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NOVELLE PER UN ANNO - 1925 - "DAL NASO AL CIELO"
Pubblicata nel 1925, la raccolta Dal naso al cielo costituisce l'ottavo
volume delle Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1902 ed il
1923. |
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7. Male di luna (1913)
«Corriere della Sera», 22
settembre 1913, poi in «Le due maschere», Quattrini, Firenze 1914.
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Batà sedeva tutto aggruppato su un fascio di paglia, in mezzo all’aja.
Sidora, sua moglie, di tratto in tratto si voltava a guardarlo, in pensiero,
dalla soglia su cui stava a sedere, col capo appoggiato allo stipite della
porta, e gli occhi socchiusi. Poi, oppressa dalla gran calura, tornava ad
allungare lo sguardo alla striscia azzurra di mare lontano, come in attesa che
un soffio d’aria, essendo ormai prossimo il tramonto, si levasse di là e
trascorresse lieve fino a lei, a traverso le terre nude, irte di stoppie
bruciate.
Tanta era la calura, che su la paglia rimasta su l’aja dopo la trebbiatura,
l’aria si vedeva tremolare com’alito di bragia.
Batà aveva tratto un filo dal fascio su cui stava seduto, e tentava di batterlo
con mano svogliata su gli scarponi ferrati. Il gesto era vano. Il filo di
paglia, appena mosso, si piegava. E Batà restava cupo e assorto, a guardare in
terra.
Era nel fulgore tetro e immoto dell’aria torrida un’oppressione così soffocante
che quel gesto vano del marito, ostinatamente ripetuto, dava a Sidora una smania
insopportabile. In verità, ogni atto di quell’uomo, e anche la sola vista le
davano quella smania, ogni volta a stento repressa.
Sposata a lui da appena venti giorni, Sidora si sentiva già disfatta, distrutta.
Avvertiva dentro e intorno a sé una vacuità strana, pesante e atroce. E quasi
non le pareva vero, che da sì poco tempo era stata condotta lì, in quella
vecchia roba isolata, stalla e casa insieme, in mezzo al deserto di
quelle stoppie, senz’un albero intorno, senza un filo d’ombra. |
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Lì, soffocando a stento il pianto e il
ribrezzo, da venti giorni appena aveva fatto abbandono del proprio corpo a
quell’uomo taciturno, che aveva circa vent’anni di più di lei e su cui pareva
gravasse ora una tristezza più disperata della sua.
Ricordava ciò che le donne del vicinato avevano detto alla madre, quando questa
aveva loro annunziato la richiesta di matrimonio.
– Batà! Oh Dio, io per me non lo darei a una mia figliuola.
La madre aveva creduto lo dicessero per invidia, perché Batà per la sua
condizione era agiato. E tanto più s’era ostinata a darglielo, quanto più quelle
con aria afflitta s’erano mostrate restìe a partecipare alla sua soddisfazione
per la buona ventura che toccava alla figlia. No, in coscienza non si diceva
nulla di male di Batà, ma neanche nulla di bene. Buttato sempre là, in quel suo
pezzo di terra lontano, non si sapeva come vivesse; stava sempre solo, come una
bestia in compagnia delle sue bestie, due mule, un’asina e il cane di guardia; e
certo aveva un’aria strana, truce e a volte da insensato.
C’era stata veramente un’altra ragione e forse più forte, per cui la madre s’era
ostinata a darle quell’uomo. Sidora ricordava anche quest’altra ragione che in
quel momento le appariva lontana lontana, come d’un’altra vita, ma pure
spiccata, precisa. Vedeva due fresche labbra argute e vermiglie come due foglie
di garofano aprirsi a un sorriso che le faceva fremere e frizzare tutto il
sangue nelle vene. Erano le labbra di Saro, suo cugino, che nell’amore di lei
non aveva saputo trovar la forza di rinsavire, di liberarsi dalla compagnia dei
tristi amici, per togliere alla madre ogni pretesto d’opporsi alle loro nozze.
