Il
dolore, la miseria: le due cose si confondono e non c’è modo di consolarsi. Se
si potesse comunicare – ma no, l’avvocato Cimino è un pazzo dalle reazioni
imprevedibili. Certo è anche molto intelligente, ma tutta questa intelligenza
non è al servizio della sua pace mentale, tutt’altro: alimenta solo l’orgoglio,
lasciando in ombra ogni possibilità d’accordo, di immedesimazione, di
compassione. E’ quindi una ragione fredda, che si fa beffe dei sentimenti e
questi per vendetta lo portano alla pazzia. Se non c’è equilibrio tra raziocinio
e fantasia, se non c’è sincronia tra emisfero destro e sinistro, tra il maschile
e il femminile che albergano entrambi in ogni uomo e in ogni donna dandogli il
dono sempre poco sfruttato di poter assomigliare ai propri desideri e potersi
regolare, all’occorrenza, a seconda dei bisogni e delle relazioni, per
minimizzare i disagi e amplificare i piaceri – se manca tutto questo, non c’è
scampo dalla miseria, dal dolore, dalla pazzia.
Ma
l’umore e l’amore degli uomini sono tutti fatti di convenzioni: quelle che ogni
tanto, nella sua pazzia, l’avvocato Cimino si prova a rompere sorprendendo
quelli che gli stanno intorno. Nessuno capisce come possa trarre tanto sollievo
evidente ad ogni sgambetto che tira, lasciando il mondo di stucco quando non fa
mai ciò che ci si aspetta che faccia… Eppure ad un occhio che sappia analizzare,
il perchè del suo piacere è chiaro.
Pirandello è mirabile nelle sue descrizioni di tipi umani. Il Cimino è tutto una
contraddizione: dall’aspetto sembra pazzo e deficiente, ma le sue perorazioni
sono in grado di far luce là dove sembrava esserci solo buio. E’ generoso e
amabile con chi sa avergli fatto un torto, ma basta un’inezia a renderlo
intrattabile e sfuggente con gli amici . Inoltre, ripone la sua fiducia in gente
che non la meriterebbe affatto. Su una sola sua scelta tutti sono d’accordo: il
suo affetto per il giovane Papìa, avvocato tirocinante che egli accoglie nel suo
studio e in casa sua, è ben riposto. Ma, come dice il narratore, un marito non
può portare impunemente in casa un giovane di aspetto gradevole e modi graziosi
se ha una moglie tanto più giovane di lui. Succede dunque quel che deve
succedere – ché almeno la moglie e il protetto, loro sono prevedibili, e
Pirandello non spreca nemmeno una parola per raccontare ciò che avviene tra
loro, perché non c’è nessuna novità. Quando l’inevitabile avviene, il Cimino
agisce ancora una volta insensatamente, poi si ripiglia e fa ciò che ogni
siciliano ottocentesco avrebbe fatto, ma, infine, ormai vecchio, ammalato e
logorato dal dolore, concede di nuovo il suo affetto al Papìa: come ad un
figlio, un figlio che è stato un novello Edipo. Vedendolo distrutto dal rimorso,
ne comprenderà il dramma e lo consolerà, a modo suo. Ormai invano, dice il
narratore. Ma chissà.
|
SEDILE SOTTO UN VECCHIO CIPRESSO
|
da
Liber Liber
Era stato, nel suo miglior tempo (come tanti ancora lo ricordavano), uno di
quegli uomini che non si sa mai perché siano cosí: ti guardano con certi occhi;
ti scoppiano a ridere in faccia all'improvviso senza motivo; o ti voltano le
spalle lasciandoti in asso lí per lí. Per quanto pratichi con loro, non riesci
mai a imparare che diavolo covino nel fondo; sempre distratti e come assenti;
benché poi, quando meno te l'aspetti, li vedi montare sulle furie per certe cose
da nulla, di cui non avresti mai supposto che si potessero accorgere: o, peggio,
resti quasi avvilito per conto loro, venendo a sapere dopo qualche tempo che,
per futilissimi motivi da te neanche avvertiti, ti han serbato di nascosto un
profondo e velenosissimo rancore, mentre li vedi fiduciosi accordar la loro
simpatia e la loro stima a cert'altri, dai quali pur sanno d'aver ricevuto male
davvero, un mese addietro.
