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NOVELLE PER UN ANNO - 1925 - "DAL NASO AL CIELO"
Pubblicata nel 1925, la raccolta Dal naso al cielo costituisce l'ottavo
volume delle Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1902 ed il
1923. |
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11. Nel dubbio (1906)
«Il Ventesimo», 23 dicembre
1906, poi in «Le due maschere», Quattrini, Firenze 1914.
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Nella sala terrena del grazioso
villino in cima al poggio, gaja di luce e del tenero verde dei bambù sorgenti da
un antico sarcofago, gaja dello sprillo d’una fontanella di marmo, la vecchia
minuscola marchesa donna Angeletta Dinelli, seduta presso una piccola lucida
scrivania di ghisa nichelata, sonò per la terza volta il campanello, tenendo
tuttavia sul naso gli occhiali e in mano la lettera della figliuola, che
scriveva da Roma.
La testolina incuffiata della marchesa tremolava quella mattina più del solito
con tutti i riccioli argentei che le pendevano intorno alla fronte, e anche le
piccole mani deformate miseramente dall’artritide e riparate da mezzi guanti di
lana.
– Ma il commendatore? – domandò con vocetta agra di stizza alla cameriera che si
presentò su la soglia.
– Avvertito, signora marchesa. Finiva di vestirsi. Ha detto che sarebbe venuto
giù subito.
– Subito? Come i vecchi, doveva dire.
– Se crede...
– No, lascia, verrà. |
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E donna Angeletta tornò a rileggere per la quarta volta la lettera, mentre una
voce cornea dietro la tenda della finestra ripeteva:
– Verrà... Federico, Federico... Povero Cocò... verrà... Com–men–da–to–re...
La stupidissima bestia sul trespolo pareva volesse canzonare la marchesa,
imitandone i tre toni di voce, con cui ella soleva chiamare il commendator
Morozzi: quello frettoloso, confidenziale (Federico, Federico), quello di
commiserazione un po’ derisoria (Povero Cocò) e l’ultimo, grave, e per
così dire, di parata (Com–menda–to–re).
Pareva; perché il pappagallo poi aveva questo di buono, che non capiva nulla; e
non si sognava dunque neppure di canzonar la padrona. Che sugo, del resto, ci
sarebbe stato, anche per un pappagallo, a canzonare una vecchina già presso ai
sessant’anni, che se un tempo aveva dato pretesto a ciarle non al tutto maligne
in società, da tanti anni ormai viveva ritirata e tranquilla come una
tartarughina in quella sua amena e solitaria villetta umbra?
Veramente donna Angeletta Dinelli, da tanto tempo vedova, avrebbe potuto sposare
il commendator Federico Morozzi. Non l’aveva fatto, perché in realtà viveva con
lui senza troppo scandalo quasi maritalmente anche quando era in vita il
marchese, il quale, dopo la nascita dell’unica figliuola, se n’era scappato a
prender aria a Parigi: tant’aria che n’era scoppiato quattr’anni dopo; e non ci
sarebbe stato niente, proprio niente di male, se in questi quattr’anni non
avesse dato fondo alle sue rendite e a buona parte di quelle di lei.
Donna Angeletta era come una bambola, allora: e se non avesse avuto accanto il
Morozzi, senza dubbio si sarebbe ridotta all’elemosina, con la figliuola.
L’affetto, lo zelo, la protezione del commendatore per la minuscola marchesa
erano stati molto apprezzati in Roma; e quasi quasi, era sembrato non solamente
scusabile, ma logico e inevitabile che qualcuno lì, in quella casa, si fosse
messo a far da uomo sul serio, perché tanto lei, la marchesa, quanto lui, il
marchesino, nel presentarsi la prima volta in società, avevano fatto la figura
d’una coppia di ragazzetti parati per ischerzo a far da sposini, per una
graziosa mascherata carnevalesca.
Senza l’intervento del commendatore, uomo serio, chi sa come sarebbero andati a
finire quei due bambocci! Già s’era veduto: il marchesino, quando a un certo
punto aveva voluto far l’uomo, era andato a rompersi il collo a Parigi.
Ammirabile era adesso per tutti l’esempio che quei due vecchi, il commendatore e
la marchesa, offrivano d’una così lunga e perfetta fedeltà di amore, della
compagnia piena di squisite attenzioni che entrambi a quell’età si tenevano
ancora, in quel loro dolce ritiro.
