|
Non poté seguitare; trasse un fazzoletto e se lo recò agli occhi. Fu un momento.
Si riprese subito e costrinse di nuovo la signorina Milla a prendere e a
mettersi il cappellino per arrivare a tempo al concerto. In vettura, le avrebbe
dato notizia di sé.
Che notizia? La signorina Milla ne poté capire ben poco, quel giorno; e ne
incolpò la sua ansia d’arrivare al concerto’ l’esilissima voce del vecchietto,
il frastuono della vettura. Ma poi? Da altre notizie raccolte riposatamente, nel
silenzio del salottino, con tutta la buona volontà, non riuscì mai a comporsi
chiaramente la storia (che voleva parer molto avventurosa e piena di strane
vicende) di quel vecchietto. Il quale, mettendosi ogni volta a parlare di sé,
pareva non sapesse da qual parte rifarsi, come se tuttavia si sentisse
lontanissimo, e per arrivare a dir chi era dovesse fare un cammino infinito,
attraverso a vie remotissime, intricate, irte d’intoppi, di siepi e tra una
folla innumerevole che lo tirava di qua, di là, e gli sbarrava il passo di
continuo.
– Eh, ma poi... – sospirava – poi c’era... sicuro... e quando io... sì, perché
quello là, come si chiamava?... quello là... no, veramente fu un altro...
quell’altro, prima che...
Si confondeva, si smarriva fra tanti minuti particolari, citando nomi ignoti,
luoghi spariti o mutati, testimonianze di cose morte, che accompagnava con
esclamazioni e sorrisi e gesti, come se a mano a mano vedesse e toccasse quel
che diceva, o piuttosto che bisbigliava.
Certo era questo, che aveva ottantun anni; che a poco più di venti, cioè nel
1849, alla caduta della repubblica, aveva abbandonato Roma e l’Italia, e che vi
ritornava adesso, dopo circa sessanta anni passati in America, a New York.
Teneva molto a far comprendere che si era compromesso allora più d’un po’ nei
moti rivoluzionarii... Eh, sì, dopo il famoso voltafaccia!
– Il voltafaccia di chi?
– Come di chi? Ma di Pio IX, santo Dio!
La signorina Milla lo guardava con gli occhi di bambola, sbarrati. Sentendo
ricordare tanti fatti, e personaggi, tutti così uno più «famoso» dell’altro,
s’era accorta ch’era proprio deplorevole la sua ignoranza di storia
contemporanea. E forse per questo non riusciva a intendere come e perché si
fosse compromesso il maestro Icilio Saporini.
C’era di mezzo la musica, senza dubbio: un certo inno patriottico. E c’era di
mezzo anche un certo zio Nando. Sicuro. Uno zio Nando, rientrato in Roma nel
1846, dopo il famoso editto...
Altro sbarramento d’occhi della signorina Milla. Che editto? Ma quello del
perdono, perbacco! il famoso editto del perdono, col quale Pio IX, tra tanti
delirii di entusiasmo, aveva dato principio al suo regno, accordando piena
amnistia a tutti i condannati ed esuli politici dello Stato pontificio.
– E anche allo zio Nando?
– Anche allo zio Nando, sicuro!
Ora, in casa di questo zio Nando pareva si raccogliessero i più ferventi
patrioti d’allora. Il guajo era che il maestro Icilio Saporini li chiamava tutti
per nome, questi ferventi patrioti. Diceva:
– Pietro... eh, Pietro... valente medico, valente poeta...
Chi fosse questo Pietro, valente medico, valente poeta, la signorina Milla
dovette stentare un pezzo a capire. Ma Pietro Sterbini, santo Dio! il dottor
Pietro Sterbini, quello della famosa congiura contro Pellegrino Rossi!
