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NOVELLE PER UN ANNO - 1925 - "DONNA MIMMA"
Pubblicata nel 1925, la raccolta Donna Mimma costituisce il nono volume delle
Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1896 ed il 1924. |
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3. Il capretto nero (1913)
«Corriere della Sera», 31
dicembre 1913, poi in «Un cavallo nella luna», Treves, Milano 1918.
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Senza dubbio il signor Charles
Trockley ha ragione. Sono anzi disposto ad ammettere che il signor Charles
Trockley non può aver torto mai, perché la ragione e lui sono una cosa sola.
Ogni mossa, ogni sguardo, ogni parola del signor Charles Trockley sono così
rigidi e precisi, così ponderati e sicuri, che chiunque, senz’altro, deve
riconoscere che non è possibile che il signor Charles Trockley, in qual si
voglia caso, per ogni questione che gli sia posta, o incidente che gli occorra,
stia dalla parte del torto.
Io e lui, per portare un esempio, siamo nati lo stesso anno, lo stesso mese e
quasi lo stesso giorno; lui, in Inghilterra, io in Sicilia. Oggi, quindici di
giugno, egli compie quarantotto anni; quarantotto ne compirò io il giorno
ventotto. Bene: quant’anni avremo, lui il quindici, e io il ventotto di giugno
dell’anno venturo? Il signor Trockley non si perde; non esita un minuto; con
sicura fermezza sostiene che il quindici e il ventotto di giugno dell’anno
venturo lui e io avremo un anno di più, vale a dire quarantanove.
È possibile dar torto al signor Charles Trockley?
Il tempo non passa ugualmente per tutti. Io potrei avere da un sol giorno, da
un’ora sola più danno, che non lui da dieci anni passati nella rigorosa
disciplina del suo benessere; potrei vivere, per il deplorevole disordine del
mio spirito, durante quest’anno, più d’una intera vita. Il mio corpo, più debole
e assai meno curato del suo, si è poi, in questi quarantotto anni, logorato
quanto certamente non si logorerà in settanta quello del signor Trockley. Tanto
vero ch’egli, pur coi capelli tutti bianchi d’argento, non ha ancora nel volto
di gambero cotto la minima ruga, e può ancora tirare di scherma ogni mattina con
giovanile agilità. |
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Ebbene, che importa? Tutte queste considerazioni, ideali e di fatto, sono per il
signor Charles Trockley oziose e lontanissime dalla ragione. La ragione dice al
signor Charles Trockley che io e lui, a conti fatti, il quindici e il ventotto
di giugno dell’anno venturo avremo un anno di più, vale a dire quarantanove.
Premesso questo, udite che cosa è accaduto di recente al signor Charles Trockley
e provatevi, se vi riesce, a dargli torto.
Lo scorso aprile, seguendo il solito itinerario tracciato dal Baedeker per un
viaggio in Italia, Miss Ethel Holloway, giovanissima e vivacissima figlia di Sir
W. H. Holloway, ricchissimo e autorevolissimo Pari d’Inghilterra, capitò in
Sicilia, a Girgenti, per visitarvi i maravigliosi avanzi dell’antica città
dorica. Allettata dall’incantevole piaggia tutta in quel mese fiorita del bianco
fiore dei mandorli al caldo soffio del mare africano pensò di fermarsi più d’un
giorno nel grande Hôtel des Temples che sorge fuori dell’erta e misera
cittaduzza d’oggi, nell’aperta, campagna, in luogo amenissimo.
Da ventidue anni il signor Charles Trockley è vice–console d’Inghilterra a
Girgenti, e da ventidue anni, ogni giorno, sul tramonto, si reca a piedi, col
suo passo elastico e misurato, dalla città alta sul colle alle rovine dei Tempii
akragantini, aerei e maestosi su l’aspro ciglione che arresta il declivio della
collina accanto, la collina akrea, su cui sorse un tempo, fastosa di marmi,
l’antica città da Pindaro esaltata come bellissima tra le città mortali.