Ah, certo, Saro sarebbe stato un pessimo marito; ma che marito era questo,
adesso? Gli affanni, che senza dubbio le avrebbe dati quell’altro, non eran
forse da preferire all’angoscia, al ribrezzo, alla paura, che le incuteva
questo?
Batà, alla fine, si sgruppò; ma appena levato in piedi, quasi colto da
vertigine, fece un mezzo giro su se stesso; le gambe, come impastojate, gli si
piegarono; si sostenne a stento, con le braccia per aria. Un mùgolo quasi di
rabbia gli partì dalla gola.
Sidora accorse atterrita; ma egli l’arrestò con un cenno delle braccia. Un
fiotto gli saliva, inesauribile, gl’impediva di parlare. Arrangolando, se lo
ricacciava dentro; lottava contro i singulti, con un gorgoglio orribile nella
strozza. E aveva la faccia sbiancata, torbida, terrea; gli occhi foschi e
velati, in cui dietro la follia si scorgeva una paura quasi infantile, ancora
cosciente, infinita. Con le mani seguitava a farle cenno di attendere e di non
spaventarsi e di tenersi discosta. Alla fine, con voce che non era più la sua,
disse:
– Dentro... chiuditi dentro... bene... Non ti spaventare... Se batto, se scuoto
la porta e la graffio e grido... non ti spaventare... non aprire... Niente...
va’! va’!
– Ma che avete? – gli gridò Sidora, raccapricciata.
Batà mugolò di nuovo, si scrollò tutto per un possente sussulto convulsivo, che
parve gli moltiplicasse le membra; poi, col guizzo d’un braccio indicò il cielo,
e urlò:
– La luna!
Sidora, nel voltarsi per correre alla roba, difatti intravide nello
spavento la luna in quintadecima, affocata, violacea, enorme, appena sorta dalle
livide alture della Crocca.
Asserragliata dentro, tenendosi stretta come a impedire che le membra le si
staccassero dal tremore continuo, crescente, invincibile, mugolando anche lei,
forsennata dal terrore, udì poco dopo gli ùluli lunghi, ferini, del marito che
si scontorceva fuori, là davanti la porta, in preda al male orrendo che gli
veniva dalla luna, e contro la porta batteva il capo, i piedi, i ginocchi, le
mani, e la graffiava, come se le unghie gli fossero diventate artigli, e
sbuffava, quasi nell’esasperazione d’una bestiale fatica rabbiosa, quasi volesse
sconficcarla, schiantarla, quella porta, e ora latrava, latrava, come se avesse
un cane in corpo, e daccapo tornava a graffiare, sbruffando, ululando, e a
battervi il capo, i ginocchi.
– Ajuto! ajuto! – gridava lei, pur sapendo che nessuno in quel deserto avrebbe
udito le sue grida – Ajuto! ajuto! – e reggeva la porta con le braccia, per
paura che da un momento all’altro, non ostante i molti puntelli, cedesse alla
violenza iterata, feroce, accanita, di quella cieca furia urlante.
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Ah, se avesse potuto ucciderlo! Perduta, si voltò, quasi a cercare un’arma nella
stanza Ma a traverso la grata d’una finestra, in alto, nella parete di faccia,
di nuovo scorse la luna, ora limpida, che saliva nel cielo, tutto inondato di
placido albore. A quella vista, come assalita d’improvviso dal contagio del
male, cacciò un gran grido e cadde riversa, priva di sensi.
Quando si riebbe, in prima, nello stordimento, non comprese perché fosse così
buttata a terra. I puntelli alla porta le richiamarono la memoria e subito
s’atterrì del silenzio che ora regnava là fuori. Sorse in piedi; s’accostò
vacillante alla porta, e tese l’orecchio.
Nulla, più nulla.
Stette a lungo in ascolto, oppressa ora di sgomento per quell’enorme silenzio
misterioso, di tutto il mondo. E alla fine le parve d’udire da presso un
sospiro, un gran sospiro, come esalato da un’angoscia mortale.
