Si
narra di Icilio Saporini, è un maestro di musica, grande amante del melodramma
italiano, "spatriato" in America per aver composto un inno patriottico nei
giorni fugaci della Repubblica romana durante i moti del '48, e lì rimasto per
sessant'anni a insegnar le canzonette della sua bella Italia.
Davanti allo specchio, in gran fretta, tutta impacciata tra tante bocce boccette
pomate calamistri, la signorina Milla finiva d'acconciarsi i capelli, quando udí
il campanello della porta.
E
corse a chiuder l'uscio della camera che dava nella saletta d'ingresso. Appena
chiuso, lo riaprí e, sporgendo il capo, disse piano alla servetta che accorreva
alla scampanellata:
-
Fa' passare, Tilde. E di' che aspetti un momentino.
Ritornata davanti allo specchio, si sorrise.
Un
po' di sangue le era affluito alle guance; niente, a confronto delle caldane
d'una volta; ma pur quel poco, ecco, le rianimava tutto il visetto sciupato di
vecchia bambola dagli occhi troppo grandi, dal nasino troppo piccolo.
E
nel volto cosí rianimato, non le stava ora quasi per grazia quel ciuffetto di
capelli bianchi rialzato su la fronte, lí proprio nel mezzo? La signorina Milla
alzò la mano per carezzarselo col pettine. Il gesto però le rimase a mezzo.
Poco dopo, Tilde, con la scuffietta in capo e il grembiulino bianco su la veste
nera, venne a presentarle un biglietto da visita. La signorina Milla vi lesse un
nome sconosciuto: Maestro Icilio Saporini; guardò accigliata la servetta.
-
Un vecchietto piccolo piccolo, pulito pulito.
-
Un vecchietto? E che vuole? - tornò a domandare la signorina Milla, infastidita.
- Ma non sai che devo uscire col signor Begler? Credevo che fosse lui. Ora come
si fa?
-
Posso dirglielo...
-
Mah! - fece Tilde, stringendosi nelle spalle. - Parla tanto curioso... con un
vocino di zanzara... Mi ha chiesto se stava qua la signora Margherita.
-
La mamma? - domandò con un sussulto la signorina Milla.
-
Già, se era ancora viva, - rispose Tilde. - Io gli ho detto che...
Una nuova scampanellata piú forte troncò la risposta.
-
Quest'è lui! - scappò detto alla signorina Milla; poi, correggendosi: - il
signor Begler.
La
servetta sorrise sotto sotto. La signorina Milla richiuse l'uscio. Poco dopo,
dal pianoforte del salotto venne una tempesta fragorosa di note: il segnale
ansioso d'Isotta nel secondo atto del Tristano. Il signor Begler
la chiamava ogni volta cosí.
Accorse. Oh Dio... no, piano, piano! - Ma che piano! Balzando dal seggiolino del
pianoforte, il signor Begler le si precipita incontro con le braccia levate,
grosso, azzampato, il cappellaccio ancora in capo, ammaccato, rincalcato fino
alla nuca. Dalle tese a spera schizza tondo e irto di peli rossicci il faccione
brozzoloso paonazzo, in cui ghignano impudenti gli occhi.
-
E il kappello? senza kappello? Subito il kappello!
La
signorina Milla parò le mani in difesa, sorridendo; e nella penombra del
salotto, ove oltre al pianoforte erano altri strumenti a corda e varii leggii da
musica, accennò all'altro ospite, di cui ancora il signor Begler non s'era
accorto.
Il
maestro Icilio Saporini se ne stava tutto ristretto in sé, piccino piccino,
lisciandosi con una mano guantata, che non pareva nemmeno, la rada zazzeretta
argentea.
-
Il maestro... il maestro... - disse la signorina Milla, non ricordandosi piú il
nome per far la presentazione.
-
Saporini Icilio... - suggerí, a due riprese, con un fil di voce il vecchietto, e
strisciò una riverenza.
