Butticè, alla vista della moglie in quello stato,
restò; ma quasi più stizzito che addolorato. Tanto
che, come Giglione lo trasse fuori e lo alzò su le
braccia a dosso della mula e gli diede in mano la
fune della cavezza, gridandogli:
- Scappa! - adirato da quella violenza, gli rispose
col viso sbiancato e senza muoversi:
- E se non volessi scappare?
- Scappa, in nome di Dio! Dici sul serio?
E Giglione spinse a due mani per di dietro la mula e
le allungò un calcio.
Tre ore dopo, Butticè ritornò col medico. Appena
entrato nel cortile, alla vista del socio e della
comare e di tutti i ragazzi, lì muti e abbattuti ad
aspettarlo, comprese ch'era finita. Lo aveva
immaginato; aveva preveduto quella scena al suo
arrivo. Provò una fiera irritazione; avvilimento e
rabbia. Gli occhi ilari gli lucevano di follia.
- Come siete belli tutti! - disse; e scavalcò dalla
mula e s'arrestò davanti la soglia della sua stanza.
Stesa lunga sul letto, come se non le fosse restato
nelle vene neppure una goccia di sangue, sua moglie
era lì, più rigida e più bianca del marmo.
La mirò un pezzo, quasi che, così lunga, così tesa,
così bianca, non la riconoscesse più: poi varcò la
soglia, s'accostò alla morta, e le domandò in un
tono quasi derisorio:
- Che hai fatto?
Giglione, entrato zitto zitto nella stanza con la
moglie e col medico, alzò una mano e glie la posò su
la spalla in atto di commiserazione. Ma Butticè si
scrollò con un fremito animalesco, gridandogli:
- Non mi toccare! - E uscì nel cortile.
Allora i figliuoli gli si fecero attorno, piangendo.
Egli si chinò a cingerli con le braccia, come un
fascio da prendere e buttar via:
- Che ci fate più qua, vojaltri, ancora vivi?
Giglione, su la soglia della stanza, disse:
- Ai tuoi figliuoli non ci pensare. Ora mia moglie
farà conto di averne dodici, invece di sei; e darà
latte al tuo piccolo, e avrà cura di te come di me.
Butticè, ancora curvo sui figliuoli, gli lanciò da
sotto in su uno sguardo, che balenò come una lama di
coltello. Gli parve che il socio lo volesse pestare
con la sua generosità, appena caduto sotto
quell'ingiustizia della sorte; e senza neppur
guardare un'ultima volta la morta, quasi che anche
lei, quella mattina, a tradimento, avesse voluto
diminuirlo, avvilirlo, annichilirlo, scappò via,
scostando i figli, scostando tutti, via giù per la
campagna, e andò a rintanarsi sotto un carrubo,
lontano, come una bestia ferita a morte.
Stette lì due giorni e due notti. Sul far della
seconda notte, si sentì chiamare a lungo dal socio
prima dall'alto, poi a mano a mano più da presso,
per i sentieri della campagna, tra gli alberi; sentì
anche i passi di lui; altri passi, forse dei
ragazzi; trattenne il fiato e, quando i passi e le
voci s'allontanarono, godette di non essere stato
scoperto. Levando però gli occhi intravide da uno
sforo nel fogliame, ferma in cielo la luna e si
sentì guardato da essa, avvertendo nella coscienza
oscura come un rimescolio, tra di dispetto e di
sgomento.
Pensò allora di risalire alla villa. Certo, il
cadavere della moglie era stato, a quell'ora,
portato via, il socio lo voleva su, per fargli
vedere che la moglie s'era attaccato al seno il
piccino e come faceva da madre agli altri orfani. La
carità. Poi, finito come ogni sera di mangiar la
minestra, nel cortile, al lume della lucerna a olio:
- Buona notte, compare. Noi ce n'andiamo a letto.
E si sarebbe chiuso con la moglie e con tutta la sua
famiglia intatta, là nella sua stanza; mentre lui
sarebbe rimasto fuori, nel cortile, solo,
scompagnato, coi suoi orfani. Ah, no, perdio! Questa
soddisfazione non gliel'avrebbe data, all'antico
rivale.
Risalì alla villa, la mattina all'alba. Ispido, con
la faccia scavata, le occhiaje livide, gli occhi da
pazzo, svegliò i figliuoli; ordinò ai più grandi che
lo ajutassero a raccogliere la roba e a caricarla su
la mula.
Giglione, al rumore, uscì dalla stanza accanto;
stette un pezzo a guardare, poi gli domandò:
- Che fai?
Butticè stava a legare per terra un grosso fagotto
di panni; si rizzò su la vita, gli piantò gli occhi
in faccia e rispose:
- Me ne vado,
- Dove te ne vai? Sei pazzo? - replicò quello.
Butticè non rispose; si ridiede a legare per terra
il fagotto. E allora Giglione riprese:
- Ma perché? Tu hai la pena, lo so, e nessuno te la
vuol levare. Ma quanto al resto... tu e i tuoi
figliuoli, qua...
Butticè tornò a rizzarsi su la vita; si pose un dito
su la bocca:
- Zitto. Me ne devo andare.
- Ma perché?
- Per niente. Me ne devo andare.
- Così su due piedi? Senza neanche fare i conti?
- Li faremo. Ora me ne devo andare.
Quando la roba fu caricata su la mula e su l'asino,
che appartenevano a lui, disse al socio:
- Va' a prendermi la creatura.
Giglione giunse le mani:
- Ma sei impazzito davvero? L'ha al petto mia
moglie. Vuoi che muoja?
- Muoja. Me ne devo andare.
Giglione andò di corsa a prendere il neonato e, con
la faccia voltata, glielo porse.
- Tieni. Vattene! Non voglio più vederti!
- Tu? - disse allora con un ghigno Butticè. - E
figurati io!
Cacciò avanti l'asino e la mula, e s'avviò coi
cinque figliuoli dietro, e in braccio il piccino, a
cui ancora dalla boccuccia paonazza pendeva una
goccia di latte.