Corrado Tranzi, fino a ventiquattr'anni disprezzatore implacabile di tutte le
donne, implacabile derisore di tutti gli uomini che se n'innamoravano, appena
presa la laurea di dottore in medicina, chiamato per un caso d'urgenza mentre di
buon mattino stava a concertare una partita di caccia nella farmacia d'un amico
- (il bel cielo? il tepore della primavera imminente? qualche sogno della
notte?) - s'innamorò anche lui tutt'a un tratto, proprio in quella sua prima
visita di medico.
Introdotto nella camera della colpita, vide accanto al letto un giovinotto che
forse, anzi certo, era il figlio, e un uomo e una donna che forse erano il padre
e la madre della fanciulla. Il Tranzi notò subito che questa, mentr'egli
dichiarava il male (caso indubbio e irrimediabile d'embolia cerebrale), s'era
messa a carezzare i capelli del giovinotto, del cuginetto che piangeva con la
faccia affondata nel guanciale proprio accanto al capo della madre agonizzante,
e se ne stizzí tanto, che improvvisamente s'interruppe per ordinare che, perdio,
quel figliuolo se ne poteva andare a piangere di là. Aria! aria! un po' d'aria
attorno al letto!
L'inferma morí tre giorni dopo. In quei tre giorni Corrado Tranzi riuscí a
sapere tante cose: che la fanciulla si chiamava Ebe; che era figliuola d'un tal
De Vitti, professore di fisica al Collegio Nautico; che la defunta era cognata
del professore, vedova da tanti anni e accolta in casa col figliuolo che si
chiamava Marco Perla; che questi, già impiegato modestamente alla Dogana, aveva
chiesto col piacere dei parenti la mano della cuginetta, la quale però aveva
rifiutato con molto dolore, confessando candidamente che le sarebbe stato
impossibile sposarlo, perché, fin da bambina cresciuta con lui, lo amava come
fratello, e solamente come tale e non altrimenti avrebbe potuto amarlo.
Sapute queste cose, Corrado Tranzi si fece avanti, senza perder tempo. Tra pochi
mesi si sarebbe deciso il concorso a tre posti di assistente nell'ospedale
maggiore della città, a cui egli aveva preso parte: era sicuro di vincere;
sicurissimo; aveva poi qualcosa di suo e la professione di medico: poteva
sposare.
Il
professor De Vitti rimase dapprima costernato di tanta furia e della stranezza
dei modi e del dire del giovine medico, ricciuto e barbuto, tutto scatti e
schizzi tra sprezzature sbrigative; esitò; si provò a prender tempo con la scusa
del lutto recentissimo; ma Corrado Tranzi, che giusto per questo lutto
recentissimo temeva che l'amor fraterno della fanciulla per il cugino potesse da
un momento all'altro cangiar natura col lievito della pietà, or che lo sapeva
orfano anche di madre e bisognoso di conforto, tenne duro: o sí o no, subito!
Ebe accettò e in pochissimo tempo si fecero le nozze.
Fu
una furia, una frenesia d'amore, che durò appena un anno. Ebe morí di parto. La
sera stessa della sciagura, Corrado Tranzi, senza voler neanche vedere la
bambina che, nascendo, aveva ucciso la madre, scappò via di casa come un pazzo;
scomparve. Si venne poi a sapere che, incontrato per caso un giovane collega, il
quale quella sera stessa doveva imbarcarsi come medico di bordo su un
transatlantico, ne aveva preso il posto col piacere di lui, ed era rimasto in
America, senza lasciar tracce di sé.
La
bambina, orfana di madre e abbandonata cosí dal padre, crebbe in casa dei nonni,
che la chiamarono Ebe come la loro figliuola. E sembrò ad essi che veramente la
loro Ebe ricominciasse a vivere in quella bimba, dapprima tra le loro braccia,
custodita con l'anima e col fiato, poi tra le loro cure piene di palpiti e di
sgomenti.
A
mano a mano, crescendo, Bebè somigliò sempre piú alla mamma: ne ripeté
tutte le grazie infantili, le mosse, i sorrisi, i primi giuochi, tra lo stupore
accorato de' due vecchi che credevano d'assistere a una prodigiosa resurrezione.