Subito corse alla cassa sotto il letto; la trasse avanti; l’aprì; ne cavò la
mantellina di panno; ritornò alla porta; tese di nuovo a lungo l’orecchio, poi
levò a uno a uno in fretta, silenziosamente, i puntelli, silenziosamente levò il
paletto, la stanga; schiuse appena un battente, guatò attraverso lo spiraglio
per terra.
Batà era lì. Giaceva come una bestia morta, bocconi, tra la bava, nero,
tumefatto, le braccia aperte. Il suo cane, acculato lì presso, gli faceva la
guardia, sotto la luna.
Sidora venne fuori rattenendo il fiato; riaccostò pian piano la porta, fece al
cane un cenno rabbioso di non muoversi di lì, e cauta, a passi di lupo, con la
mantellina sotto il braccio, prese la fuga per la campagna, verso il paese,
nella notte ancora alta, tutta soffusa dal chiarore della luna.
Arrivò al paese, in casa della madre, poco prima dell’alba. La madre s’era
alzata da poco. La catapecchia, buja come un antro, in fondo a un vicolo
angusto, era stenebrata appena da una lumierina a olio. Sidora parve la
ingombrasse tutta, precipitandosi dentro, scompigliata, affannosa.
Nel veder la figliuola a quell’ora, in quello stato, la madre levò le grida e
fece accorrere con le lumierine a olio in mano tutte le donne del vicinato.
Sidora si mise a piangere forte e, piangendo, si strappava i capelli, fingeva di
non poter parlare per far meglio comprendere e misurare alla madre, alle vicine,
l’enormità del caso che le era occorso, della paura che s’era presa.
– Il male di luna! il male di luna!
Il terrore superstizioso di quel male oscuro invase tutte le donne, al racconto
di Sidora.
Ah, povera figliuola! Lo avevano detto esse alla madre, che quell’uomo non era
naturale, che quell’uomo doveva nascondere in sé qualche grossa magagna;
che nessuna di loro lo avrebbe dato alla propria figliuola. Latrava eh? ululava
come un lupo? graffiava la porta? Gesù, che spavento! E come non era morta,
povera figliuola?
La madre, accasciata su la seggiola, finita, con le braccia e il capo
ciondoloni, nicchiava in un canto:
– Ah figlia mia! ah figlia mia! ah povera figliuccia mia rovinata!
Sul tramonto, si presentò nel vicolo, tirandosi dietro per la cavezza le due
mule bardate, Batà, ancora gonfio e livido, avvilito, abbattuto, imbalordito.
Allo scalpiccìo delle mule sui ciottoli di quel vicolo che il sole d’agosto
infocava come un forno, e che accecava per gli sbarbagli della calce, tutte le
donne, con gesti e gridi soffocati di spavento, si ritrassero con le seggiole in
fretta nelle loro casupole, e sporsero il capo dall’uscio a spiare e ad
ammiccarsi tra loro.
La madre di Sidora sulla soglia si parò, fiera e tutta tremante di rabbia, e
cominciò a gridare:
– Andate via, malo cristiano! Avete il coraggio di ricomparirmi davanti? Via di
qua! via di qua! Assassino traditore, via di qua! Mi avete rovinato una figlia!
Via di qua!
E seguitò per un pezzo a sbraitare così, mentre Sidora, rincantucciata dentro,
piangeva, scongiurava la madre di difenderla, di non dargli passo.
Batà ascoltò a capo chino minacce e vituperii. Gli toccavano: era in colpa;
aveva nascosto il suo male. Lo aveva nascosto, perché nessuna donna se lo
sarebbe preso, se egli lo avesse confessato avanti. Era giusto che ora della sua
colpa pagasse la pena.
Teneva gli occhi chiusi e scrollava amaramente il capo, senza muoversi d’un
passo. Allora la suocera gli batté la porta in faccia e ci mise dietro la
stanga. Batà rimase ancora un pezzo, a capo chino, davanti a quella porta
chiusa, poi si voltò e scorse su gli usci delle altre casupole tanti occhi
smarriti e sgomenti, che lo spiavano.
