Narra la vicenda di un lampionaio che viene deriso dalla gente per via
dell'adulterio della moglie. Tuttavia, qualsiasi cosa egli intraprenda sembra
irrimediabilmente sbagliata. La novella tratta - oltre al dramma dell'esistenza
umana - la tematica verista della sanzione sociale nei confronti dell'individuo.
Quaqučo, lampionaio, ha il compito di assicurare l’illuminazione pubblica delle
strade del paese. I lampioni devono essere accesi ogni sera con una scala. Il
lampionaio ha difficoltŕ nel camminare e nel compiere il suo lavoro: in seguito
ad una caduta, č infatti rimasto con una gamba piů corta dell’altra.
La moglie di Quaqueo ha una relazione con un altro uomo che il lampionaio, per
qualche ragione, č costretto a tollerare. Ciň nonostante, la gente del paese lo
richiama alla disciplina prendendolo in giro e ricordandogli, che certi
obblighi, come quello di difendere il proprio onore, esistono e vanno
rispettati. Quaqueo, per tutta risposta, si nasconde dietro i suoi obblighi di
mestiere. Chiede consiglio per difendersi al cavalier Bissi, assessore e suo
superiore. Questi perň non sembra in grado di aiutarlo.
Un giorno, il comune, per problemi di appalto, non č piů in grado di garantire
l’illuminazione pubblica. A partire da questo momento, Quaqueo viene in qualche
modo visto come responsabile del problema. Per ripicca viene spinto, tramite
intimidazioni, a cogliere almeno in flagrante la moglie con il suo visitatore.
Istigato dalla massa, il lampionaio non puň fare a meno di fare irruzione nel
proprio appartamento, dove troverŕ effettivamente un uomo. Si tratta perň del
cavaliere Bissi, il suo capo. Non potendosi ribellare al cavaliere, Quaqueo
scarica la sua aggressivitŕ sulla moglie:
Quando la civiltŕ, ancora in ritardo, condanna un uomo a portare una lunga scala
in collo da un lampione all'altro e a salire e a scendere questa scala a ogni
lampione tre volte al giorno, la mattina per spengerlo, il dopo pranzo per
rigovernarlo, la sera per accenderlo; quest'uomo, per forza, quantunque duro di
mente e dedito al vino, deve contrarre la cattiva abitudine di ragionar con se
stesso, assorgendo anche a considerazioni alte per lo meno quanto quella sua
scala.
Quaqučo, lampionajo, č caduto una sera, ubriaco, da quell'altezza. S'č rotta la
testa, spezzata una gamba. Vivo per miracolo, dopo due mesi d'ospedale, con una
cianca piú corta dell'altra, una sconcia cicatrice su la fronte, s'č rimesso a
girare, zazzeruto, barbuto e in camiciotto turchino, di nuovo con la scala in
collo, da un lampione all'altro. Arrivato ogni volta su la scala all'altezza da
cui č caduto, non puň fare a meno di considerare che - č inutile - certi
obblighi si hanno. Non si vorrebbero avere, ma si hanno. Un marito puň benissimo
in cuor suo non curarsi affatto dei torti della propria moglie. Ebbene,
nossignori, ha l'obbligo di curarsene. Se non se ne cura, tutti gli altri uomini
e finanche i ragazzi glielo rinfacciano e gli dŕnno la baja.
-
Il becco, Quaqučo! Quando li mettono, Quaqučo, questi becchi?
-
Muso di cane! - grida Quaqučo dall'alto del lampione. - Ora me lo dici? Ora che
debbo illuminare la cittŕ?
Bella scusa, l'illuminazione della cittŕ, per sottrarsi all'obbligo di badare ai
torti della moglie. Ma li vede egli forse? Con questi lumetti a petrolio, vede
egli forse quando quelli scassinano le porte o si accoltellano per quei sudici
vicoli deserti?
-
Ladri svergognati e assassini!
Pur non di meno Quaqučo č andato al municipio; s'č presentato all'assessore
cavalier Bissi, a cui deve il posto e qualche gratificazione di tanto in tanto
per lo zelo con cui attende al suo ufficio; e gli ha esposto il caso: se egli,
cioč, nell'atto d'accendere i lampioni non debba essere considerato come un
pubblico funzionario nell'esercizio delle sue funzioni.