Il
nipote, Marco Perla, nel vederla anche lui crescere cosí simile in tutto alla
cuginetta ch'egli avrebbe voluto far sua, cominciò a provare di tratto in
tratto, o per il guizzo di uno sguardo o per il suono d'una risata o d'una
parola o per un capriccetto o una bizza della piccina, l'impressione curiosa
quasi d'un arresto in sé, d'un ritorno misterioso a tante cose, non già
riviventi, ma ancor vive dentro di lui; non già ai ricordi della sua infanzia
trascorsa insieme con un'altra bimba, di cui questa era il ritratto preciso, ma
agli stessi sentimenti onde quei ricordi erano animati e che si rifacevan vivi,
della vita stessa della piccina.
La
quale, ecco, come quell'altra, voleva giocare con lui; voleva - senza saperlo -
far ripetere a lui quegli stessi giuochi già fatti con quell'altra se stessa,
ch'era stata la sua mamma piccina.
E
lui ripeteva quei giuochi.
Di
ritorno dall'ufficio, si nascondeva dietro l'uscio dello stanzino bujo, ov'erano
due vecchi armadi. L'odore che covava in quel luogo attufato, senz'aria, senza
luce, era come il respiro stesso dell'infanzia lontana. Gridava con la voce
d'allora cu-cu, e stava ad aspettare che quella, quell'altra, ma viva,
viva ancora in questa piccina, venisse a scoprirlo, a scovar lui anche piccino
lí dietro quell'uscio; e, appena dallo spiraglio la intravedeva tutta ansiosa e
vibrante e perplessa, ecco, come allora, tratteneva il fiato e trepidava e,
potendo, scappava via da quel nascondiglio e si metteva a correre, a girare per
non farsi prendere, attorno alla tavola apparecchiata, e si cacciava tra le
seggiole sotto la tavola per riuscir dall'altra parte, finché, caduto a sedere
per terra, non si lasciava acchiappare dalla bimba accesa in volto e inferocita.
Ma
per dove lo acchiappava? Oh! per i baffi ch'egli allora non aveva; o gli
ghermiva le lenti, ch'egli allora non portava. E di questo improvviso
ripiombare su se stesso restava in prima sbalordito, a lisciarsi sul labbro i
baffi scomposti, a stropicciarsi gli occhi miopi smarriti. Qualche volta la zia
lo sorprendeva ancor lí seduto per terra e gli domandava che facesse.
-
Niente, - le rispondeva con un sorriso vano. - Giuoco con Bebè.
Tra tutti i ricordi, piú vivo e piú preciso aveva quello del giorno e dell'ora
che per la prima volta in un bacio della cuginetta aveva sentito d'improvviso,
lui solo, il sapore e il calore d'un amor nuovo, diverso dal solito, per cui
s'era tutto turbato e acceso, quasi che da quelle rosee e fresche labbra ignare
gli fosse venuto un fuoco delizioso per tutte le vene. Ebe aveva dodici anni;
lui quindici; ed era stato un giorno d'aprile, nelle prime ore del mattino. Lei
si era accorta subito, allora, che egli in quel bacio aveva colto per la prima
volta un sapor nuovo, e se n'era avuta per male e non aveva piú voluto che lui
la baciasse a quel modo.
Ma
non s'accorgeva, non si poteva accorgere di nulla, ora, questa piccola Bebè già
pervenuta a quell'età della madre, e ogni giorno, nel vederlo ritornare
dall'ufficio, gli buttava le braccia al collo e lo baciava con ardente furia
infantile.
Lui si restringeva tutto in sé e strizzava gli occhi e serrava i denti sotto
quella furia per impedire con tutte le forze che anche da queste rosee e fresche
labbra ignare, le quali per lui ancor piú che per i vecchi nonni erano pur
quelle medesime della prima Ebe, gli venisse lo stesso fuoco per tutte le vene.
-
Non mi baci? Oh, come sei buffo! Che hai? - gli domandò una volta Bebè, dopo
averlo baciato, guardandolo in faccia e scoppiando a ridere. - Perché ti fai
cosí brutto? Perché non mi baci?
Lui scappò via e, davanti allo specchio, si mise a piangere.
La
morte quasi improvvisa del professor De Vitti venne a strappare violentemente
Marco Perla da quell'ibrido e atterrito stato d'animo.
Il
professore, entrato tardi nell'insegnamento, non aveva compiuto gli anni di
servizio per la pensione, sicché alla vedova toccavano poche migliaja di lire:
circa otto, che furono messe da parte per la nipotina.
