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NOVELLE PER UN ANNO - 1925 - "DAL NASO AL CIELO"
Pubblicata nel 1925, la raccolta Dal naso al cielo costituisce l'ottavo
volume delle Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1902 ed il
1923. |
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4. Ciàula scopre la luna (1912)
«Corriere della Sera», 29
dicembre 1912, poi in «Le due maschere», Quattrini, Firenze 1914.
Ripubblicata sul «Corriere della
Sera» il 4 marzo 1951 in occasione del 75° anniversario della sua
fondazione.
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Analisi
da Ivalice
Alliance link originale
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La novella Ciaula scopre la luna fa parte della raccolta Dal naso al cielo,
uscita nel 1925. L'ambiente, analogamente alla novella di Verga Rosso Malpelo, è
quello della zolfatara siciliana, in cui, anche dopo la rivolta popolare dei
Fasci Siciliani, tra il 1890 e il 1894, duramente repressa dal governo Crispi,
permangono pesanti condizioni di sfruttamento dei lavoratori. Non è comunque
questo aspetto sociale a interessare Pirandello, che, a differenza di Verga, si
concentra piuttosto sull'analisi interiore degli individui, sui loro drammi
intimi e incomunicabili, sulla loro crisi di identità e di coscienza, sul
disagio umano di vivere che caratterizza l'uomo e tutta la letteratura europea
del primo Novecento.
Come già Rosso Malpelo, anche Ciarla è un diverso, un povero scemo senza età,
preso in giro da tutti e sfruttato come una bestia dai superiori, che si trova
perfettamente a suo agio nella cava, non conoscendo altri ambienti al di fuori,
abituato quindi a muoversi nel buio come un animale notturno, estraneo al mondo,
di cui forse non sospetta neppure l'esistenza, ed anche a se stesso. |
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Ma una sera viene anche per Ciarla un
momento decisivo e rivelatore, intenso quanto inaspettato: costretto a lavorare
fino a tardi nella cava per trasportare del materiale all'esterno, Ciarla,
uscendo timoroso dalla buca sotto un peso esagerato, si trova per la prima
volta, lui abituato a vivere nell'oscurità delle viscere della terra, solo nella
notte rischiarata dalla luna, che non aveva mai visto prima. In questo momento
Ciarla, vissuto fino allora all'insegna della brutalità, sia a livello
individuale (egli non parla, emette solo il verso della cornacchia, da cui
deriva il suo soprannome) che sociale (gli altri lo deridono perché inferiore e
demente), sembra finalmente scoprire la propria umanità, scoppiando in un pianto
di commozione, di gioia, di liberazione: un sentimento momentaneo ma finalmente
umano, come se solo in quell'istante egli avesse aperto gli occhi e fosse
veramente nato.
La struttura della novella
La novella è divisa in tre momenti. Il primo si svolge in piena luce,
all'esterno della cava e presenta la ribellione dei lavoratori, che non
accettano di prestare lavoro straordinario; la scena è affollata dall'insieme
dei picconieri che abbandonano rumorosamente la cava ignorando le minacce del
soprastante Cacciagallina. Egli finisce quindi per costringere ad effettuare il
lavoro l'unico lavoratore rimasto, il vecchio zi' Scarda, che a sua volta si
impone sul suo caruso Ciarla, un povero scemo. In questa prima fase domina il
discorso diretto, che sottolinea momenti di clamore e concitazione; la
descrizione dell'ambiente è di tipo verista, sul modello verghiano, con uso
preciso di termini tecnici (picconieri, soprastante), gergali e dialettali
(calcara, calcherone, caruso) ed espressioni popolari e sintatticamente vicine
al parlato (che neanche un leone; Oggi per noi il Signore non fa notte).
Il secondo momento, una volta usciti di scena i picconieri, si svolge
all'interno della cava ed occupato dalla descrizione di zi' Scarda, del suo
vizio della lagrima, del suo rapporto con Ciarla, di cui vengono fornite le
notizie essenziali. In questa fase viene meno il discorso diretto e alla
descrizione esterna dei personaggi si affiancano considerazioni di tipo
psicologico, con adozione del punto di vista del personaggio.