-
Saporini, già! il maestro Icilio Saporini, - ripeté la signorina Milla. - Il
violoncellista Hans Begler. S'accomodino.
Ma
il Begler:
-
Nein, nein! - miagolò, accennando appena appena di togliersi il cappellaccio. -
Nein, nein! krazie, pella mia! Niente akkomodo io; fado fia, fado fia! Non
vogh-lio pértere konzerto per fisita questo sigh-nore. Krazie, pella mia!
Riferisco, riferisco, karo sigh-nor.
E,
inchinandosi due volte goffamente, scappò via a tempesta, com'era venuto.
La
signorina Milla, conoscendone la furia, non si provò neanche a trattenerlo;
mortificata, contrariata, afflitta, guardò il vecchietto, il quale, venendo cosí
per caso a sapere che ella doveva recarsi a un concerto con quel signore,
cominciò a storcersi tutto come un cagnolino, per scongiurarla d'andare: per
carità, non si sarebbe dato pace, altrimenti, d'esser capitato in un momento
cosí poco opportuno.
-
Sú, sú, il cappellino, il cappellino. Raggiungeremo il signore con una vettura.
La accompagnerò io fino alla sala. Mi faccia questa grazia, per carità!
-
Ma io vorrei prima sapere...
-
Dopo, dopo...
-
Lei ha chiesto della mamma, - disse la signorina Milla. - Ma non c'è piú la
mamma!
-
Eh, me... me l'immaginavo, - balbettò il vecchietto. - Non dovrei esserci piú,
veramente, neanche io... Ottantun anni!
-
Ottantuno? - esclamò la signorina Milla. - La mamma è morta da sei anni.
E,
levando una mano a indicare il ritratto fotografico appeso alla parete:
-
Eccola là.
Il
maestro Icilio Saporini alzò gli occhietti che quasi gli sparivano fra le borse
delle pàlpebre, e rimase un pezzetto a rimirare quel ritratto di vecchia
incuffiata, che evidentemente non gli diceva nulla: scosse il capo, e con un
sorriso afflitto cominciò a balbettare:
-
No... non mi... non mi... Quella, no... eh!... io, sa? io... no, no!
Cosí balbettando, con due dita si stirava il colletto, come se tutt'a un tratto
se ne sentisse serrar la gola. Diede un'ingollatina e riprese:
-
Lei, lei piuttosto... ecco, sí, lei... me la... me la richiama viva.
-
Io? proprio? - domandò meravigliata la signorina Milla. - Ma no, sa! Io non
somiglio punto alla mamma... Ma che!
Il
vecchietto scosse un dito.
-
Non può saperlo, - bisbigliò. - Lei guarda ai lineamenti... Ma la luce degli
occhi?... le mosse?... il sorriso?... la voce?... Io ho conosciuto la sua mamma
molto, molto prima di lei, signorina, in ben altri tempi! E lei non può... non
può comprendere quello che io provo in...
Non poté seguitare; trasse un fazzoletto e se lo recò agli occhi. Fu un momento.
Si riprese subito e costrinse di nuovo la signorina Milla a prendere e a
mettersi il cappellino per arrivare a tempo al concerto. In vettura, le avrebbe
dato notizia di sé.
Che notizia? La signorina Mula ne poté capire ben poco, quel giorno; e ne
incolpò la sua ansia d'arrivare al concerto, l'esilissima voce del vecchietto,
il frastuono della vettura. Ma poi? Da altre notizie raccolte riposatamente, nel
silenzio del salottino, con tutta la buona volontà, non riuscí mai a comporsi
chiaramente la storia (che voleva parer molto avventurosa e piena di strane
vicende) di quel vecchietto. Il quale, mettendosi ogni volta a parlare di sé,
pareva non sapesse da qual parte rifarsi, come se tuttavia si sentisse
lontanissimo, e per arrivare a dir chi era dovesse fare un cammino infinito,
attraverso a vie remotissime, intricate, irte d'intoppi, di siepi e tra una
folla innumerevole che lo tirava di qua, di là, e gli sbarrava il passo di
continuo.