Restò lui, ora, Marco Perla, unico sostegno della famigliuola. Ne fu lieto, da
un canto; ma dall'altro, l'idea che Bebè cominciasse a vedere in lui un altro,
il capo di casa, quasi il padre, e a considerarlo come tale, lo sconcertò
profondamente.
Da
un pezzo la zia notava in lui curiose assenze di memoria, strane smanie,
improvvise tristezze; e lo vedeva dimagrire e fissarsi sempre piú in una ispida
e squallida bruttezza. Sospettava che fosse innamorato; che quella morte dello
zio gli avesse troncata la speranza di farsi una casa; che gli pesasse il debito
di gratitudine per i benefizii ricevuti da bambino.
Marco Perla invece, nel vedere Bebè di giorno in giorno sbocciare come un fiore,
era invasato dalla paura che un altro d'un tratto venisse a strappargliela, come
già gli era stata strappata la madre di lei, senza ch'egli potesse opporsi in
alcun modo, pur sentendosi amato. Ma sí! una volta da fratello; ora forse da
padre.
E
presto venne infatti il giorno che la zia, tutta esultante, credendo di dargli
un gran piacere, gli confidò che quella mattina stessa aveva ricevuto una
lettera da un giovane, che si vedeva spesso passare per istrada, bello come un
angiolo, diceva, biondo, coi capelli lunghi; un giovine pittore che presto
sarebbe partito per Roma pensionato, e che... Non poté proseguire, la zia; tanto
il volto del nipote s'era alterato.
-
Ah, questo per Roma? come quell'altro per l'America? - sghignò orribilmente. -
Ma non vi basta una? Due eh? volete buttarne via due, cosí, al primo che capita?
Diceva: volete, come se fosse ancor vivo lo zio e volesse anche lui
infliggergli il supplizio dell'altra volta. Delirando, confondendo il primo
strazio con questo d'ora, il primo amore per la cugina con questo per la
figliuola di lei, ch'era per lui lo stesso amore superstite, lo stesso amore due
volte vivo, egli gridò alla zia tutta la sua passione.
La
zia, dapprima sbalordita, poi quasi atterrita, cercò di calmarlo. Gli disse che
mai e poi mai non avrebbe sospettato ch'egli avesse potuto prendersi cosí
d'amore per quella piccina. Sí, la ragione c'era; ma difficile farla intendere a
Bebè che non sapeva nulla. Come dirle: «Tu, cara, hai creduto di vivere per te
tutti questi anni, e invece no: tu hai vissuto per rinnovare a me, nel mio
cuore, la passione che io ebbi per tua madre!».
Oh, lei, la zia, sarebbe stata felice d'affidare a lui quella piccina sua;
proprio felice. Ma Bebè? Promise ajuto: ma non bisognava aver fretta. Prima si
doveva levar via dal cuore di Bebè quell'amoretto fatuo per il giovine pittore,
dimostrandole che costui per l'età, per la professione, per tant'altre cose, non
dava alcun serio affidamento; poi, a poco a poco... chi sa?
Furono per Marco Perla mesi d'angoscia e di disperazione.
Forse la zia non aveva saputo parlare. Lo argomentava dal contegno di Bebè verso
di lui. Ma la zia lo assicurava che non le aveva ancor mosso alcun discorso di
lui, neppure un cenno, e che Bebè era cosí, perché, indotta da lei, aveva
troncato ogni corrispondenza con quel giovine già partito per Roma. Bisogna
ancora aspettare, lasciarla quietare.
Aspettare? fino a quando? Piú tempo passava, e piú profondamente vedeva egli
radicati nel cuore di lei il ricordo e il rimpianto di quel giovine già partito
per Roma. O forse la zia non trovava il coraggio di parlare? Deperiva di giorno
in giorno, povera vecchia, quasi rósa da quel segreto che egli le aveva
confidato.
Lo
trovò poco prima di morire, il coraggio di parlare a Bebè, la povera zia. Se la
chiamò accanto al letto, e cominciò a domandarle se ella si rendesse conto della
condizione in cui tra poco si sarebbe trovata: sola in casa, giovinetta, con un
uomo che non le era né padre, né fratello, anche lui quasi giovane ancora,
senz'alcun obbligo veramente verso di lei. Che cosa era egli per lei? Figlio
d'una sorella della nonna. Ed ella per lui? Figlia d'un uomo, che un giorno era
irrotto come una bufera in casa e l'aveva schiantata. Una pianticella quasi
senza radici, era: la madre, morta; il padre, sparito. Non le restava altro
sostegno che lui, Marco, il quale si era sacrificato per loro. Bisognava dargli
un compenso, un premio per i tanti sacrifizii. Egli era buono e l'amava: le
sarebbe stato padre e marito insieme. Se Bebè voleva ch'ella morisse tranquilla,
le doveva dir sí.
