|
Il crocchio, andato via il Traldi, si sciolse, e Nicolino Respi rimase turbato,
in compagnia di due soli amici che seguitarono ancora per un pezzo a parlare
della sciagura del povero Daddi.
Circa due mesi fa, egli era andato a visitarlo nella sua villa presso Perugia.
Lo aveva trovato tranquillo e sereno come sempre, insieme con la moglie e con
un’amica di questa, Gabriella Vanzi, antica compagna di collegio, da poco tempo
maritata a un ufficiale di marina, allora in crociera. Si era trattenuto tre
giorni in villa, e in quei tre giorni, no, neppure una volta Romeo Daddi lo
aveva guardato nel modo che il Traldi aveva detto.
Se lo avesse guardato...
Nicolino Respi fu colto da uno smarrimento, come di vertigine, e per appoggiarsi
– sorridendo, pallidissimo finse di volere introdurre confidenzialmente un
braccio sotto il braccio d’uno di quei due amici.
Che era stato? Che dicevano? La tortura? Che tortura? Ah, quella a cui il Daddi
aveva sottoposto la moglie...
– Dopo eh? – gli scappò detto.
E i due si voltarono a guardarlo.
– Come dopo?
– Ah... no, dicevo... dopo, quando gli si guastò la... la macchinetta.
– E sfido! Prima, no di certo!
– Perdio, erano un miracolo di concordia coniugale, di pace domestica! Certo
qualcosa deve essergli accaduto, in villeggiatura.
– Ma sì, per lo meno qualche sospetto gli deve esser nato.
– Ma fate il piacere! Su la moglie? – scattò Nicolino Respi. – Questo, se mai,
ha potuto essere effetto, non causa della pazzia! Soltanto un pazzo...
– D’accordo! d’accordo! – gli gridarono gli amici. Una moglie come donna Bicetta!
– Insospettabile! Ma, d’altra parte...
Nicolino Respi non poté più prestare ascolto a quei due. Soffocava. Aveva
bisogno d’aria, di camminare all’aperto, solo. Prese un pretesto; andò via.
Un dubbio angoscioso gli s’era insinuato nell’animo e glielo metteva in
subbuglio.
Nessuno meglio di lui poteva sapere che donna Bicetta Daddi era insospettabile.
Da più d’un anno egli le aveva dichiarato il suo amore, l’aveva assediata con la
sua corte, senza ottenere mai altro che un sorriso dolcissimo di compatimento
per le sue pene perdute. Con quella serenità che viene dalla più ferma sicurezza
di sé, senza né offendersi né ribellarsi, ella gli aveva dimostrato che sarebbe
stata inutile ogni sua insistenza, poiché lei era innamorata tal quale, come
lui, forse più di lui, ma di suo marito. Così essendo, se egli veramente la
amava, doveva intendere che ella non avrebbe potuto in alcun modo venir meno al
suo amore. Se questo non intendeva, era segno che non la amava. E allora?
Ha talvolta l’acqua marina, in certi lidi solinghi, una limpidità cosi tersa e
trasparente che, per quanto desiderio si abbia di immergersi in essa per averne
il ristoro più delizioso, si prova quasi un sacro ritegno a intorbidarla.
Questa impressione di limpidità e questo ritegno aveva provato sempre Nicolino
Respi, accostandosi all’anima di donna Bicetta Daddi. Amava la vita, questa
donna, d’un cosi quieto, attento e dolce amore! Solo in quei tre giorni
trascorsi nella villa di lei presso Perugia, sopraffatto dal desiderio
ardentissimo, aveva sforzato quel ritegno, aveva intorbidato quella limpidità,
ed era stato duramente respinto.
Ora il dubbio angoscioso era questo: che forse il turbamento, ch’egli le aveva
cagionato in quei tre giorni, non s’era sedato dopo la sua partenza; era forse
cresciuto così, che il marito se n’era accorto. Certamente, all’arrivo di lui
nella villa, Romeo Daddi era sereno; e, dopo la partenza, in pochi giorni, era
impazzito.
Dunque, per lui? Dunque ella era rimasta profondamente turbata e vinta dalla sua
aggressione amorosa?