Nel terzo momento, il più importante, il centro d'interesse è unicamente Ciarla,
con la sua paura prima e il suo stupore poi, quando scopre la luna. La
descrizione è di tipo interiore, psicologico, attraverso il punto di vista di
Ciarla stesso; il movimento del protagonista procede dall'interno della cava,
dal buio alla luce, dal basso in alto, sia in senso spaziale sia morale.
L'impressione iniziale di descrizione verista cede completamente; l'interesse è
tutto concentrato sullo stato d'animo del personaggio, solo con se stesso di
fronte alla luna.
Il linguaggio
Anche il linguaggio della narrazione cambia a seconda del variare e dello
spostamento del centro d'interesse: dal parlato iniziale, dalla presenza di
termini ed espressioni di colore locale (che caratterizzano cioè anche
linguisticamente un determinato ambiente)si passa progressivamente ad un
linguaggio più interiorizzato, concentrato prima sui ricordi di zi' Scarda (il
figlio morto) e infine sullo stato d'animo di Ciarla. Abbondano espressioni che
sottolineano il passaggio dal basso all'alto (su, giù, lassù, rammontare,
vaneggiare in alto, la scala lubrica) e dal buio alla luce (cieco e scuro,
cielo, stelle, lumierina, brulichio infinito di stelle, silenzio, occhio chiaro,
chiaria, deliziosa chiarità d'argento, vacuità); l'uso degli aggettivi e delle
sinestesie contribuiscono a fornire la dimensione psicologica dell'avvenimento
cui Ciarla si sta preparando, la visione della Luna (Grande, placida, come in un
grande oceano di silenzio), che alla fine lo farà restare, per lo stupore,
sbalordito, estatico.
Ciàula scopre la luna
I picconieri, quella sera, volevano
smettere di lavorare senz’aver finito d’estrarre le tante casse di zolfo che
bisognavano il giorno appresso a caricar la calcara. Cacciagallina, il
soprastante, s’affierò contr’essi, con la rivoltella in pugno, davanti la buca
della Cace, per impedire che ne uscissero.
– Corpo di... sangue di... indietro tutti, giù tutti di nuovo alle cave, a
buttar sangue fino all’alba, o faccio fuoco!
– Bum! – fece uno dal fondo della buca. – Bum! – echeggiarono parecchi altri; e
con risa e bestemmie e urli di scherno fecero impeto, e chi dando una gomitata,
chi una spallata, passarono tutti, meno uno.
Chi? Zi’ Scarda, si sa, quel povero cieco d’un occhio, sul quale Cacciagallina
poteva fare bene il gradasso. Gesù, che spavento! Gli si scagliò addosso, che
neanche un leone; lo agguantò per il petto e, quasi avesse in pugno anche gli
altri, gli urlò in faccia, scrollandolo furiosamente:
– Indietro tutti, vi dico, canaglia! Giù tutti alle cave, o faccio un macello!
Zi’ Scarda si lasciò scrollare pacificamente. Doveva pur prendersi uno sfogo,
quel povero galantuomo, ed era naturale se lo prendesse su lui che, vecchio
com’era, poteva offrirglielo senza ribellarsi. Del resto, aveva anche lui, a sua
volta, sotto di sé qualcuno più debole, sul quale rifarsi più tardi: Ciàula, il
suo caruso.
Quegli altri... eccoli là, s’allontanavano giù per la stradetta che conduceva a
Comitini; ridevano e gridavano:
– Ecco, sì! tiènti forte codesto, Cacciagallì! Te lo riempirà lui il calcherone
per domani!
– Gioventù! sospirò con uno squallido sorriso d’indulgenza zi’ Scarda a
Cacciagallina.
E, ancora agguantato per il petto, piegò la testa da un lato, stiracchiò verso
il lato opposto il labbro inferiore, e rimase così per un pezzo, come in attesa.
Era una smorfia a Cacciagallina? o si burlava della gioventù di quei compagni
là?
Veramente, tra gli aspetti di quei luoghi, strideva quella loro allegria, quella
velleità di baldanza giovanile. Nelle dure facce quasi spente dal bujo crudo
delle cave sotterranee, nel corpo sfiancato dalla fatica quotidiana, nelle vesti
strappate, avevano il livido squallore di quelle terre senza un filo d’erba,
sforacchiate dalle zolfare, come da tanti enormi formicai.