-
Eh, ma poi... - sospirava - poi c'era... sicuro... e quando io... sí, perché
quello là, come si chiamava?... quello là... no, veramente fu un altro...
quell'altro, prima, che...
Si
confondeva, si smarriva fra tanti minuti particolari, citando nomi ignoti,
luoghi spariti o mutati, testimonianze di cose morte, che accompagnava con
esclamazioni e sorrisi e gesti, come se a mano a mano vedesse e toccasse quel
che diceva, o piuttosto che bisbigliava.
Certo era questo, che aveva ottantun anni; che a poco piú di venti, cioè nel
1849, alla caduta della repubblica, aveva abbandonato Roma e l'Italia, e che vi
ritornava adesso, dopo circa sessanta anni passati in America, a New York.
Teneva molto a far comprendere che si era compromesso allora piú d'un po' nei
moti rivoluzionarii... Eh sí, dopo il famoso voltafaccia!
-
Il voltafaccia di chi?
-
Come di chi? Ma di Pio IX, santo Dio!
La
signorina Milla lo guardava con gli occhi di bambola, sbarrati. Sentendo
ricordare tanti fatti, e personaggi, tutti cosí uno piú «famoso» dell'altro,
s'era accorta ch'era proprio deplorevole la sua ignoranza di storia
contemporanea. E forse per questo non riusciva a intendere come e perché si
fosse compromesso il maestro Icilio Saporini.
C'era di mezzo la musica, senza dubbio: un certo inno patriottico. E c'era di
mezzo anche un certo zio Nando. Sicuro. Uno zio Nando, rientrato in Roma nel
1846, dopo il famoso editto...
Altro sbarramento d'occhi della signorina Milla. Che editto? Ma quello del
perdono, perbacco! il famoso editto del perdono, col quale Pio IX, tra tanti
delirii di entusiasmo, aveva dato principio al suo regno, accordando piena
amnistia a tutti i condannati ed esuli politici dello Stato pontificio.
-
E anche allo zio Nando?
-
Anche allo zio Nando, sicuro!
Ora, in casa di questo zio Nando pareva si raccogliessero i piú ferventi
patrioti d'allora. Il guajo era che il maestro Icilio Saporini li chiamava tutti
per nome, questi ferventi patrioti. Diceva:
-
Pietro... eh, Pietro... valente medico, valente poeta...
Chi fosse questo Pietro, valente medico, valente poeta, la signorina Milla
dovette stentare un pezzo a capire. Ma Pietro Sterbini, santo Dio! il dottor
Pietro Sterbini, quello della famosa congiura contro Pellegrino Rossi!
-
Ecco, sí... fu Pescetto che gli diede prima un urtone; un semplice
urtone, qua, nel vestibolo della Cancelleria, Pescetto, cioè... come si
chiamava di nome? Filippo... no, Pippo era un altro della congiura... Eh sí,
Pippo! Pippo Trentanove... Pescetto si chiamava Antonio Ranucci. Sí,
ecco: Antonio, un urtone; e Giggi, Luigi Brunetti, figlio di
Ciceruacchio, prima un pugno in faccia e poi, là, una coltellata alla gola... Ma
chi li aveva messi sú, la sera del 14, all'osteria del Fornajo, a Ripetta? Lui,
Pietro, Pietro Sterbini; mentre la polizia si aspettava la botta da quelli della
salita di Marforio congiurati per ridere, i fratelli Facciotti, Gennaro Bomba,
Salvati e Toncher, che faceva la spia. Ma erano tutti... sa? come tante
girandole apparecchiate, erano; e lui, Pietro... Pietro era la colombina che le
incendiava tutte.
Cosí raccontava il maestro Icilio Saporini col suo vocino di zanzara. E quel
Pietro entrava in tutti i suoi racconti. Già alla signorina Milla pareva proprio
di potergli stringere la mano, a Pietro, e farlo sedere lí, su una poltroncina
del salotto.