Dicevano gli antichi che gli Akragantini mangiavano ogni giorno come se
dovessero morire il giorno dopo, e costruivano le loro case come se non
dovessero morir mai. Poco ora mangiano, perché grande è la miseria nella città e
nelle campagne, e delle case della città antica, dopo tante guerre e sette
incendii e altrettanti saccheggi, non resta più traccia. Sorge al posto di esse
un bosco di mandorli e d’olivi saraceni, detto perciò il Bosco della Cìvita.
E i chiomati olivi cinerulei s’avanzano in teoria fin sotto alle colonne dei
Tempii maestosi e par che preghino pace per quei clivi abbandonati. Sotto il
ciglione scorre, quando può, il fiume Akragas che Pindaro glorificò come ricco
di greggi. Qualche greggiola di capre, attraversa tuttavia il letto sassoso del
fiume: s’inerpica sul ciglione roccioso e viene a stendersi e a rugumare il
magro pascolo all’ombra solenne dell’antico tempio della Concordia, integro
ancora. Il caprajo, bestiale e sonnolento come un arabo, si sdraja anche lui sui
gradini del pronao dirupati e trae qualche suono lamentoso dal suo zufolo di
canna.
Al signor Charles Trockley questa intrusione delle capre nel tempio è sembrata
sempre un’orribile profanazione; e innumerevoli volte ne ha fatto formale
denunzia ai custodi dei monumenti, senza ottener mai altra risposta che un
sorriso di filosofica indulgenza e un’alzata di spalle. Con veri fremiti
d’indignazione il signor Charles Trockley di questi sorrisi e di queste alzate
di spalle s’è lagnato con me che qualche volta lo accompagno in quella sua
quotidiana passeggiata. Avviene spesso che, o nel tempio della Concordia, o in
quello più su di Hera Lacinia, o nell’altro detto volgarmente dei Giganti, il
signor Trockley s’imbatta in comitive di suoi compatriotti, venute a visitare le
rovine. E a tutti egli fa notare, con quell’indignazione che il tempo e
l’abitudine non hanno ancora per nulla placato o affievolito, la profanazione di
quelle capre sdrajate e rugumanti all’ombra delle colonne. Ma non tutti
gl’inglesi visitatori, per dir la verità, condividono l’indignazione del signor
Trockley. A molti anzi sembra non privo d’una certa poesia il riposo di quelle
capre nei Tempii, rimasti come sono ormai solitari in mezzo al grande e
smemorato abbandono della campagna. Più d’uno, con molto scandalo del signor
Trockley, di quella vista si mostra anzi lietissimo e ammirato.
Più di tutti lieta e ammirata se ne mostrò, lo scorso aprile, la giovanissima e
vivacissima Miss Ethel Holloway. Anzi, mentre l’indignato vice–console stava a
darle alcune preziose notizie archeologiche, di cui né il Baedeker né altra
guida hanno ancor fatto tesoro, Miss Ethel Holloway commise l’indelicatezza di
voltargli le spalle improvvisamente per correr dietro a un grazioso capretto
nero, nato da pochi giorni, che tra le capre sdraiate springava qua e là come se
per aria attorno gli danzassero tanti moscerini di luce, e poi di quei suoi
salti arditi e scomposti pareva restasse lui stesso sbigottito, ché ancora ogni
lieve rumore, ogni alito d’aria, ogni piccola ombra, nello spettacolo per lui
tuttora incerto della vita, lo facevano rabbrividire e fremer tutto di timidità.
Quel giorno, io ero col signor Trockley, e se molto mi compiacqui della gioja di
quella piccola Miss, così di subito innamorata del capretto nero, da volerlo a
ogni costo comperare; molto anche mi dolsi di quanto toccò a soffrire al povero
signor Charles Trockley.
– Comperare il capretto?
– Sì, sì! comperare subito! subito!
E fremeva tutta anche lei, la piccola Miss, come quella cara bestiolina nera;
forse non supponendo neppur lontanamente che non avrebbe potuto fare un dispetto
maggiore al signor Trockley, che quelle bestie odia da tanto tempo ferocemente.
Invano il signor Trockley si provò a sconsigliarla, a farle considerare tutti
gl’impicci che le sarebbero venuti da quella compera: dovette cedere alla fine
e, per rispetto al padre di lei, accostarsi al selvaggio caprajo per trattar
l’acquisto del capretto nero.