-
Sicuro, - gli ha risposto l'assessore.
-
E dunque chi mi insulta, - ha tirato la conseguenza Quaqučo, - insulta un
pubblico funzionario nell'esercizio delle sue funzioni, va bene?
Pare che non vada bene per il cavalier Bissi. Il quale, sapendo di che genere
sono gli insulti di cui Quaqučo viene a lagnarsi, vorrebbe dimostrargli, con
bella maniera, che questi insulti non si riferiscono propriamente al lampionajo
come tale.
-
Ah no, Eccellenza! - protesta Quaqučo. - La prego di credere, Eccellenza!
E
nel dire Eccellenza stringe gli occhi Quaqučo, come se assaporasse un
liquore prelibato. Dŕ cosí dell'Eccellenza, con tutto il sentimento, a quanti
piú puň; ma in ispecie al cavalier Bissi che, oltre agli obblighi che anche lui,
come privato, forse non vorrebbe avere, ma che pure ha, se ne č assunti anche
tanti altri, altissimi, inerenti alla sua carica d'assessore. Quaqučo di tutti
questi obblighi, naturali e sociali, č profondamente compenetrato; e se, alle
volte, per qualche gocciolina importuna deve passarsi il dorso della mano sotto
il naso, non manca mai di farsi prima riparo della falda del lungo camiciotto
turchino.
A
sua volta, con bella maniera, ma imbrogliandosi un po', si prova a dimostrare
all'assessore, che se l'insulto, di cui č venuto a lagnarsi, ha qualche
fondamento di veritŕ, puň averlo soltanto nel tempo che egli č nell'esercizio
delle sue funzioni di lampionajo; perché quando poi non č piú lampionajo ed č
soltanto marito, nessuno puň dir nulla né di lui né della moglie. La moglie č
con lui saggia, sottomessa, irreprensibile; ed egli non ha potuto mai accorgersi
di nulla.
-
M'insultano, Eccellenza, quando illumino la cittŕ, quando sto su la scala
appoggiata al lampione e sfrego al muro il fiammifero per accendere il lume,
cioč, quando sanno che non posso lasciare al bujo la cittŕ, per correre a casa a
vedere che fa e con chi č mia moglie e, all'occorrenza, fare un macello, signor
Cavaliere!
Sottolinea le parole fare un macello con un sorriso quasi di mesta
rassegnazione, perché riconosce che anche quest'obbligo avrebbe, come marito
offeso, e proprio non vorrebbe averlo, ma lo ha.
-
Ne vuole un'altra prova, Eccellenza? Nelle sere di luna, che i lampioni restano
spenti, nessuno mi dice nulla; e perché? perché quelle sere non sono un pubblico
funzionario.
Quaqučo ragiona bene. Ma ragionar bene non basta. Bisogna venire al fatto. E,
venendo al fatto, spesso i migliori ragionamenti cascano, come cascň lui, quella
volta, ubriaco fradicio, dalla scala.
Che vuole concludere, insomma, con quel ragionamčnto? Il cavalier Bissi glielo
domanda. Se crede che la sua disgrazia coniugale sia inerente alla pubblica
funzione di lampionajo, ebbene, rinunzii a questa pubblica funzione; o, se non
vuole rinunziare, si stia quieto, e lasci dire la gente.
-
Perentorio? - domanda Quaqučo.
-
Perentorio, - risponde il cavalier Bissi.
Quaqučo saluta militarmente:
-
Servo di Vostra Eccellenza.
La
scala gli pesa ogni giorno di piú e ogni giorno di piú Quaqučo stenta ad
arrampicarsi sui pioli logori dal lungo uso, con quella cianca piú corta
dell'altra.
Ora, quando č agli ultimi lampioni nelle viuzze piú erte in cima al colle,
s'indugia un pezzo su la scala, come affacciato, o piuttosto come appeso per le
ascelle al braccio del fanale, le mani penzoloni, il capo appoggiato a una
spalla; e in quella positura d'abbandono, lassú, seguita a pensare e a ragionar
con se stesso.
