Con l’espressione “tieniti forte codesto” ci dà la sua visione del mondo e
proprio da essa si percepisce il riso amaro.
La giustificazione di Cacciagallina da parte di Zi’ Scarda è tipica di chi non
può difendersi il quale tende a giustificare i comportamenti del proprio
carnefice.
Pirandello ci offre la descrizione dei minatori come se fossero lo “specchio”
dei luoghi in cui vivono e la loro descrizione viene collegata a quella del
territorio che ci riconduce alle cave con l’espressione come da tanti enormi
formicai (la formica è il simbolo dell’operosità ma in quei luoghi è
insignificante, come i lavoratori che lavorano nelle cave.) I momenti di pathos
sono intervallati da altri di apparente distacco che sembrano alleggerire la
tensione ma che in realtà l'aumentano.
Con l’episodio della lacrima di Zi’ Scarda tutto questo è ben visibile: la
lacrima per lui è una rassicurazione perché lo faceva sentire umano dato che
nella miniera il senso di umanità è assente. Pirandello descrive accuratamente
ogni passaggio del percorso compiuto dalla lacrima e ogni movimento di Zi’
Scarda per accoglierla e descrive che, nel suo viso, si era formato un solco su
cui passavano tutte le altre lacrime. Esso esprime un collegamento con la
miniera dove il solco è il simbolo del male del mondo.
Questo momento di pathos, tipico della novella, viene interrotto da un apparente
distacco dove compare l’ironia amara di Pirandello "gli altri, chi il vizio del
fumo, chi quello del vino; lui aveva il vizio della sua lagrima." il momento
sembra di distacco, ma in realtà aumenta la tensione. Tutta questa parte
descrittiva è solo una preparazione alla vita di Zi’ Scarda. Dopo infatti
Pirandello descrive il momento dello scoppio della mina dove Zi’ Scarda rimane
ferito e suo figlio muore. In ricordo di quel figlio (Calicchio), ogni tanto
scendeva una lacrima di dolore (più grossa e più amara), che riconosceva al
volo. Proprio per via di quell’increscioso episodio egli lavorava ancora e
Pirandello descrive il momento della paga come un’opera di carità. Lavorava più
e meglio di un giovane; ma ogni sabato sera, la paga gli era data, e per dir la
verità lui stesso se la prendeva, come una carità che gli facessero e dà
un’immagine di disperazione che rende ancora più evidente lo squallore di quel
mondo che, neanche nel momento della paga, appare umano Perché, di regola,
doveva presumersi che uno della sua età non poteva più lavorar bene.
Ciàula
Dopo la descrizione del momento dell'ammutinamento, il personaggio di Ciàula
viene introdotto nella novella. La prima descrizione è di un personaggio simile
ad una bestia (dal punto di vista sociale) che ci riporta alla descrizione dello
squallore all’inizio della novella il livido squallore di quelle terre senza un
filo d'erba, sforacchiate dalle zolfatare, come da tanti enormi formicai. Anche
la descrizione di Ciàula alterna momenti di pathos ad altri di apparente
distacco (e poteva averne anche sette o settanta, scemo com'era). Si differenzia
da quella di Zi’ Scarda dal frequente uso degli elementi simbolici che ci
portano a catalogare Ciàula come un cane randagio.
Il panciotto che lui indossa è l’unico simbolo che non riguarda la sua
apparenza. Un panciotto bello largo e lungo, avuto in elemosina, che doveva
essere stato un tempo elegantissimo e sopraffino (ora il luridume vi aveva fatto
una tal roccia, che a posarlo per terra stava ritto). Esso può essere visto come
la visione dell’uomo minatore: prima poteva essere elegante ma una volta lì è
misero e inutile. Tutte le descrizioni che Pirandello fa di lui danno l’idea che
si comporti da scemo, ma in realtà è solo la sua rassegnazione nei confronti del
resto del mondo che lo emargina. Ciàula è un emarginato nel mondo degli
emarginati e questo è ancora più deplorevole. Ciò è più evidente dal confronto
con gli altri minatori; ognuno di loro ha un mondo parallelo alla miniera: Zi’
Scarda ha la sua famiglia e gli altri minatori hanno Comitini; lui no. Egli
viene descritto con tutti gli stereotipi del diverso mettendo in evidenza il
comportamento nei suoi confronti facendoci percepire la paura che fa la sua
diversità. Essa diventa evidente nel momento in cui Pirandello descrive il suo
rapporto con la miniera e il buio. Qui le descrizioni antecedenti diventano solo
apparenza e si riesce a vedere la vera natura di Ciàula che è quella di persona
consapevole. Toccava con la mano in cerca di sostegno le viscere della montagna:
e ci stava cieco e sicuro come dentro il suo alvo materno; per lui, la miniera è
il suo punto di riferimento perché, nella sua diversità, qui si sente a casa.
