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Celestino Calandra (giovane e santo) sorrise bonariamente e ci spiegò che quel
centuno, non era, a dir proprio, un numero progressivo; ma che si trattava
invece di un angelo particolare, per cui la gente del paese aveva una special
divozione, come quello che aveva in custodia cento anime del purgatorio e le
guidava ogni notte a sante imprese.
– Un angelo centurione? – fece il Terilli.
– Dunque... dunque, la Poponé? – domandai io, infastidito, rivolto a donna Gesa.
Questa si sedette e prese a narrare:
«Si chiamava veramente Maragrazia Ajello. Di soprannome, Poponé. Tutti gli
Ajello, di padre in figlio, sono intesi così, chi sa perché.
Buona come il pane, sempre con gli occhi a terra, poverina, e con le labbra
cucite. Il suo non era suo. S’era spogliata di tutto per il figlio, e stava dove
la mettevano, senza dar fastidio neanche all’aria.
La nuora, invece, che si chiamava Maricchia, dispetti sopra dispetti, dalla
mattina alla sera. Facciaccia tosta, che non arrossiva di nulla, linguacciuta e
cimentosa poi!
Non c’è peggio delle donne cimentose.
Non voleva portare la mantellina come tutte le villane, perché diceva che
il padre era della maestranza: portava il manto di lana, a pizzo e con la
frangia, e voleva esser chiamata ’gnora e non comare.
La Poponé, zitta, per amore del figliuolo che abbozzava anche lui. Un po’
bestialotto era. Se fosse stato figlio mio! Basta.
Quante ne patì, povera creatura di Dio, la Poponé!
A sessant’anni – bisognava vederla – non un pelo bianco. Pareva una madonnina di
cera, linda linda, coi capelli gremiti e fresca nelle carni più di una ragazza
di quindici. Vestiva, come tutte le poverette, di baracane; ma ogni casacchina
addosso a lei pareva di seta: tanto bel portamento aveva, con un che di civile.
Tutti le davano passo appena la vedevano. Mi ricordo le mani, che finezza!
Parevano un velo di cipolla. E sì che avevano faticato quelle mani!
Non c’era neanche da dire che la nuora si dispendiasse per lei, che pure aveva
ceduto in vita al figliuolo tutto quanto possedeva: la casetta e una piccola
chiusa, sotto le Fornaci. Campava ancora sul suo, facendo novene e recitando
rosarii per conto dei divoti che venivano a trovarla fino a casa da miglia e
miglia lontano, e la compensavano delle grazie che riusciva a impetrare dalle
anime sante del Purgatorio, con le quali durante la notte era in comunione.
Se ne vedevano le prove ogni giorno.
Una volta – consta a me – una povera madre venne a trovarla per un figliuolo
ch’era in America e non le scriveva più da tre mesi.
– Ritornate domani, – le disse la Poponé.
E il giorno appresso le annunciò che il figliuolo non le aveva più scritto
perché era in viaggio di ritorno, e che già era arrivato a Genova e tra pochi
giorni lo avrebbe riabbracciato.
Così fu. Guardate: lo dico, e mi s’aggricciano ancora le carni. Santa! santa!
era proprio una santa la Poponé!
– Ma questo miracolo dell’Angelo Centuno? – le domandò Sebastiano Terilli.
– Ecco, ci vengo adesso, – rispose donna Gesa. Per avere un po’ di requie dai
continui dispetti della nuora, un giorno la Poponé pensò di recarsi per qualche
settimana al vicino paese di Favara, dove aveva una sorella, vedova come lei.
Ne chiese licenza al figliuolo e, avutala, andò da un compare del vicinato, che
si chiamava zi’ Lisi, per chiedergli in prestito una vecchia asinella che egli
aveva, un po’ tignosa, ma tranquilla come una tartaruga.
Sapeva bene la Poponé che a lei, zi’ Lisi, non l’avrebbe negata, quantunque per
quella sua asina avesse tanto amore che non aveva più pace per tutto un giorno
se essa la mattina non beveva intero il suo solito bugliolo d’acqua. Era un
vecchio curioso, questo zi’ Lisi. Tutti sparlavano di lui, nel vicinato, per via
di quella sua asina. Ogni mattina, le reggeva con le mani davanti al muso il
bugliolo, invitandola col fischio a bere per una o due ore, tante volte; e guaj
se le vicine, infastidite da quel fischio lamentoso, persistente, gli gridavano
che la smettesse!
Vedovo come la Poponé, da tanti anni le stava attorno desideroso di mettersi con
lei.
– Statevi zitto, santo cristiano! – gli dava sempre su la voce la Poponé; e si
faceva il segno della croce, ché le pareva una tentazione del diavolo.