Pensa cose strane e tristi.
Pensa, per esempio, che le stelle, per quanto fitte sieno, certe notti,
allargano sí e pungono il cielo, ma non arrivano a far lume in terra.
-
Luminaria sprecata!
Ma
che bella luminaria! E pensa che una notte sognň che toccava a lui d'accenderla,
tutta quella luminaria nel cielo, con una scala di cui non vedeva la fine, e che
non sapeva dove appoggiare, e i cui staggi gli brandivano tra le mani incapaci
di sorreggere un tal peso. E come avrebbe fatto ad arrampicarsi, sú, sú, per
quegli infiniti pioli, fino alle stelle? Sogni! Ma che ambascia e che sgomento
nel sogno!
Pensa che č proprio triste quel suo mestiere di lampionajo, almeno per un
lampionajo come lui, che abbia contratto la cattiva abitudine di ragionare,
accendendo lampioni.
Ma
č mai possibile che anche l'atto materiale di far la luce dove ci sono le
tenebre, non desti, a lungo andare, anche nel piú duro e oscuro cervello certi
guizzi di pensiero?
Quaqučo certe sere č arrivato finanche a pensare che egli che fa la luce, fa
anche le ombre. Giŕ! Perché non si puň avere una cosa, senza il suo contrario.
Chi nasce, muore. E l'ombra č come la morte che segue un corpo che cammina.
Donde la sua frase misteriosa, che sembra una minaccia gridata dall'alto della
scala nell'atto di accendere il lampione, e che non č altro, invece, che la
conclusione d'un suo ragionamento:
-
Aspetta lŕ, aspetta lŕ, che t'appiccico la morte dietro!
Infine Quaqučo pensa, che una certa importanza d'ordine davvero superiore la ha,
quel suo mestiere, in quanto ripara a una mancanza della natura, e che mancanza!
Quella della luce. C'č poco da dire: egli, per il suo paese, č il sostituto del
Sole. Sono due i sostituti: egli e la Luna; e si dŕnno il cambio. Quando c'č la
Luna, egli riposa. E tutta l'importanza del suo mestiere appare manifesta in
quelle sere che la Luna dovrebbe esserci, e viceversa poi non c'č, perché le
nuvole, nascondendola, la fanno venir meno al suo obbligo di illuminare la
Terra; obbligo che la Luna forse non vorrebbe avere, ma che ha; e il paese resta
al bujo.
Quant'č bello vedere da lontano, in mezzo alle tenebre della notte, qua e lŕ,
qualche paesello illuminato!
Quaqučo ne vede parecchi, ogni notte, quando arriva agli ultimi lampioni in cima
al colle, e rimane a contemplarli a lungo, con le mani penzoloni dal braccio del
fanale e il capo appoggiato a una spalla, e sospira.
Sí, quei lumini lŕ, come una moltitudine di lucciole a congresso, rischiarano
penosamente e rimangono tutta la notte a vegliare, nel lugubre silenzio,
vicoletti lerci e scoscesi e tane di miseria, forse peggiori di questi del suo
paese; ma č certo che, da lontano, fanno un bel vedere, e spirano un dolce e
mesto conforto in mezzo a tanta tenebra. Passa di tanto in tanto nella tenebra
qualche folata di vento, e tutti quei lumini lŕ aggruppati esitano e pare che
sospirino anch'essi.
E
a guardare cosí da lontano, si pensa che i poveri uomini, sperduti come sono
sulla terra, tra le tenebre, si siano raccolti qua e lŕ per darsi conforto e
ajuto tra loro; e invece no, invece non č cosí: se una casa sorge in un posto,
un'altra non le sorge mica accanto, come una buona sorella, ma le si pianta di
contro come una nemica, a toglierle la vista e il respiro; e gli uomini non si
uniscono qua e lŕ per farsi compagnia, ma si accampano gli uni contro gli altri
per farsi la guerra. Ah, lui, Quaqučo, lo sa bene! E dentro ogni singola casa
c'č la guerra, tra quegli stessi che dovrebbero amarsi e star d'accordo per
difendersi dagli altri. Non č forse sua moglie la sua piú acerrima nemica?