Stupore, dolore, orrore, vergogna assaltarono e sconvolsero Bebè, a questa
rivelazione inattesa. Si aggrappò al collo della nonna e, rompendo in
singhiozzi, la scongiurò di non morire, per carità di lei. No no; ecco: la
avrebbe tenuta stretta cosí, per sempre, e non le avrebbe permesso di morire,
ecco, non glielo avrebbe permesso! Ora che sapeva questa cosa orribile, sola con
zio Marco non voleva, non poteva piú restare. Per carità! per carità! Sarebbe
morta lei, piuttosto.
Bebè non aveva mai pensato al padre scomparso; non aveva mai avuto per lui alcun
sentimento, né rancore né curiosità: esso per lei non esisteva, non era mai
esistito. Cominciò a esistere il giorno della morte della nonna, allorché,
ritornata in casa dal camposanto, si vide insieme con Marco Perla: insieme e
divisa, insieme e nemica, conoscendo in lui un sentimento al quale non sapeva e
non voleva rispondere.
Un
odio cupo e feroce s'impossessò di lei per il padre sconosciuto che l'aveva
messa al mondo e abbandonata senza neppure vederla; che dopo averle dato la
vita, le aveva negato ogni diritto di esistere per lui, solo perché lei, senza
sua colpa, nascendo, aveva ucciso la madre; come se questa non fosse stata una
sciagura anche per lei, e anziché odio e orrore, la sua vista, la vista della
figliuola orfana appena nata, non avrebbe dovuto suscitare in lui una maggiore
pietà, il sentimento d'un doppio dovere! Era fuggito, scomparso, per orrore di
lei, sottraendosi a ogni responsabilità per la vita che le aveva dato, e
rovesciando questa responsabilità addosso ai due poveri vecchi, a cui aveva
tolto la figlia, e ora addosso a uno, che non aveva alcun dovere di assumersela.
Bebè ignorava che anche a costui il padre aveva tolto qualche cosa; ignorava
ch'egli aveva lasciato a costui il peso della figlia dopo avergli tolto l'amore
della madre.
Dov'era il padre adesso? Viveva ancora? E come non pensava che, dopo tanti anni,
potevano esser morti, com'erano difatti, i due vecchi, nelle cui mani aveva
abbandonato la figliuola? Come non pensava a tutto ciò che sarebbe potuto
accadere e che già accadeva a lei, cosí sola e senza ajuto? Forse egli aveva ora
laggiú un'altra famiglia, altri figli, e pensando a questi che da vicino
attendevano da lui amore e cure, si toglieva il rimorso di non aver mai pensato
a lei lontana.
Ed
ecco, uno adesso la raccoglieva, che di quanto aveva fatto per lei voleva esser
pagato e in pagamento esigeva tutta lei stessa, tutta la sua vita che gli
apparteneva, poiché colui, quell'altro, glien'aveva lasciato il peso.
Per la violenza di questi pensieri e di questi sentimenti, Bebè, affogata di
tristezza, con lo spirito sconvolto dalla iniquità della sua sorte, ammalò
subito e cosí gravemente, che per parecchi giorni fu in pericolo di vita.
Lottarono a lungo e senza tregua la sua volontà di morire e l'amore di Marco
Perla, che le si espandeva attorno, vigile, fervido a trattenerla, a sostenerla,
con insistenti, ininterrotte premure, pronto sempre a darle il proprio alito per
ogni respiro che ella non volesse piú trarre, e la propria vita per nutrire
quell'atroce volontà di morte.
E
alla fine vinse l'amore di lui; ed ella nel languido intenerimento e
nell'abbandono della convalescenza, per gratitudine e per pietà, alla fine
cedette e s'indusse a sposarlo.
Guarita, già donna, mirandosi il corpo fiorente, le carni ancor quasi acerbe e
già offese e condannate a rimanere per sempre ignare d'ogni gioja d'amore, non
poté sottrarsi alla riflessione che la misera, magra bruttezza di lui, già quasi
vecchio, dava un valore inestimabile a quel suo corpo, e che perciò il pagamento
che di esso egli aveva voluto farsi, rappresentava quasi un patto d'usura, solo
in parte mitigato dall'adorazione di cui la circondava.
