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Marino Lerna s’avviò al telegrafo ancora perplesso se seguire o no quel
consiglio. Altelegrafo ritrovò i compagni che avevano tutti telegrafato gli
addii, senz’altro; e fece come loro; ma poi, ripensandoci e parendogli d aver
fatto un tradimento alla povera mamma, al babbo, spedì un nuovo telegramma
d’urgenza, nel quale li avvertiva che se prendevano il treno delle dieci di
sera, avrebbero fatto in tempo a salutarlo prima della partenza.
La mamma di Marino Lerna era una dura donnetta all’antica, come ne conserva
ancora la provincia.
Eretta sul busto armato di grosse stecche, ossuta, un po’ legnosa, pur
senz’esser magra; in un’ansia continua, tra sospetti e diffidenze, voltava di
qua e di là gli occhietti aguzzi di topo, irrequieti.
Adorava tanto quel suo unico figliuolo, che per lui, per non staccarsi da lui
già studente d’Università, aveva lasciato gli agi della sua casa antica, le
abitudini patriarcali della sua vita in un villaggio degli Abruzzi; e da due
anni era andata a stabilirsi nella Capitale ove si sentiva sperduta.
Arrivò la mattina del giorno appresso a Macerata in tale stato, che subito il
figlio si pentì d’averla fatta venire. Ma lei protestava di no, appena scesa dal
treno: di no, di no; senza poter più staccare le braccia dal collo del figlio,
piangendogli sul petto:
– Non me lo dire, Rinuccio... non me lo dire...
Il padre le batteva intanto, serio serio, una mano sulla spalla. Perché era
uomo, lui. E non piangeva, lui.
A Roma, poco prima di partire, aveva avuto un certo discorso con un signore
sconosciuto, il quale aveva anch’esso un figliuolo al campo fin dal primo giorno
della guerra e due altri più piccoli in casa. Un certo discorso, sì. Niente. Un
discorso tra due padri, ecco.
– Senza piangere...
Però, nello sforzo di trattenere il pianto a ogni costo (sforzo che gli appariva
evidentissimo dagli occhietti lustri,
febbrili), la sua magra personcina molto curata aveva ora una ridicola
solennità artificiosa che faceva pena, forse più di quell’abbandonato cordoglio
della madre.
Era senza dubbio esaltato; accennava a quel suo misterioso discorso con quel
signore sconosciuto, come per nascondervi un proposito che aveva intanto un ben
curioso effetto: quello di fargliela vedere, come da fuori, a lui stesso, la sua
esaltazione mascherata di calma, e di fargliene forse provare ora rimorso, ora
fastidio, di fronte alla nuda schiettezza, alla commozione forte e muta del
figlio che soffriva del pianto della sua mamma e le faceva coraggio più con le
carezze che con le parole.
Fu pur troppo, come il Sarri aveva previsto, uno strazio inutile.
Accompagnati i genitori all’albergo, Marino Lerna dovette scappare subito in
caserma, dove fu trattenuto fin quasi a mezzogiorno. E appena finito lì, nella
stessa camera dell’albergo, il desinare (perché la mamma con quegli occhi
disfatti dal pianto non fu possibile portarla al ristorante; e poi non si
reggeva più sulle gambe), appena finito il desinare, dovette di nuovo ritornare
in fretta in furia alla caserma per le ultime istruzioni. Cosicché il padre e la
madre non poterono rivederlo che pochi momenti appena, prima della partenza.
Ma un bel discorso, un bel discorso lungo e ragionato si provò a fare il padre
alla moglie, come rimasero soli. Cose peregrine le disse in quel discorso,
provandosi spesso a ingollare e passandosi la manina tremicchiante sulle labbra:
che non si doveva piangere così, perché non era mica detto che Rinuccio... Dio
liberi... i casi potevano esser tanti... il reggimento, per ora, poteva anche
esser mandato in seconda linea, se si trovava agli avamposti, come dicevano, fin
dal primo giorno della guerra... e poi, se tutti i soldati che andavano al
fronte fossero morti, addio... più facile era che fossero feriti.. qualche
feritina lieve... a un braccio, per esempio.. Dio lo avrebbe assistito, il loro
figliuolo... perché fargli così la jettatura con quel pianto? Eh... eh... a
vederla piangere così, Rinuccio si sarebbe impressionato; certo che si sarebbe
impressionato...