Strambo e un po' ridicolo era anche nella figura e nel portamento. Le gambe, già
sottili per sé, strette in quei calzoncini da cavallerizzo, parevano due
stecchi; e su quelle gambe la giacca, sempre a due petti, gli segnava cosí
preciso il busto, che sembrava uno di quei torsi avvitati su un gambo a tre
piedi che si vedono nelle botteghe d'abiti bell'e fatti. Su quel busto, il
testoncino, ritto sul collo stralungo; baffetti a punta, e due occhietti acuti e
vivaci d'uccello, che gli sbattevano continuamente.
A
vederlo cosí, e sapendo ch'era uno dei primi avvocati del paese, ciascuno
avrebbe voluto raffigurarselo altrimenti. L'avvocato Lino Cimino rompeva subito
sul viso a quei delusi una delle sue solite risate.
Qualche amico, di quelli che gli volevano bene veramente, aveva piú volte
tentato di fargli notare che non stava, per un uomo come lui, far certi atti,
dir certe cose, dare in pascolo senza ritegno ai maligni certe segrete
afflizioni della sua vita famigliare. Ma sí! A far le spese della maldicenza
generale pareva provasse un'oscena voluttà; come per esempio quando si metteva
con gesti sguajati e sconce parole a gridar vendetta al cielo perché la moglie
gli aveva messo al mondo una dopo l'altra quattro figlie femmine; quasi
gliel'avesse fatto apposta per dimostrare che lui - perdio, lui! - non era
capace di generare un maschio.
Escandescenze che trattenevano dal fargli altri richiami per l'afflizione che
davano. Pareva incredibile che potesse affogare in tali meschinità volgari un
uomo di tanto valore, che commoveva e sbalordiva tutti quando l'estro, parlando,
gli s'accendeva, o quando, nei ragionamenti sui casi della vita, sapeva trovar
certe considerazioni che subito, i piú oscuri e confusi, diventavano chiari e
perspicui agli occhi di chi stava ad ascoltarlo.
La
sua casa, intanto, era un inferno per le continue scenate con la moglie, che
rischiavano ogni volta di buttare all'aria la famiglia. Ora l'uno ora l'altro
degli amici doveva accorrere, chiamato, a rimetter pace; uno segnatamente, a cui
egli per quelle sue solite improvvise simpatie aveva subito accordato la piú
cieca fiducia; questa volta però, a giudizio di tutti, non mal collocata. Il
giovane avvocato Carlo Papía.
Lo
aveva accolto nel suo studio, appena laureato. Le quattro figliuole, allora
bambine, vedendolo accorrere, gli andavano incontro festanti, perché sapevano
che di lí a poco, con la sua venuta, il sorriso sarebbe ritornato sulle labbra
della madre e anche del padre; e, appena rimessa la pace, volevano andare a
spasso con lui; ed era ogni volta una zuffa per accaparrarsi una sua mano: ne
volevano una per ciascuna, e lui a disperarsi ridendo e mostrando che ne aveva
due sole e che non poteva accontentarle tutt'e quattro. In paese, vedendolo in
mezzo a quelle quattro bambine chiacchierine e affettuose, gli amici gli
facevano festa e gli predicevano che presto, cosí ben protetto ed entrato nelle
grazie della famiglia, avrebbe avuto il premio dei lunghi sacrifizii che la sua
laurea doveva esser costata ai suoi poveri parenti da un pezzo decaduti.
Ma
può un marito impunemente chiamar di mezzo tra sé e la moglie piú giovane di lui
un altr'uomo anche piú giovane della moglie, di piacevole aspetto e di modi
graziosi, esercitati a persuadere l'amore e l'accordo? Scoperto il tradimento,
l'avvocato Lino Cimino si comportò naturalmente da quello strambo che era.
Incongruenze su incongruenze, una piú pazza dell'altra. Non si vuol negare che è
inutile studiarsi di tener segrete certe cose perché non trapelino a nessuno: ad
onta d'ogni diligenza ci s'accorge poi per tanti segni che tutti invece sanno e
che solo per pietà han finto d'ignorare. Ma certamente peggio è fare lo scandalo
e poi, di fronte alle ultime conseguenze di esso, arrestarsi e rimanere cosí a
mezzo nella vergogna di cui abbiamo voluto dar pubblico spettacolo, deludendo
col non concluder nulla l'attesa degli spettatori.
