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NOVELLE PER UN ANNO - 1925 - "DONNA MIMMA"
Pubblicata nel 1925, la raccolta Donna Mimma costituisce il nono volume delle
Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1896 ed il 1924. |
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2. L'abito nuovo (1913)
«Corriere della Sera», 16 giugno
1913, poi in «Le due maschere», Quattrini, Firenze 1914.
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L’abito che quel povero Crispucci indossava da tempo immemorabile, nessuno
riusciva più a considerarlo come una cosa soprammessa al suo corpo, una cosa che
si potesse cambiare. Agli occhi di tutti egli era ormai in quel suo abito, come
un vecchio cane randagio nel suo pelame stinto e strappato.
Per questa ragione, l’avvocato Boccanera, suo principale, non aveva mai pensato
di potergli regalare uno dei tanti suoi abiti smessi ancora in buono stato. Così
com’era, gli serviva a meraviglia; scrivano e galoppino a centoventi lire al
mese.
Quel giorno, il signor avvocato Boccanera stava a tenergli un interminabile e
amorevole discorso. Di solito, bastava che gli dicesse, con un certo
ammiccamento degli occhi: – Crispucci, eh? – e Crispucci intendeva tutto. In
quel momento, però, davanti la scrivania, tutto ripiegato e scivolante come
un’S, le due lunghe braccia da scimmia ciondoloni, pareva che non capisse più
nulla.
Apriva di tratto in tratto la bocca, ma non per parlare. Era una contrazione
delle guance, o piuttosto, come un’increspatura di tutta la faccia gialliccia,
che, scoprendogli i denti, poteva parere una smorfia, così di scherno come di
spasimo; ma forse era soltanto un segno d’attenzione.
– Dunque, caro Crispucci, tutto considerato, vi consiglio di partire. Sarà per
me un guajo serio; ma partite. Avrò pazienza per una quindicina di giorni. Eh,
almeno quindici giorni vi ci vorranno per tutte le pratiche da sbrigare e le
formalità. E anche perché, mi figuro, venderete tutto.
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Crispucci aprì le braccia, con gli
occhi biavi fissi nel vuoto.
– Eh sì, vendere, vi conviene vendere. Gioje, abiti, mobili. Il grosso è nelle
gioje. Così a occhio, dalla descrizione dell’inventario, ci sarà da cavarne da
centocinquanta a duecento mila lire; forse più. C’è anche un vezzo di perle.
Quanto agli abiti (voi capite) non li potrà certo indossare la vostra figliuola.
Chi sa che abiti saranno! Ma ne caverete poco, non vi fate illusioni. Gli abiti
si svendono, anche se ricchissimi. Forse dalle pellicce (pare ce ne sia una
collezione) sapendo fare, qualche cosa caverete. Oh, badate: per le gioje,
sarebbe bene che appuraste da quali negozianti furono acquistate. Forse lo
vedrete dagli astucci. Vi avverto che i brillanti sono molto cresciuti di
prezzo. E qui nell’elenco ce ne son segnati parecchi. Ecco: una spilla...
un’altra spilla... anello... anello... un bracciale... un altro anello... ancora
un anello... una spilla... bracciale... bracciale... Parecchi come vedete.
A questo punto Crispucci alzò una mano. Segno che voleva parlare. Le rarissime
volte che gli avveniva, ne dava l’avviso così. E questo segno della mano era
accompagnato da un’altra increspatura della faccia ch’esprimeva lo stento e la
pena di tirar su la voce da quell’abisso di silenzio in cui la sua anima era da
tanto tempo sprofondata.
– Po... potrei, – disse, – farmi ardito... uno di... uno di questi anelli...
alla sua signora?
– Ma no, che dite, caro Crispucci? – scattò il signor avvocato. – La mia
signora, vi pare? uno di quegli anelli!
Crispucci abbassò la mano; accennò di sì più volte col capo.
– Mi scusi.
– Ma no, anzi vi ringrazio. Piangete? No, via, via, caro Crispucci! Non ho
voluto offendervi! Su, su. Lo so, lo comprendo è per voi una cosa molto triste;
ma pensate che non accettate per voi codesta eredità: voi non siete solo, avete
una figliuola, a cui non sarà facile trovar marito, senza una buona dote, che
ora... Eh, lo so! è a un prezzo ben duro! Ma i denari son denari, caro Crispucci,
e fanno chiudere gli occhi su tante cose. Avete anche la madre. Non avete molta
salute, e...
Crispucci, che aveva approvato col capo le precedenti considerazioni del signor
avvocato, a questa su la sua salute, sgranò gli occhi con un piglio scontroso.
S’inchinò; si mosse per uscire.
– E non prendete le carte? – gli disse l’avvocato, porgendogliele di su la
scrivania.
Crispucci tornò indietro, asciugandosi gli occhi con un sudicio fazzoletto, e
prese quelle carte.
– Dunque partite domani?