Egli si dava tuttavia amorosissima cura della persona e voleva che anche lei se
ne desse, in difesa, anzi a dispetto del tempo. Voleva che questo non gliela
guastasse troppo, la sua povera bambola vecchierella, non approfittasse troppo
dell’estrema gracilità di lei. Quelle povere manine! Se avesse potuto
riparargliele, come già aveva fatto coi capelli! Perché non erano mica veri quei
ricciolini argentei sotto la cuffia... Ma il cuore, il cuore sopra ogni altra
cosa, avrebbe voluto ripararle, il cuore che le s’avvizziva troppo. Si offendeva
tanto il commendator Morozzi, se donna Angeletta s’insaccava nelle spalle e,
socchiudendo gli occhi, sospirava:
– Ormai, caro, ormai...
Che ormai! che ormai! Come un giovane innamorato, nelle tepide sere di
primavera, egli voleva passeggiare a braccetto con lei, sotto la luna, pei viali
inghiajati del giardino davanti la villa. Alto e robusto, doveva chinarsi un po’
da una parte per dar braccio a lei così piccina. Pareva che davvero credesse,
che ancora la luna dal cielo facesse lume per loro e per loro odorassero le rose
del giardino e scampanellassero i grilli lontani.
La vecchiaja a poco a poco rilascia tutto ciò che la giovinezza si era preso del
mondo. Giovani, crediamo infatti che sia nostra ogni cosa, nostro o fatto per
noi tutto il mondo. Vecchi, lasciamo che il mondo se lo prendano gli altri o
credano di prenderselo; e ridiamo di questo inganno, d’un riso che non può non
essere amaro, considerando che fu anche nostro e che ne fummo felici.
Così pensava ormai donna Angeletta che, se non questa, molte cose aveva già
imparato dal suo vecchio amico, oltre a quelle altre che gli anni e i malanni le
avevano fatto entrare a poco a poco nella testolina incuffiata, mentre negli
ozii invernali si carezzava i mezzi guanti di lana protettori delle povere mani.
E perciò spesso sospirava:
– Povero Cocò!
Tanto spesso, che il pappagallo aveva già imparato a ripeterlo così bene per
conto suo.
Finalmente il Morozzi entrò nella sala, stropicciandosi le grosse mani pelose:
– Eccomi qua, eccomi qua...
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Dopo il bagno, una passeggiatina svelta svelta in giardino... No? Perché no,
quella mattina?
E il commendator Morozzi tese gl’indici e, con un gesto che gli era solito, li
accostò pian pianino fino a toccarsi le punte insegate dei maschi baffoni grigi,
come per accertarsi se stessero a posto.
Non poteva star fermo un minuto; a costringerlo, alzava una gamba, o spingeva un
gomito, o stirava una spalla, o storceva la bocca, o contraeva una guancia e poi
dàlli con gl’indici a toccarsi le punte dei baffi, facendo il bocchino.
– Nudo, nudo, nudo, cara mia; carissima mia, nudo! Potevo venir giù? – rispose
frettolosamente al rimprovero di donna Angeletta.
Le si accostò, si chinò su lei, le tolse dal naso gli occhiali, come se volesse
baciarla senza farglielo vedere, e:
– Che abbiamo? che è avvenuto?
– Nelda, – disse donna Angeletta, ponendogli una ma no sul petto per tenerlo
discosto. – Guarda che letterona...
– A me? a te?
– A me, confidenziale. Da’, da’ gli occhiali... Dove li hai messi?
Il Morozzi glieli porse; donna Angeletta tornò a inforcarseli, e...
– Mammina mia bella, – cominciò a leggere, – promettimi prima di tutto
che non farai leggere questa lettera al commendatore...
– Brava! – esclamò questi, accigliandosi.
– Scrivo a te solamente, – seguitò ella, – e voglio che tu laceri la
lettera appena avrai finito di leggerla. Si tratta...
Donna Angeletta s’interruppe; guardò di su gli occhiali il Morozzi, e:
– Non te la leggo, per ubbidire, – disse. – Si tratta che io dovrei fingere di
non aver ricevuto questa lettera e che, discorrendo così... tra noi, mi venisse
a un tratto la curiosità di sapere se Giulio...
– Ah, – esclamò egli aggrondato, offeso, – si tratta di suo marito?
– Già... Ma non ci capisco nulla, – disse donna Angeletta.
