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NOVELLE PER UN ANNO - 1925 - "DONNA MIMMA"
Pubblicata nel 1925, la raccolta Donna Mimma costituisce il nono volume delle
Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1896 ed il 1924. |
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5.
Il gatto, un cardellino e le stelle (1917)
«Penombra», 1917, poi in «Un
cavallo nella luna», Treves Milano 1918 (nell'indice il titolo sbagliato "Il gatto, un cardellino e le stalle".)
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Una pietra. Un’altra pietra. L’uomo
passa e le vede accanto. Ma che sa questa pietra della pietra accanto? E della
zana, l’acqua che vi scorre dentro? L’uomo vede l’acqua e la zana; vi sente
scorrer l’acqua e arriva finanche a immaginare che quell’acqua confidi,
passando, chi sa che segreti alla zana.
Ah che notte di stelle sui tetti di questo povero paesello tra i monti! A
guardare il cielo da questi tetti si potrebbe giurare che le stelle questa notte
non vedano altro, così vivamente vi sfavillano sopra.
E le stelle ignorano anche la terra.
Quei monti? Ma possibile non sappiano che sono di questo paesello che sta in
mezzo a loro da quasi mill’anni? Tutti sanno come si chiamano. Monte Corno,
Monte Moro; ed essi non saprebbero neppure d’esser monti? E allora anche la più
vecchia casa di questo paesello ignorerebbe d’esser sorta qui, di far cantone
qua a questa via che è la più antica di tutte le vie? È mai possibile?
E allora?
Allora credete pure, se vi piace, che le stelle non vedano altro che i tetti del
vostro paesello tra i monti.
Io ho conosciuto due vecchi nonni che avevano un cardellino. La domanda, come i
tondi occhietti vivaci di quel cardellino vedessero le loro facce, la gabbia, la
casa con tutti i vecchi arredi, e che cosa la testa di quel cardellino potesse
pensare di tutte le cure e amorevolezze di cui lo facevano segno, non s’era mai
certamente affacciata ai due vecchi nonni, tanto eran sicuri che, quando il
cardellino veniva a posarsi sulla spalla dell’uno o dell’altra e si metteva a
pinzar loro il collo grinzoso o il lobo dell’orecchio esso sapeva benissimo che
quella su cui si posava era una spalla e quello che pinzava un lobo d’orecchio,
e che la spalla e l’orecchio eran quelli di lui e non quelli di lei. |
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Possibile che non li conoscesse
entrambi? che lui era il nonno e lei la nonna? e che non sapesse che tutti e due
lo amavano tanto perché era stato il cardellino della nipotina morta, la quale
lo aveva così bene ammaestrato; a venir sulla spalla, a bezzicare così l’orecchia, a svolare per casa fuori della gabbia?
Nella gabbia, sospesa tra le tende al palchetto della finestra, stava la notte
soltanto, e, di giorno, nei brevi momenti che si recava a beccare il suo miglio
e a bere con molti inchini smorfiosi una gocciolina d’acqua. Era insomma come la
sua reggia, la gabbia, e la casa era il suo vasto regno. E spesso sul paralume
della lampada a sospensione nella sala da pranzo o sulla spalliera del
seggiolone del nonno andava a prodigare i suoi gorgheggi e anche... – si sa, un
cardellino!
– Sudicione! – lo sgridava la vecchia nonna, come gliela vedeva fare. E correva
con lo strofinaccio sempre pronto a ripulire, come se per casa ci fosse un
bambino da cui ancora non si potesse pretendere il giudizio di far certe cose
con regola e al loro posto. E si ricordava intanto di lei, la vecchia nonna,
della nipotina si ricordava, che quel servizio lì, povero amore, per più d’un
anno gliel’aveva fatto fare, finché poi, da brava...
– Ti ricordi, eh?
E il vecchio – ricordarsi? se la vedeva ancora lì per casa, piccina piccina,
così! E tentennava a lungo il capo.
Erano rimasti soli, loro due vecchi soli con quell’orfanella cresciuta da
piccola in casa, che doveva esser la gioja della loro vecchiaja; e invece, a
quindici anni... Ma era rimasto vivo di lei – trilli e ali – il ricordo, in quel
cardellino. E dire che dapprima non ci avevan pensato! Nell’abisso di
disperazione in cui erano piombati, dopo la sciagura, potevano mai pensare a un
cardellino? Ma su le loro spalle curve, sussultanti all’impeto dei singhiozzi,
lui, il cardellino, – lui, lui – era venuto da sé a posarsi lieve, movendo la
testolina di qua e di là, poi aveva allungato il collo, e una beccatina, di
dietro, all’orecchio, come per dire che... sì, era una cosa viva di lei; viva,
viva ancora, e che aveva ancora bisogno delle loro cure, dello stesso amore che
avevano avuto per lei.