Sarebbe stata quest'adorazione simile in tutto a quella dell'avaro per il suo
tesoro, se egli non si fosse poi dimostrato tanto ingordo di lei; oh sí, come se
su lei volesse saziare una lunghissima fame, di cui ella sentiva orrore,
ripensando ai baci che le aveva dato da bambina. E in quell'ingordigia
s'imbruttiva sempre piú, diventava di giorno in giorno piú giallo, piú ispido e
magro. E anche s'accaniva a lavorare per migliorare le non laute condizioni
finanziarie. Pochi mesi dopo il matrimonio, volle prender parte a un concorso
interno tra gli ufficiali di dogana, e riuscí tra i vincitori. Doveva ora
recarsi a Roma per un corso biennale di perfezionamento all'Istituto superiore
di merceologia. Sperava, dopo i due anni, di poter rimanere a Roma, al Ministero
delle finanze.
Se
non che, durante lo sgombero della casa per la partenza, avvenne a Bebè di
scoprire in un vecchio stipetto della nonna, relegato in soffitta, un fascio di
lettere di quel giovane pittore partito per Roma circa due anni addietro per il
pensionato artistico, lettere che la nonna aveva intercettate e nascoste
intatte, forse perché non aveva osato distruggerle o forse perché fino
all'ultimo s'era ripromessa di darle alla nipote, se Marco si fosse convinto
ch'era vano sperare d'indurla a cedere.
A
questa scoperta, Bebè sentí strapparsi le viscere e il cuore. Allibí dapprima,
poi l'ira, lo sdegno le fecero un tale impeto nello spirito ch'ella, con le mani
tra i capelli e gli occhi sbarrati e ferocemente fissi, si vide quasi impazzita
nello specchio di quello stipetto.
Come, con quelle lettere sottratte, aveva potuto la nonna assicurarla che quel
giovine, appena arrivato a Roma, s'era dimenticato di lei? Quelle lettere
riboccavano di passione, gridavano e piangevano e scongiuravano. Ed ella aveva
creduto alla nonna! E quel giovine aveva potuto pensar di lei tutto il male che
ella aveva pensato di lui! Ma sí, ecco, nell'ultima lettera disperata, la
dichiarava indegna del suo amore, e fatua e spergiura e civetta e senza cuore.
Ah, che infamia! che infamia! Si erano messi dunque d'accordo la nonna e Marco;
d'accordo avevano commesso un tradimento cosí vile? Ma già! Non doveva pagare?
Il sacrifizio della sua persona non bastava; anche col sacrifizio di quell'amore
doveva pagare le cure, il mantenimento che le avevano dato. Oh, Dio, Dio, che
cosa... oh Dio, che cosa...
Ma
a Roma - ah! a Roma, adesso, si sarebbe vendicata. Avrebbe rintracciato
quell'altro, a ogni costo. Anche a costo di perdersi, si sarebbe vendicata.
A
Roma, tre mesi dopo, una sera d'inverno, alla porta del vecchio quartierino
preso a pigione da Marco Perla in un lugubre casone del viale solitario di
Castro Pretorio al Macao, bussava un vecchietto ferrigno dalla barba crespa, già
molto brizzolata, che si confondeva col grigio bavero della pelliccia. Corrado
Tranzi.
Attendendo che venissero ad aprirgli, col capo chino, le ciglia aggrottate e gli
occhi torvi che palesavano un'ansia spasimosa, s'affondava le unghie nel palmo
delle mani e stropicciava convulsamente i pollici sul dorso delle altre dita
serrate.
Quando alla fine la serva venne ad aprirgli, alla vista della casa in cui stava
per introdursi, sentí mancarsi il respiro.
-
Il signor Perla?
La
serva lo guardò costernata, e disse esitante:
-
Ma non so se il signore, in questo momento, possa ricevere. Non sta bene, e...
-
La signora?
-
Anche lei.
-
Malata?
-
Ha avuto... non so... aspetti: vado a sentire il padrone.
E
la serva scappò via lasciandolo lí, davanti l'entrata, senza neppure invitarlo a
varcare la soglia. Ritornò poco dopo a rispondere che il signor Perla si
scusava, ma proprio non poteva riceverlo perché ammalato e che anche la signora
era indisposta.
