Avevo udito urlare durante tutta la notte, e a una cert'ora fonda e perduta tra
il sonno e la veglia non avrei piú saputo dire se quelle urla fossero di bestia
o umane.
La
mattina dopo venni a sapere dalle donne del vicinato ch'erano state disperazioni
levate da una madre (una certa Sara Longo), a cui, mentre dormiva, avevano
rubato il figlio di tre mesi, lasciandogliene in cambio un altro.
Mi
spiegarono che le «Donne» erano certi spiriti della notte, streghe dell'aria.
Quelle brave comari erano ancora cosí tutte accorate e atterrite, che del mio
sbalordimento e della mia indignazione s'offesero. Mi gridarono in faccia, come
se volessero aggredirmi, che esse, alle urla, erano accorse alla casa della
Longo, mezz'ignude come si trovavano, e avevano visto, visto coi loro occhi il
bambino cambiato, ancora là sul mattonato della stanza, ai piedi del letto.
Quello della Longo era bianco come il latte, biondo come l'oro, un Gesú Bambino;
e questo invece, nero, nero come il fegato e brutto, piú brutto d'uno
scimmiotto. E avevano saputo il fatto, com'era stato, dalla stessa madre, che se
ne strappava ancora i capelli: cioè, che aveva sentito come un pianto nel sonno
e s'era svegliata; aveva steso un braccio sul letto in cerca del figlio e non
l'aveva trovato; s'era allora precipitata dal letto, e acceso il lume, aveva
veduto là per terra, invece del suo bambino, quel mostriciattolo, che l'orrore e
il ribrezzo le avevano perfino impedito di toccare.
Notare ch'era ancora in fasce, il bambino della Longo. Ora, un bambino in fasce,
cadendo per inavvertenza della madre nel sonno, poteva mai schizzar cosí lontano
e coi piedini verso la testata del letto, vale a dire al contrario di come
avrebbe dovuto trovarsi?
Era dunque chiaro che le «Donne» erano entrate in casa della Longo, nella notte,
e le avevano cambiato il figlio, prendendosi il bambino bello e lasciandogliene
uno brutto per farle dispetto.
Uh, ne facevano tanti, di quei dispetti, alle povere mamme! Levare i bambini
dalle culle e andare a deporli su una sedia in un'altra stanza; farli trovare
dalla notte al giorno coi piedini sbiechi o con gli occhi strabi!
-
E guardi qua! guardi qua! - mi gridò una, acchiappando di furia e facendo
voltare il testoncino a una bimbetta che teneva in braccio, per mostrarmi che
aveva sulla nuca un codino di capelli incatricchiati, che guaj a tagliarli o a
cercar di districarli: la creaturina ne sarebbe morta. - Che le pare che sia?
Treccina, treccina delle «Donne», appunto, che si spassano cosí, di notte tempo,
sulle testine delle povere figlie di mamma!
Stimando inutile, di fronte a una prova cosí tangibile, convincere quelle donne
della loro superstizione, m'impensierii della sorte di quel bambino che
rischiava di rimanerne vittima.
Nessun dubbio per me che doveva essergli sopravvenuto qualche male, durante la
notte; forse un insulto di paralisi infantile.
Domandai che intendesse fare adesso, quella madre.
Mi
risposero che l'avevano trattenuta a viva forza perché voleva lasciar tutto,
abbandonare la casa e buttarsi alla ventura in cerca del figlio, come una pazza.
-
E quella creaturina là?
-
Non vuole né vederla, né sentirne parlare!
Una di loro, per tenerla in vita, le aveva dato a succhiare un po' di pan
bagnato, con lo zucchero, avvolto in una pezzuola formata a modo di capezzolo. E
mi assicurarono che, per carità di Dio, vincendo lo sgomento e il raccapriccio,
avrebbero badato a lei, un po' l'una un po' l'altra. Cosa che, in coscienza,
almeno nei primi giorni, dalla madre non si poteva pretendere.
-
Ma non vorrà mica lasciarla morir di fame?
Riflettevo tra me e me se non fosse opportuno richiamar l'attenzione della
questura su quello strano caso, allorché, la sera stessa, venni a sapere che la
Longo s'era recata per consiglio da una certa Vanna Scoma, che aveva fama
d'essere in misteriosi commerci con quelle «Donne». Si diceva che queste, nelle
notti di vento, venivano a chiamarla dai tetti delle case vicine, per portarsela
attorno con loro. Restava lí su una seggiola, con le sue vesti e le sue scarpe,
come un fantoccio posato; e lo spirito se n'andava a volo, chi sa dove, con
quelle streghe. Potevano farne testimonianza tanti che avevano appunto sentito
chiamarla con voci lunghe e lamentose: - Zia Vanna! Zia Vanna! - dal proprio
tetto.
S'era dunque recata per consiglio da questa Vanna Scoma, la quale in prima (e si
capisce) non aveva voluto dirle nulla; ma poi, pregata e ripregata a mani
giunte, le aveva lasciato intendere, parlando a mezz'aria, che aveva «veduto» il
bambino.
-
Veduto? Dove?