Ah con qual tremore lo aveva preso, il vecchio, nella sua grossa mano e mostrato
alla sua vecchia, singhiozzando! Che baci su quel capino, su quel beccuccio! Ma
non voleva esser preso, lui, imprigionato in quella mano; armeggiava con le
zampine, con la testina; pinzava in risposta ai baci dei due vecchi.
La vecchia nonna era certa certissima che con quei gorgheggi il cardellino
chiamava ancora la sua padroncina, e che svolando di qua, di là per le stanze,
la cercava, la cercava senza requie, non sapendo darsi pace di non trovarla più;
e che eran tutti discorsi per lei, quei lunghi gorgheggi lì; domande, proprio
domande che meglio di così, con le parole, non si sarebbero potute fare; domande
ripetute tre, quattro volte di seguito, che attendevano una risposta e
dimostravan la stizza di non riceverla.
Ma come, se poi era anche certo, certissimo che il cardellino sapeva della
morte? Se sapeva, chi chiamava? da chi attendeva risposta a quelle domande che
meglio di così, con le parole, non si sarebbero potute fare?
Oh Dio mio, cardellino era infine! Ora la chiamava, ora la piangeva. Si poteva
forse mettere in dubbio che in quel momento lì, per esempio, così tutto
rinchioccito sul regoletto della gabbia, col capino rientrato e il beccuccio in
su e gli occhietti semichiusi pensasse a lei morta? Certi pigolii brevi,
sommessi, lasciava andare di tratto in tratto in quei momenti, che eran la prova
più evidente che pensava a lei e la piangeva e si lamentava. Erano uno strazio
quei pigolii.
Il vecchio nonno non diceva di no alla sua vecchia. N’era così certo anche lui!
Pur non di meno, saliva pian piano su la seggiola, come per bisbigliar davvicino
qualche parolina di conforto a quella povera animuccia in pena, e intanto, quasi
senza voler vedere lui stesso quello che faceva, riapriva lo sportellino a
scatto della gabbia che s’era richiuso.
– Ecco che scappa! ecco che scappa, il birichino! – esclamava il vecchio,
voltandosi sulla sedia a seguirlo con gli occhi ridenti, le due mani aperte
davanti al volto come a pararlo.
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E allora nonno e nonna litigavano. Litigavano perché tante e tante volte glielo
aveva detto lei, che lo lasciasse stare quand’era così, che non andasse a
frastornarlo dalla sua pena. Ecco, lo sentiva ora?
– Canta, – diceva il vecchio.
– Ma che canta! – rimbeccava lei con una scrollata di spalle. – Te ne sta
dicendo di cotte e di crude! Arrabbiatissimo è!
E accorreva a calmarlo. Ma che calmare! Scattava via di qua, di là, proprio
impermalito; e con ragione, perché gli doveva parere di non esser considerato in
quei momenti lì.
E il bello era che il nonno, non solo si pigliava tutti quei rimbrotti senza
dire alla nonna che lo sportellino a scatto della gabbiola era chiuso e che
forse il cardellino pigolava così lamentosamente per questo, ma piangeva
sentendo parlare a quel modo la sua vecchia correndo appresso al cardellino,
piangeva e riconosceva tra sé, crollando il capo tra le lagrime:
– Poverino, ha ragione... poverino, ha ragione... non si sente considerato!
Lo sapeva bene infatti, il nonno, che cosa volesse dire non sentirsi
considerati. Tutti e due, poveri vecchi, non eran considerati da nessuno ed
erano messi alla berlina, perché non vivevano più d’altro ormai che di quel
cardellino, e perché si condannavano a star perpetuamente con tutte le finestre
chiuse; e lui anche, il vecchio nonno, a non metter più il naso fuori della
porta, perché era vecchio sì e piangeva lì in casa come un bambino, ma oh!
mosche sul naso non se n’era fatte posar mai, e se qualcuno, per via, avesse
avuto la cattiva ispirazione di farsi beffe di lui, la vita (ma che prezzo ormai
aveva più la vita per lui?) come niente, come niente se la sarebbe giocata.