Per Ciàula, il buio della miniera è piacevole e le ombre che crea lo
rassicurano, ma il buio della notte gli incute timore perché, per lui,
rappresenta la solitudine. Il senso della solitudine viene spiegato col racconto
dello scoppio della mina.
« Il buio, ove doveva essere lume, la solitudine delle
cose che restavan lì con un loro aspetto cangiato e quasi irriconoscibile,
quando più nessuno le vedeva, gli avevano messo in tale subbuglio l'anima
smarrita, che Ciàula s'era all'improvviso lanciato in una corsa pazza, come se
qualcuno lo avesse inseguito il buio totale è lo smarrimento dei suoi punti di
riferimento e quindi non sa come muoversi. E Ciàula si mise a piangere, senza
saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva,
nell'averla scoperta, là, mentr'ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio
velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara
di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella
notte ora piena del suo stupore. »
Alla fine della novella avviene il cambiamento di Ciàula: Ciàula “diverso” si
trasforma in un Ciàula “commosso” dalla visione della Luna portatrice di
serenità.
La distanza dal Verismo
L'ambiente della zolfara, la descrizione del lavoro degli operai e la
precisa rappresentazione della realtà umile dei minatori farebbero intendere che
Pirandello riprenda in tutto e per tutto i principi del Verismo. In realtà non è
così, e ciò è evidente se si paragonano Ciàula e Rosso Malpelo, protagonista di
un'omonima novella di Giovanni Verga. Ciàula è un personaggio che vive ad un
livello primitivo e animalesco, senza avere una chiara coscienza di ciò che
gli accade intorno; Rosso Malpelo, pur nella sua condizione difficile, riesce ad
elevarsi oltre i meccanismi sociali e a comprendere quale sia la legge
dominante nella vita: quella della sopravvivenza, per cui i più deboli
verranno sempre schiacciati e vinti dai più potenti. Rosso diventa così un
filosofo, proprio perché, pur avendo capito come funziona il mondo, egli ha
compreso anche che tale meccanismo è immodificabile. Così, mentre per
Verga l'importanza della narrazione è orientata verso la precisa descrizione
della realtà e delle sue leggi, Pirandello dà un'importanza primaria alle
sensazioni confuse e alle paure innate di Ciàula, volendo egli descrivere
un'esperienza completamente irrazionale. Lo stesso apparire della Luna
viene considerato da alcuni critici una teofanìa, ossia l'apparizione di
una divinità, sempre a simboleggiare l'atmosfera arcana che pervade tutto il
finale della novella.
Interpretazioni della critica letteraria
Roberto Alonge, ha notato come l'ascesa di Ciàula dalle "viscere della montagna"
verso l'esterno possa essere ricondotta al momento del parto. In questo
senso la miniera diventa l'utero della Madre Terra: ciò spiegherebbe, come già
detto sopra, l'atteggiamento inconsapevole di Ciàula, che in realtà, quindi,
dovrebbe ancora nascere. Le immagini che usa Pirandello per condurci a
questa conclusione, continua Alonge, sono evidentissime:
"Egli veniva su su su, dal ventre della montagna" oppure "ci stava cieco
e sicuro come nell'alvo materno". Per analogia possiamo collegare la
miniera anche con il regno dei Morti e l'esterno come una "liberazione": avremo
dunque non il mito di una nascita vera e propria, ma di una rinascita di
Ciàula a nuova vita.