Miss Ethel Holloway, sborsato il denaro della compera, disse al signor Trockley
che avrebbe affidato il suo capretto al direttore dell’Hôtel des Temples,
e che poi, appena ritornata a Londra, avrebbe telegrafato perché la cara
bestiolina, pagate tutte le spese, le fosse al più presto recapitata; e se ne
tornò in carrozza all’albergo, col capretto belante e guizzante tra le braccia.
Vidi, incontro al sole che tramontava fra un mirabile frastaglio di nuvole
fantastiche, tutte accese sul mare che ne splendeva sotto come uno smisurato
specchio d’oro, vidi nella carrozza nera quella bionda giovinetta gracile e
fervida allontanarsi infusa nel nembo di luce sfolgorante; e quasi mi parve un
sogno. Poi compresi che, avendo potuto, pur tanto lontana dalla sua patria,
dagli aspetti e dagli affetti consueti della sua vita, concepir subito un
desiderio così vivo, un così vivo affetto per un piccolo capretto nero, ella non
doveva avere neppure un briciolo di quella solida ragione, che con tanta gravità
governa gli atti, i pensieri, i passi e le parole del signor Charles Trockley.
E che cosa aveva allora al posto della ragione la piccola Miss Ethel Holloway?
Nient’altro che la stupidaggine, sostiene il signor Charles Trockley con un
furore a stento contenuto, che quasi quasi fa pena, in un uomo come lui, sempre
così compassato.
La ragione del furore è nei fatti che son seguiti alla compera di quel capretto
nero.
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Miss Ethel Holloway partì il giorno dopo da Girgenti. Dalla Sicilia doveva
passare in Grecia, dalla Grecia, in Egitto; dall’Egitto nelle Indie.
È miracolo che, arrivata sana e salva a Londra su la fine di novembre, dopo
circa otto mesi e dopo tante avventure che certamente le saranno occorse in un
così lungo viaggio, si sia ancora ricordata del capretto nero comperato un
giorno lontano tra le rovine dei Tempii akragantini in Sicilia.
Appena arrivata, secondo il convenuto, scrisse per riaverlo al signor Charles
Trockley.
L’Hôtel des Temples si chiude ogni anno alla metà di giugno per riaprirsi
ai primi di novembre. Il direttore, a cui Miss Ethel Holloway aveva affidato il
capretto, alla metà di giugno, partendo, lo aveva a sua volta affidato al
custode dell’albergo, ma senz’alcuna raccomandazione, mostrandosi anzi seccato
più d’un po’ del fastidio che gli aveva dato e seguitava a dargli quella
bestiola. Il custode aspettò di giorno in giorno che il vice–console signor
Trockley, per come il direttore gli aveva detto, venisse a prendersi il capretto
per spedirlo in Inghilterra, poi, non vedendo comparir nessuno, pensò bene, per
liberarsene, di darlo in consegna a quello stesso caprajo che lo aveva venduto
alla Miss, promettendoglielo in dono se questa, come pareva, non si fosse più
curata di riaverlo, o un compenso per la custodia e la pastura, nel caso che il
vice–console fosse venuto a chiederlo.
Quando, dopo circa otto mesi, arrivò da Londra la lettera di Miss Ethel Holloway,
tanto il direttore dell’Hôtel des Temples, quanto il custode, quanto il
caprajo si trovarono in un mare di confusione; il primo per aver affidato il
capretto al custode; il custode per averlo affidato al caprajo, e questi per
averlo a sua volta dato in consegna a un altro caprajo con le stesse promesse
fatte a lui dal custode. Di questo secondo caprajo non s’avevano più notizie. Le
ricerche durarono più d’un mese. Alla fine, un bel giorno, il signor Charles
Trockley si vide presentare nella sede del vice–consolato in Girgenti un
orribile bestione cornuto, fetido, dal vello stinto rossigno strappato e tutto
incrostato di sterco e di mota, il quale, con rochi, profondi e tremuli belati,
a testa bassa, minacciosamente, pareva domandasse che cosa si volesse da lui,
ridotto per necessità di cose in quello stato, in un luogo così strano dalle sue
consuetudini.