Prima scacciò la moglie, senza pensare di vendicarsi anche sopra l'amante,
dichiarando anzi davanti a tutti che gli era grato del servizio che gli aveva
reso; poi si riprese in casa la moglie, per pietà delle bambine, a patto che non
si facesse mai piú rivedere da lui; ma la prima volta che incontrò il Papía per
istrada, cavò di tasca la rivoltella e pim! pam! all'impazzata; chi
scappò di qua, chi di là; e alla fine il Papía si ritrovò con una feritina a un
braccio, e lui tra due guardie che gli attanagliavano i polsi. Assolto, si fece
costruire un villino a due piani che pareva una carcere; relegò la moglie nel
piano di sopra con le bambine; e lui, sotto, per sfregio si portò di notte a
dormire anche donnacce da conio: e tant'altre pazzie e vergogne commise che gli
avrebbero alienato, oltre la considerazione degli amici, anche tutti i clienti,
se il timore d'averlo avversario non li avesse trattenuti dal rivolgersi ad
altri.
Sapete quando una smania si mette allo stomaco, di quelle che levano il respiro;
per cui non si sa piú né come né dove rivoltarsi; e si graffia il letto; si
graffierebbero i muri; si urlerebbe se se n'avesse la forza; e tutto, la vista
stessa delle cose dà un fastidio intollerabile, e sopra tutto ogni proposta di
rimedio che ci venga da coloro che stanno attorno a guardarci, irritati per
contagio della nostra esasperazione; e questo è l'unico sollievo, come per uno
sfogo che riusciamo a prenderci senza che ci sia stato offerto? Per fortuna dura
poco una tale smania. Ma all'avvocato Lino Cimino, gli si mise allo stomaco, e
non gli passò piú, per anni e anni.
Con la moglie riammessa in casa e l'amante andato via dal paese tranquillamente
dopo l'assoluzione di lui, vana, a parere di tutti, era stata la vendetta, come
stolido lo scandalo. Che la moglie fosse ora tenuta come in prigione, senza
poter neanche guardare dai vetri delle finestre sempre chiuse, non bastava. Non
bastava perché, intanto, aveva la compagnia delle bambine (e neanche questo, se
vogliamo, era da approvare, non potendo esser buona guida per le figliuole chi
s'era dimenticata d'esser madre diventando una cattiva moglie); e poi, in
compenso della condanna d'esser privata d'ogni libertà di comparire davanti agli
altri, aveva ottenuto almeno d'essersi liberata di lui, pur seguitando a
pesargli addosso. Dal piano di sotto egli se la sentiva camminare sul capo; e
tante volte la sentiva anche ridere e cantare. Aveva, sí, finito di rovinare la
famiglia già decaduta dei Papía e teneva segretamente sotto una persecuzione
implacabile il giovine; ma neppur questo gli poteva bastare, perché sapeva che
il Papía s'era allontanato dal paese, non tanto per la sua persecuzione, quanto
per non sentirsi sbattere in faccia da tutti continuamente il male che aveva
fatto, non già a lui suo benefattore, ma a se stesso e ai suoi, lasciandosi
pigliare come un imbecille in quella tresca. Ora, cosí essendo (e il Cimino
sentiva bene ch'era proprio cosí), seguitare a pestarlo, gli pareva desse piú
soddisfazione agli altri che a sé; e quasi quasi avrebbe desiderato che
qualcuno, reagendo, si fosse attentato a risollevar quell'imbecille dalla
condanna di tutti per rimetterglielo di fronte, a provocare di nuovo, e piú
acerbo, il suo sdegno, a risuscitare piú tremende le sue furie.
Nessuno si mosse; e a poco a poco svaporarono del tutto le furie e lo sdegno.
Del Papía non s'intese piú parlare. Passarono gli anni; e quando le figliuole,
già cresciute, trovarono marito tra i clienti dello studio che se le portarono
via, senza festa e mortificate, in questo e in quel paesello della provincia;
nessuno pensò piú a ciò che dovesse ormai esser la vita per il Cimino, nella
casa vuota, con la moglie sú, sola; e lui sotto, solo. Allontanandosi sempre piú
nel tempo, lo scompiglio cagionatogli da quanto gli era avvenuto, parve si fosse
cosí freddato nello squallore dell'abitudine, che il ricordo stesso, forse, vi
stava già come seppellito.