RIASSUNTO,
STRUTTURA DELLA NOVELLA, LINGUAGGIO
da
it.scribd.com
Riassunto
Quella sera Cacciagallina voleva che i picconieri facessero la notte per finire
di estrarre le casse di zolfo. Tutti se ne andarono anche se lui li minacciò con
una pistola. L’unico che restò fu il povero Zi’ Scarda; era vecchio e per un
occhio era cieco; così tutti se la prendevano con lui e anche quella sera
Cacciagallina fece lo stesso. Anche Zi’ Scarda aveva chi maltrattare, il suo
caruso Ciàula. Proprio mentre Cacciagallina se la prendeva con Zi’ Scarda, a
quest’ultimo scese una lacrima e lui la bevette; non era una lacrima di pianto,
ma si era bevuto anche quelle, quando quattro anni fa gli era morto il suo unico
figlio Cavicchio, per lo scoppio di una mina, per la quale lui perse un occhio.
Ciàula si stava rivestendo quando Zi’ Scarda lo chiamò e gli disse di rimettersi
i vestiti di lavoro, perché sarebbero rimasti lì tutta la notte. L’unico
problema era che Ciàula doveva andare a portare i carichi fuori dalla caverna e
aveva paura del buio che c’era fuori. Quello all’interno non gli faceva paura ma
fuori era un’altra cosa perché non lo conosceva. Ciàula viveva con Zi’ Scarda e
con la nuora e i sette nipoti di esso. Quando venne il momento di portare fuori
il carico Zi’Scarda glielo caricò sulle spalle e Ciàula si mise in cammino.
Arrivato quasi all’entrata vide una chiara e man mano che si avvicinava
all’uscita la chiara cresceva fino a quando uscì e restò sbalordito; fece cadere
il carico dalle spalle e si mise a guardare la Luna. Lui sapeva cos’era ma non
gliene aveva mai dato importanza. E Ciàula si mise a piangere senza saperlo,
senza volerlo e non si sentiva più stanco né aveva più paura.
La struttura della novella
La
novella è divisa in tre momenti.
Il
primo si svolge in piena luce, all'esterno della cava e presenta la ribellione
dei lavoratori, che non accettano di prestare lavoro straordinario; la scena è
affollata dall'insieme dei picconieri che abbandonano rumorosamente la cava
ignorando le minacce del soprastante Cacciagallina. Egli finisce quindi per
costringere ad effettuare il lavoro l'unico lavoratore rimasto, il vecchio zi'
Scarda, che a sua volta si impone sul suo caruso Ciarla, un povero scemo. In
questa prima fase domina il discorso diretto, che sottolinea momenti di clamore
e concitazione; la descrizione dell'ambiente è di tipo verista, sul modello
verghiano, con uso preciso di termini tecnici (picconieri, soprastante), gergali
e dialettali (calcara, calcherone, caruso) ed espressioni popolari e
sintatticamente vicine al parlato (che neanche un leone; Oggi per noi il Signore
non fa notte).
Il
secondo momento, una volta usciti di scena i picconieri, si svolge all'interno
della cava ed occupato dalla descrizione di zi' Scarda, del suo vizio della
lagrima, del suo rapporto con Ciarla, di cui vengono fornite le notizie
essenziali. In questa fase viene meno il discorso diretto e alla descrizione
esterna dei personaggi si affiancano considerazioni di tipo psicologico, con
adozione del punto di vista del personaggio.
Nel terzo momento, il più importante, il centro d'interesse è unicamente Ciarla,
con la sua paura prima e il suo stupore poi, quando scopre la luna. La
descrizione è di tipo interiore, psicologico, attraverso il punto di vista di
Ciarla stesso; il movimento del protagonista procede dall'interno della cava,
dal buio alla luce, dal basso in alto, sia in senso spaziale sia morale.
L'impressione iniziale di descrizione verista cede completamente; l'interesse è
tutto concentrato sullo stato d'animo del personaggio, solo con se stesso di
fronte alla luna.
