Novelle per un anno - 1924 - Tutt'è tre
15. I due compari
Motivo di maraviglia, e anche d'invidia in tutte le contrade
attorno, era il caso di Giglione e Butticè, soci da undici
anni nell'affitto della vecchia masseria della Gasena. Non
era mai avvenuto che padre e figlio, o due fratelli,
durassero a lungo soci nell'affitto d'una terra: figurarsi
poi due estranei! Eppure, tra quei due, in undici anni di
società, non era mai sorto il minimo contrasto, né
d'interessi né d'altro.
Le loro famiglie erano cresciute accanto, nel cortile della
masseria, in due ampie stanze a terreno dove, al tempo degli
antichi massari, si rammontavano i raccolti abbondanti della
terra.
Quelle due stanze non avevano finestre sulla facciata e
prendevano luce soltanto dalla porta sul cortile, ch'era
vasto e acciottolato, con la cisterna in mezzo, e cinto
tutt'intorno da un muro alto, armato da un'irta e fitta
cresta di pezzi di vetro, sfavillanti al sole. La bianchezza
accecante della calce faceva sembrar quasi nero l'azzurro
intenso e ardente del rettangolo di cielo su quel cortile.
Vi si respirava ancora, con le tante galline che lo
popolavano, e i polli d'india, i capponi, i porcellini,
l'aria dell'antica e ricca masseria, quantunque giù in fondo
fosse vuoto da tempo il chiuso delle pecore, e sotto la
tettoja, dopo il forno, invece delle vacche ci fossero
soltanto due mule e un asinello.
Vaporavano tutt'intorno dalle terre assolate vecchi odori,
di tante cose sparse e seccate da anni all'aperto, e qua si
mescolavano coi tepori grassi del letame, col tanfo secco
delle granaglie, con quello acre della paglia bruciata e
bagnata del forno. Com'ebbre, in quell'onda stagnante di
odori misti, ronzavano senza fine le mosche; e da lontane
aje, nel silenzio dei piani, giungeva il canto di qualche
gallo, a cui rispondevano, prima l'uno e poi l'altro, o
talvolta insieme, con due diverse voci, i galli del cortile.
E quel ronzio e questo canto dei galli e il frusciare degli
alberi non rompevano, anzi rendevano più attonito lo stupore
della natura, non turbato mai da vicende che non fossero le
solite, lentissime e sicure, su le quali gli uomini, le
opere e i buoi regolavano la loro andatura.
Costantemente, per undici annate, la terra aveva risposto
alle dure fatiche dei due soci. E anche le mogli pareva
avessero gareggiato di fecondità con la terra. Desiderio
degli uomini era aver figliuoli, e averli maschi, per i
lavori della campagna. E cinque ne aveva dati l'una e cinque
l'altra, ajutandosi tra loro ogni volta, nei parti,
amorosamente, senza dare né un pensiero né un fastidio ai
mariti che non avevano tempo da perdere in queste cose.
Ritornando a mezzogiorno per il desinare, o la sera per la
cena, avevano trovato un figlio di più:
- Maschio?
E avevano approvato col capo, senz'altre parole.
Giglione non parlava quasi mai. Sempre, quando bisognava,
trattando col padrone della terra o coi mercanti di città,
lasciava parlare il compagno. Placido e duro, col faccione
tondo cotto dal sole e tutto raso, egli si stirava il lobo
dell'orecchia manca e stava a sentire e a pensar le risposte
di quelli: poi, se occorreva, diceva la sua: due parole e
non di più.
Butticè ricciuto e vivace, col perpetuo riso lucente degli
occhi azzurri, mobili e maliziosi, e paroline dolci e
ammiccamenti, s'adoperava ad attenuare la durezza del socio;
ma il padrone o il mercante guardavano gli occhi impassibili
del taciturno irremovibile, e delle maniere graziose di
Butticè non solo non sapevano che farsene, ma anzi quasi
s'infastidivano.
Giglione era l'albero ben radicato; Butticè, l'uccello che
gli svolazzava tra i rami cantando. Non s'era ancor potuto
capire, se dello svolazzio e del canto di quell'uccello
l'albero fosse, o no, contento. Se qualcuno gli domandava:
- Ma, insomma, voi che ne dite?
Giglione alzava una mano e col pollice sotto il lobo e
l'indice alzato sul padiglione, mostrava l'orecchia, per
significare che a lui toccava sentire e che il parlare era
affare del compagno.
Il segreto di quel loro accordo era nell'impegno che
ciascuno dei due aveva sempre messo di non farsi mai
sorpassare dall'altro in nulla.
Nati e cresciuti insieme nelle lontane alture dei Gallotti
sopra Montaperto, erano stati rivali accaniti fino al giorno
che i padri, per impedire che anch'essi come quasi tutti i
giovani della borgata prendessero la via dell'America, li
avevano accasati appena di ritorno dal servizio militare.
Riavvicinati dalle mogli, tra loro cugine, per non
danneggiarsi a vicenda ora che avevan famiglia, s'erano
appajati, cangiando in emulazione l'antica rivalità. Pronti
sempre a qualunque fatica, ciascuno dei due cercava
d'esonerare il compagno delle più gravose; e compenso era a
entrambi la soddisfazione di sentirsi pari in tutto e l'uno
degno dell'altro.
Ora, per la sesta volta era incinta la moglie di Butticè. Si
aspettava il parto di giorno in giorno. Giglione, due mesi
avanti, aveva avuto una femmina; e la sera, nel cortile,
mentre le due donne al lume della lucerna a olio
raccoglievano le rozze scodelle di terracotta, ove i
figliuoli avevano mangiato la minestra, lanciava di sfuggita
qualche obliquo sguardo di diffidenza ai fianchi poderosi
della moglie del socio, che avrebbe potuto sbilanciar le
sorti finora eguali.