Neanche a dirlo, era dovuta anche a Pietro l'unica e non ben chiara
compromissione del maestro Icilio Saporini negli affari politici dal 1846 al
1849. Sí, perché Pietro per la famosa ricorrenza del 21 aprile 1846, natale di
Roma, dovendosi tenere una gran festa alle Terme di Tito, sú all'Esquilino, per
inneggiare al divino Pio IX, esaltato allora come secondo fondatore dell'eterna
città, Pietro, valente medico, valente poeta, aveva composto un bellissimo inno,
breve, di due strofette, con un ritornello:
Eri caduta; lèvati,
Madre di tanti eroi...
Se
le ricordava ancora parola per parola il maestro Icilio Saporini! E il
ritornello:
Tu vivi in Campidoglio,
Tu sei regina ancor.
Basta: era venuto a leggerlo (Pietro) in casa di zio Nando, questo suo inno,
pochi giorni avanti.
Dice (sempre lui, Pietro):
-
Tu, Icilio! - dice - ti sentiresti di musicarlo? - dice. - Lo canteranno - dice
- gli studenti.
Il
maestro Icilio Saporini aveva, sí e no, diciott'anni, allora; non aveva ancor
preso il diploma all'Accademia; ma il sentimento stesso... eh, tutta l'anima gli
cantava, in quei giorni! Ci s'era messo, e in una notte lo aveva musicato.
Se
non che Pietro... un vero tradimento! Dice:
-
Figliuolo mio, Magazzari, il maestro Magazzari s'è profferto - dice - di
musicarlo lui!
E
il 21 aprile alle Terme di Tito su l'Esquilino, alla presenza di ottocento
convitati, era stato cantato l'inno musicato dal Magazzari.
Ma
allora? Anche ammesso che potesse considerarsi come una seria compromissione
politica l'aver musicato un inno, quando ancora Pio IX si compiaceva degli
osanna dei liberali, il Magazzari, se mai, non lui poteva essersi compromesso...
Ma! La signorina Milla non poté capirci piú che tanto.
Del maestro Magazzari ella aveva sentito parlar piú volte dalla madre che fino
agli ultimi anni aveva serbato memoria di tutti i fatti e gli uomini,
specialmente del mondo musicale romano d'allora: il nome del maestro Icilio
Saporini non era venuto mai fuori dalle labbra di sua madre. E dunque agli occhi
della signorina Milla il maestro Icilio Saporini rimaneva non solo nel presente,
nella Roma d'oggi, uno sperduto che non riusciva a trovar posto; ma anche nel
passato, in quel mondo d'allora, com'ella attraverso le notizie e le memorie
della madre se l'era immaginato. Neanche in quel mondo ella riusciva a trovargli
posto; certo perché egli non aveva saputo farselo né nel cuore, né nella memoria
della madre. Come niente era adesso, niente era stato di certo anche allora.
A
dir vero, il Saporini non si dava alcun vanto. Una punta d'invidia e di gelosia
la mostrava ancora per il Magazzari; e pregato insistentemente dalla signorina
Milla sonò, o meglio, accennò sul pianoforte una frase... non tutto l'inno
famoso... la frase che accompagnava i due versi della seconda strofetta di
Pietro:
A te lo scettro, il soglio,
A te l'eterno allor...
ma
soltanto per far vedere quant'era piú solenne, piú maestosa, piú ispirata di
quella del Magazzari. E basta.
Che aveva poi fatto là, in America, per sessant'anni di fila? Eh, da quella
zazzeretta argentea era facile indovinarlo! Il maestro di musica italiano, come
lo intendono degli italiani, tutti i signori forestieri, aveva fatto! Cioè, uno
che strimpelli sulla chitarra, zazzeruto e con gli occhi imbambolati, l'antica e
da noi dimenticata canzonetta di Santa Lucia:
Sul mare luccica
l'astro d'argento...