Il linguaggio
Anche il linguaggio della narrazione cambia a seconda del variare e dello
spostamento del centro d'interesse: dal parlato iniziale, dalla presenza di
termini ed espressioni di colore locale (che caratterizzano cioè anche
linguisticamente un determinato ambiente)si passa progressivamente ad un
linguaggio più interiorizzato, concentrato prima sui ricordi di zi' Scarda (il
figlio morto) e infine sullo stato d'animo di Ciarla. Abbondano espressioni che
sottolineano il passaggio dal basso all'alto (su, giù, lassù, rammontare,
vaneggiare in alto, la scala lubrica) e dal buio alla luce (cieco e scuro,
cielo, stelle, lumierina, brulichio infinito di stelle, silenzio, occhio chiaro,
chiaria, deliziosa chiarità d'argento, vacuità); l'uso degli aggettivi e delle
sinestesie contribuiscono a fornire la dimensione psicologica dell'avvenimento
cui Ciarla si sta preparando, la visione della Luna (Grande, placida, come in un
grande oceano di silenzio), che alla fine lo farà restare, per lo stupore,
sbalordito, estatico.
da
Liber Liber
I
picconieri, quella sera, volevano smettere di lavorare senz'aver finito
d'estrarre le tante casse di zolfo che bisognavano il giorno appresso a caricar
la calcara. Cacciagallina, il soprastante, s'affierò contr'essi, con la
rivoltella in pugno, davanti la buca della Cace, per impedire che ne
uscissero.
-
Corpo di... sangue di... indietro tutti, giú tutti di nuovo alle cave, a buttar
sangue fino all'alba, o faccio fuoco!
-
Bum! - fece uno dal fondo della buca. - Bum! - echeggiarono parecchi altri; e
con risa e bestemmie e urli di scherno fecero impeto, e chi dando una gomitata,
chi una spallata, passarono tutti, meno uno. Chi? Zi' Scarda, si sa, quel povero
cieco d'un occhio, sul quale Cacciagallina poteva far bene il gradasso. Gesú,
che spavento! Gli si scagliò addosso, che neanche un leone; lo agguantò per il
petto e, quasi avesse in pugno anche gli altri, gli urlò in faccia, scrollandolo
furiosamente:
-
Indietro tutti, vi dico, canaglia! Giú tutti alle cave, o faccio un macello!
Zi' Scarda si lasciò scrollare pacificamente. Doveva pur prendersi uno sfogo,
quel povero galantuomo, ed era naturale se lo prendesse su lui che, vecchio
com'era, poteva offrirglielo senza ribellarsi. Del resto, aveva anche lui, a sua
volta, sotto di sé qualcuno piú debole, sul quale rifarsi piú tardi: Ciàula,
il suo caruso.
Quegli altri... eccoli là, s'allontanavano giú per la stradetta che conduceva a
Comitini; ridevano e gridavano:
-
Ecco, sí! tienti forte codesto, Cacciagallí! Te lo riempirà lui il calcherone
per domani!
-
Gioventú! - sospirò con uno squallido sorriso d'indulgenza zi' Scarda a
Cacciagallina.
E,
ancora agguantato per il petto, piegò la testa da un lato, stiracchiò verso il
lato opposto il labbro inferiore, e rimase cosí per un pezzo, come in attesa.
Era una smorfia a Cacciagallina? o si burlava della gioventú di quei compagni
là?
Veramente, tra gli aspetti di quei luoghi, strideva quella loro allegria, quella
velleità di baldanza giovanile. Nelle dure facce quasi spente dal bujo crudo
delle cave sotterranee, nel corpo sfiancato dalla fatica quotidiana, nelle vesti
strappate, avevano il livido squallore di quelle terre senza un filo d'erba,
sforacchiate dalle zolfare, come da tanti enormi formicaj.
Ma
no: zi' Scarda, fisso in quel suo strano atteggiamento, non si burlava di loro,
né faceva una smorfia a Cacciagallina. Quello era il versaccio solito, con cui,
non senza stento, si deduceva pian piano in bocca la grossa lagrima, che di
tratto in tratto gli colava dall'altro occhio, da quello buono.
Aveva preso gusto a quel saporino di sale, e non se ne lasciava scappar via
neppur una.
Poco: una goccia, di tanto in tanto; ma buttato dalla mattina alla sera laggiú,
duecento e piú metri sottoterra, col piccone in mano, che a ogni colpo gli
strappava come un ruglio di rabbia dal petto, zi' Scarda aveva sempre la bocca
arsa: e quella lagrima, per la sua bocca, era quel che per il naso sarebbe stato
un pizzico di rapè.