– Ecco, sì... fu Pescetto che gli diede prima un urtone, un semplice
urtone, qua, nel vestibolo della Cancelleria, Pescetto, cioè... come si
chiamava di nome? Filippo... no, Pippo era un altro della congiura... Eh sì,
Pippo!... Pippo Trentanove... Pescetto si chiamava Antonio Ranucci. Sì,
ecco: Antonio, un urtone; e Giggi, Luigi Brunetti, figlio di Ciceruacchio,
prima un pugno in faccia e poi, là, una coltellata alla gola... Ma chi li aveva
messi sù, la sera del 14, all’osteria del Fornajo, a Ripetta? Lui, Pietro,
Pietro Sterbini; mentre la polizia si aspettava la botta da quelli della salita
di Marforio congiurati per ridere, i fratelli Facciotti, Gennaro Bomba, Salvati
e Toncher, che faceva la spia. Ma erano tutti... sa? come tante girandole
apparecchiate, erano; e lui, Pietro. Pietro era la colombina che le incendiava
tutte.
Così raccontava il maestro Icilio Saporini col suo vocino di zanzara. E quel
Pietro entrava in tutti i suoi racconti. Già alla signorina Milla pareva proprio
di potergli stringere la mano, a Pietro, e farlo sedere lì, su una poltroncina
del salotto.
Neanche a dirlo, era dovuta anche a Pietro l’unica e non ben chiara
compromissione del maestro Icilio Saporini negli affari politici dal 1846 al
1849. Sì, perché Pietro per la famosa ricorrenza del 21 aprile 1846, natale di
Roma, dovendosi tenere una gran festa alle Terme di Tito, sù all’Esquilino, per
inneggiare al divino Pio IX, esaltato allora come secondo fondatore dell’eterna
città, Pietro, valente medico, valente poeta, aveva composto un bellissimo inno,
breve, di due strofette, con un ritornello:
Eri caduta; lévati,
Madre di tanti eroi...
Se le ricordava ancora parola per
parola il maestro Icilio Saporini! E il ritornello:
Tu vivi in Campidoglio,
Tu sei regina ancor.
Basta: era venuto a leggerlo (Pietro)
in casa di zio Nando, questo suo inno, pochi giorni avanti.
Dice (sempre lui, Pietro):
– Tu, Icilio! – dice – ti sentiresti di musicarlo? – dice. – Lo canteranno –
dice – gli studenti.
Il maestro Icilio Saporini aveva, sì e no, diciott’anni, allora; non aveva ancor
preso il diploma all’Accademia ma il sentimento stesso... eh, tutta l’anima gli
cantava, in quei giorni! Ci s’era messo, e in una notte lo aveva musicato.
Se non che Pietro... un vero tradimento! Dice:
– Figliuolo mio, Magazzari, il maestro Magazzari s’è profferto – dice – di
musicarlo lui!
E il 21 aprile alle Terme di Tito su l’Esquilino, alla presenza di ottocento
convitati, era stato cantato l’inno musicato dal Magazzari
Ma allora? Anche ammesso che potesse considerarsi come una seria compromissione
politica l’aver musicato un inno, quando ancora Pio IX si compiaceva degli
osanna dei liberali, il Magazzari, se mai, non lui poteva essersi compromesso...
Ma! La signorina Milla non poté capirci più che tanto.
Del maestro Magazzari ella aveva sentito parlar più volte dalla madre che fino
agli ultimi anni aveva serbato memoria di tutti i fatti e gli uomini,
specialmente del mondo musicale romano d’allora: il nome del maestro Icilio
Saporini non era venuto mai fuori dalle labbra di sua madre. E dunque agli occhi
della signorina Milla il maestro Icilio Saporini rimaneva non solo nel presente,
nella Roma d’oggi, uno sperduto che non riusciva a trovar posto; ma anche nel
passato, in quel mondo d’allora, com’ella attraverso le notizie e le memorie
della madre se l’era immaginato. Neanche in quel mondo ella riusciva a trovargli
posto; certo perché egli non aveva saputo farselo né nel cuore, né nella memoria
della madre. Come niente era adesso, niente era stato di certo anche allora.
A dir vero, il Saporini non si dava alcun vanto. Una punta d’invidia e di
gelosia la mostrava ancora per il Magazzari; e pregato insistentemente dalla
signorina Milla sonò, o meglio, accennò sul pianoforte una frase... non tutto
l’inno famoso... la frase che accompagnava i due versi della seconda strofetta
di Pietro:
A te lo scettro, il soglio,
A te l’eterno allor...
ma soltanto per far vedere quant’era più solenne, più maestosa, più ispirata di
quella del Magazzari. E basta.