– Brava! Nulla ci capisci tu; nulla voglio saperne io, – soggiunse il Morozzi, –
me ne vado subito in giardino!
– Aspetta! – esclamò donna Angeletta, accennando di levarsi. – Nelda scrive a
me, non perché non si voglia confidare con te, ma per non darti un dispiacere:
me lo dice in fondo alla lettera espressamente. Sempre furie! sempre furie!
– Che dispiacere? – domandò il Morozzi, voltandosi, di nuovo con gl’indici tesi
su le punte dei baffi. – Le solite sciocchezze!
– Già! Perché tu sempre hai protetto Giulio, – rispose la marchesa.
– Protetto? io? – esclamò il commendatore. – Perché se lo merita, se mai... Sta’
pur sicura, bella mia, che non ha fatto nulla di male, Giulio; perché, se
qualcosa avesse fatto di male, Nelda, la signora baronessa, avrebbe scritto a
me, a me, a me, non a te, per farmi un piacere!
– E se non fosse cosa d’ora? – disse donna Angeletta. – Se si trattasse d’un
vecchio peccataccio, che tu sai ?
– La Zena? – domandò allora il Morozzi. – Si tratta di quella povera diavola?
– Ecco! – fece la Dinelli.
– Ma se è tutto finito, strafinito, arcifinito! Ancora? Perbacco! Se tutto era
già finito due anni prima, due, due anni prima che Giulio sposasse la Nelda! A
quella povera diavola avevo dato marito io...
– E il figlio? – domandò donna Angeletta, con un tono che lasciava intendere che
qui lo aspettava.
– Il figlio? – disse il Morozzi, restando. – Che figlio? il figlio che Giulio
ebbe da...?
– L’ebbe di sicuro? – tornò a domandare donna Angeletta. – Ecco il punto! Nelda
vuol sapere proprio questo.
– Se Giulio ebbe un figlio? E perché?
– Perché... il perché non lo dice. Ma io temo che vogliano giocargli qualche
tiro. Sapessi come insiste Nelda, perché tu prenda esattissime informazioni,
fino ad acquistar la certezza assoluta che il figlio sia stato proprio di
Giulio. Capirai che, avendo avuto da fare con una donna come...
– Che! ché! che! – proruppe a questo punto il commendator Morozzi. – La Zena? Ma
fammi il piacere! Quella povera figliuola? Diciassette anni aveva... figlia
d’onesti contadini! Incapace! E poi, se il bambino è morto...
– Morto?
– Morì dopo due mesi.
– E allora? – disse donna Angeletta, non sapendo più che pensare.
– Da’ qua la lettera, – riprese con fare sbrigativo il commendatore. – Andiamo
per le spicce.
S’accostò alla finestra per legger meglio. Doveva leggere a distanza, a braccio
teso, perché – prèsbite – s’ostinava a credere di non aver punto bisogno degli
occhiali. S’impostò lì in un atteggiamento eroico; ma a un tratto diede un
balzo. Il pappagallo, dietro la cortina, per fargli a suo modo una carezza, gli
aveva pinzato la mano con cui reggeva la lettera.
– Brutta bestiaccia! – gridò. – Parola d’onore, le tiro il collo qualche
volta...
Tutti e due, donna Angeletta e il pappagallo, gli risposero con lo stesso tono:
– Povero Cocò!
– Permetti? – disse allora il Morozzi su le furie. Vado a leggere in giardino.
E uscì a passi concitati.
Rideva ancora, rideva forte, quando, di lì a mezz’oretta, rientrò in sala,
agitando la lettera.
– Ma non hai capito nulla? proprio nulla?
Donna Angeletta lo guardò un pezzetto, un po’ urtata da quel riso, perplessa, ma
già inchinevole a sorridere anche lei della propria costernazione.
– Tu hai capito?
– Io? Ma perfettamente! – esclamò il commendatore. – È così chiara la ragione
della lettera... Si capisce dal tono, scusa! Di’ un po’, quanti anni sono che
Nelda è maritata?
– Quattro, a ottobre.
– E niente figliuoli! – soggiunse subito il Morozzi. – Nelda non somiglia mica a
te! Nelda, dico... se non mi passa, è alta quanto me, e... dico, florida,
robusta come me... Non si persuade, che possa mancare per lei. Capisci adesso?
– D’aver figliuoli?
