in loro, e non la nostra – la sua vita lui se l’era spesa
come meglio non avrebbe potuto, e che è morto contento, e che io non stessi a
vestirmi di nero, come difatti lor signori vedono che non mi sono vestito.
Scosse, così dicendo, la giacca chiara, per mostrarla; le labbra livide sui
denti mancanti gli tremavano; gli occhi, quasi liquefatti, gli sgocciolavano; e
terminò con due scatti di riso che potevano anche esser singhiozzi.
– Ecco... ecco.
Da tre mesi quella madre, lì nascosta sotto la mantiglia, cercava in tutto ciò
che il marito e gli altri le dicevano per confortarla e indurla a rassegnarsi,
una parola, una parola sola che, nella sordità del suo cupo dolore, le destasse
un’eco, le facesse intendere come possibile per una madre la rassegnazione a
mandare il figlio, non già alla morte, ma solo a un probabile rischio di vita.
Non ne aveva trovata una, mai, tra le tante e tante che le erano state dette.
Aveva ritenuto perciò che gli altri parlavano, potevano parlare a lei così, di
rassegnazione e di conforto, solo perché non sentivano ciò che sentiva lei.
Le parole di questo viaggiatore, adesso, la stordirono, la sbalordirono. Tutt’a
un tratto comprese che non già gli altri non sentivano ciò che ella sentiva; ma
lei, al contrario, non riusciva a sentire qualcosa che tutti gli altri sentivano
e per cui potevano rassegnarsi, non solo alla partenza, ma ecco, anche alla
morte del proprio figliuolo.
Levò il capo, si tirò su dall’angolo della vettura ad ascoltare le risposte che
quel viaggiatore dava alle interrogazioni dei compagni sul quando, sul come gli
fosse morto quel figliuolo, e trasecolò, le parve d’esser piombata in un mondo
ch’ella non conosceva, in cui s’affacciava ora per la prima volta, sentendo che
tutti gli altri non solo capivano, ma ammiravano anzi quel vecchio e si
congratulavano con lui che poteva parlare così della morte del figliuolo.
Se non che, all’improvviso, vide dipingersi sul volto di quei cinque viaggiatori
lo stesso sbalordimento che doveva esser sul suo, allorquando, proprio senza che
ella lo volesse, come se veramente non avesse ancora inteso né compreso nulla,
saltò su a domandare a quel vecchio:
– Ma dunque... dunque il suo figliuolo è morto?
Il vecchio si voltò a guardarla con quegli occhi atroci, smisuratamente
sbarrati. La guardò, la guardò e tutt’a un tratto, a sua volta, come se soltanto
adesso, a quella domanda incongruente, a quella meraviglia fuor di posto,
comprendesse che alla fine, in quel punto, il suo figliuolo era veramente morto
per lui, s’arruffò, si contraffece, trasse a precipizio il fazzoletto dalla
tasca e, tra lo stupore e la commozione di tutti, scoppiò in acuti, strazianti,
irrefrenabili singhiozzi.
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