Ma no: zi’ Scarda, fisso in quel suo strano atteggiamento, non si burlava di
loro, né faceva una smorfia a Cacciagallina. Quello era il versaccio solito, con
cui, non senza stento, si deduceva pian piano in bocca la grossa lagrima, che di
tratto in tratto gli colava dall’altro occhio, da quello buono.
Aveva preso gusto a quel saporino di sale, e non se ne lasciava scappar via
neppur una.
Poco: una goccia, di tanto in tanto; ma buttato dalla mattina alla sera laggiù,
duecento e più metri sottoterra, col piccone in mano, a ogni colpo gli strappava
come un ruglio di rabbia dal petto, zi’ Scarda aveva sempre la bocca arsa: e
quella lagrima, per la sua bocca, era quel che per il naso sarebbe stato un
pizzico di rapè.
Un gusto e un riposo.
Quando si sentiva l’occhio pieno, posava per un poco il piccone e, guardando la
rossa fiammella fumosa, della lanterna confitta nella roccia, che alluciava
nella tenebra dell’antro infernale qualche scaglietta di zolfo qua e là, o l’acciajo
del paolo o della piccozza, piegava la testa da un lato, stiracchiava il labbro
inferiore e stava ad aspettar che la lagrima gli colasse giù, lenta, per il
solco scavato dalle precedenti.
Gli altri, chi il vizio del fumo, chi quello del vino; lui aveva il vizio della
sua lagrima.
Era del sacco lacrimale malato e non di pianto, quella lagrima; ma si era bevute
anche quelle di pianto, zi’ Scarda, quando, quattr’anni addietro, gli era morto
l’unico figliolo, per lo scoppio d’una mina, lasciandogli sette orfanelli e la
nuora da mantenere. Tuttora gliene veniva giù qualcuna più salata delle altre;
ed egli la riconosceva subito: scoteva il capo, allora, e mormorava un nome:
– Calicchio.
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In considerazione di Calicchio morto, e anche dell’occhio perduto per lo scoppio
della stessa mina, lo tenevano ancora lì a lavorare. Lavorava più e meglio di un
giovane; ma ogni sabato sera, la paga gli era data, e per dir la verità lui
stesso se la prendeva, come una carità che gli facessero: tanto che,
intascandola, diceva sottovoce, quasi con vergogna:
– Dio gliene renda merito.
Perché, di regola, doveva presumersi che uno della sua età non poteva più
lavorar bene.
Quando Cacciagallina alla fine lo lasciò per correre dietro agli altri e indurre
con le buone maniere qualcuno a far nottata, zi’ Scarda lo pregò di mandare
almeno a casa uno di quelli che ritornavano al paese, ad avvertire che egli
rimaneva alla zolfara e che perciò non lo aspettassero e non stessero in
pensiero per lui; poi si volse attorno a chiamare il suo caruso, che aveva più
di trent’anni (e poteva averne anche sette o settanta, scemo com’era); e lo
chiamò col verso con cui si chiamava le cornacchie ammaestrate:
– Tè, pà! tè, pà!
Ciàula stava a rivestirsi per ritornare al paese.
Rivestirsi per Ciàula significava togliersi prima di tutto la camicia, o quella
che un tempo era stata forse una camicia: l’unico indumento che, per modo di
dire, lo coprisse durante il lavoro. Toltasi la camicia, indossava sul torace
nudo, in cui si potevano contare a una a una tutte le costole, un panciotto
bello largo e lungo, avuto in elemosina, che doveva essere stato un tempo
elegantissimo e sopraffino (ora il luridume vi aveva fatto una tal roccia, che a
posarlo per terra stava ritto). Con somma cura Ciàula ne affibbiava i sei
bottoni, tre dei quali ciondolavano, e poi se lo mirava addosso, passandoci
sopra le mani, perché veramente ancora lo stimava superiore a’ suoi meriti: una
galanteria. Le gambe nude, misere e sbilenche, durante quell’ammirazione, gli si
accapponavano, illividite dal freddo. Se qualcuno dei compagni gli dava uno
spintone e gli allungava un calcio, gridandogli: – Quanto sei bello! – egli
apriva fino alle orecchie ad ansa la bocca sdentata a un riso di soddisfazione,
poi infilava i calzoni, che avevano più d’una finestra aperta sulle natiche e
sui ginocchi: s’avvolgeva in un cappottello d’albagio tutto rappezzato, e,
scalzo, imitando meravigliosamente a ogni passo il verso della cornacchia – cràh!
cràh! – (per cui lo avevano soprannominato Ciàula), s’avviava al paese.