Che aveva poi fatto là, in America, per sessant’anni di fila? Eh, da quella
zazzeretta argentea era facile indovinarlo! Il maestro di musica italiano, come
lo intendono degli italiani, tutti i signori forestieri, aveva fatto! Cioè, uno
che strimpelli sulla chitarra, zazzeruto e con gli occhi imbambolati, l’antica e
da noi dimenticata canzonetta di Santa Lucia:
Sul mare luccica
l’astro d’argento...
E, a giudicar dall’apparenza, la
professione del maestro di musica italiano doveva aver fruttato bene; il maestro
Icilio Saporini doveva aver raccolto una discreta sommetta, con la quale aveva
potuto attuare il sogno, chi sa quanto vagheggiato là, di venire a chiudere gli
occhi in patria. Ma forse, povero vecchiettino, si figurava di ritrovar Roma
quale l’aveva lasciata nel 1849.
Roma, la sua Roma, quella che viveva per lui, nei suoi ricordi lontani, era
invece sparita; scomparsi, morti, tutti i conoscenti della sua generazione.
Arrivando da lontano, da tanto lontano, non s’immaginava certo di dover trovarsi
davanti a un’altra lontananza irraggiungibile: quella del tempo.
Dov’era giunto?
Dalla Roma d’oggi a quella della sua gioventù, quanto cammino!
E s’era messo, appena arrivato, per questo cammino, a ritroso, con l’animo pieno
d’angoscia, a cercar nella Roma d’oggi le tracce dell’antica vita.
Ora, passando per via del Governo Vecchio, s’era ricordato che vi stava il
maestro Rigucci al numero 47, il maestro Rigucci dell’Accademia, che aveva una
figliuola tanto bella, Margherita, sonatrice di arpa esimia... Chi sa! Poteva
esser viva ancora! Ma era possibile che stésse ancora lì di casa? Era già una
fortuna aver ritrovato, nella vecchia via, ancora in piedi, la casa. Non solo le
case, ma anche tante e tante vie erano scomparse! Aveva salito la scala,
solamente per il piacere di rimettere il piede su quei gradini della scala
antica, umida, semibuja. Sul pianerottolo del secondo piano si era fermato e,
guardando alla porta di mezzo... ah che balzo gli aveva dato il cuore in petto!
La vecchia targa ovale, di rame, che recava il nome di Rigucci, era
ancora li, sotto a un’altra, meno vecchia, col nome di Donnetti. E dunque
stava li ancora? ah, lui, il maestro, no di certo; ma lei, Margherita? E aveva
tirato il pallino del campanello.
Eccola là, Margherita, la fanciulla tanto, tanto bella, esimia sonatrice d’arpa:
quella vecchietta incuffiata, rinsecchita del ritratto...
Ma che era stata per lui un giorno quella vecchietta?
La signorina Milla aveva veduto commuoversi fino alle lagrime il maestro Icilio
Saporini, guardando quel ritratto, ma tuttavia credette di poter concludere che
sua madre, da giovane, non era stata mai altro per lui che la figlia del
professor Rigucci dell’Accademia. Forse, si, egli era stato qualche volta nella
casa del nonno, perché sapeva dire di tanti che vi convenivano; delle famose
serate musicali che vi si tenevano in onore dei più celebrati maestri del tempo;
delle fervide simpatie di cui godeva Margherita Rigucci, allora giovinetta e
bellissima. Fors’anche, studentello, chi sa! s’era innamorato anche lui della
figlia del professore; ma innamorato per conto suo, senza lasciare alcun
ricordo, neppure del nome, in lei.
La commozione si spiegava forse così: che in quella casa finalmente, dopo tanti
giorni di vana e amarissima ricerca, il povero vecchietto sperduto era riuscito
a rintracciare un vestigio della vita antica, un posticino ove sedere, dopo
tanto cammino, senza sentirsi estraneo del tutto.
