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NOVELLE PER UN ANNO - 1925 - "DAL NASO AL CIELO"
Pubblicata nel 1925, la raccolta Dal naso al cielo costituisce l'ottavo
volume delle Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1902 ed il
1923. |
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3. Certi obblighi (1912)
«Corriere della Sera», 11 marzo
1912, col titolo "Certi obblighi..."
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Quando la civiltà, ancora in ritardo,
condanna un uomo a portare una lunga scala in collo da un lampione all’altro e a
salire e a scendere questa scala a ogni lampione tre volte al giorno, la mattina
per spengerlo, il dopo pranzo per rigovernarlo, la sera per accenderlo;
quest’uomo, per forza, quantunque duro di mente e dedito al vino, deve contrarre
la cattiva abitudine di ragionar con se stesso, assorgendo anche a
considerazioni alte per lo meno quanto quella sua scala.
Quaquèo, lampionajo, è caduto una sera, ubriaco, da quell’altezza. S’è rotta la
testa, spezzata una gamba. Vivo per miracolo, dopo due mesi d’ospedale, con una
cianca più corta dell’altra, una sconcia cicatrice su la fronte, s’è rimesso a
girare, zazzeruto, barbuto e in camiciotto turchino, di nuovo con la scala in
collo, da un lampione all’altro. Arrivato ogni volta su la scala all’altezza da
cui è caduto, non può fare a meno di considerare che – è inutile – certi
obblighi si hanno. Non si vorrebbero avere, ma si hanno. Un marito può benissimo
in cuor suo non curarsi affatto dei torti della propria moglie. Ebbene,
nossignori, ha l’obbligo di curarsene. Se non se ne cura, tutti gli altri uomini
e finanche i ragazzi glielo rinfacciano e gli dànno la baja.
– Il becco, Quaquèo! Quando li mettono, Quaquèo, questi becchi?
– Muso di cane! – grida Quaquèo dall’alto del lampione. – Ora me lo dici? Ora
che debbo illuminare la città?
Bella scusa, l’illuminazione della città, per sottrarsi all’obbligo di badare ai
torti della moglie. Ma li vede egli forse? |
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Con questi lumetti a petrolio, vede
egli forse quando quelli scassinano le porte o si accoltellano per quei sudici
vicoli deserti?
– Ladri svergognati e assassini!
Pur non di meno Quaquèo è andato al municipio; s’è presentato all’assessore
cavalier Bissi, a cui deve il posto e qualche gratificazione di tanto in tanto
per lo zelo con cui attende al suo ufficio; e gli ha esposto il caso: se egli,
cioè, nell’atto d’accendere i lampioni non debba essere considerato come un
pubblico funzionario nell’esercizio delle sue funzioni.
– Sicuro, – gli ha risposto l’assessore.
– E dunque chi mi insulta, – ha tirato la conseguenza Quaquèo, – insulta un
pubblico funzionario nell’esercizio delle sue funzioni, va bene?
Pare che non vada bene per il cavalier Bissi. Il quale, sapendo di che genere
sono gli insulti di cui Quaquèo viene a lagnarsi, vorrebbe dimostrargli, con
bella maniera, che questi insulti non si riferiscono propriamente al lampionajo
come tale.
– Ah no, Eccellenza! – protesta Quaquèo. – La prego di credere, Eccellenza!
E nel dire Eccellenza stringe gli occhi Quaquèo, come se assaporasse un liquore
prelibato. Dà così dell’Eccellenza, con tutto il sentimento, a quanti più può;
ma in ispecie al cavalier Bissi che, oltre agli obblighi che anche lui, come
privato, forse non vorrebbe avere, ma che pure ha, se ne è assunti anche tanti
altri, altissimi, inerenti alla sua carica d’assessore. Quaquèo di tutti questi
obblighi, naturali e sociali, è profondamente compenetrato; e se, alle volte,
per qualche gocciolina importuna deve passarsi il dorso della mano sotto il
naso, non manca mai di farsi prima riparo della falda del lungo camiciotto
turchino.
A sua volta, con bella maniera, ma imbrogliandosi un po’, si prova a dimostrare
all’assessore, che se l’insulto, di cui è venuto a lagnarsi, ha qualche
fondamento di verità, può averlo soltanto nel tempo che egli è nell’esercizio
delle sue funzioni di lampionajo; perché quando poi non è più lampionajo ed è
soltanto marito, nessuno può dir nulla né di lui né della moglie. La moglie è
con lui saggia, sottomessa, irreprensibile; ed egli non ha potuto mai accorgersi
di nulla.