– Signor avvocato, – rispose Crispucci, guardandolo, come deciso a dire una cosa
che gli faceva tremare il mento; ma s’arrestò, lottò un pezzo per ricacciare
indietro, nell’abisso di silenzio, quel che stava per dire; alzò un poco le
spalle, aprì un poco le braccia e andò via.
Stava per dire: «Parto, se vossignoria accetta per la sua signora un anellino di
questa mia eredità!».
Di là, agli altri scritturali dello studio che da tre giorni si spassavano a
torturarlo, punzecchiandolo con fredda ferocia, aveva promesso, digrignando i
denti, a chi una veste di seta per la moglie, a chi un cappello con le piume per
la figliuola, a chi un manicotto per la fidanzata.
– Magari!
– E qualche camicia fina, velata e ricamata, aperta davanti, per tua sorella?
– Magari!
Voleva che di quella eredità tutti, con lui, fossero insozzati.
Leggendo nell’inventario la descrizione del ricchissimo guardaroba della
defunta, e di quel che contenevano di biancheria gli armadii e i cassettoni,
s’era figurato di poterne vestire tutte le donne della città.
Se un resto di ragione non lo avesse trattenuto, si sarebbe fermato per via a
prendere per il petto i passanti e a dir loro:
«Mia moglie era così e così; è crepata or ora a Napoli; m’ha lasciato questo e
quest’altro; volete per vostra moglie, per vostra sorella, per le vostre
figliuole, una mezza dozzina di calze di seta, su fino alla coscia, finissime,
traforate?».
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Un giovanotto spelato, dalla faccia
itterica, che aveva la malinconia di voler parere elegante, si sentiva finir lo
stomaco da tre giorni, in quella stanza degli scritturali, a tali profferte. Era
da una settimana soltanto nello studio, e più che da scrivano faceva da
galoppino; ma voleva conservare la sua dignità; non parlava quasi mai, anche
perché nessuno gli rivolgeva la parola; si contentava d’accennare un sorrisetto
vano a fior di labbra, non privo d’un certo sprezzo lieve lieve, ascoltando i
discorsi degli altri, e tirava fuori dalle maniche troppo corte o ricacciava
indietro con mossettine sapienti i polsini ingialliti.
Quel giorno, appena Crispucci uscì dalla stanza del signor avvocato, prese
dall’attaccapanni il cappello e il bastone per andargli dietro, mentre gli altri
scrivani, ridendo, gridavano dall’alto della scala:
– Crispucci, ricordati! La camicia per mia sorella!
– La veste di seta per mia moglie!
– Il manicotto per la mia fidanzata!
– La piuma di struzzo per la mia figliuola!
Per istrada lo investì, con la faccia più scolorita che mai dalla bile:
– Ma perché fate tante sciocchezze? Perché seminate la roba così? Porterà
scritta forse in qualche parte la provenienza? Vi tocca una fortuna come questa,
e non sapete profittarne. Siete impazzito?
Crispucci si fermò un momento a guatarlo di traverso.
– Fortuna, sì! – ribatté quello. – Fortuna prima e fortuna adesso! Prima, per
esservene liberato tant’anni fa, quando vi scappò di casa.
– Te ne sei informato?
– Me ne sono informato. Ebbene? Che noje, che impicci che fastidi ne aveste più?
Ora è morta; e non vi sembra un’altra fortuna? Perdio! Non solo perché è morta,
ma anche perché di stato vi farà cangiare!
Crispucci si fermò a guatarlo di nuovo.
– T’hanno detto forse che ho una figliuola da maritare?
– Vi parlo così per questo!
– Ah! Franco.
– Franchissimo.
– E vuoi che pigli l’eredità?
– Sareste un pazzo a non farlo! Duecentomila lire!
– E con duecentomila lire, vorresti che dessi la figliuola a te?
– Perché no?
– Perché, se mai, con duecentomila lire, potrei comprare una vergogna meno
sporca della tua.
– Oh, voi m’offendete!
– No. Ti stimo. Tu stimi me, io stimo te. Per una vergogna come la tua non darei
più di tremila lire.
– Tre?
– Cinque, va là! e un po’ di biancheria. Hai una sorella anche tu? Tre camìce di
seta anche a lei, aperte davanti! Se le vuoi, te le do.
E lo piantò lì, in mezzo alla strada.
A casa non disse una parola né alla madre né alla figliuola. Del resto, non
aveva mai ammesso, da sedici anni, dal giorno della sciagura in poi, nessun
discorso che non si riferisse ai bisogni momentanei della vita. Se l’una o
l’altra accennava minimamente a qualche considerazione estranea a questi
bisogni, si voltava a guardarle con tali occhi, che subito la voce moriva loro
sulle labbra.
Il giorno appresso partì per Napoli, lasciandole non solo nell’incertezza più
angosciosa sul conto di quella eredità, ma anche in una grande costernazione, se
– Dio liberi – commettesse qualche grossa pazzia.