Un
gusto e un riposo.
Quando si sentiva l'occhio pieno, posava per un poco il piccone e, guardando la
rossa fiammella fumosa della lanterna confitta nella roccia, che alluciava nella
tenebra dell'antro infernale qualche scaglietta di zolfo qua e là, o l'acciajo
del palo o della piccozza, piegava la testa da un lato, stiracchiava il labbro
inferiore e stava ad aspettar che la lagrima gli colasse giú, lenta, per il
solco scavato dalle precedenti.
Gli altri, chi il vizio del fumo, chi quello del vino; lui aveva il vizio della
sua lagrima.
Era del sacco lacrimale malato e non di pianto, quella lagrima; ma si era bevute
anche quelle del pianto, zi' Scarda, quando, quattr'anni addietro, gli era morto
l'unico figliuolo, per lo scoppio d'una mina, lasciandogli sette orfanelli e la
nuora da mantenere. Tuttora gliene veniva giú qualcuna piú salata delle altre;
ed egli la riconosceva subito: scoteva il capo, allora, e mormorava un nome:
-
Calicchio...
In
considerazione di Calicchio morto, e anche dell'occhio perduto per lo scoppio
della stessa mina, lo tenevano ancora lí a lavorare. Lavorava piú e meglio di un
giovane; ma ogni sabato sera, la paga gli era data, e per dir la verità lui
stesso se la prendeva, come una carità che gli facessero: tanto che,
intascandola, diceva sottovoce, quasi con vergogna:
-
Dio gliene renda merito.
Perché, di regola, doveva presumersi che uno della sua età non poteva piú
lavorar bene.
Quando Cacciagallina alla fine lo lasciò per correre dietro agli altri e indurre
con le buone maniere qualcuno a far nottata, zi' Scarda lo pregò di mandare
almeno a casa uno di quelli che ritornavano al paese, ad avvertire che egli
rimaneva alla zolfara e che perciò non lo aspettassero e non stessero in
pensiero per lui; poi si volse attorno a chiamare il suo caruso, che
aveva piú di trent'anni (e poteva averne anche sette o settanta, scemo com'era);
e lo chiamò col verso con cui si chiamano le cornacchie ammaestrate:
-
Te', pa'! te', pa'!
Ciàula stava a rivestirsi per ritornare al paese.
Rivestirsi per Ciàula significava togliersi prima di tutto la camicia, o quella
che un tempo era stata forse una camicia: l'unico indumento che, per modo di
dire, lo coprisse durante il lavoro. Toltasi la camicia, indossava sul torace
nudo, in cui si potevano contare a una a una tutte le costole, un panciotto
bello largo e lungo, avuto in elemosina; che doveva essere stato un tempo
elegantissimo e sopraffino (ora il luridume vi aveva fatto una tal roccia, che a
posarlo per terra stava ritto). Con somma cura Ciàula ne affibbiava i sei
bottoni, tre dei quali ciondolavano, e poi se lo mirava addosso, passandoci
sopra le mani, perché veramente ancora lo stimava superiore a' suoi meriti: una
galanteria. Le gambe nude, misere e sbilenche, durante quell'ammirazione, gli si
accapponavano, illividite dal freddo. Se qualcuno dei compagni gli dava uno
spintone e gli allungava un calcio, gridandogli: - Quanto sei bello! - egli
apriva fino alle orecchie ad ansa la bocca sdentata a un riso di soddisfazione,
poi infilava i calzoni, che avevano piú d'una finestra aperta sulle natiche e
sui ginocchi; s'avvolgeva in un cappottello d'albagio tutto rappezzato, e,
scalzo, imitando meravigliosamente a ogni passo il verso della cornacchia -
cràh! cràh! - (per cui lo avevano soprannominato Ciàula), s'avviava al
paese.
-
Cràh! cràh! - rispose anche quella sera al richiamo del suo padrone; e
gli si presentò tutto nudo, con la sola galanteria di quel panciotto debitamente
abbottonato.
-
Va', va' a rispogliarti, - gli disse zi' Scarda. - Rimettiti il sacco e la
camicia. Oggi per noi il Signore non fa notte.