E,
a giudicar dall'apparenza, la professione del maestro di musica italiano doveva
aver fruttato bene; il maestro Icilio Saporini doveva aver raccolto una discreta
sommetta, con la quale aveva potuto attuare il sogno, chi sa quanto vagheggiato
là, di venire a chiudere gli occhi in patria. Ma forse, povero vecchiettino, si
figurava di ritrovar Roma quale l'aveva lasciata nel 1849.
Roma, la sua Roma, quella che viveva per lui, nei suoi ricordi lontani, era
invece sparita; scomparsi, morti, tutti i conoscenti della sua generazione.
Arrivando da lontano, da tanto lontano, non s'immaginava certo di dover trovarsi
davanti a un'altra lontananza irraggiungibile: quella del tempo.
Dov'era giunto?
Dalla Roma d'oggi a quella della sua gioventú, quanto cammino!
E
s'era messo, appena arrivato, per questo cammino, a ritroso, con l'animo pieno
d'angoscia, a cercar nella Roma d'oggi le tracce dell'antica vita.
Ora, passando per via del Governo Vecchio, s'era ricordato che vi stava il
maestro Rigucci al numero 47, il maestro Rigucci dell'Accademia, che aveva una
figliuola tanto bella, Margherita, sonatrice d'arpa esimia... Chi sa! Poteva
esser viva ancora! Ma era possibile che stésse ancora lí di casa? Era già una
fortuna aver ritrovato, nella vecchia via, ancora in piedi, la casa. Non solo le
case, ma anche tante e tante vie erano scomparse! Aveva salito la scala,
solamente per il piacere di rimettere il piede su quei gradini della scala
antica, umida, semibuja. Sul pianerottolo del secondo piano si era fermato e,
guardando alla porta di mezzo... ah che balzo gli aveva dato il cuore in petto!
La vecchia targa ovale, di rame, che recava il nome di Rigucci, era
ancora lí, sotto a un'altra, meno vecchia, col nome di Donnetti. E dunque
stava lí ancora? ah, lui, il maestro, no di certo; ma lei, Margherita? E aveva
tirato il pallino del campanello.
Eccola là, Margherita, la fanciulla tanto, tanto bella, esimia sonatrice d'arpa:
quella vecchietta incuffiata, rinsecchita del ritratto...
Ma
che era stata per lui un giorno quella vecchietta?
La
signorina Milla aveva veduto commuoversi fino alle lagrime il maestro Icilio
Saporini, guardando quel ritratto, ma tuttavia credette di poter concludere che
sua madre, da giovane, non era stata mai altro per lui che la figlia del
professor Rigucci dell'Accademia. Forse, sí, egli era stato qualche volta nella
casa del nonno, perché sapeva dire di tanti che vi convenivano; delle famose
serate musicali che vi si tenevano in onore dei piú celebrati maestri del tempo;
delle fervide simpatie di cui godeva Margherita Rigucci, allora giovinetta e
bellissima. Fors'anche, studentello, chi sa! s'era innamorato anche lui della
figlia del professore; ma innamorato per conto suo, senza lasciare alcun
ricordo, neppure del nome, in lei.
La
commozione si spiegava forse cosí: che in quella casa finalmente, dopo tanti
giorni di vana e amarissima ricerca, il povero vecchietto sperduto era riuscito
a rintracciare un vestigio della vita antica, un posticino ove sedere, dopo
tanto cammino, senza sentirsi estraneo del tutto.
Ma
il piacere d'aver ritrovato questo posticino, questo cantuccio dei ricordi,
cominciò in breve a essergli amareggiato da quel pianoforte lí, da quegli altri
strumenti musicali, che lo intronavano, che lo intontivano addirittura, con
certe zuffe di suoni, ire di Dio, che facevano andare in visibilio tutti quei
signori, stranieri per la maggior parte, che si riunivano nel salotto antico del
maestro Rigucci, del maestro Rigucci adoratore di Rossini! E piú di tutti
facevano andare in visibilio la signorina Milla Donnetti, la nipote del maestro
Rigucci, la figlia di Margherita Donnetti-Rigucci!