Le donne del vicinato fomentavano questa costernazione, riferendo e commentando
tutte le stranezze commesse da Crispucci in quei tre giorni. Qualcuna, con rosea
e fresca ingenuità, alludendo alla defunta, domandava:
– Ma com’è ch’era tanto ricca?
E un’altra:
– Ho sentito dire che si chiamava Margherita. La biancheria intanto, dicono che
è cifrata R e B.
– E B? No, R e C, – correggeva un’altra – Rosa Clairon,
ho sentito dire.
– Ah, guarda, Clairon... Cantava?
– Pare di no.
– Ma sì che cantava! Ultimamente no, più. Ma prima cantava.
– Rosa Clairon, sì... mi pare.
La figliuola, a questi discorsi, guardava la vecchia nonna con un lustro di
febbre negli occhi affossati, e una fiamma fosca sulle guance magre. La vecchia
nonna, con la grossa faccia gialla, sebacea, quasi spaccata da profonde rughe
rigide e precise, s’aggiustava sul naso gli occhialoni che, dopo l’operazione
della cateratta, le rendevano mostruosamente grandi e vani gli occhi tra le rade
ciglia lunghe come antenne d’insetto, e rispondeva con sordi grugniti a tutte
quelle ingenuità delle vicine.
Molte delle quali sostenevano con calore, che via, in fin dei conti, non solo
non era da stimar pazzo, ma forse neppure da biasimare quel povero signor
Crispucci, se voleva che nessuno di quegli abiti, nessun capo di quella
biancheria toccasse le carni immacolate della sua figliuola. Meglio darli via,
se non voleva svenderli. Naturalmente, come vicine di casa, credevano di poter
pretendere che, a preferenza, fossero distribuiti tra loro. Almeno qualche
regaluccio, via! Chi sa che fiume di sete gaje e lucenti, che spume di merletti,
tra rive di morbidi velluti e ciuffi di bianche piume di cappelli, sarebbero
entrati fra qualche giorno nello squallore di quella stamberga.
Solo a pensarci, ne avevano tutte gli occhi piccoli piccoli. E Fina, la
figliuola, ascoltandole e vedendole così inebriate, si storceva le mani sotto il
grembiule, e alla fine scattava in piedi e andava via.
– Povera figliuola, – sospirava allora qualcuna. – È la pena.
E un’altra domandava alla nonna:
– Credete che il padre la farà vestir di nero?
La vecchia rispondeva con un altro grugnito, per significare che non ne sapeva
nulla.
– Ma certo! Le tocca!
– È infine la madre.
– Se accetta l’eredità!
– Ma vedrete che prenderà il lutto anche lui.
– No no, lui no.
– Se accetta l’eredità!
La vecchia si agitava sulla seggiola, come Fina si agitava sul letto, di là.
Perché questo era il dubbio smanioso: che egli accettasse l’eredità.
Tutte e due, di nascosto, al primo annunzio della morte, s’erano recate dal
signor avvocato Boccanera, spaventate dalle furie con cui Crispucci aveva
accolto la notizia di quell’eredità, e lo avevano scongiurato a mani giunte di
persuaderlo a non commettere le pazzie minacciate. Come sarebbe rimasta, alla
morte di lui, quella povera figliuola, che non aveva avuto mai, mai un momento
di bene da che era nata? Egli metteva in bilancia un’eredità di disonore e una
eredità d’orgoglio: l’orgoglio d’una miseria onesta. Ma perché pesare con questa
bilancia la fortuna che toccava alla povera figliuola? Era stata messa al mondo
senza volerlo, quella poverina, e finora con tante amarezze aveva scontato il
disonore della madre; doveva ora per giunta essere sacrificata anche
all’orgoglio del padre?
Durò un’eternità – diciotto giorni – l’angoscia di questo dubbio. Neppure un
rigo di lettera in quei diciotto giorni. Finalmente, una sera, per la lunga
scala erta e angusta le due donne intesero un tramestio affannoso. Erano i
facchini della stazione che portavano su, tra ceste e bauli, undici pesanti
colli.
A piè della scala, Crispucci aspettò che i facchini andassero a deporre il
carico nel suo appartamento al quarto piano; li pagò; quando la scala ritornò
quieta, prese a salire adagio adagio.
La madre e la figliuola lo attendevano trepidanti sul pianerottolo, col lume in
mano. Alla fine lo videro apparire, a capo chino, con un cappello nuovo,
verdastro, insaccato in un abito nuovo, peloso, color tabacco, comprato certo
bell’e fatto a Napoli in qualche magazzino popolare. I calzoni lunghi gli
strascicavano oltre i tacchi delle scarpe pur nuove; la giacca gli sgonfiava da
collo.
Né l’una né l’altra delle due donne ardì di muovere una domanda. Quell’abito
parlava da sé. Soltanto la figliuola, nel vederlo diretto alla sua stanza, prima
che ne richiudesse l’uscio, gli chiese:
– Hai cenato, papà?
Crispucci, dalla soglia, voltò la faccia, e con una smorfia nuova di riso e una
nuova voce rispose:
– Wagon–restaurant.
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