Ma il piacere d’aver ritrovato questo posticino, questo cantuccio dei ricordi,
cominciò in breve a essergli amareggiato da quel pianoforte li, da quegli altri
strumenti musicali, che lo intronavano, che lo intontivano addirittura, con
certe zuffe di suoni, ire di Dio, che facevano andare in visibilio tutti quei
signori, stranieri per la maggior parte, che si riunivano nel salotto antico del
maestro Rigucci, del maestro Rigucci adoratore di Rossini! E più di tutti
facevano andare in visibilio la signorina Milla Donnetti, la nipote del maestro
Rigucci, la figlia di Margherita Donnetti–Rigucci!
Non diceva nulla, ma gli pareva una vera profanazione quella musica, lì, in quel
salotto, che sapeva le divine melodie della più schietta musica italiana. Non
diceva nulla, si faceva anzi più piccino che poteva, su la seggiola, e di tratto
in tratto levava la manina guantata a lisciarsi, dietro, la zazzeretta, e alzava
gli occhi al ritratto della sua vecchia Margherita.
La signorina Milla lo vedeva con la coda dell’occhio e frenava a stento una
risatina. Una sera gli sedette accanto e gli domandò:
– Non le piace? Non si diverte?
– Dico la verità, – le rispose piano, con un sorrisetto, – io... io guardo là...
quella mia vecchietta là...
– Me ne sono accorta!
– Sì? La guardo e... sento cantar Rosina del Barbiere, sento cantare
Amina...
– Eppure, sa? – gli disse allora la signorina Milla. La mamma con gli anni si
era... evoluta, convertita, eh sì! convertita alla musica nuova.
– A questa? – chiese così sbigottito il vecchietto, che la signorina Milla non
poté frenare questa volta la risata.
– Tradimento?
– Ma... ecco... scusi... – rispose egli, tutto imbarazzato. – Capisco, capisco
bene che possa piacere a codesti signori forestieri: è la loro musica; la
sentono così, amen! Ma noi? Abbiamo la nostra, le glorie nostre:
Paisiello, Pergolesi, Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi...
Quella bufera del signor Begler, a cui la mattina seguente la signorina Milla
riferì le amare rimostranze del vecchiettino, quando fu la sera, per fargli uno
scherzo a suo modo, d’accordo con gli amici che componevano il quartetto,
interruppe, a un certo punto, non so che languida diavoleria del Ciaicovski che
pareva l’incubo d’un malato che ci avesse i cani in corpo, lasciò il
violoncello, saltò al pianoforte e attaccò furiosamente l’aria del Rigoletto:
"Questa o quella per me pari sono".
Tutti scoppiarono a ridere. Il maestro
Icilio Saporini si guardò prima attorno stordito, poi impallidì: forse sarebbe
riuscito a dominarsi, se il Begler, rigirandosi di furia sul seggiolino a vite
del pianoforte, non avesse gridato a tutti quelli che ridevano:
– Ma perché? Ma pellissima musika da persaghlieri questa! Pellissima! pellissima!
– La musica di Verdi, musica da bersaglieri? – disse allora il vecchietto,
levandosi in piedi, tutto fremente d’indignazione nell’esigua personcina. – Ma
io allora ho l’onore di dirle che lei, caro signore, non capisce nulla! che lei
non ha... non ha...
E con la mano, poiché la voce gli mancò, si mise a picchiarsi il petto, dalla
parte del cuore.
– Vorrei aver vent’anni di meno, – disse poi, mostrando le dita delle manine che
gli tremicchiavano, per farle sentire la musica vera...
– Col pirolì? – domandò il Begler. – Qua, qua, fenga qua... lei, pella
mia.
E andò a strappare dalla seggiola la signorina Milla; la fece sedere a forza al
pianoforte, e le impose:
– Sonate musika fostra!... tutta musika fostra!... io skommetto di mettere
sempre in tutta musika fostra il pirolì.
E fece con tre dita uno sgambetto sui cantini del pianoforte.
– Così!
Risero tutti di nuovo. Il maestro Icilio Saporini sperò per un attimo che la
signorina Milla, la nipote del maestro Rigucci, non si prestasse a quello
scherzo indegno. Felicissima invece, la signorina Milla si diede a sonare questo
e quel pezzo delle opere italiane più famose; e pareva che scegliesse apposta
quelli in cui più facilmente quel tedescaccio potesse cacciare il suo pirolì.