Sissignori, per quel cardellino lì, se qualcuno avesse avuto la cattiva
ispirazione di dirgli qualche cosa. Tre volte, in gioventù, era stato proprio a
un pelo... là, o la vita o la libertà! Ah, ci metteva poco lui a perder la vista
degli occhi!
Ogni qual volta questi propositi violenti gli s’accendevano nel sangue, s’alzava
il vecchio nonno, spesso col cardellino su la spalla, e andava a guatare con
occhi truci dai vetri della finestra le finestre delle case dirimpetto.
Che fossero case, quelle lì dirimpetto; che quelle fossero finestre, coi vetri
intelajati, le ringhierine, i vasi di fiori e tutto; che quelli su fossero tetti
con fumajuoli, tegole, grondaje, non poteva mica dubitare il vecchio nonno che
sapeva anche a chi appartenevano, e chi vi stava, e come ci si viveva. Il guajo
è che non gli s’affacciava per nulla alla mente la domanda, che cosa fossero
invece per il cardellino che gli stava accoccolato su la spalla, quella sua casa
e quelle altre case dirimpetto; e anche là per quel magnifico gattone bianco
soriano che se ne stava tutto aggruppato sul davanzale di quella finestra
dirimpetto, con gli occhi chiusi a crogiolarsi al sole. Finestre? vetri? tetti?
tegole? casa mia? casa tua? Per quel gattone bianco lì che dormiva al sole, casa
mia? casa tua? Ma se poteva entrarci, tutte erano sue! Case? Che case! Posti
dove si poteva rubare; posti dove si poteva dormire più o meno comodamente; o
fingere anche di dormire.
Credevano davvero quei due vecchi nonni che tenendo sempre chiuse le finestre e
chiusa la porta di casa, un gatto, volendo, non potesse trovare un’altra via per
entrare a mangiarsi quel cardellino lì?
E non era poi troppo pretendere che il gatto sapesse che quel cardellino lì era
tutta la vita di quei due vecchi nonni perché era stato della nipotina morta che
lo aveva così bene ammaestrato a svolar per casa fuori della gabbia? e che
sapesse che il vecchio nonno, una volta che lo aveva sorpreso dietro una delle
finestre a spiare tutto intento attraverso i vetri chiusi il volo spensierato di
quel cardellino per la stanza, era andato furente ad ammonir la padrona che
guai, guai se un’altra volta lo avesse sorpreso lì? Lì? quando? come? La
padrona... i nonni... la finestra... il cardellino?
E così, un giorno, se lo mangiò – ma sì, quel cardellino che per lui poteva
anche essere un altro – se lo mangiò entrando in casa dei due vecchi, chi sa
come, chi sa donde. La nonna – era quasi sera – intese appena, di là, come un
piccolo squittio, un lamento; il nonno accorse, intravide una cosa bianca che
s’avventava scappando per la cucina e, per terra, sparse, alcune piccole piume
del petto, le più tenere, che, mossa l’aria al suo entrare, si scossero lievi,
lì sul pavimento. Che grido! E trattenuto invano dalla sua vecchia, s’armò,
corse come un pazzo in casa della vicina. No, non la vicina, il gatto, il gatto
voleva uccidere il vecchio, là, sotto gli occhi di lei; e sparò nella saletta da
pranzo, come lo vide lì quieto a seder sulla credenza, sparò una, due tre volte,
fracassando le stoviglie, finché non accorse, armato anche lui, il figlio della
vicina, che sparò sul vecchio.
Una tragedia. Fra grida e pianti il nonno fu trasportato moribondo, ferito al
petto, alla sua casa, alla sua vecchia.
Il figlio della vicina era fuggito per le campagne. La rovina in due case; lo
scompiglio in tutto il paesello per tutta una notte.
E il gatto mica se lo ricordava, un momento dopo, che s’era mangiato il
cardellino, un qualunque cardellino; e mica aveva capito che il vecchio aveva
sparato contro di lui. Aveva fatto un bel balzo, al botto, era scappato via e
ora – eccolo là – se ne stava tranquillo, così tutto bianco sul tetto nero a
guardare le stelle che dalla cupa profondità della notte interlunare – si può
essere certissimi – non vedevano affatto i poveri tetti di quel paesello tra i
monti, ma così vivamente vi sfavillavano sopra che si poteva quasi giurare non
vedessero altro, quella notte.
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