Quel giorno ella aspettò davanti al cortile acciottolato, dove zi’ Lisi aveva la
casa e la stalla; aspettò un bel pezzo che il vecchio finisse di fischiare, tra
gli sbuffi di tutte le vicine che la spingevano ad entrare, dicendole: "Su, su,
se entrate voi, la smette!".
Alla fine il vecchio la smise, ed ella entrò nel cortile.
L’asina? Ma subito! Anche per un mese l’avrebbe prestata a lei, anche per un
anno, e magari gliel’avrebbe donata, e tutto le avrebbe donato, tutto quanto
possedeva, se...
– Daccapo, vecchio stolido? statevi zitto! Mi bisogna per una settimana. Debbo
andare da mia sorella, alla Favara.
Com’egli intese proferire quel nome di Favara, spiritò, e cominciò a dire che
mai e poi mai avrebbe consentito ch’ella andasse sola a quel paese d’assassini,
dove ammazzare un uomo era come ammazzare una mosca. E le raccontò che un
favarese, una volta, per provare se la carabina era ben parata, fattosi
all’uscio di strada, la aveva scaricata sul primo che aveva veduto passare; e
che un carrettiere di Favara, un’altra volta, dopo aver fatto montare sul
carretto un ragazzino di dodici anni incontrato di notte lungo lo stradone, lo
aveva ucciso nel sonno, perché aveva inteso che gli sonavano in tasca tre soldi;
lo aveva sgozzato come un agnello, povero piccino; s’era messi in tasca i tre
soldi per comperarsene tabacco; aveva buttato il cadaverino dietro la siepe, e
arrì! a passo a passo, cantando aveva seguitato ad andare, sotto le stelle del
cielo, sotto gli occhi di Dio che lo guardavano. Ma l’animuccia del povero
ucciso aveva gridato vendetta, e Dio aveva disposto che lui stesso, il
carrettiere, arrivato all’alba alla Favara, invece di recarsi alla carretterìa
del padrone, si fermasse davanti al posto di guardia e coi tre soldi nella mano
insanguinata si denunziasse da sé, come se parlasse un altro per bocca sua.
– Vedete che può Dio? – gli disse allora la Poponé. – E perciò io non ho paura!
Zi’ Lisi insistette per accompagnarla; ma lei tenne duro; gli disse che avrebbe
preso in affitto l’asino da qualche altro; e allora egli cedette e le promise
che il giorno appresso, all’alba, l’asinella sarebbe stata davanti alla porta di
lei, con la bardella e tutto.
Ora avvenne, che di notte zi’ Lisi, col pensiero dell’asina da approntare per
l’alba, si svegliò. C’era un gran chiaro di luna, e gli parve giorno. Saltò dal
letto, sellò l’asina in un amen e la condusse alla casa della Poponé. Bussò alla
porta e disse:
– L’asina è qua, gna’ Poponé. L’ho legata all’anello. Il Signore e la bella
Madre vi accompagnino.
La Poponé, zitta zitta, per non svegliare la nuora, il figliuolo e i nipotini,
prese a vestirsi. Ma solita di levarsi alla punta dell’alba, non si capacitava,
col silenzio che regnava tutt’intorno, che quella fosse l’ora di partire.
– Sarà! – disse. – M’avrà gabbata il sonno.
E uscì col fagottello sotto la mantellina. S’accorse subito, guardando il cielo,
che quella non era alba, ma chiaro di luna. Tutto il paesello dormiva
tranquillo; dormiva anche l’asinella in piedi, legata lì, all’anello accanto
alla porta.
– O Gesù mio, – disse la Poponé. – Che stolido, quello zi’ Lisi! Debbo mettermi
in cammino, di notte? Mah! Sono vecchia, c’è la luna; e non ho niente da
perdere. Le animucce sante del Purgatorio mi accompagneranno.
Montò su l’asinella, si fece il segno della croce e s’incamminò.
Quando fu un buon tratto lontana dal paese, nello stradone, tra le campagne
sotto la luna, andando lentamente su l’asinella, si mise a pensare a quel
ragazzino sgozzato e buttato lì, dietro la siepe polverosa, povera creaturina di
Dio; a tanti altri ammazzamenti e male vendette pensò, che si raccontavano della
Favara, e intanto proseguiva con la mantellina in capo tirata fin su gli occhi
per impedirsi di guardare le ombre paurose della campagna di qua e di là dello
stradone, ove la polvere era così alta, che non faceva neanche sentire il rumore
degli zoccoli dell’asinella.
Tutto quel silenzio e quel suo andare, e la luna e quella via lunga e bianca le
parevano un sogno.