– Cràh! cràh! – rispose anche quella sera al richiamo del suo padrone; e gli si
presentò tutto nudo, con la sola galanteria di quel panciotto debitamente
abbottonato.
– Va’, va’ a rispogliarti, – gli disse zi’ Scarda. – Rimettiti il sacco e la
camicia. Oggi per noi il Signore fa notte.
Ciàula non fiatò; restò un pezzo a guardarlo a bocca aperta, con occhi da ebete;
poi si poggiò le mani sulle reni e, raggrinzando in su il naso, per lo spasimo,
si stirò e disse:
– Gna bonu! (Va bene).
E andò a levarsi il panciotto.
Se non fosse stato per la stanchezza e per il bisogno del sonno, lavorare anche
di notte non sarebbe stato niente, perché laggiù, tanto, era sempre notte lo
stesso. Ma questo, per zi’ Scarda.
Per Ciàula, no. Ciàula, con la lumierina a olio nella rimboccatura del sacco su
la fronte, e schiacciata la nuca sotto il carico, andava su e giù per la lubrica
scala sotterranea, erta, a scalini rotti, e su, su, affievolendo a mano a mano,
con fiato mòzzo, quel suo crocchiare a ogni scalino, quasi un gemito di
strozzato, rivedeva a ogni salita la luce del sole. Dapprima ne rimaneva
abbagliato; poi col respiro che traeva nel liberarsi del carico, gli aspetti
noti delle cose circostanti gli balzavano davanti; restava, ancora ansimante, a
guardarli un poco e, senza che n’avesse chiara coscienza, se ne sentiva
confortare.
Cosa strana: della tenebra fangosa delle profonde caverne, ove dietro ogni
svolto stava in agguato la morte, Ciàula non aveva paura, né paura delle ombre
mostruose, che qualche lanterna suscitava a sbalzi lungo le gallerie, né del
subito guizzare di qualche riflesso rossastro qua e là in una pozza, in uno
stagno d’acqua sulfurea: sapeva sempre dov’era; toccava con la mano in cerca di
sostegno le viscere della montagna: e ci stava cieco e sicuro come dentro il suo
alvo materno.
Aveva paura, invece, del bujo vano della notte.
Conosceva quello del giorno, laggiù, intramezzato da sospiri di luce, di là
dall’imbuto della scala, per cui saliva tante volte al giorno, con quel suo
specioso arrangolio di cornacchia strozzata. Ma il bujo della notte non lo
conosceva.
Ogni sera, terminato il lavoro, ritornava al paese con zi’ Scarda; e là, appena
finito d’ingozzare i resti della minestra, si buttava a dormire sul saccone di
paglia per terra, come un cane; e invano i ragazzi, quei sette nipoti orfani del
suo padrone, lo pestavano per tenerlo desto e ridere della sua sciocchezza;
cadeva subito in un sonno di piombo, dal quale, ogni mattina, alla punta
dell’alba, soleva riscuoterlo un noto piede.
La paura che egli aveva del bujo della notte gli proveniva da quella volta che
il figlio di zi’ Scarda, già suo padrone, aveva avuto il ventre e il petto
squarciato dallo scoppio della mina, e zi’ Scarda stesso era stato preso in un
occhio.
Giù nei varii posti a zolfo, si stava per levar mano, essendo già sera, quando
s’era sentito il rimbombo tremendo di quella mina scoppiata. Tutti i picconieri
e i carusi erano accorsi sul luogo dello scoppio; egli solo, Ciàula, atterrito,
era scappato a ripararsi in un antro noto soltanto a lui.
Nella furia di cacciarsi là, gli s’era infranta contro la roccia la lumierina di
terracotta, e quando alla fine, dopo un tempo che non aveva potuto calcolare,
era uscito dall’antro nel silenzio delle caverne tenebrose e deserte, aveva
stentato a trovare a tentoni la galleria che lo conducesse alla scala; ma pure
non aveva avuto paura. La paura lo aveva assalito, invece, nell’uscir dalla buca
nella notte nera, vana.