Cjàula non fiatò; restò un pezzo a guardarlo a bocca aperta, con occhi da ebete;
poi si poggiò le mani su le reni e, raggrinzando in sú il naso, per lo spasimo,
si stirò e disse:
-
Gna bonu! (Va bene).
E
andò a levarsi il panciotto.
Se
non fosse stato per la stanchezza e per il bisogno del sonno, lavorare anche di
notte non sarebbe stato niente, perché laggiú, tanto, era sempre notte lo
stesso. Ma questo, per zi' Scarda.
Per Ciàula, no. Ciàula, con la lumierina a olio nella rimboccatura del sacco su
la fronte, e schiacciata la nuca sotto il carico, andava sú e giú per la lubrica
scala sotterranea, erta, a scalini rotti, e sú, sú, affievolendo a mano a mano,
col fiato mózzo, quel suo crocchiare a ogni scalino, quasi in un gemito di
strozzato, rivedeva a ogni salita la luce del sole. Dapprima ne rimaneva
abbagliato; poi col respiro che traeva nel liberarsi dal carico, gli aspetti
noti delle cose circostanti gli balzavano davanti; restava, ancora ansimante, a
guardarli un poco e, senza che n'avesse chiara coscienza, se ne sentiva
confortare.
Cosa strana; della tenebra fangosa delle profonde caverne, ove dietro ogni
svolto stava in agguato la morte, Ciàula non aveva paura; né paura delle ombre
mostruose, che qualche lanterna suscitava a sbalzi lungo le gallerie, né del
subito guizzare di qualche riflesso rossastro qua e là in una pozza, in uno
stagno d'acqua sulfurea: sapeva sempre dov'era; toccava con la mano in cerca di
sostegno le viscere della montagna: e ci stava cieco e sicuro come dentro il suo
alvo materno.
Aveva paura, invece, del bujo vano della notte.
Conosceva quello del giorno, laggiú, intramezzato da sospiri di luce, di là
dall'imbuto della scala, per cui saliva tante volte al giorno, con quel suo
specioso arrangolío di cornacchia strozzata. Ma il bujo della notte non lo
conosceva.
Ogni sera, terminato il lavoro, ritornava al paese con zi' Scarda; e là, appena
finito d'ingozzare i resti della minestra, si buttava a dormire sul saccone di
paglia per terra, come un cane; e invano i ragazzi, quei sette nipoti orfani del
suo padrone, lo pestavano per tenerlo desto e ridere della sua sciocchezza;
cadeva subito in un sonno di piombo, dal quale, ogni mattina, alla punta
dell'alba, soleva riscuoterlo un noto piede.
La
paura che egli aveva del bujo della notte gli proveniva da quella volta che il
figlio di zi' Scarda, già suo padrone, aveva avuto il ventre e il petto
squarciati dallo scoppio della mina, e zi' Scarda stesso era stato preso in un
occhio.
Giú, nei vani posti a zolfo, si stava per levar mano, essendo già sera, quando
s'era sentito il rimbombo tremendo di quella mina scoppiata. Tutti i picconieri
e i carusi erano accorsi sul luogo dello scoppio; egli solo, Ciàula, atterrito,
era scappato a ripararsi in un antro noto soltanto a lui.
Nella furia di cacciarsi là, gli s'era infranta contro la roccia la lumierina di
terracotta, e quando alla fine, dopo un tempo che non aveva potuto calcolare,
era uscito dall'antro nel silenzio delle caverne tenebrose e deserte, aveva
stentato a trovare a tentoni la galleria che lo conducesse alla scala; ma pure
non aveva avuto paura. La paura lo aveva assalito, invece, nell'uscir dalla buca
nella notte nera, vana.
S'era messo a tremare, sperduto, con un brivido per ogni vago alito indistinto
nel silenzio arcano che riempiva la sterminata vacuità, ove un brulichío
infinito di stelle fitte, piccolissime, non riusciva a diffondere alcuna luce.
Il
bujo, ove doveva esser lume, la solitudine delle cose che restavan lí con un
loro aspetto cangiato e quasi irriconoscibile, quando piú nessuno le vedeva, gli
avevano messo in tale subbuglio l'anima smarrita, che Ciàula s'era
all'improvviso lanciato in una corsa pazza, come se qualcuno lo avesse
inseguito.