E, ogni volta, uno scroscio di risa. Mira, o Norma, pirolì...
ai tuoi ginocchi, pirolì.
Il vecchietto dovette fare un violento sforzo su se stesso per non scappar via;
finse di ridere anche lui, per non dare a vedere d’aversi a male di quello
scherzo; andò parecchie altre sere, puntuale, alle riunioni in casa della
signorina Donnetti; poi diradò le visite, con la scusa della fredda stagione e
dell’età avanzata; infine non andò più.
Ora un giorno la signorina Milla, cercando tra le vecchie carte della mamma,
scoprì un foglio di musica ingiallito, spiegazzato, scritto a mano; credette
dapprima fosse qualche bozza del nonno, e la buttò lì; finita la ricerca, rimise
nello scaffale tutto il fascio delle carte; ma quel foglio di carta... come mai?
eccolo lì di nuovo. Come se avesse voluto restar fuori. Lo guardò meglio, e
quale non fu la sua sorpresa nel trovarvi un’arietta del maestro Icilio Saporini,
allora forse non ancora maestro, un’arietta dedicata alla mamma, alla divina
Margherita Rigucci, su i tenui versi del Metastasio:
Nelle luci
Tue divine
Pace alfine
Trova il cor...
Corse al pianoforte e la lesse. Oh,
non era niente: stentatuccia, pretenziosetta; ma pure con certe ingenuità care,
che facevano ridere e che commovevano a un tempo. Forse la mamma aveva cantato,
da giovane, quell’arietta. Si provò a canticchiarla anche lei:
Nelle luci... nelle luci...
Nelle luci tue divine
Pace alfine
Pace alfine
Pace alfine trova il cor...
Lo stesso giorno, mandò Tilde a
chieder notizia del vecchiettino. Egli le aveva detto che, dopo la lunga
ricerca, aveva finalmente trovato stanza in una vecchia casa di via Cestari, e
le aveva descritto minutamente questa stanza, la padrona di casa che aveva quasi
i suoi anni, i mobili antichi, un pianofortino nella stanza accanto, buono da
sonarci ancora... la musica vecchia, almeno.
Tilde, di ritorno, le annunziò che il vecchietto era infermo e che da parecchie
settimane non usciva più di casa. La signorina Milla si propose di andarlo a
visitare; se lo propose per otto giorni di seguito; ma, purtroppo, non trovò mai
un momentino di tempo. Mandò di nuovo Tilde dopo gli otto giorni; e Tilde questa
volta venne a dirle che il povero vecchiettino era proprio per andarsene.
C’era a visita quel giorno il signor Begler; pur tuttavia la signorina Milla si
commosse alla notizia. Nella commozione, ebbe un pensiero gentile e lo comunicò
al signor Begler. Il signor Begler, con la boccaccia atteggiata al perpetuo
ghigno muto, lo approvò. Andarono insieme alla casa del vecchietto; ma né l’uno
né l’altra entrarono nella camera, ov’egli giaceva quasi inerte e come di cera
su i guanciali; si fermarono nella stanza ov’era il pianofortino; la signorina
Milla posò sul leggìo quel foglio di musica ingiallito, rinvenuto tra le carte
della mamma, e si mise a cantar piano quell’antica arietta, quasi con voce che
arrivasse da lontano:
Nelle luci
Tue divine
Pace alfine
Trova il cor...
Il maestro Icilio Saporini, ai primi
accordi, schiuse gli occhi e guardò la vecchia padrona di casa, che sedeva
vigile a piè del letto. Riconobbe la sua arietta d’un tempo? Forse no. Ma la
voce... quella voce...
Bisbigliò qualcosa, con gli occhi velati di lagrime. Forse un nome:
– Margherita.
A un tratto, mentre la voce di là seguitava a modular dolcemente: Nelle
luci... nelle luci tue divine... pace alfine... pace alfine... pace alfine trova
il cor... scattò stridulo, nei cantini, un beffardo PIROLÌ.
Il vecchietto ebbe un sussulto; come colpito, riabbandonò il capo che aveva
sollevato appena dai guanciali, quasi attratto dal canto. E non lo rialzò più.
Inizio
pagina
 |