-
Io sono medico, - disse allora il visitatore. - Per tutti e due.
Ed
entrò.
-
Ma signore...
-
Dite al signor Perla che c'è il dottor Corrado Tranzi. Andate.
Marco Perla stava buttato, dalla sera precedente, su una poltrona in uno
stanzino che voleva essere salotto e studiolo; vi aveva passata la notte; non se
n'era levato neppure per prendere un po' di cibo a mezzogiorno. Solo dalla
serva, piú tardi, aveva accettato una tazza di caffè con dentro una buccia di
limone. Al nome di Tranzi restò come esterrefatto. E due volte tentò di balzare
in piedi, ricascando ogni volta su la poltrona. Ajutato dalla serva, poté alla
fine mettersi in piedi e accorrere nella saletta.
-
Corrado?
Restarono per un momento entrambi, di fronte, come precipitati l'uno verso
l'altro a guardarsi dal tempo remoto, in cui per l'ultima volta si erano veduti.
In un attimo, con tutte le memorie balenanti di quanto era loro accaduto,
dovevano colmare il vuoto di tutto quel tempo per riconoscersi cosí cangiati.
Oppresso di stupore, ansimante, Marco Perla credette di scorgere negli occhi del
Tranzi l'animo con cui questi gli si rifaceva incontro. Non doveva pensare il
Tranzi ch'egli avesse voluto prendersi una rivincita sposando sua figlia, poiché
da lui aveva avuto tolta la madre? E non doveva a un tal pensiero essere pieno
d'odio e d'orrore?
Si
sentí mancare, sprofondare.
Ma
si ritrovò invece tra le braccia di lui, sorretto premurosamente; udí invece la
voce di lui che gli diceva:
-
Tu... cosí... Ma stai male davvero! Qua... che hai?... Ma tu scotti! Non ti
reggi! Hai la febbre...
E
provò un sollievo, un refrigerio, un conforto, tanto piú vivo e dolce, quanto
piú inatteso e insperato. Prese a singhiozzare, a gemere tra singhiozzi, mentre
quegli, insieme con la serva, lo riconduceva alla poltrona nello stanzino:
-
Ti manda Iddio! ti manda Iddio!
-
Qua... qua... - riprese il Tranzi adagiandolo su la poltrona. - Che cos'è?
Guardami... guardami bene in faccia... Vengo da Palermo... Sono sbarcato a
Genova. Corro a Palermo, domando, mi informano di tutto... Tu... tu hai sposato
mia figlia? Dov'è? dov'è?
Il
Perla, accasciato, curvo, con le mani su la faccia, gridò rabbiosamente:
-
Non l'avessi mai fatto!
-
Non dovevi farlo, Marco! - rispose pronto il Tranzi, con una voce strana, che
voleva parer di rimprovero e di rammarico soltanto, ma in cui vibrava un furore
a stento contenuto. - Come, come hai potuto farlo?
-
Te la puoi riprendere, ora! te la puoi riprendere... - disse allora
affrettatamente il Perla, senza togliersi le mani dal volto. - Te la puoi portar
via... via... via...
-
Perché? dov'è, insomma? - domandò il Tranzi guardandosi attorno.
-
Di là... S'è chiusa in camera... - rispose il Perla. - Aspetta... Aspetta...
Si
voltò alla serva:
-
Voi! andate ad avvertire la signora...
Poi, brancicando, si portò una mano nella tasca interna della giacca: ne trasse
un logoro portafogli, ne cavò una lettera e la porse al Tranzi:
-
Leggi prima... leggi...
-
Che cos'è?
-
Leggi... è del suo amante.
Corrado Tranzi serrò le pugna con la lettera e, come una belva ferita, s'avventò
su la poltrona, sopra il Perla, ruggendo:
-
Ma tu...
-
Io? - gridò allora quello reagendo, e in un furibondo prorompimento di
ribellione, buttò in faccia all'antico rivale tutto il male che da lui aveva
sofferto, tutto il bene che in cambio aveva fatto per riceverne poi in premio
questo tradimento.
Alle grida, si fece davanti all'uscio, sgomenta, la serva. Appena il Tranzi la
scorse, le gridò:
-
Mia figlia?
E
a un cenno accorse.