Ma si, ma si, come dubitarne?
Tutta la notte Nicolino Respi si dibatté, si torse tra fiere smanie, ora
strappato al rimorso da una maligna gioja impetuosa, ora strappato a questa
gioja dal rimorso.
La mattina seguente, appena gli parve l’ora opportuna, corse alla casa di donna
Bicetta Daddi. Bisognava che la vedesse; bisognava che chiarisse subito,
comunque, quel suo dubbio. Forse ella non lo avrebbe ricevuto; ma, a ogni modo,
egli voleva presentarsi alla casa di lei, pronto ad affrontare o a subire tutte
le conseguenze di quella situazione.
Donna Bicetta Daddi non era in casa.
Da un’ora, senza volerlo, senza saperlo, ella infliggeva il più crudele dei
martirii alla sua amica Gabriella Vanzi, a colei che era stata per tre mesi sua
ospite in villa.
Era andata da lei per cercare insieme, non la ragione, ahimè, ma il pretesto,
l’incentivo almeno, di quella sua sciagura, là, nel tempo in cui s’era dapprima
manifestata, durante quella villeggiatura, negli ultimi giorni di essa Ella, per
quanto avesse cercato, non riusciva a scoprir nulla.
Da un’ora si ostinava a rievocare, a ricostruire, minuto per minuto, quegli
ultimi giorni.
– Ti ricordi questo? Ti ricordi ch’egli la mattina scese in giardino senza
prendere il suo cappellaccio di tela, e che chiamò per averlo buttato dalla
finestra, e poi risalì, ridendo, con quel fascio di rose? Ti ricordi che volle
ne portassi due con me; che poi m’accompagnò fino al cancello e m’ajutò a salire
su l’automobile e mi disse che gli portassi da Perugia quei libri... aspetta...
uno era... non so... trattava di sementi... ti ricordi? ti ricordi?
Smarrita nell’affanno di quella rievocazione di tanti minuziosi particolari
senza valore, non s’accorgeva dell’angoscia, dell’agitazione a mano a mano
crescenti dell’amica.
Già aveva rievocato, senza il minimo segno di turbamento, i tre giorni passati
in villa da Nicolino Respi, e non s’era fermata neanche un minuto a considerare
che il marito avesse potuto trovare un incentivo alla sua pazzia nella corte
innocua di colui. Non era ammissibile. Era stato argomento di riso, fra loro
tre, quella corte, dopo la partenza del Respi per Milano. Come supporlo? E poi,
dopo quella partenza, egli, il marito, non era forse rimasto per più di quindici
giorni tranquillo, sereno come prima?
No, mai, neppure il minimo accenno del più lontano sospetto! In sette anni di
matrimonio, mai! Come, dove avrebbe potuto trovare il pretesto? Ed ecco che,
tutt’a un tratto, lì, nella pace di quella campagna, senza che nulla fosse
accaduto...
– Ah, Gabriella, Gabriella mia, credi, impazzisco, impazzisco anch’io.
All’improvviso, riavendosi da questa crisi di disperazione, donna Bicetta Daddi,
nel rialzare gli occhi lacrimosi in volto all’amica, scoprì che questa s’era
lividamente indurita, come un cadavere, per resistere a uno spasimo
insopportabile, e ansava con le nari dilatate, e la guatava con occhi cattivi.
Oh Dio! Quasi con gli stessi occhi, con cui negli ultimi giorni s’era messo a
guardarla suo marito.
Si sentì raggelare, ne provò quasi terrore.
– Perché... anche tu... perché... – balbettò tremante, – perché mi guardi anche
tu... così?
Gabriella Vanzi fece uno sforzo atroce per scomporre l’espressione, assunta a
sua insaputa, in un sorriso benigno, di compatimento:
– Io... ti guardo?... No... pensavo... Ecco, volevo dirti... sì, lo so, tu sei
sicura di te... non hai nulla... tu... proprio nulla... nulla da rimproverarti?
Donna Bicetta Daddi trasecolò: con gli occhi sbarrati, le mani su le guance,
gridò:
– Ma come?... ma tu mi dici adesso... anche le sue parole?... Come?... come
puoi?...