Ma la madre diceva che non era lei. Gli occhi... gli occhi... che poteva farci?
Per il senso che le facevano tutte le parole, tutti gli atti del suo figliuolo:
un senso strano e crudele, di ricordo.
– Ogni parola, capisci? mi fa l’effetto che non me la dica ora, ma che me la
diceva... Così! Mi resta impressa, come se lui già non ci fosse più... Che posso
farci?... Dio... Dio...
– E non è jettatura, questa?
– No! che dici!
– Dico che è jettatura! E io mi metterò a ridere, vedrai che io mi metterò a
ridere, quando partirà.
Se avessero seguitato ancora un poco, avrebbero litigato. C’era già acuta,
fustigante l’impazienza per il ritardo del figliuolo. Ma Dio, come non capivano
i superiori che quegli ultimi momenti dovevano essere riserbati a una povera
mamma, a un povero padre?
L’impazienza diventò smania insopportabile, allorché tutti i compagni di Marino
cominciarono a venire alla spicciolata e in gran fretta all’albergo, con le
carrozze che si fermavano li davanti ad aspettare il bagaglio per ripartir
subito verso la stazione. Ecco, l’attendente dell’uno portava già la cassetta;
l’attendente dell’altro, lo zaino, il cappotto, la sciabola; e via tutti a
precipizio, in carrozza, di gran trotto.
Marino, uscito per ultimo dalla caserma, era corso a ritirare un paio di scarpe
imbullettate, da campagna, ordinate il giorno avanti; e aveva fatto tardi.
Più che un distacco, fu uno strappo, una furia, un precipizio. C’era il rischio
di perdere il treno. Difatti, arrivò col padre e la madre alla stazione, che già
chiudevano gli sportelli delle vetture: si cacciò in una, da cui i compagni si
sbracciavano a chiamarlo; e subito il treno parti fra un tumulto di gridi, di
pianti, d’augurii, tra uno svolazzio di fazzoletti e cenni di mani e di
cappelli.
Quando il signor Lerna, che aveva agitato il suo fino all’ultimo, ma senza
nessuna convinzione, quasi stizzito che non gli avessero dato il tempo di farlo
bene, si voltò, ancora mezzo intronato, a cercarsi accanto la moglie, non la
trovò più: l’avevano trasportata, svenuta, nella sala d’aspetto.
Una gran quiete, ora, nella stazione. Non c’era più nessuno. Solo, nel vano
abbagliante del lungo e stanco pomeriggio estivo, i binarii lucidi, e un lontano
ininterrotto stridio di cicale.
Tutte le carrozze avevano già ricondotto in città la gente venuta a salutare i
partenti; e non se ne trovò più nessuna davanti la stazione, allorché la mamma
di Marino Lerna, alla fine rinvenuta, fu in condizione d’esser trasportata
all’albergo.
Il guardasala, impietosito, si profferse d’andare al prossimo garage per far
venire l’omnibus automobile, che doveva esser già di ritorno.
All’ultimo momento, quando la signora, sorretta, quasi portata di peso, vi aveva
già preso posto, e l’omnibus stava per avviarsi, venne di furia a montarvi una
giovine bionda, sbucata chi sa da dove, con una gran paglia fiorita di rose in
capo, molto scollata e vestita alla bizzarra; occhi e labbra dipinti; ma che
piangeva anche lei perdutamente.
Una bella giovine.
Aveva, raccolto in una mano, un minuscolo fazzolettino di filo azzurro,
ricamato; teneva l’altra, sfavillante d’anelli, su la guancia destra, come per
nascondere il rossore e il bruciore d’un terribile schiaffo.
La Ninì, che il sottotenente Sarri s’era portata da Roma, tre giorni addietro.
Il padre di Marino Lerna capì subito di che genere fosse quella biondina lì. Non
capì la madre che, vedendosi di faccia un’altra donna che piangeva come lei, non
seppe tenersi da domandarle:
– È moglie la signora?
Quella, col suo fazzolettino da bambola sugli occhi, fece subito di no col capo.
– Sorella? – insistette la madre.
Ma a questo punto il marito intervenne col gomito a fare, sotto sotto, un segno
alla moglie.
La giovine notò forse quel segno: comprese, a ogni modo, che l’inganno di quella
vecchia signora sul suo conto non poteva durare a lungo, e non rispose.