– M’insultano, Eccellenza, quando illumino la città, quando sto su la scala
appoggiata al lampione e sfrego al muro il fiammifero per accendere il lume,
cioè, quando sanno che non posso lasciare al bujo la città, per correre a casa a
vedere che fa e con chi è mia moglie e, all’occorrenza, fare un macello, signor
Cavaliere!
Sottolinea le parole fare un macello con un sorriso quasi di mesta
rassegnazione, perché riconosce che anche quest’obbligo avrebbe, come marito
offeso, e proprio non vorrebbe averlo, ma lo ha.
– Ne vuole un’altra prova, Eccellenza? Nelle sere di luna, che i lampioni
restano spenti, nessuno mi dice nulla; e perché? perché quelle sere non sono un
pubblico funzionario.
Quaquèo ragiona bene. Ma ragionar bene non basta. Bisogna venire al fatto. E,
venendo al fatto, spesso i migliori ragionamenti cascano, come cascò lui, quella
volta, ubriaco fradicio, dalla scala.
Che vuole concludere, insomma, con quel ragionamento? Il cavalier Bissi glielo
domanda. Se crede che la sua disgrazia coniugale sia inerente alla pubblica
funzione di lampionajo, ebbene, rinunzi a questa pubblica funzione; o, se non
vuole rinunziare, si stia quieto, e lasci dire la gente.
– Perentorio? – domanda Quaquèo.
– Perentorio, – risponde il cavalier Bissi.
Quaquèo saluta militarmente:
– Servo di Vostra Eccellenza.
La scala gli pesa ogni giorno di più e ogni giorno di più Quaquèo stenta ad
arrampicarsi sui pioli logori dal lungo uso, con quella cianca più corta
dell’altra.
Ora, quando è agli ultimi lampioni nelle viuzze più erte in cima al colle,
s’indugia un pezzo su la scala, come affacciato, o piuttosto come appeso per le
ascelle al braccio del fanale, le mani penzoloni, il capo appoggiato a una
spalla; e in quella positura d’abbandono, lassù, seguita a pensare e a ragionar
con se stesso.
Pensa cose strane e tristi.
Pensa, per esempio, che le stelle, per quanto fitte sieno, certe notti,
allargano sì e pungono il cielo, ma non arrivano a far lume in terra.
– Luminaria sprecata!
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Ma che bella luminaria! E pensa che una notte sognò che toccava a lui
d’accenderla, tutta quella luminaria nel cielo, con una scala di cui non vedeva
la fine, e che non sapeva dove appoggiare, e i cui staggi gli brandivano tra le
mani incapaci di sorreggere un tal peso. E come avrebbe fatto ad arrampicarsi,
sù, sù, per quegli infiniti pioli, fino alle stelle? Sogni! Ma che ambascia e
che sgomento nel sogno!
Pensa che è proprio triste quel suo mestiere di lampionajo, almeno per un
lampionajo come lui, che abbia contratto la cattiva abitudine di ragionare,
accendendo i lampioni.
Ma è mai possibile che anche l’atto materiale di far la luce dove ci sono le
tenebre, non desti, a lungo andare, anche nel più duro e oscuro cervello certi
guizzi di pensiero?
Quaquèo certe sere è arrivato finanche a pensare che egli che fa la luce, fa
anche le ombre. Già! Perché non si può avere una cosa, senza il suo contrario.
Chi nasce, muore. E l’ombra è come la morte che segue un corpo che cammina.
Donde la sua frase misteriosa, che sembra una minaccia gridata dall’alto della
scala nell’atto di accendere il lampione, e che non è altro, invece, che la
conclusione d’un suo ragionamento:
– Aspetta là, aspetta là, che t’appiccico la morte dietro!
Infine Quaquèo pensa, che una certa importanza di ordine davvero superiore la
ha, quel suo mestiere, in quanto ripara a una mancanza della natura, e che
mancanza! Quella della luce. C’è poco da dire: egli, per il suo paese, è il
sostituto del Sole. Sono due i sostituti: egli e la Luna; e si dànno il cambio.
Quando c’è la Luna, egli riposa. E tutta l’importanza del suo mestiere appare
manifesta in quelle sere che la Luna dovrebbe esserci, e viceversa poi non c’è,
perché le nuvole, nascondendola, la fanno venir meno al suo obbligo di
illuminare la Terra; obbligo che la Luna forse non vorrebbe avere, ma che ha; e
il paese resta al bujo.
Quant’è bello vedere da lontano, in mezzo alle tenebre della notte, qua e là,
qualche paesello illuminato!
Quaquèo ne vede parecchi, ogni notte, quando arriva agli ultimi lampioni in cima
al colle, e rimane a contemplarli a lungo, con le mani penzoloni dal braccio del
fanale e il capo appoggiato a una spalla, e sospira.
