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NOVELLE PER UN ANNO - 1925 - "DAL NASO AL CIELO"
Pubblicata nel 1925, la raccolta Dal naso al cielo costituisce l'ottavo
volume delle Novelle per un anno e include racconti già editi tra il 1902 ed il
1923. |
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2. Fuga (1923)
«Corriere della Sera», 23 agosto 1923.
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Che stizza per quella nebbia, il
signor Bareggi! Gli parve sorta a tradimento proprio per lui, per pungerlo
fredda, con punture lievi di sottilissimi aghi, alla faccia, alla nuca, e:
– A te, domani, le fitte a tutte le giunture, – si mise a dire, – la testa che
ti pesa come il piombo, e gli occhi che non li puoi più aprire, tra il gonfiore
di queste belle borse acquerose! Parola d’onore, va a finir che la faccio
davvero, la pazzia!
Logorato dalla nefrite, a cinquantadue anni, con lo spasimo fisso alle reni e
quei piedi gonfii che, ad affondare una ditata, prima che l’edema rivenisse sù
ci metteva un minuto, eccolo là intanto a spiaccicare con le scarpe di panno sul
viale già tutto bagnato, proprio come fosse piovuto.
Con quelle scarpe di panno il signor Bareggi si trascinava ogni giorno dalla
casa all’ufficio, dall’ufficio alla casa. E andando così piano piano sui piedi
molli dolenti, per distrarsi si perdeva a sognare che, una volta o l’altra, se
ne sarebbe andato via; via di nascosto; via per sempre, senza ritornare a casa
mai più.
Perché le smanie più feroci gliele dava la casa. Quel pensiero, due volte al
giorno, di dover ritornare a casa, laggiù, in una traversa remota del
lunghissimo viale per cui s’era incamminato.
E non già per la distanza, della quale era pure da far caso (con quei piedi!); e
neppure per la solitudine di quella traversa, che anzi gli piaceva: così appena
appena tracciata, ancora senza lumi e senza guasto di civiltà, con tre sole
casette a manca, quasi da contadini; e a destra una siepe campestre, da cui su
un palo s’affacciava una tabella stinta dal tempo e dalle piogge: «Terreni da
vendere». |
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Stava nella terza di quelle casette. Quattro stanze a terreno, quasi buje, con
le grate arrugginite alle finestre e, oltre le grate, una rete di fil di ferro
per difendere i vetri dalle sassate dei monellacci selvaggi dei dintorni; e a
piano, tre camere da letto e una loggetta che era, quando non faceva umido, la
sua delizia: alla vista degli orti.
Le smanie feroci erano per le premure angosciose con cui, subito appena
rincasato, lo avrebbero oppresso la moglie e le due figliuole: una gallina
spersa e due pollastre pigolanti dietro: corri di qua, scappa di là: per le
pantofole, per la tazza di latte col torlo d’uovo; e l’una giù carponi a
slacciargli le scarpe; e l’altra a domandargli con una voce a lamento (secondo
le stagioni) se si era inzuppato, se era sudato; come se non lo vedessero,
rincasato senz’ombrello, intinto da strizzare o, d’agosto, di ritorno a
mezzogiorno, tutto incollato e illividito dal sudore.
Gli finivano, gli finivano lo stomaco tutte quelle premure; come se gli fossero
usate perché, così, non trovasse più modo di darsi uno sfogo.
Poteva più lamentarsi davanti a quei sei occhi ammammolati dalla pietà, davanti
a quelle sei mani così pronte a soccorrerlo?
Eppure avrebbe avuto da lamentarsi, tanto, e di tante cose! Bastava che si
voltasse a guardare qua o là per trovare una ragione di lamento, che esse non
supponevano nemmeno. Quel vecchio tavolone di cucina, massiccio, dove
mangiavano, e che a lui, messo a pane e latte, quasi non serviva più: come
sapeva, quel tavolone, del crudo della carne e dell’odore delle belle cipolle
secche dal velo dorato! E poteva rimproverare alle figliuole la carne che esse,
sì, potevano mangiarsi, cucinata così saporitamente dalla madre con quelle
cipolle? O rimproverarle perché, facendo il bucato in casa per risparmio, quando
avevano finito di lavare, buttavano fuori l’acqua saponata e con quel puzzo
ardente di lavatojo gli toglievano di godersi, la sera, il fresco respiro degli
orti?