Il volto di Gabriella Vanzi si contraffece, gli occhi le s’invetrarono:
– Io?
– Tu, sì. Oh Dio... e ti smarrisci come lui... Che vuol dire? che vuol dire?
Non aveva finito di gemere così, sentendosi come sprofondare a poco a poco, che
si trovò tra le braccia, sul petto, l’amica.
– Bice... Bice... tu sospetti di me?... tu sei venuta qua, perché hai sospettato
di me, è vero?
– No... no... ti giuro, Gabriella... no... Solo ora...
– Ora, è vero? sì... Ma hai torto, hai torto, Bice... perché tu non puoi
capire...
– Che è stato?... Gabriella, sù, dimmi, che è stato?
– Non puoi capire... non puoi capire... Io so la ragione perché tuo marito è
impazzito... la so!
– La ragione? Che ragione?
– Lo so, perché è in me, anche in me, questa ragione d’impazzire. per quello che
è avvenuto a noi due!
– A voi due?
– Sì... sì... a me e a tuo marito.
– Ah, dunque?
– No, no! Non come tu immagini! Tu non puoi capire Senz’inganno, senza pensarlo
né volerlo... in un attimo Una cosa orribile, di cui nessuno può farsi colpa.
Vedi come te ne parlo? come te lo posso dire? Perché io non ho colpa! E neanche
lui! Ma appunto per questo Senti, senti; e quando avrai saputo tutto, forse
impazzirai anche tu, come sto per impazzire io, com’è impazzito lui... Senti! Tu
hai rievocato il giorno che andasti a Perugia, in automobile, dalla villa, è
vero? ch’egli ti diede due rose e ti disse dei libri...
– Sì.
– Ebbene: fu quella mattina!
– Che cosa?
– Tutto quello che è accaduto. Tutto e nulla... Lasciami dire, per carità!
Faceva gran caldo, ti ricordi? Dopo averti veduta partire, io e lui
riattraversammo il giardino... Il sole bruciava e lo stridìo delle cicale
stordiva... Rientrammo in villa: ci ponemmo a sedere nel salottino, accanto alla
sala da pranzo. Le persiane erano serrate; gli scuri, accostati: era quasi bujo,
là dentro; e la frescura immobile... (ti dico adesso la mia impressione, l’unica
che potei avere, di cui mi ricordi, e mi ricorderò sempre; ma l’ebbe forse anche
lui, identica... dovette averla, perché altrimenti non mi spiegherei più
nulla!); fu quella frescura immobile, dopo tutto quel sole e quello stordimento
delle cicale... In un attimo, senza pensarci, te lo giuro! mai, mai, né io né
lui, certo... come per un’attrazione irresistibile di quel vuoto attonito, della
frescura deliziosa di quella semioscurità... Bice, Bice... così, te lo giuro, in
un attimo...
Donna Bicetta Daddi scattò in piedi, sospinta da un impeto d’odio e di sdegno:
– Ah, per questo? – fischiò fra i denti, addietrando felinamente.
– No! non per questo! – le gridò Gabriella Vanzi, protendendo verso di lei le
braccia in atto supplice e disperato. – Non per questo, non per questo, Bice!
Tuo marito è impazzito per te, per te, non per me!
– È impazzito per me? Che vuoi dire? Per rimorso?
– No! Che rimorso? Non c’è da aver rimorsi, quando non s’è voluta la colpa... Tu
non puoi intendere! Come non avrei potuto intenderlo io se, considerando quel
che è avvenuto a tuo marito, non avessi pensato al mio! Sì, sì, io comprendo ora
la pazzia di tuo marito, perché penso al mio, che impazzirebbe allo stesso modo,
se gli accadesse quel che è accaduto al tuo, con me! Senza rimorso! Senza
rimorso! E appunto perché senza rimorso... Capisci? È questa la cosa orribile.
Non so come fartela intendere! Io la intendo, ripeto, soltanto se penso a mio
marito e vedo me, così senza rimorso d’una colpa che non ho voluto commettere.