Non diceva nulla, ma gli pareva una vera profanazione quella musica, lí, in quel
salotto, che sapeva le divine melodie della piú schietta musica italiana. Non
diceva nulla, si faceva anzi piú piccino che poteva, su la seggiola, e di tratto
in tratto levava la manina guantata a lisciarsi, dietro, la zazzeretta, e alzava
gli occhi al ritratto della sua vecchia Margherita.
La
signorina Milla lo vedeva con la coda dell'occhio e frenava a stento una
risatina. Una sera gli sedette accanto e gli domandò:
-
Non le piace? Non si diverte?
-
Dico la verità - le rispose piano, con un sorrisetto, - io... io guardo là...
quella mia vecchietta là...
-
Me ne sono accorta!
-
Sí? La guardo e... sento cantar Rosina del Barbiere, sento cantare
Amina...
-
Eppure, sa? - gli disse allora la signorina Milla. - La mamma con gli anni si
era... evoluta, convertita, eh sí! convertita alla musica nuova.
-
A questa? - chiese cosí sbigottito il vecchietto, che la signorina Milla non
poté frenare questa volta la risata.
-
Tradimento?
-
Ma... ecco... scusi... - rispose egli, tutto imbarazzato. - Capisco, capisco
bene che possa piacere a codesti signori forestieri: è la loro musica; la
sentono cosí, amen! Ma noi? Abbiamo la nostra, le glorie nostre:
Paisiello, Pergolesi, Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi...
Quella bufera del signor Begler, a cui la mattina seguente la signorina Milla
riferí le amare rimostranze del vecchiettino, quando fu la sera, per fargli uno
scherzo a suo modo, d'accordo con gli amici che componevano il quartetto,
interruppe, a un certo punto, non so che languida diavoleria del Ciaicovski che
pareva l'incubo d'un malato che ci avesse i cani in corpo, lasciò il
violoncello, saltò al pianoforte e attaccò furiosamente l'aria del Rigoletto:
"Questa o quella per me pari sono".
Tutti scoppiarono a ridere. Il maestro Icilio Saporini si guardò prima attorno
stordito, poi impallidí: forse sarebbe riuscito a dominarsi, se il Begler,
rigirandosi di furia sul seggiolino a vite del pianoforte, non avesse gridato a
tutti quelli che ridevano:
-
Ma perché? Ma pellissima musika da persaghlieri questa! Pellissima! pellissima!
-
La musica di Verdi, musica da bersaglieri? - disse allora il vecchietto,
levandosi in piedi, tutto fremente d'indignazione nell'esigua personcina. - Ma
io allora ho l'onore di dirle che lei, caro signore, non capisce nulla! che lei
non ha... non ha...
E
con la mano, poiché la voce gli mancò, si mise a picchiarsi il petto, dalla
parte del cuore.
-
Vorrei aver vent'anni di meno, - disse poi, mostrando le dita delle manine che
gli tremicchiavano, - per farle sentire la musica vera...
-
Col pirolí? - domandò il Begler. - Qua, qua, fenga qua... lei, pella mia.
E
andò a strappare dalla seggiola la signorina Milla; la fece sedere a forza al
pianoforte, e le impose:
-
Sonate musika fostra!... tutta musika fostra!... io skommetto di mettere sempre
in tutta musika fostra il pirolí.
E
fece con tre dita uno sgambetto sui cantini del pianoforte.
-
Cosí!
Risero tutti di nuovo. Il maestro Icilio Saporini sperò per un attimo che la
signorina Milla, la nipote del maestro Rigucci, non si prestasse a quello
scherzo indegno. Felicissima invece, la signorina Milla si diede a sonare questo
e quel pezzo delle opere italiane piú famose; e pareva che scegliesse apposta
quelli in cui piú facilmente quel tedescaccio potesse cacciare il suo pirolí..