Ebe, su la soglia della camera in cui s'era chiusa, lo accolse spettinata, mezzo
discinta, tutta affannata tra le lagrime, come già sua madre la prima volta lo
aveva accolto in quel lontano mattino di primavera, quando lui, giovane medico,
era stato chiamato per caso in una farmacia.
Era lei! Era lei! la sua Ebe che lo riaccoglieva cosí come si può accogliere un
estraneo in un momento d'improvviso, supremo bisogno! E ben chiaramente nello
sguardo ostile le si leggeva, che se ella non si fosse trovata in quel tremendo
frangente, non lo avrebbe accolto, non avrebbe voluto vederlo.
-
Ebe mia! Ebe mia!
Conoscendola in sua madre, egli non poteva comprendere ch'ella, con quegli occhi
stessi di sua madre, non potesse riconoscer lui. Si sentí con una mano respinto
al petto dall'abbraccio.
-
Non m'abbracci?... Oh, figlia mia! Lasciati almeno baciare sui capelli... Tu hai
ragione. Ma tutto il male, tutto il male lo fece tua madre, con la sua morte!
-
E chi l'ha scontato? - disse Ebe, guardandolo con dura freddezza negli occhi.
-
Non tu sola! non tu sola! - replicò egli subito. - Che ne sai tu? Sí, sono stato
colpevole verso di te... Ma non credevo... non credevo... Ora che ti vedo,
comprendo tutto!
Ebe vide il volto del padre, nel proferir queste ultime parole, scomporsi
d'improvviso in una espressione tra di stupore e d'orrore; gli udí soggiungere a
bassa voce:
-
Comprendo... comprendo perché lui t'ha sposata... Tu non sai, tu non puoi
sapere...
Rabbrividí; comprese; domandò anche lei a bassa voce, inorridita:
-
La mamma... Lui?
-
Sí, sí...
E
in questo riconoscimento provarono, l'uno, una rabbia feroce, come per un
tradimento infame che colui, profittando vigliaccamente della sua assenza, gli
avesse fatto con la madre; l'altra, il ribrezzo, l'abominazione come per un
incesto che quegli avesse perpetrato su lei.
Si
ritrassero tutti e due nella camera; ne serrarono l'uscio e parlarono a lungo
tra loro. Egli le disse anche tutti gli stenti, tutte le lotte che aveva dovuto
sostenere laggiú, pur disperato, divorato dal cordoglio. Il pensiero di lei, sí,
gli era stato dapprima odioso, perché non riusciva a staccarlo da quello della
morte della madre; gl'inacerbiva la piaga e lo rendeva feroce. Poi, quando poté
cominciare a sentir pietà di lei abbandonata - (non rimorso veramente, mai,
perché mai non immaginò che avessero potuto mancarle cure e affetto da parte dei
nonni che supponeva ancora in vita) - pensò che, avendola abbandonata cosí, non
essendosi fatto piú vivo con lei, avrebbe dovuto almeno farla ricca, per
ricompensarla del lungo abbandono. E ricco difatti ritornava.
-
Troppo tardi?
Troppo tardi, sí. Il tradimento - gli spiegò Ebe - non lo aveva commesso lei, lo
avevano commesso la nonna e Marco, prima.
Egli aveva ancora in mano, appallottolata, la lettera che il Perla gli aveva
dato da leggere.
-
L'hai letta? - gli domandò Ebe.
-
No, non ancora...
-
Neanche io; ma ci dev'esser certamente la prova ch'egli non ha ancor nulla da
rimproverarmi! Non ho ingannato né tradito. Non ho fatto altro che giustificarmi
con questo... con questo giovine che mi ha scritto la lettera... Leggila...
leggila pure...
E
prese a parlargli di quel suo amore ingenuo, quando si credeva libera di
disporre di sé, del suo cuore: delle lettere sottratte dalla nonna e scoperte
per caso alla vigilia della partenza per Roma.
Ma
nel mezzo del racconto, la serva venne a picchiare all'uscio per avvertire che
di là il padrone stava molto male, pareva soffocato.
Corrado Tranzi accorse. Perché, gli venne di domandare in prima, se non fosse
stato già chiamato il medico?
-
No, nessun medico ancora, - rispose la serva.