Ma un’altra cosa, anche più triste, comprese, mentre seguitava a piangere.
Comprese che lei ora impediva a quella vecchia mamma di piangere, perché quella
vecchia mamma, ora, provava onta a confondere le sue lagrime con quelle di lei.
Erano lagrime, per tanto, anche le sue; e lagrime d’una pena più rara assai di
quella così comune e naturale d’una mamma.
Non era stata soltanto del Sarri ultimamente, a Roma, la Ninì; era stata anche
di altri compagni di lui in quel plotone allievi ufficiali; e chi sa, fors’anche
di colui, per cui quella vecchia mamma ora piangeva.
A mezzogiorno, era stata a tavola con loro, con dieci di loro. Una tavolata di
diavoli. Glien’avevano fatte di tutti i colori, e lei li aveva lasciati fare,
perché si stordissero come tanti matti, quei poveri ragazzi in procinto di
partire per la guerra. Avevano voluto finanche scoprirle il seno, là, alla vista
di tutti, in trattoria, perché era famoso tra loro quel suo piccolo seno, quasi
ancora virgineo, dai tuberi eretti; e gliel’avevano voluto battezzare, matti,
con lo champagne; e lei li aveva lasciati fare e toccare, baciare,
premere, stringere, strappare, perché se lo portassero, sì, vivo lassù,
quell’ultimo ricordo della sua carne d’amore; lassù dove forse a uno a uno tutti
que’ bei giovani di vent’anni sarebbero morti domani. Aveva tanto riso con loro,
e poi, sì, Dio mio... poi, baciandoli per l’ultima volta... Ma le era arrivato
da parte del Sarri quel terribile schiaffo sulla guancia destra. E no, no: non
se n’era avuta per male...
Via, avrebbe potuto dunque lasciarla piangere senz’offendersene, quella povera
vecchia mamma. La lasciava piangere, certo; ma non piangeva più lei, ora, povera
vecchia mamma, che n’aveva chi sa quanto bisogno.
E allora, ecco che lei si sforzò di trattener le sue lagrime, per lasciare
scorrere quelle della madre. Ma invano. Quanto più si sforzava di trattenerle,
tanto più impetuose esse le rompevano dagli occhi, premute anche dalla ragione
crudele per cui cercava d’impedirsi lo sfogo. E alla fine, trangosciata, non
potendone più, scoprì il volto, proruppe in singhiozzi, gemendo:
– Per carità... per carità... non posso farne a meno, signora... Questo mio
pianto... Posso piangere anch’io, signora... Lei, per suo figlio... e io... non
per suo figlio propriamente... per uno ch’è partito con lui, e che mi ha anche
percossa, perché piangevo... Lei per uno solo... io per tutti... posso per
tutti... anche per suo figlio, signora... per tutti... per tutti...
E tornò a nascondersi la faccia, non resistendo al duro cipiglio di quella
madre, che stava ora a guardarla col rancore geloso che hanno tutte le mamme per
le donne come lei.
Troppo schianto aveva provato la madre alla partenza del figlio. E ora troppo
bisogno aveva d’un po’ di tregua e di silenzio. Colei glielo turbava non solo,
ma anche gliel’offendeva. Il pensiero che il figliuolo non sarebbe stato esposto
al pericolo prima di due giorni le concedeva quella tregua. Ella poteva dunque
esser dura; e fu dura. Per fortuna, il tragitto dalla stazione alla città era
breve. Appena giunta, scese dall’omnibus senza neanche volgere uno sguardo a
quella là.
Il giorno appresso, durante il viaggio di ritorno, alla stazione di Fabriano, la
signora Lerna, mentre col marito se ne stava affacciata al finestrino d’una
vettura di prima classe, rivide la giovane, che cercava di corsa un posto nel
treno. Era in compagnia d’un giovanotto; recava tra le braccia un fascio di
fiori, e rideva.
La signora Lerna si volse al marito e disse forte, in modo da farglielo sentire:
– Oh, guarda là, quella che piangeva per tutti!
La giovane si voltò, senz’ira, senza sdegno.
– Povera mamma buona e stupida, – le disse con quello sguardo. – E non capisci
che la vita è così? Jeri ho pianto per uno. Bisogna che oggi rida per
quest’altro.
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