– O Animucce sante del Purgatorio, – diceva tra sé, – a voi mi raccomando!
E non smetteva un momento di pregare.
Ma, o fosse la lentezza del cammino, o la sua debolezza, o che, o come, a un
certo punto, forse la vinse il sonno. La Poponé non lo seppe mai dire; ma il
fatto è che ai due lati dello stradone, a un certo punto, svegliandosi, si trovò
due lunghe file di soldati. In testa, nel mezzo dello stradone, andava a cavallo
il capitano.
La Poponé, appena li vide, si sentì riconfortare, e ringraziò Dio, che proprio
in quella notte del suo viaggio aveva disposto che quei militari dovessero
recarsi anch’essi alla Favara. Le faceva però una certa meraviglia che tanti
giovinotti di vent’anni non dicessero nulla vedendo in mezzo a loro una vecchia
come lei, su un’asina vecchia più di lei, che non doveva fare certamente una
bella figura, per lo stradone a quell’ora.
Perché cosi in silenzio, tutti quei soldati?
Non si sentivano nemmeno camminare e non sollevavano neanche un po’ di polvere.
La Poponé ora li mirava sbigottita, non sapendo che pensarne. Le parevano ombre,
sotto la luna; eppure erano veri, soldati veri, sì, col loro capitano là, a
cavallo. Ma perché cosi silenziosi ?
Il perché lo seppe, quando fu in vista del paese, sul primo albeggiare. Il
capitano a un certo punto fermò il cavallo e aspettò ch’ella lo raggiungesse.
– Maragrazia Ajello, – le disse allora, – io sono l’Angelo Centuno, di cui sei
tanto divota, e queste che ti hanno scortata fin qui sono anime del Purgatorio.
Appena arrivata, mettiti in regola con Dio, ché prima di mezzogiorno tu morrai.
Disse e scomparve con la santa scorta.
Quando la sorella, alla Favara, si vide arrivare in casa la Poponé, bianca, come
di cera, e stralunata:
– Maragrà, che hai? – le gridò.
E lei con un filo di voce:
– Chiamami un confessore.
– Ti senti male?
– Devo farmi le cose di Dio. Prima di mezzogiorno morirò.
E così fu, difatti. Prima di mezzogiorno morì. E tutto il popolo di Favara scasò
a vedere la santa che l’Angelo Centuno e le anime del Purgatorio avevano
scortata quella notte fino alle porte del paese».
Donna Gesa tacque. Tacemmo, ammirati, io e il Gaglio e Monsignore, suo padrone.
Ma Sebastiano Terilli, scrollandosi, esclamò:
– All’anima del miracolo! È questo il miracolo? E che miracolo è questo? Ma
scusate... Miracolo? Perché miracolo? Ammettiamo tutto: ammettiamo che la
poveretta non sia morta veramente di paura, e che quella non sia stata
un’allucinazione spiegabilissima in una che credeva di parlare ogni notte con le
anime del Purgatorio e con quest’Angelo Centuno; ammettiamo che l’angelo le sia
apparso per davvero e le abbia parlato. Ebbene? Altro che miracolo! Questa è
crudeltà feroce. Annunziare imminente la morte a una poverina! Ma noi tutti,
scusate, noi tutti possiamo vivere solo a patto che...
Celestino Calandra protese le mani per rispondergli, e l’eterna discussione si
riaccese più calorosa che mai.
Ma la fede, la fede! non si doveva tener conto della fede, di cui si nutre e
s’appaga la povera gente? Gli uomini così detti intellettuali non vedono, non
sanno veder altro che la vita, e non pensano mai alla morte. La scienza, le
scoperte, la gloria, il dominio! E si domandano come faccia a vivere senza tutte
queste belle e grandi cose la gente del popolo, quella che zappa la terra e che
appare loro condannata alle più dure e umili fatiche; come faccia a vivere e
perché viva; e la stimano bruta, perché non pensano che una ben più grande
idealità, di fronte alla quale diventano vane e ridicole miserie tutte le
scoperte della scienza e il dominio del mondo e la gloria delle arti, vive come
certezza irrefragabile in quelle povere anime e rende loro desiderabile come un
giusto premio la morte.
Chi sa quanto si sarebbe protratta quella discussione sul miracolo dell’Angelo
Centuno, se un altro miracolo, e questo vero, autentico, indiscutibile, non la
avesse a un tratto troncata.
Stefano Traìna, col fucile da caccia in pugno, si precipitò nella sala da pranzo
tutto ansante, esultante, col volto paonazzo, congestionato, sgraffiato,
affumicato.
Era riuscito finalmente a uccidere uno storno!
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