Ebbene, il signor Charles Trockley, secondo il solito suo, non si sgomentò
minimamente a una tale apparizione; non tentennò un momento: fece il conto del
tempo trascorso, dai primi d’aprile agli ultimi di dicembre, e concluse che,
ragionevolmente, il grazioso capretto nero d’allora poteva esser benissimo
quest’immondo bestione d’adesso. E senza neppure un’ombra d’esitazione rispose
alla Miss, che subito gliel’avrebbe mandato da Porto Empedocle col primo vapore
mercantile inglese di ritorno in Inghilterra. Appese al collo di quell’orribile
bestia un cartellino con l’indirizzo di Miss Ethel Holloway e ordinò che fosse
trasportata alla marina. Qui, lui stesso, mettendo a grave repentaglio la sua
dignità, si tirò dietro con una fune la bestia restia per la banchina del molo,
seguito da una frotta di monellacci; la imbarcò sul vapore in partenza, e se ne
ritornò a Girgenti, sicurissimo d’aver adempiuto scrupolosamente all’impegno che
s’era assunto, non tanto per la deplorevole leggerezza di Miss Ethel Holloway,
quanto per il rispetto dovuto al padre di lei.
Ieri, il signor Charles Trockley è
venuto a trovarmi in casa in tali condizioni d’animo e di corpo, che subito,
costernatissimo, io mi son lanciato a sorreggerlo, a farlo sedere, a fargli
recare un bicchier d’acqua.
– Per amor di Dio, signor Trockley, che vi è accaduto?
Non potendo ancora parlare, il signor Trockley ha tratto di tasca una lettera e
me l’ha porta.
Era di Sir H. W. Holloway, Pari d’Inghilterra, e conteneva una filza di
gagliarde insolenze al signor Trockley per l’affronto che questi aveva osato
fare alla figliuola Miss Ethel, mandandole quella bestia immonda e spaventosa.
Questo, in ringraziamento di tutti i disturbi, che il povero signor Trockley s’è
presi.
Ma che si aspettava dunque quella stupidissima Miss Ethel Holloway? Si aspettava
che, a circa undici mesi dalla compera, le arrivasse a Londra quello stesso
capretto nero che springava piccolo e lucido, tutto fremente di timidezza tra le
colonne dell’antico Tempio greco in Sicilia? Possibile? Il signor Charles
Trockley non se ne può dar pace.
Nel vedermelo davanti in quello stato, io ho preso a confortarlo del mio meglio,
riconoscendo con lui che veramente quella Miss Ethel Holloway dev’essere una
creatura, non solo capricciosissima, ma oltre ogni dire irragionevole.
– Stupida! stupida! stupida!
– Diciamo meglio irragionevole, caro signor Trockley, amico mio. Ma vedete, –
(mi son permesso d’aggiungere timidamente) – ella, andata via lo scorso aprile
con negli occhi e nell’anima l’immagine graziosa di quel capretto nero, non
poteva, siamo giusti, far buon viso (così irragionevole com’è evidentemente)
alla ragione che voi, signor Trockley, le avete posta davanti all’improvviso con
quel caprone mostruoso che le avete mandato.
– Ma dunque? – mi ha domandato, rizzandosi e guardandomi con occhio nemico, il
signor Trockley. – Che avrei dovuto fare, dunque, secondo voi?
– Non vorrei, signor Trockley, – mi sono affrettato a rispondergli imbarazzato,
– non vorrei sembrarvi anch’io irragionevole come la piccola Miss del vostro
paese lontano, ma al posto vostro, signor Trockley, sapete che avrei fatto io? O
avrei risposto a Miss Ethel Holloway che il grazioso capretto nero era morto per
il desiderio de’ suoi baci e delle sue carezze; o avrei comperato un altro
capretto nero, piccolo piccolo e lucido, simile in tutto a quello da lei
comperato lo scorso aprile e gliel’avrei mandato, sicurissimo che Miss Ethel
Holloway non avrebbe affatto pensato che il suo capretto non poteva per undici
mesi essersi conservato così tal quale. Seguito con ciò, come vedete, a
riconoscere che Miss Ethel Holloway è la creatura più irragionevole di questo
mondo e che la ragione sta intera e tutta dalla parte vostra, come sempre, caro
signor Trockley, amico mio.
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