Sì, quei lumini là, come una moltitudine di lucciole a congresso, rischiarano
penosamente e rimangono tutta la notte a vegliare, nel lugubre silenzio,
vicoletti lerci e scoscesi e tane di miseria, forse peggiori di questi del suo
paese; ma è certo che, da lontano, fanno un bel vedere, e spirano un dolce e
mesto conforto in mezzo a tanta tenebra. Passa di tanto in tanto nella tenebra
qualche folata di vento, e tutti quei lumini là aggruppati esitano e pare che
sospirino anch’essi.
E a guardare così da lontano, si pensa che i poveri uomini’ sperduti come sono
sulla terra, tra le tenebre, si siano raccolti qua e là per darsi conforto e
ajuto tra loro; e invece no, invece non è così: se una casa sorge in un posto,
un’altra non le sorge mica accanto, come una buona sorella, ma le si pianta di
contro come una nemica, a toglierle la vista e il respiro; e gli uomini non si
uniscono qua e là per farsi compagnia, ma si accampano gli uni contro gli altri
per farsi la guerra. Ah, lui Quaquèo, lo sa bene! E dentro ogni singola casa c’è
la guerra, tra quegli stessi che dovrebbero amarsi e star d’accordo per
difendersi dagli altri. Non è forse sua moglie la sua più acerrima nemica?
Se Quaquèo beve, beve per questo; beve per non pensare a certe cose che lo
farebbero venir meno a tanti di questi obblighi, di cui è così profondamente
compenetrato. Ma è vero che se ne hanno poi anche certi altri, che non si
vorrebbero avere. Non si vorrebbero avere, ma si hanno.
– Eh, sorcio vecchio?
Quaquèo si rivolge a un pipistrello. Lo chiama sorcio vecchio, perché è un
sorcio che ha messo le ali. Tante altre volte si rivolge o a qualche gatto che
striscia rasente al muro e s’arresta d’un tratto, raccolto e obliquo, a
guatarlo, o a qualche cane randagio e malinconico, che si mette a seguirlo da un
lampione all’altro, per gli alti vicoli deserti, e gli si accula davanti, sotto
ogni lampione, aspettando che egli lo abbia acceso.
Ma che deve accendere, se non c’è petrolio?
Il paese questa sera rischia di restare al buio. L’appaltatore
dell’illuminazione è in lite col Comune: da più mesi non gli dànno un soldo; ha
anticipato circa dodicimila lire; ora non vuole più saperne. Quaquèo non ha
potuto rigovernare i lumi, dopo mezzogiorno. Venuta la sera, s’è messo in giro
con la scala per provare se si accendono con quel po’ di petrolio rimasto dalla
notte scorsa. Si accendono per poco, poi s’abbassano e appestano la via. I
cittadini protestano, se la pigliano con lui, come se fosse colpa sua. I più
tristi e i monellacci gli ricantano più sguajatamente la solita canzone:
– Ci vogliono i becchi! Ci vogliono i becchi! I becchi, Quaquèo, i becchi!
E la gazzarra cresce. Quaquèo non ne può più. Per sottrarsi alla ressa degli
insultatori, lascia la via principale e, con la scala in collo, si mette a
salire per uno dei vicoli. Ma parecchi lo seguono. A un certo punto, come
Quaquèo, stanco e sfiduciato, s’abbandona secondo il suo solito sul braccio d’un
fanale, non si contentano più di dargli la baja a parole, gli strappano la scala
sotto i piedi e lo lasciano lì appeso per le ascelle e sgambettante.
Ah sì? Dunque vogliono proprio ch’egli faccia l’obbligo suo, di marito offeso,
non potendo quella sera per mancanza di petrolio attendere alla sua pubblica
funzione di lampionajo? Lo hanno colto al laccio, giusto quella sera che non può
gridar la scusa dell’illuminazione della città? Ebbene: gli ridiano la scala, e
sia fatta la loro volontà! La scala! La scala! Lo facciano discendere, corpo di
Dio, e vedranno ciò che egli saprà fare!
Tre, quattro, ridendo, gli rimettono la scala sotto i piedi, e tutti,
pigliandoselo a godere, a coro, lo cimentano:
– Il coltello ce l’hai?
– Ce l’ho. Eccolo!
E Quaquèo si tira sù il camiciotto e cava dalla tasca dei calzoni un
coltellaccio e lo apre e lo impugna
– Sangue della Madonna, è buono questo?
– La scanni?
– La scanno, e lo scanno, se li trovo insieme! Testimonii tutti! Venitemi
dietro!
E si slancia avanti, balzando su la punta della cianca più corta, e tutti lo
seguono schiamazzando e affollandoglisi attorno, per i buj vicoli tortuosi in
salita.