Videro quegli occhi le lagrime sul volto dell’uomo avvilito, e allora lo
sgomento si cangiò in pietà.
Una prima comare più coraggiosa gli porse una sedia; le altre, a due, a tre,
vennero fuori, e gli si fecero attorno. E Batà, dopo aver ringraziato con muti
cenni del capo, prese adagio adagio a narrar loro la sua sciagura: che la madre
da giovane, andata a spighe, dormendo su un’aja al sereno, lo aveva tenuto
bambino tutta la notte esposto alla luna; e tutta quella notte, lui povero
innocente, con la pancina all’aria, mentre gli occhi gli vagellavano, ci aveva
giocato, con la bella luna, dimenando le gambette, i braccini. E la luna lo
aveva «incantato». L’incanto però gli aveva dormito dentro per anni e anni, e
solo da poco tempo gli s’era risvegliato. Ogni volta che la luna era in
quintadecima, il male lo riprendeva. Ma era un male soltanto per lui; bastava
che gli altri se ne guardassero: e se ne potevano guardar bene, perché era a
periodo fisso ed egli se lo sentiva venire e lo preavvisava; durava una notte
sola, e poi basta. Aveva sperato che la moglie fosse più coraggiosa; ma, poiché
non era, si poteva far così, che, o lei, a ogni fatta di luna, se ne venisse al
paese, dalla madre; o questa andasse giù alla roba, a tenerle compagnia.
– Chi? mia madre? – saltò a gridare a questo punto, avvampata d’ira, con occhi
feroci, Sidora, spalancando la porta, dietro alla quale se ne era stata a
origliare. Voi siete pazzo! Volete far morire di paura anche mia madre?
Questa allora venne fuori anche lei, scostando con un gomito la figlia e
imponendole di star zitta e quieta in casa. Si accostò al crocchio delle donne,
ora divenute tutte pietose, e si mise a confabular con esse, poi con Batà da
sola a solo.
Sidora dalla soglia, stizzita e costernata, seguiva i gesti della madre e del
marito; e. come le parve che questi facesse con molto calore qualche promessa
che la madre accoglieva con evidente piacere, si mise a strillare:
– Gnornò! Scordatevelo! State ad accordarvi tra voi? inutile! è inutile! Debbo
dirlo io!
Le donne del vicinato le fecero cenni pressanti di star zitta, d’aspettare che
il colloquio terminasse. Alla fine Batà salutò la suocera, le lasciò in consegna
una delle due mule, e, ringraziate le buone vicine, tirandosi dietro l’altra
mula per la cavezza, se ne andò.
– Sta’ zitta, sciocca! – disse subito, piano, la madre a Sidora, rincasando. –
Quando farà la luna, verrò giù io, con Saro...
– Con Saro? L’ha detto lui?
– Gliel’ho detto io, sta’ zitta! Con Saro.
E, abbassando gli occhi per nascondere il sorriso, finse d’asciugarsi la bocca
sdentata con una cocca del fazzoletto che teneva in capo, annodato sotto il
mento, e aggiunse:
– Abbiamo forse, di uomini, altri che lui nel nostro parentado? È l’unico che ci
possa dare ajuto e conforto. Sta’ zitta!
Così la mattina appresso, all’alba, Sidora ripartì per
la campagna su quell’altra mula lasciata dal marito.
Non pensò ad altro più, per tutti i ventinove giorni che corsero fino alla nuova
quintadecima. Vide quella luna d’agosto a mano a mano scemare e sorgere sempre
più tardi, e col desiderio avrebbe voluto affrettarne le fasi declinanti; poi
per alcune sere non la vide più; la rivide infine tenera, esile nel cielo ancora
crepuscolare, e a mano a mano, di nuovo crescere sempre più.