Con l'ajuto di questa, egli trasportò sul letto Marco Perla che, tra le vampe
della febbre, delirava. Lo spogliò; prese a esaminarlo; gli ascoltò il cuore, a
lungo, poi i polmoni, picchiando sul petto, su le terga. Marco Perla, sorretto
dalla serva a sedere sul letto, col capo ciondoloni gemeva, rugliava, mormorava
parole sconnesse. Finito l'esame, il Tranzi fe' cenno alla serva di riadagiare
sul letto l'infermo sotto le coperte, e si mise a passeggiare per la camera,
assorto.
Non era provvidenziale, che lui, fin da quella sera, appena arrivato, si potesse
avvalere della sua qualità di medico?
Un
brivido gli corse per la schiena. Si raddrizzò sul busto, dolorosamente, si
passò le mani tremanti sui capelli; poi si portò un dito tra i denti e stette un
pezzo a guardar fisso innanzi a sé. Movendo gli occhi, scorse la serva, si voltò
a guardar l'infermo; andò a sedere presso un tavolinetto, su cui appoggiò i
gomiti, stringendosi la testa tra le mani.
-
È grave? - domandò allora la serva.
Egli si riscosse e la mirò, come se non avesse inteso.
-
Grave, sí, - poi disse. - Ma non c'è da dargli per ora alcun rimedio. Va': nel
caso chiamerò.
Rimasto solo, si levò da sedere, si rimise a passeggiare per la camera,
schivando di guardare l'infermo.
Da
anni e anni gli erano abituali certi terribili dialoghi con se stesso, che non
potevano avere altra conclusione che in un atto estremo. Conosceva il ribrezzo
per questo atto, il tumulto di tutte le energie vitali insorgenti a impedirlo,
la volontà che le domava, lo sfogo che allora si davano quelle, nell'immaginare
la vita che sarebbe rimasta per gli altri, dopo la sua morte. Ma qui l'atto
violento da compiere non era piú contro se stesso; e la vita che sarebbe rimasta
per gli altri, non gli si rappresentava piú come in una triste inutile
successione di casi press'a poco invariabili. Qui, gli altri non erano piú
estranei indifferenti. Egli vedeva sua figlia; e la vita che gli si
rappresentava, dopo l'atto violento da compiere, era quella di lei. Non avrebbe
esitato un momento, se avesse dovuto agire contro se stesso. Ma agire contro un
altro, e a tradimento, gli rendeva il ribrezzo invincibile.
Tutta la notte, dibattendosi in quella veglia spaventosa nella camera
dell'infermo, cercò di radicarsi nell'orrenda decisione, che gli appariva di
punto in punto sempre piú necessaria e quasi fatale.
Altri aveva allevato sua figlia, altri la aveva finora mantenuta, per altri ella
era ancora in vita. Egli non aveva mai fatto nulla per lei.
Doveva far questo, ora. Non aveva piú altro da fare.
Le
aveva portato la ricchezza; ma a che poteva valere per lei, ormai legata com'era
a quel vecchio, dopo il sacrifizio del suo amore? Perché avesse valore per lei
quella ricchezza, perché ella potesse dire di dover veramente la vita a suo
padre, bisognava recidere, annientare quella che ella doveva agli altri; e il
debito che aveva pagato con la propria persona. Sí, senza esitare, poiché cosí
provvidenzialmente il caso lo favoriva, egli doveva sopprimere chi aveva fatto
per la figlia tutto quello che avrebbe dovuto far lui; sopprimere chi aveva
voluto in tutto sostituirlo, ripigliandosi anche la madre nella figlia. A questo
solo patto poteva dirsi padre. Liberandola da tutti i legami contratti dal tempo
in cui egli per lei non era esistito, le avrebbe ridato, con questa libertà e
con la ricchezza, la vita.
Balenò a Ebe il sospetto della truce decisione del padre, nel vederlo la mattina
dopo tutt'intento e premuroso nella cura del malato, dopo quanto tra loro era
stato detto, la sera avanti? Forse sí; ma si vietò d'assumerne coscienza.
Troppo chiaramente però, infine, parlò lo sguardo di lui, quando, disfatto,
curvo sul letto a spiare l'ultimo respiro del moribondo, si rialzò e si volse
verso di lei, che gli stava accanto convulsa, atterrita.
Le
diceva con quello sguardo di non aver paura perché egli doveva fare cosí.
Se
la strinse al petto; le sussurrò tra i capelli:
-
Sei libera. Puoi vivere ora.
Ma
ella sentí che non poteva piú, ora, sapendo. E s'appoggiò a quel petto per non
scorgere sul letto la vittima.