Ora, ritornato giú nella buca con zi' Scarda, mentre stava ad aspettare che il
carico fosse pronto, egli sentiva a mano a mano crescersi lo sgomento per quel
bujo che avrebbe trovato, sbucando dalla zolfara. E piú per quello, che per
questo delle gallerie e della scala, rigovernava attentamente la lumierina di
terracotta.
Giungevano da lontano gli stridori e i tonfi cadenzati della pompa, che non
posava mai, né giorno né notte. E nella cadenza di quegli stridori e di quei
tonfi s'intercalava il ruglio sordo di zi' Scarda, come se il vecchio si facesse
ajutare a muovere le braccia dalla forza della macchina lontana.
Alla fine il carico fu pronto, e zi' Scarda ajutò Ciàula a disporlo e
rammontarlo sul sacco attorto dietro la nuca.
A
mano a mano che zi' Scarda caricava, Ciàula sentiva piegarsi, sotto, le gambe.
Una, a un certo punto, prese a tremargli convulsamente cosí forte che, temendo
di non piú reggere al peso, con quel tremitio, Ciàula gridò:
-
Basta! basta!
-
Che basta, carogna! - gli rispose zi' Scarda.
E
seguitò a caricare.
Per un momento la paura del bujo della notte fu vinta dalla costernazione che,
cosí caricato, e con la stanchezza che si sentiva addosso, forse non avrebbe
potuto arrampicarsi fin lassú. Aveva lavorato senza pietà tutto il giorno. Non
aveva mai pensato Ciàula che si potesse aver pietà del suo corpo, e non ci
pensava neppur ora; ma sentiva che, proprio, non ne poteva piú.
Si
mosse sotto il carico enorme, che richiedeva anche uno sforzo d'equilibrio. Sí,
ecco, sí, poteva muoversi, almeno finché andava in piano. Ma come sollevar quel
peso, quando sarebbe cominciata la salita?
Per fortuna, quando la salita cominciò, Ciàula fu ripreso dalla paura del bujo
della notte, a cui tra poco si sarebbe affacciato.
Attraversando le gallerie, quella sera, non gli era venuto il solito verso della
cornacchia, ma un gemito raschiato, protratto. Ora, sú per la scala, anche
questo gemito gli venne meno, arrestato dallo sgomento del silenzio nero che
avrebbe trovato nella impalpabile vacuità di fuori.
La
scala era cosí erta, che Ciàula, con la testa protesa e schiacciata sotto il
carico, pervenuto all'ultima svoltata, per quanto spingesse gli occhi a guardare
in sú, non poteva veder la buca che vaneggiava in alto.
Curvo, quasi toccando con la fronte lo scalino che gli stava sopra, e su la cui
lubricità la lumierina vacillante rifletteva appena un fioco lume sanguigno,
egli veniva sú, sú, sú, dal ventre della montagna, senza piacere, anzi pauroso
della prossima liberazione. E non vedeva ancora la buca, che lassú lassú si
apriva come un occhio chiaro, d'una deliziosa chiarità d'argento.
Se
ne accorse solo quando fu agli ultimi scalini. Dapprima, quantunque gli paresse
strano, pensò che fossero gli estremi barlumi del giorno. Ma la chiaría
cresceva, cresceva sempre piú, come se il sole, che egli aveva pur visto
tramontare, fosse rispuntato.
Possibile?
Restò - appena sbucato all'aperto - sbalordito. Il carico gli cadde dalle
spalle. Sollevò un poco le braccia; aprí le mani nere in quella chiarità
d'argento.
Grande, placida, come in un fresco, luminoso oceano di silenzio, gli stava di
faccia la Luna.
Sí, egli sapeva, sapeva che cos'era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è
dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la
Luna?
Ora, ora soltanto, cosí sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la
scopriva.
Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là,
eccola là, la Luna... C'era la Luna! la Luna!
E
Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto,
dalla grande dolcezza che sentiva, nell'averla scoperta, là, mentr'ella saliva
pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani,
delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva piú
paura, né si sentiva piú stanco, nella notte ora piena del suo stupore.