Chi sa come sarebbe parso ingiusto un tal rimprovero, a loro che sfacchinavano
dalla mattina alla sera, là sempre sole, come esiliate, senza mai, forse, neppur
pensare che, in altre condizioni, avrebbero potuto avere una vita diversa,
ciascuna per sé.
Erano per fortuna un po’ deboli di cervello, come la madre. Le compativa; ma
anche il compatimento che ne aveva, nel vederle ridotte come due strofinacci,
gli si cangiava in una cattiva irritazione.
Perché egli non era buono. No, no. Non era buono come pareva a quelle sue povere
donne, e, del resto, a tutti. Cattivo era. E gli si doveva veder bene negli
occhi, certe volte, che l’aveva anche lui, la sua malizia, bene agguattata
sotto. Gli veniva fuori, quand’era solo, nella stanza d’ufficio, che si
baloccava senza saperlo con la lancetta del raschino, seduto davanti la
scrivania: tentazioni che potevano esser anche da folle: come di mettersi a
spaccare con la lancetta di quel raschino l’incerato della ribalta, il cuojo
della poltrona; e poi, invece, posava su quella ribalta la manina che pareva
grassa grassa, ed era anch’essa enfiata; se la guardava e, mentre grosse lagrime
gli scolavano dagli occhi, s’accaniva con l’altra a strapparsi i peli rossicci
dal dorso delle dita.
Era cattivo, sì. Ma era anche la disperazione di dover finire tra poco, in una
poltrona, perso da una parte e scemo, tra quelle tre donne che lo seccavano e
che gli mettevano addosso la smania di scapparsene, finché era in tempo, come un
pazzo.
E, sissignori, la pazzia quella sera, prima che nel capo, gli entrò
all’improvviso nelle mani e in un piede, facendogli alzar questo alla staffetta
e afferrar con quelle il sediolo e la stanga del carretto del lattajo trovato lì
per caso all’imboccatura della traversa.
Ma come? Lui, il signor Bareggi, uomo serio, posato, rispettabile, sul carretto
del lattajo?
Sì, sul carretto del lattajo, per un ticchio lì per li, appena lo intravide
nella nebbia, svoltando dal viale e imboccando la traversa; appena nelle nari
avvertì il fresco odore fermentoso d’un bel fascio di fieno nella rete e il
puzzo caprino del cappotto del lattajo buttato sul sediolo: gli odori della
campagna lontana, che immaginò subito, laggiù laggiù, oltre la barriera
nomentana, oltre Casal dei Pazzi, immensa, smemorata e liberatrice.
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Il cavallo, allungando il muso e strappando l’erba che cresceva liberamente
sulle prode, doveva essersi allontanato da sé, un passo dopo l’altro, dalle tre
casette perdute nella nebbia in fondo alla traversa; il lattajo, che a ogni
posta s’indugiava al solito a chiacchierar con le donne, sicuro che la bestia
abituata lo stesse ad aspettare paziente davanti la porta, ora, uscendo con le
bottiglie vuote e non trovandolo più, si sarebbe dato a correre e a gridare:
bisognava far presto; e il signor Bareggi, col brio di quell’improvvisa pazzia
che gli schizzava dagli occhi, ansante e tutt’un tremito di contentezza e di
paura, ormai senza che gli importasse più di rendersi conto di ciò che sarebbe
avvenuto e di lui e del lattajo e delle sue donne, nello scompiglio di tutte le
immagini che già gli turbinava nell’animo stravolto, dette una gran frustata al
cavallo e via!