Vedi come posso parlartene, senza arrossire? Perché io non so, Bice, non so
proprio come sia tuo marito; com’egli certo non sa, non può sapere come sia
io... È stato come un gorgo, capisci? come un gorgo, che si è aperto tra noi
all’improvviso senz’alcun sospetto, e ci ha afferrati e travolti in un attimo, e
subito s’è richiuso, senza lasciar di sé la minima traccia! Subito dopo, la
coscienza nostra è tornata limpida e uguale. Noi non abbiamo pensato più,
neppure per un istante, a ciò ch’era accaduto tra noi; il nostro turbamento è
stato momentaneo; siamo scappati uno di qua, uno di là; ma appena soli, niente,
come se nulla fosse stato: non solo innanzi a te, quando poco dopo sei ritornata
in villa, ma anche innanzi a noi stessi. Ci siamo potuti guardare negli occhi e
parlarci, come prima, tal quale, perché non era più in noi, ti giuro, alcun
vestigio di ciò ch’era stato; nulla, nulla, neppure un’ombra di ricordo, neppure
un’ombra di desiderio, nulla! Finito tutto. Sparito. Il segreto d’un attimo,
sepolto per sempre. Ebbene, questo ha fatto impazzire tuo marito Non la colpa,
che nessuno di noi due ha pensato di commettere! Ma questo: il poter pensare che
questo può accadere: che una donna onesta, innamorata di suo marito, in un
attimo, senza volerlo, per un improvviso agguato dei sensi, per la complicità
misteriosa dell’ora, del luogo, cada nelle braccia d’un uomo; e, un minuto dopo,
sia tutto finito, per sempre; richiuso il gorgo; sepolto il segreto; nessun
rimorso; nessun turbamento; nessuno sforzo per mentire di fronte agli altri, di
fronte a noi stessi. Ha aspettato un giorno, due, tre non s’è sentito rimuover
nulla dentro, né in tua presenza, né alla presenza mia; ha visto me, ritornata
qual ero prima, tal quale, con te, con lui; ha veduto poco dopo, ti ricordi?
arrivare in villa mio marito; ha veduto com’io l’ho accolto, con quale ansia,
con quale amore... e allora l’abisso in cui il nostro segreto era sprofondato
per sempre, senza lasciar la minima traccia, lo ha attratto a poco a poco e gli
ha travolto la ragione. Ha pensato a te; ha pensato che forse anche tu...
– Anch’io?
– Ah, Bice, non ti sarà mai accaduto, ti credo, Bice mia! Ma noi, io e lui,
sappiamo per prova che può accadere, e che, come è stato possibile a noi, senza
volerlo, può essere a chiunque! Avrà pensato che qualche volta, ritornando a
casa, ti avrà trovata sola, in salotto, con qualche suo amico, e che in un
attimo sarà potuto accadere a te, e a quel suo amico, ciò ch’era potuto accadere
a me e a lui, allo stesso modo; che tu potessi chiudere in te, senz’alcuna
traccia, e nascondere senza mentire quello stesso segreto, ch’io chiudevo in me
e nascondevo senza mentire a mio marito. E appena questo pensiero gli è entrato
in mente, un bruciore sottile, acuto, ha cominciato a mordergli il cervello, nel
vederti aliena, lieta, amorosa, con lui, com’io ero con mio marito; con mio
marito che amo, ti giuro, più di me stessa, più di tutto al mondo! S’è messo a
pensare: «Eppure, ecco questa donna, che è così con suo marito, è stata per un
momento tra le mie braccia! E forse anche mia moglie, dunque, in un momento...
chi sa?... chi potrà mai sapere?...». Ed è impazzito. Ah! Zitta, Bice, zitta per
carità!
Gabriella Vanzi s’alzò, pallidissima, tremante.
Aveva sentito schiudere di là, nella saletta d’ingresso, la porta. Suo marito
rincasava.
Donna Bicetta Daddi, nel vedere la sua amica d’un tratto ricomporsi, diventar
rosea, con gli occhi limpidi, e sorridere, movendo incontro al marito, restò
quasi annichilita.
Nulla, ecco, era vero: nessun turbamento più, nessun rimorso, nessuna traccia...
E donna Bicetta comprese perfettamente perché suo marito, Romeo Daddi, era
impazzito.
Inizio
pagina
 |