Veduto. Non poteva dir dove. Ma stesse tranquilla perché il bambino, dove stava,
stava bene, a patto però che anche lei trattasse bene la creaturina che le era
toccata in cambio: badasse anzi, che quanta piú cura lei avrebbe avuto qua per
questo bambino, e tanto meglio di là si sarebbe trovato il suo.
Mi
sentii subito compreso d'uno stupore pieno d'ammirazione per la sapienza di
questa strega. La quale, perché fosse in tutto giusta, tanto aveva usato di
crudeltà quanto di carità, punendo della sua superstizione quella madre col
farle obbligo di vincere per amore del figlio lontano la ripugnanza che sentiva
per quest'altro, il ribrezzo del seno da porgergli in bocca per nutrirlo; e non
levandole poi del tutto la speranza di potere un giorno riavere il suo bambino,
che intanto altri occhi, se non piú i suoi, seguitavano a vedere, sano e bello
com'era.
Che se poi, com'è certo, tutta questa sapienza, cosí crudele insieme e
caritatevole, non era adoperata da quella strega perché fosse giusta, ma perché
ci aveva il suo tornaconto con le visite della Longo, una al giorno, e per
ognuna un tanto, sia che le dicesse d'aver veduto il bambino, sia che le dicesse
di no (e piú quando le diceva di no); questo non toglie nulla alla sapienza di
lei; e d'altra parte io non ho detto che, per quanto sapiente, quella strega non
fosse una strega.
Le
cose andarono cosí, finché il marito della Longo non arrivò con la goletta da
Tunisi.
Marinajo, oggi qua, domani là, poco ormai si curava della moglie e del figlio.
Trovando quella smagrita e quasi insensata, e questo pelle e ossa,
irriconoscibile; saputo dalla moglie ch'erano stati ammalati tutt'e due, non
chiese altro.
Il
guajo avvenne dopo la partenza di lui; ché la Longo per maggior ristoro ammalò
davvero. Altro castigo: una nuova gravidanza.
E
ora, in quello stato (le aveva cosí cattive, specialmente nei primi mesi, le
gravidanze) non poteva piú recarsi ogni giorno dalla Scoma, e doveva contentarsi
d'usar le cure che poteva a quel disgraziato perché non ne mancassero là al suo
figliuolo perduto. Si torturava pensando che non sarebbe stata giustizia, dato
che nel cambio ci aveva scapitato lei, e il latte, prima per il gran dolore le
era diventato acqua, e ora, incinta, non avrebbe potuto piú darlo; non sarebbe
stata giustizia che il suo figliuolo fosse cresciuto male, come pareva dovesse
crescere questo. Sul colluccio vizzo, il testoncino giallo, un po' su una spalla
e un po' sull'altra; e cionco, forse, di tutt'e due le gambine.
Intanto, da Tunisi, il marito le scrisse che, durante il viaggio, i compagni gli
avevano raccontato quella favola delle «Donne», nota a tutti meno che a lui;
sospettava che la verità fosse un'altra, cioè che il figlio fosse morto e che
lei avesse preso dall'ospizio qualche trovatello in sostituzione; e le imponeva
d'andar subito a riportarlo, perché non voleva in casa bastardi. La Longo però,
al ritorno, tanto lo pregò che ottenne, se non pietà, sopportazione per
quell'infelice. Lo sopportava anche lei, e quanto!, per non far danno all'altro.
Fu
peggio, quando alla fine il secondo bambino venne al mondo; perché allora la
Longo, naturalmente, cominciò a pensar meno al primo e anche, per conseguenza,
ad aver meno cure di quel povero cencio di bimbo che, si sa, non era il suo.
Non lo maltrattava, no. Ogni mattina lo vestiva e lo metteva a sedere davanti
alla porta, sulla strada, nel seggiolino a dondolo di tela cerata, con qualche
tozzo di pane o qualche meluccia nel cassettino del riparo davanti.
E
il povero innocente se ne stava lí, con le gambine cionche, il testoncino
ciondolante dai capelli terrosi, perché spesso gli altri ragazzi della strada
gli buttavan per chiasso la rena in faccia, e lui si riparava col braccino e non
fiatava nemmeno. Era assai che riuscisse a tener ritte le pàlpebre sugli
occhietti dolenti. Sudicio, se lo mangiavano le mosche.
Le
vicine lo chiamavano il figlio delle «Donne». Se talvolta qualche bambino gli
s'accostava per rivolgergli una domanda, egli lo guardava e non sapeva
rispondere. Forse non capiva. Rispondeva col sorriso triste e come lontano dei
bimbi malati, e quel sorriso gli segnava le rughe agli angoli degli occhi e
della bocca.
La
Longo si faceva alla porta col neonato in braccio, roseo e paffuto (come
l'altro) e volgeva uno sguardo pietoso a quel disgraziato, che non si sapeva che
cosa ci stesse piú a far lí; poi sospirava:
-
Che croce!
Sí, le spuntava ancora, di tanto in tanto, qualche lagrima, pensando a
quell'altro, di cui ora Vanna Scoma, non piú richiesta, veniva a darle notizie,
per scroccarle qualcosa: notizie liete: che il suo figliuolo cresceva bello e
sano, e che era felice.