Risaltò, quel ricordo, all'improvviso e inaspettatamente, come uno spettro
pauroso agli occhi di tutti, e parve un'atroce punizione che una giustizia
oscura avesse per tanti anni covata di nascosto, allorché si vide da un canto
ricomparire per le vie della città (e non si seppe mai donde) il Papía che
chiedeva l'elemosina, tutto lacero e disfatto, irriconoscibile, con una
barbaccia scoposa, già grigia, e mezzo cieco; e, dall'altro, ridotto un'ombra
dopo un pajo di mesi che se n'era stato in casa per una segreta infermità, il
Cimino: oh Dio, con la nuca che pareva gli fosse cresciuta un palmo su dal
solino, liscia e cosí indurita, che la testa era costretta a star giú, immobile,
quasi sotto un giogo; il mento rattratto sulla fossetta del collo, e gli occhi
in una fissità continua, spasimosa e spaventevole, nel pallore del volto
emaciato e pur gonfio, sparso qua e là di chiazze, come di quel nero che vajola
la pietra dura di certe case antiche. Dichiarandosi dopo tanti anni, il male
insidioso ch'era frutto dello scompiglio e delle follie vergognose in cui s'era
avvoltolato per vendicarsi dell'infedeltà della moglie, lo aveva acchiappato e
attanagliato in quel modo orribile alla nuca, la quale difatti aveva, cosí dura
e scoperta, un che d'osceno.
Gli occhi, pur fissi in quel loro spasimo acuto, avevano ancora tanta luce, che
nessuno poteva pensare che l'intelligenza in lui si fosse spenta. Ma facevano
paura, quegli occhi. E i clienti uno dopo l'altro, abbandonarono lo studio,
dov'egli, puntuale ogni mattina, seguitò tuttavia ad aspettarli, seduto alla
scrivania ormai sgombra di carte, guardando la bussola di panno verde
ingiallito, che non s'apriva piú. All'ora solita, chiuso lo studio, si recava a
passeggiare nel viale solitario, all'uscita della città, da cui si godeva una
gran veduta di poggi e di vallate.
Dove quel viale svoltava per proseguire sulla costa un po' piú sporgente della
collina accanto, c'era una panchina a ridosso d'un cipresso. Il viale era tutto
d'alberelli nuovi e freschi. Quel cipresso vi era come estraneo e solo. Perdute
le scaglie, era divenuto per la vecchiaja una gigantesca pertica, liscia e
morta, con un pennacchio appena in cima, come una spazzola da lumi. Nessuno mai
andava a sedere sulla piccola panchina a ridosso di quel vecchio cipresso
malauguroso. Vi andava a sedere il Cimino, per ore e ore, immobile, come un
lugubre fantoccio che qualcuno per burla avesse posato lí.
Fu
un poco prima di sera, ma già quasi a bujo. Stando egli a sedere su quella
panchina, si vide passar davanti per il viale deserto il Papía con una mano
protesa come a parar l'ombra e l'altra che cercava col bastone la via.
Lo
chiamò.
La
panchina, pur con tanto aperto davanti, aveva quel che di racchiuso fa l'ombra
della sera attorno a ogni cosa che ancora si riesca a vedere.
Quegli, mezzo cieco, sentendosi chiamare, s'accostò e si protese a guardare: lo
riconobbe e, come se un brivido gli passasse per le carni, stolzò e subito si
mise a piangere con lo stomaco, sussultando; si abbatté sulla panchina, e i
singhiozzi che non riuscivano ad arrivargli alla gola, s'appalesarono soltanto
in un fiottar fitto del naso.
Non si dissero nulla.
Sentendolo piangere, l'altro che non poteva voltare la testa, allungò una mano e
gliela batté pian piano piú volte su una gamba.
E
rimasero cosí, appajati nell'atroce miseria da tutto il male che s'erano fatto e
da cui nasceva, forse per un solo momento, quella disperata pietà che non li
poteva piú in nessun modo consolare.