E, ogni volta, uno scroscio di risa. Mira, o Norma, pirolí… ai tuoi
ginocchi pirolí…
Il
vecchietto dovette fare un violento sforzo su se stesso per non scappar via;
finse di ridere anche lui, per non dare a vedere d'aversi a male di quello
scherzo; andò parecchie altre sere, puntuale, alle riunioni in casa della
signorina Donnetti; poi diradò le visite, con la scusa della fredda stagione e
dell'età avanzata; infine non andò piú.
Ora un giorno la signorina Milla, cercando tra le vecchie carte della mamma,
scoprí un foglio di musica ingiallito, spiegazzato, scritto a mano; credette
dapprima fosse qualche bozza del nonno, e la buttò lí; finita la ricerca, rimise
nello scaffale tutto il fascio delle carte; ma quel foglio di carta... come mai?
eccolo lí di nuovo. Come se avesse voluto restar fuori. Lo guardò meglio, e
quale non fu la sua sorpresa nel trovarvi un'arietta del maestro Icilio
Saporini, allora forse non ancora maestro, un'arietta dedicata alla mamma,
alla divina Margherita Rigucci, su i tenui versi del Metastasio:
Nelle luci
Tue divine
Pace alfine
Trova il cor...
Corse al pianoforte e la lesse. Oh, non era niente: stentatuccia,
pretenziosetta; ma pure con certe ingenuità care, che facevano ridere e che
commovevano a un tempo. Forse la mamma aveva cantato, da giovane, quell'arietta.
Si provò a canticchiarla anche lei:
Nelle luci... nelle luci...
Nelle luci tue divine
Pace alfine
Pace alfine
Pace alfine trova il cor...
Lo
stesso giorno, mandò Tilde a chieder notizia del vecchiettino. Egli le aveva
detto che, dopo lunga ricerca, aveva finalmente trovato stanza in una vecchia
casa di via Cestari, e le aveva descritto minutamente questa stanza, la padrona
di casa che aveva quasi i suoi anni, i mobili antichi, un pianofortino nella
stanza accanto, buono da sonarci ancora... la musica vecchia, almeno.
Tilde, di ritorno, le annunziò che il vecchietto era infermo e che da parecchie
settimane non usciva piú di casa. La signorina Milla si propose di andarlo a
visitare; se lo propose per otto giorni di seguito; ma, purtroppo, non trovò mai
un momentino di tempo. Mandò di nuovo Tilde dopo gli otto giorni; e Tilde questa
volta venne a dirle che il povero vecchiettino era proprio per andarsene.
C'era a visita quel giorno il signor Begler; pur tuttavia la signorina Milla si
commosse alla notizia. Nella commozione, ebbe un pensiero gentile e lo comunicò
al signor Begler. Il signor Begler, con la boccaccia atteggiata al perpetuo
ghigno muto, lo approvò. Andarono insieme alla casa del vecchietto; ma né l'uno
né l'altra entrarono nella camera, ov'egli giaceva quasi inerte e come di cera
su i guanciali; si fermarono nella stanza ov'era il pianofortino; la signorina
Milla posò sul leggío quel foglio di musica ingiallito, rinvenuto tra le carte
della mamma, e si mise a cantar piano quell'antica arietta, quasi con voce che
arrivasse da lontano:
Nelle luci
Tue divine
Pace alfine
Trova il cor..
Il
maestro Icilio Saporini, ai primi accordi, schiuse gli occhi e guardò la vecchia
padrona di casa, che sedeva vigile a piè del letto. Riconobbe la sua arietta
d'un tempo? Forse no. Ma la voce... quella voce…
Bisbigliò qualcosa, con gli occhi velati di lagrime. Forse un nome:
-
Margherita.
A
un tratto, mentre la voce di là seguitava a modular dolcemente: Nelle luci...
nelle luci tue divine... pace alfine... pace alfine... pace alfine trova il
cor... scattò stridulo, nei cantini, un beffardo PIROLí.
Il
vecchietto ebbe un sussulto; come colpito, riabbandonò il capo che aveva
sollevato appena dai guanciali, quasi attratto dal canto. E non lo rialzò piú.