Se
Quaqučo beve, beve per questo; beve per non pensare a certe cose che lo
farebbero venir meno a tanti di questi obblighi, di cui č cosí profondamente
compenetrato. Ma č vero che se ne hanno poi anche certi altri, che non si
vorrebbero avere. Non si vorrebbero avere, ma si hanno.
-
Eh, sorcio vecchio?
Quaqučo si rivolge a un pipistrello. Lo chiama sorcio vecchio, perché č un
sorcio che ha messo le ali. Tante altre volte si rivolge o a qualche gatto che
striscia rasente al muro e s'arresta d'un tratto, raccolto e obliquo, a
guatarlo, o a qualche cane randagio e malinconico, che si mette a seguirlo da un
lampione all'altro, per gli alti vicoli deserti, e gli si accula davanti, sotto
ogni lampione, aspettando che egli lo abbia acceso.
Ma
che deve accendere, se non c'č petrolio?
Il
paese questa sera rischia di restare al bujo. L'appaltatore dell'illuminazione č
in lite col Comune: da piú mesi non gli dŕnno un soldo; ha anticipato circa
dodicimila lire; ora non vuole piú saperne. Quaqučo non ha potuto rigovernare i
lumi, dopo mezzogiorno. Venuta la sera, s'č messo in giro con la scala per
provare se si accendono con quel po' di petrolio rimasto dalla notte scorsa. Si
accendono per poco, poi s'abbassano e appestano la via. I cittadini protestano,
se la pigliano con lui, come se fosse colpa sua. I piú tristi e i monellacci gli
ricantano piú sguajatamente la solita canzone:
-
Ci vogliono i becchi! Ci vogliono i becchi! I becchi, Quaqučo, i becchi!
E
la gazzarra cresce. Quaqučo non ne puň piú. Per sottrarsi alla ressa degli
insultatori, lascia la via principale e, con la scala in collo, si mette a
salire per uno dei vicoli. Ma parecchi lo seguono. A un certo punto, come
Quaqučo, stanco e sfiduciato, s'abbandona secondo il suo solito sul braccio d'un
fanale, non si contentano piú di dargli la baja a parole, gli strappano la scala
sotto i piedi e lo lasciano lí appeso per le ascelle e sgambettante.
Ah
sí? Dunque vogliono proprio ch'egli faccia l'obbligo suo, di marito offeso, non
potendo quella sera per mancanza di petrolio attendere alla sua pubblica
funzione di lampionajo? Lo hanno colto al laccio, giusto quella sera che non puň
gridar la scusa dell'illuminazione della cittŕ? Ebbene: gli ridiano la scala, e
sia fatta la loro volontŕ! La scala! La scala! Lo facciano discendere, corpo di
Dio, e vedranno ciň che egli saprŕ fare!
Tre, quattro, ridendo, gli rimettono la scala sotto i piedi, e tutti,
pigliandoselo a godere, a coro, lo cimentano:
-
Il coltello ce l'hai?
-
Ce l'ho. Eccolo!
E
Quaqučo si tira sú il camiciotto e cava dalla tasca dei calzoni un coltellaccio
e lo apre e lo impugna.
-
Sangue della Madonna, č buono questo?
-
La scanni?
-
La scanno, e lo scanno, se li trovo insieme! Testimoni tutti! Venitemi dietro!
E
si slancia avanti, balzando su la punta della cianca piú corta, e tutti lo
seguono schiamazzando e affollandoglisi attorno, per i buj vicoli tortuosi in
salita.
-
La scanni davvero?
Quaqučo s'arresta, si volta e agguanta per il petto uno di quei cimentatori.
-
Ah, ve ne pentite? Ora che m'avete preso, perdio, e sono qua armato per fare
l'obbligo mio, dovete starci tutti! Tutti, perdio!