Non s’aspettava il salto a montone di quella bestiaccia, che pareva vecchia e
non era; non s aspettava’ al rimbalzo, il fracasso di tutti i bidoni e gli orci
del latte dietro il sediolo; gli scapparono di mano le redini, per sorreggersi,
mentre, a quel salto del cavallo, coi piedi sobbalzati dalle stanghe e la frusta
per aria, stava per arrovesciarsi all’indietro su quei bidoni e quegli orci; e
non aveva ancora finito di sentirsi scampato a quel primo pericolo, che subito
la minaccia di nuovi, imminenti, lo tenne senza fiato e sospeso, con quella
bestia dannata sfrenata lanciata a una corsa pazza in mezzo alla nebbia che si
faceva sempre più fitta col calar della sera.
Non accorreva nessuno a parare? a gridare che altri parasse? Eppure doveva
sembrare nel bujo una tempesta quel carretto in fuga con tutti quegli arnesi
che, traballando, s’urtavano. Ma forse non passava più nessuno per il viale, o a
lui tra il frastuono non arrivavano le grida; e la nebbia gl’impediva di vedere
perfino le lampade elettriche che già dovevano essere accese.
Aveva buttato anche la frusta, per agguantarsi disperatamente con tutt’e due le
mani al sediolo Ah, non lui soltanto, ma anche quel cavallo doveva essersi
impazzito, o per quella frustata in principio, a cui forse non era avvezzo, o
per la gioja che quella sera fosse finito così presto il giro delle poste, o per
le redini da cui non si sentiva più tenuto. Nitriva, nitriva. E il signor
Bareggi vedeva con spavento lo slancio furibondo delle anche in quella corsa
che, a ogni slancio, pareva si spiccasse adesso con nuova lena.
A un certo punto, balenandogli il pericolo che alla svoltata del viale sarebbe
andato a sbattere contro qualche ostacolo, si provò ad allungare il braccio per
tentare se gli veniva fatto di riacchiappar le redini; abburattato, picchiò non
seppe dove, col naso, e si ritrovò tanto sangue sulla bocca, sul mento e nella
mano; ma non ebbe né modo né tempo di badare alla ferita che si doveva esser
fatta; bisognava che tornasse a sorreggersi forte con tutt’e due le mani. Sangue
davanti, e latte dietro! Dio. il latte che, sguazzando e sciabordando nei bidoni
e negli orci, gli schizzava alle spalle! E rideva il signor Bareggi, pur nel
terrore che gli teneva le viscere sospese; rideva di quel terrore; e
contrapponeva istintivamente all’idea, pur precisa, d’una prossima immancabile
catastrofe l’idea che, dopo tutto, fosse una burla, una burla che aveva voluto
fare e che domani avrebbe raccontato, ridendo. E rideva. Rideva, richiamandosi
disperatamente davanti agli occhi – l’immagine quieta dell’ortolano che
annaffiava l’orto, oltre la siepe là della traversa, com’egli lo vedeva ogni
sera dalla sua loggetta; e a cose gaje pensava: ai contadini che, nei loro
vecchi abiti, mettevan certe toppe che parevano scelte apposta perché dicessero,
sl, la miseria, ma allegra là sulle chiappe, sui gomiti, sui ginocchi, come una
bandiera; e intanto, sotto queste immagini quiete e gaje, non meno viva,
terribile, quella di ribaltare da un momento all’altro a un urto che avrebbe
forse mandato tutto a catafascio.
Volò Ponte Nomentano, volò Casal dei Pazzi, e via, via, via, nella campagna
aperta, che già s’indovinava nella nebbia.
Quando il cavallo si fermò davanti a un rustico casalino, col carretto
sconquassato e senza più né un bidone né un orcio, era già sera chiusa.
Dal casalino la moglie del lattajo, sentendo arrivare il carretto a quell’ora
insolita, chiamò. Nessuno le rispose. Scese con la lucerna a olio davanti la
porta; vide quello sconquasso; chiamò di nuovo per nome il marito: ma dov’era?
cos’era stato?
Domande, a cui certo il cavallo, ancora ansante e felice della bella galoppata,
non poteva rispondere.
Con gli occhi insanguinati, scalpitava e sbruffava, squassando la testa.
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