– Non temere, – le diceva, triste, Batà, vedendola con gli occhi sempre fissi
alla luna. – C’è tempo ancora, c’è tempo! Il guajo sarà, quando non avrà più le
corna...
Sidora, a quelle parole accompagnate da un ambiguo sorriso, si sentiva gelare e
lo guardava sbigottita.
Giunse alla fine la sera tanto sospirata e insieme tanto temuta. La madre arrivò
a cavallo col nipote Saro due ore prima che sorgesse la luna.
Batà se ne stava come l’altra volta aggruppato tutto sull’aja, e non levò
neppure il capo a salutare.
Sidora, che fremeva tutta, fece segno al cugino e alla madre di non dirgli nulla
e li condusse dentro la roba. La madre andò subito a ficcare il naso in un
bugigattolino bujo, ov’erano ammucchiati vecchi arnesi da lavoro, zappe, falci,
bardelle, ceste, bisacce, accanto alla stanza grande che dava ricetto anche alle
bestie.
– Tu sei uomo, – disse a Saro, – e tu sai già com’è, – disse alla figlia; – io
sono vecchia, ho paura più di tutti, e me ne starò rintanata qua, zitta zitta e
sola sola. Mi chiudo bene, e lui faccia pure il lupo fuori.
Riuscirono tutti e tre all’aperto, e si trattennero un lungo pezzo a conversare
davanti alla roba. Sidora, a mano a mano che l’ombra inchinava su la campagna,
lanciava sguardi vieppiù ardenti e aizzosi. Ma Saro, pur così vivace di solito,
brioso e buontempone, si sentiva all’incontro a mano a mano smorire, rassegare
il riso su le labbra, inaridir la lingua. Come se sul murello, su cui stava
seduto, ci fossero spine, si dimenava di continuo e inghiottiva con stento. E di
tratto in tratto allungava di traverso uno sguardo a quell’uomo lì in attesa
dell’assalto del male; allungava anche il collo per vedere se dietro le alture
della Crocca non spuntasse la faccia spaventosa della luna.
– Ancora niente, – diceva alle due donne.
Sidora gli rispondeva con un gesto vivace di noncuranza e seguitava, ridendo, ad
aizzarlo con gli occhi.
Di quegli occhi, ormai quasi impudenti, Saro cominciò a provare orrore e
terrore, più che di quell’uomo là aggruppato, in attesa.
E fu il primo a spiccare un salto da montone dentro la roba, appena Batà cacciò
il mùgolo annunziatore e con la mano accennò ai tre di chiudersi subito dentro.
Ah con qual furia si diede a metter puntelli e puntelli e puntelli, mentre la
vecchia si rintanava mogia mogia nello sgabuzzino, e Sidora, irritata, delusa,
gli ripeteva, con tono ironico:
– Ma piano, piano... non ti far male... Vedrai che non è niente.
Non era niente? Ah, non era niente? Coi capelli drizzati su la fronte, ai primi
ululi del marito, alle prime testate, alle prime pedate alla porta, ai primi
sbruffi e graffii, Saro, tutto bagnato di sudor freddo, con la schiena aperta
dai brividi, gli occhi sbarrati, tremava a verga a verga. Non era niente?
Signore Iddio! Signore Iddio! Ma come? Era pazza quella donna là? Mentre il
marito, fuori, faceva alla porta quella tempesta, eccola qua, rideva, seduta sul
letto, dimenava le gambe, gli tendeva le braccia, lo chiamava:
– Saro! Saro!
Ah si? Irato, sdegnato, Saro d’un balzo saltò nel bugigattolo della vecchia, la
ghermí per un braccio, la trasse fuori, la buttò a sedere sul letto accanto alla
figlia.
– Qua, – urlò. – Quest’è matta!
E nel ritrarsi verso la porta, scorse anch’egli dalla grata della finestrella
alta, nella parete di faccia, la luna che, se di là dava tanto male al marito,
di qua pareva ridesse, beata e dispettosa, della mancata vendetta della moglie.
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