E
scuote e scrolla quell'agguantato, e riprende la via. Parecchi allora
s'impauriscono, lo seguono ancora per qualche passo sconcertati, perplessi; si
tirano per la manica; rimangono indietro; se la svignano. Quattro soltanto e due
monelli gli tengono dietro fino a casa, ma costernati anch'essi e non piú
cimentosi, anzi pronti a impedire che egli faccia per davvero. Difatti, appena
davanti alla porta, lo afferrano per le braccia e a coro, con parole scherzose,
cercano di portarselo via, in qualche taverna a bere. Ma Quaqučo, stravolto,
ansimante, si divincola e li minaccia col coltello impugnato; avventa calci alla
porta, e grida alla moglie:
-
Apri, mala femmina! Apri! Questa č la volta che la paghi per tutte! Lasciatemi,
sangue di... lasciatemi! Lasciatemi, o vi spacco la faccia!
Quelli, alla minaccia, si scostano, e allora egli cava subito dalla tasca del
camiciotto, sul petto, la chiave e apre la porta; si ficca dentro e la richiude
con fracasso. Quelli si precipitano addosso alla porta e la forzano, gridando
ajuto. Si sentono dall'interno grida e pianti in alto.
-
Carneficina! Carneficina! - urla Quaqučo, col coltello in pugno, dopo aver
afferrato per i capelli e buttata a terra la moglie scarmigliata e discinta; e
cerca sotto il letto, rovesciando tutto quello che gli capita tra i piedi; cerca
nella cassapanca; va a cercare in cucina, sempre gridando:
-
Dov'č? dimmi dov'č! dove l'hai nascosto?
E
la moglie:
-
Sei pazzo? Sei ubriaco? Che ti salta in mente, buffone?
Giú, nel vicolo, a loro volta, gridano quei quattro che lo han seguito, e i
monelli, e altri accorsi al fracasso; e si schiudono le finestre qua e lŕ, e
tutti domandano: - Chi č? Che č stato? - e pugni e calci e spallate alla porta.
Quaqučo balza addosso alla moglie:
-
Dimmi dov'č, o t'ammazzo! Sangue, sangue, voglio sangue, questa sera! Sangue!
Non sa piú dove cercare. Gli occhi a un tratto gli vanno alla finestra della
cucina che guarda dalla parte opposta del vicolo, su un precipizio. Č una
finestra piuttosto alta, che sta sempre chiusa, e le cui imposte sono annerite
dalla fuliggine.
-
Piglia una sedia e apri quella finestra! No? Non vuoi aprirla? Brutta strega,
l'apro io!
Monta su uno sgabello, la apre... - orrore! Quaqučo arretra, con gli occhi
sbarrati, le mani tra i capelli irti. Il coltello gli casca di mano.
Il
cavalier Bissi sta lassú, pericolante, nel vano, sul precipizio.
-
Ma se, Dio liberi, Vostra Eccellenza scivola! - esclama Quaqučo, appena puň
rinvenire dal terrore, portandosi le pugna presso la bocca; e subito accorre,
tutto tremante e premuroso, per ajutarlo a discendere:
-
Piano... qua, piano, metta qua un piede su la mia spalla, Eccellenza... Ma come
mai Vostra Eccellenza s'č potuto persuadere a nascondersi lassú? Me lo potevo
mai figurare? Lassú, col rischio di rompersi il collo per una donnaccia come
questa, lei, un Cavaliere! Ma dice sul serio, Vostra Eccellenza?
Si
volta alla moglie e, appioppandole un pugno in faccia:
-
Ma come? - le grida, - lassú, lassú dovevi farlo nascondere? E non c'era un
posto piú pulito? Non hai visto, imbecille, che ho cercato dappertutto tranne
che nello stipo a muro, dietro la cortina? Sú, piglia una spazzola per il signor
Cavaliere! Abbia la bontŕ, Vostra Eccellenza; per cinque minuti, dentro a quello
stipo! Sente come gridano giú per istrada? Si hanno certi obblighi, Eccellenza,
creda pure. Non si vorrebbero avere, ma si hanno. Cinque minuti soli: abbia la
bontŕ; li mando via.
E,
condotto il Cavaliere entro lo stipo a muro, va a spalancare la finestra sul
vicolo, per gridare alla folla accorsa:
-
Non c'č nessuno! Apro la porta... Chi vuol salire, salga; se volete
accertarvene. Ma non c'č nessuno!