S’era messo a tremare, sperduto, con un brivido per ogni vago alito indistinto
nel silenzio arcano che riempiva la sterminata vacuità, ove un brulichio
infinito di stelle fitte, piccolissime, non riusciva a diffondere alcuna luce.
Il bujo, ove doveva essere lume, la solitudine delle cose che restavan lì con un
loro aspetto cangiato e quasi irriconoscibile, quando più nessuno le vedeva, gli
avevano messo in tale subbuglio l’anima smarrita, che Ciàula s’era
all’improvviso lanciato in una corsa pazza, come se qualcuno lo avesse
inseguito.
Ora, ritornato giù nella buca con zi’ Scarda, mentre stava ad aspettare che il
carico fosse pronto, egli sentiva a mano a mano crescersi lo sgomento per quel
bujo che avrebbe trovato, sbucando dalla zolfara. E più per quello, che per
questo delle gallerie e della scala, rigovernava attentamente la lumierina di
terracotta.
Giungevano da lontano gli stridori e i tonfi cadenzati della pompa, che non
posava mai, né giorno né notte. E nella cadenza di quegli stridori e di quei
tonfi s’intercalava il ruglio sordo di zi’ Scarda, come se il vecchio si facesse
ajutare a muovere le braccia dalla forza della macchina lontana.
Alla fine il carico fu pronto, e zi’ Scarda ajutò Ciàula a disporlo e
rammontarlo sul sacco attorto dietro la nuca.
A mano a mano che zi’ Scarda caricava, Ciàula sentiva piegarsi, sotto, le gambe.
Una, a un certo punto, prese a tremargli convulsamente così forte che, temendo
di non più reggere al peso, con quel tremitìo, Ciàula gridò:
– Basta! basta!
– Che basta, carogna! – gli rispose zi’ Scarda.
E seguitò a caricare.
Per un momento la paura del bujo della notte fu vinta dalla costernazione che,
così caricato, e con la stanchezza che si sentiva addosso, forse non avrebbe
potuto arrampicarsi fin lassù. Aveva lavorato senza pietà tutto il giorno. Non
aveva mai pensato Ciàula che si potesse aver pietà del suo corpo, e non ci
pensava neppur ora; ma sentiva che, proprio, non ne poteva più.
Si mosse sotto il carico enorme, che richiedeva anche uno sforzo d’equilibrio.
Sì, ecco, sì, poteva muoversi, almeno finché andava in piano. Ma come sollevar
quel peso, quando sarebbe cominciata la salita?
Per fortuna, quando la salita cominciò, Ciàula fu ripreso dalla paura del bujo
della notte, a cui tra poco si sarebbe affacciato.
Attraversando le gallerie, quella sera, non gli era venuto il solito verso della
cornacchia, ma un gemito raschiato, protratto. Ora, su per la scala, anche
questo gemito gli venne meno, arrestato dallo sgomento del silenzio nero che
avrebbe trovato nella impalpabile vacuità di fuori.
La scala era così erta, che Ciàula, con la testa protesa e schiacciata sotto il
carico, pervenuto all’ultima svoltata, per quanto spingesse gli occhi a guardare
in su, non poteva veder la buca che vaneggiava in alto.
Curvo, quasi toccando con la fronte lo scalino che gli stava di sopra, e su la
cui lubricità la lumierina vacillante rifletteva appena un fioco lume sanguigno,
egli veniva su, su, su, dal ventre della montagna, senza piacere, anzi pauroso
della prossima liberazione. E non vedeva ancora la buca, che lassù lassù si
apriva come un occhio chiaro, d’una deliziosa chiarità d’argento.
Se ne accorse solo quando fu agli ultimi scalini. Dapprima, quantunque gli
paresse strano, pensò che fossero gli estremi barlumi del giorno. Ma la chiaria
cresceva, cresceva sempre più, come se il sole, che egli aveva pur visto
tramontare, fosse rispuntato.
Possibile?
Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito. Il carico gli cadde dalle
spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità
d’argento.
Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di
faccia la Luna.
Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è
dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la
Luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la
scopriva.
Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là,
eccola là, la Luna... C’era la Luna! la Luna!
E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto,
dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva
pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani,
delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più
paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore.
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