– La scanni davvero?
Quaquèo s’arresta, si volta e agguanta per il petto uno di quei cimentatori.
– Ah, ve ne pentite? Ora che m’avete preso, perdio, e sono qua armato per fare
l’obbligo mio, dovete starci tutti! Tutti, perdio!
E scuote e scrolla quell’agguantato, e riprende la via. Parecchi allora
s’impauriscono, lo seguono ancora per qualche passo sconcertati, perplessi; si
tirano per la manica; rimangono indietro; se la svignano. Quattro soltanto e due
monelli gli tengono dietro fino a casa, ma costernati anch’essi e non più
cimentosi, anzi pronti a impedire che egli faccia per davvero. Difatti, appena`
davanti alla porta, lo afferrano per le braccia e a coro, con parole scherzose,
cercano di portarselo via, in qualche taverna a bere. Ma Quaquèo, stravolto,
ansimante, si divincola e li minaccia col coltello impugnato; avventa calci alla
porta, e grida alla moglie:
– Apri, mala femmina! Apri! Questa è la volta che la paghi per tutte!
Lasciatemi, sangue di... lasciatemi! Lasciatemi, o vi spacco la faccia!
Quelli, alla minaccia, si scostano, e allora egli cava subito dalla tasca del
camiciotto, sul petto, la chiave e apre la porta; si ficca dentro e la richiude
con fracasso. Quelli si precipitano addosso alla porta e la forzano’ gridando
ajuto. Si sentono dall’interno grida e pianti in alto.
– Carneficina! Carneficina! – urla Quaquèo, col coltello in pugno, dopo aver
afferrato per i capelli e buttata a terra la moglie scarmigliata e discinta; e
cerca sotto il letto, rovesciando tutto quello che gli capita tra i piedi; cerca
nella cassapanca; va a cercare in cucina, sempre gridando:
– Dov’è? Dimmi dov’è! dove l’hai nascosto?
E la moglie:
– Sei pazzo? Sei ubriaco? Che ti salta in mente, buffone?
Giù, nel vicolo. a loro volta, gridano quei quattro che lo han seguìto, e i
monelli, e altri accorsi al fracasso; e si schiudono le finestre qua e là, e
tutti domandano: – Chi è? Che è stato? – e pugni e calci e spallate alla porta.
Quaquèo balza addosso alla moglie:
– Dimmi dov’è, o t’ammazzo! Sangue, sangue, voglio sangue, questa sera! Sangue!
Non sa più dove cercare. Gli occhi a un tratto gli vanno alla finestra della
cucina che guarda dalla parte opposta del vicolo, su un precipizio. È una
finestra piuttosto alta, che sta sempre chiusa, e le cui imposte sono annerite
dalla fuliggine.
– Piglia una sedia e apri quella finestra! No? Non vuoi aprirla? Brutta strega,
l’apro io!
Monta su uno sgabello, la apre... – orrore! Quaquèo arretra, con gli occhi
sbarrati, le mani tra i capelli irti. Il coltello gli casca di mano.
Il cavalier Bissi sta lassù, pericolante, nel vano, sul precipizio.
– Ma se, Dio liberi, Vostra Eccellenza scivola! esclama Quaquèo, appena può
rinvenire dal terrore, portandosi le pugna presso la bocca; e subito accorre,
tutto tremante e premuroso, per aiutarlo a discendere:
– Piano... qua, piano, metta qua un piede su la mia spalla, Eccellenza... Ma
come mai Vostra Eccellenza s’è potuto persuadere a nascondersi lassù? Me lo
potevo mai figurare? Lassù, col rischio di rompersi il collo per una donnaccia
come questa, Lei, un Cavaliere! Ma dice sul serio, Vostra Eccellenza?
Si volta alla moglie e, appioppandole un pugno in faccia:
– Ma come? – le grida, – lassù, lassù dovevi farlo nascondere? E non c’era un
posto più pulito? Non hai visto, imbecille, che ho cercato dappertutto tranne
che nello stipo a muro, dietro la cortina? Sù, piglia una spazzola per il signor
Cavaliere! Abbia la bontà, Vostra Eccellenza; per cinque minuti, dentro a quello
stipo!
Sente come gridano giù per istrada? Si hanno certi obblighi, Eccellenza, creda
pure. Non si vorrebbero avere, ma si hanno. Cinque minuti soli: abbia la bontà;
li mando via.
E, condotto il Cavaliere entro lo stipo a muro, va a spalancare la finestra sul
vicolo, per gridare alla folla accorsa:
– Non c’è nessuno! Apro la porta... Chi vuol salire salga; se volete
accertarvene. Ma non c’è nessuno!
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