Il Morozzi le rispose con un gesto espressivo delle mani, e aggiunse:
– Ma s’è ricordata, com’ella dice, che da ragazza «colse a volo» qualche
discorso tra me e te, sul conto di Giulio, qualche accenno a quel trascorso
giovanile di lui, alla nascita di quel bambino... Vedi che ne parla cosi, senza
darci alcun peso, mentre insiste molto invece su le ricerche scrupolose da fare
per venir bene in chiaro se il figlio fosse proprio di Giulio... Ne dubita, è
evidente! E perché ne dubita?
Tornò a rider forte il commendator Morozzi e concluse:
– Sciocchezze! sciocchezze! sciocchezze!
– Risponderò allora... – prese a dire donna Angeletta.
E il commendatore:
– Risponderai così: Sciocchezze, dice Federico; dice che... già no! non dico
nulla, io, poiché la signora baronessa s’è vergognata di rivolgersi a me: ma
glielo puoi dire tu, da te, forte, che è una sciocchissima creatura! Non sono
ancora quattr’anni! Godete finché siete giovani, senza pensieri! I figliuoli
verranno... S’è dato il caso d’aver figliuoli anche dopo quindici anni. E quanto
a Giulio dille che non mi faccia il torto di dubitare d’un marito che le ho
scelto io! Il figliuolo era proprio suo e ci posso metter le mani sul fuoco,
perché quella Zena, povera figliuola... ma figurarsi! So io quel che mi ci volle
per rimediare... Suo, suo, suo; si metta il cuore in pace la signora Nelda e
aspetti...
– Paziente e fiduciosa... – Ecco, benissimo, così! Paziente e fiduciosa.
Quattro giorni dopo, arrivò da Roma a donna Angeletta Dinelli, quest’altra
letterina breve breve della figliuola:
Mammina mia bella,
Due paroline in fretta e furia per non tenerti in pensiero.
Che predicone m’hai fatto, tu mammina mia piccola e cara! E fuor di luogo, sai?
Non tenere più in alcun conto la mia lettera precedente, che tu avrai lacerata.
Te l’ho scritta... non so più neanch’io bene perché. Fisime!
Sappi che già... non vorrei dirtelo ancora, ma temo, temo forte che, da due
mesi, tu abbia cominciato a esser nonnina, ecco!
Aspetta ancora un po’ per annunziarlo al Commendatore.
Un bacio in fretta dalla tua
Nelda
– E allora? – domandò il commendator Morozzi, sgranando tanto d’occhi, appena
donna Angeletta ebbe finito di leggere. – Tutto quell’impegno di sapere se
Giulio aveva proprio avuto un figliuolo?
Donna Angeletta si portò alla fronte una di quelle sue povere mani; poi, sotto
lo sguardo di lui ancor pieno di stupore, disse:
– Chi sa che storie, pazzerella...
E non disse altro.
Ma questa volta aveva capito lei, invece.
Che cosa? Non volle dirlo; se lo chiuse in cuore, per non amareggiare invano
dopo tanti anni il suo povero Cocò.
Era sicurissimo infatti, il povero Cocò, che la Nelda fosse sua figlia; e lei
non aveva mai detto una sillaba per toglierlo da questa sicurezza. Ma ne era
ugualmente sicura lei?
Conviveva allora anche col marito, col marchesino...
Che senso di smanioso tormento, quali fitte di rimorso le aveva cagionato il non
sapere, il non poter dire neanche a se stessa a chi appartenesse veramente il
nuovo essere che cominciava a viverle in grembo; a chi dovesse lei stessa le
ansie trepide, i dolori della maternità, da cui, pur caduta, quantunque in
peccato,: si sentiva dinanzi a se stessa nobilitata; a chi avrebbe dovuto domani
le gioje che dal frutto delle proprie viscere le sarebbero venute! E che strazio
anche dipoi, nel vedere, nel sentire la propria creatura ignara tendere le
manine e dir babbo a chi forse non era tale!
Ah, per perversa che sia una moglie, e quantunque nemica, a torto o a ragione,
del proprio marito, vorrebbe aver sempre la certezza che appartiene a questo il
frutto delle proprie viscere, non fosse altro per non sentir lo strazio della
menzogna incosciente su le tenere e pure labbra della propria creaturina!
Ora Nelda...
Ma poteva confidar queste cose donna Angeletta Dinelli al commendator Federico
Morozzi?
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