Finalmente una mattina prima che rompesse l'alba, l'incinta
fu colta dalle doglie. Butticè corse a picchiare alla porta
accanto, la comare fu pronta in un momento; e i due uomini
sotto il cielo ancora stellato, con le zappe in collo,
s'avviarono per la costa.
Non passò un'ora che a Giglione parve di sentire la voce del
maggiore dei figliuoli, che chiamava dal portone del
cortile. Butticè, che lavorava poco discosto, domandò:
- Non ti pare che abbiano chiamato?
- Così pare, - rispose Giglione: e, ponendosi le mani
attorno alla bocca, diede la voce:
- Aoòh!
Butticè lascio la zappa e si lanciò di corsa su per l'erta.
Giglione gli tenne dietro, correndo anche lui, a fatica.
Trovarono su nel cortile una gran confusione: dietro la
porta socchiusa della stanza di Butticè s'affollavano i
ragazzi, reggendo a stento e strascicando per terra
bracciate di ruvida biancheria, lenzuola, tovaglie, sottane,
camice, che la moglie di Giglione, sporgendo il capo
scarmigliato e le mani tremanti e insanguinate, strappava
loro di furia.
Il parto era avvenuto. Un maschio. Ma la puerpera perdeva
sangue, perdeva sangue in spaventosa abbondanza, e non c'era
verso d'arrestarlo. Bisognava correr subito al paese di
Favara per un medico.
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Butticè, alla vista della moglie in quello stato,
restò; ma quasi più stizzito che addolorato. Tanto
che, come Giglione lo trasse fuori e lo alzò su le
braccia a dosso della mula e gli diede in mano la
fune della cavezza, gridandogli:
- Scappa! - adirato da quella violenza, gli rispose
col viso sbiancato e senza muoversi:
- E se non volessi scappare?
- Scappa, in nome di Dio! Dici sul serio?
E Giglione spinse a due mani per di dietro la mula e
le allungò un calcio.
Tre ore dopo, Butticè ritornò col medico. Appena
entrato nel cortile, alla vista del socio e della
comare e di tutti i ragazzi, lì muti e abbattuti ad
aspettarlo, comprese ch'era finita. Lo aveva
immaginato; aveva preveduto quella scena al suo
arrivo. Provò una fiera irritazione; avvilimento e
rabbia. Gli occhi ilari gli lucevano di follia.
- Come siete belli tutti! - disse; e scavalcò dalla
mula e s'arrestò davanti la soglia della sua stanza.
Stesa lunga sul letto, come se non le fosse restato
nelle vene neppure una goccia di sangue, sua moglie
era lì, più rigida e più bianca del marmo.
La mirò un pezzo, quasi che, così lunga, così tesa,
così bianca, non la riconoscesse più: poi varcò la
soglia, s'accostò alla morta, e le domandò in un
tono quasi derisorio:
- Che hai fatto?
Giglione, entrato zitto zitto nella stanza con la
moglie e col medico, alzò una mano e glie la posò su
la spalla in atto di commiserazione. Ma Butticè si
scrollò con un fremito animalesco, gridandogli:
- Non mi toccare! - E uscì nel cortile.
Allora i figliuoli gli si fecero attorno, piangendo.
Egli si chinò a cingerli con le braccia, come un
fascio da prendere e buttar via:
- Che ci fate più qua, vojaltri, ancora vivi?
Giglione, su la soglia della stanza, disse:
- Ai tuoi figliuoli non ci pensare. Ora mia moglie
farà conto di averne dodici, invece di sei; e darà
latte al tuo piccolo, e avrà cura di te come di me.
Butticè, ancora curvo sui figliuoli, gli lanciò da
sotto in su uno sguardo, che balenò come una lama di
coltello. Gli parve che il socio lo volesse pestare
con la sua generosità, appena caduto sotto
quell'ingiustizia della sorte; e senza neppur
guardare un'ultima volta la morta, quasi che anche
lei, quella mattina, a tradimento, avesse voluto
diminuirlo, avvilirlo, annichilirlo, scappò via,
scostando i figli, scostando tutti, via giù per la
campagna, e andò a rintanarsi sotto un carrubo,
lontano, come una bestia ferita a morte.
Stette lì due giorni e due notti. Sul far della
seconda notte, si sentì chiamare a lungo dal socio
prima dall'alto, poi a mano a mano più da presso,
per i sentieri della campagna, tra gli alberi; sentì
anche i passi di lui; altri passi, forse dei
ragazzi; trattenne il fiato e, quando i passi e le
voci s'allontanarono, godette di non essere stato
scoperto. Levando però gli occhi intravide da uno
sforo nel fogliame, ferma in cielo la luna e si
sentì guardato da essa, avvertendo nella coscienza
oscura come un rimescolio, tra di dispetto e di
sgomento.
Pensò allora di risalire alla villa. Certo, il
cadavere della moglie era stato, a quell'ora,
portato via, il socio lo voleva su, per fargli
vedere che la moglie s'era attaccato al seno il
piccino e come faceva da madre agli altri orfani. La
carità. Poi, finito come ogni sera di mangiar la
minestra, nel cortile, al lume della lucerna a olio:
- Buona notte, compare. Noi ce n'andiamo a letto.
E si sarebbe chiuso con la moglie e con tutta la sua
famiglia intatta, là nella sua stanza; mentre lui
sarebbe rimasto fuori, nel cortile, solo,
scompagnato, coi suoi orfani. Ah, no, perdio! Questa
soddisfazione non gliel'avrebbe data, all'antico
rivale.
Risalì alla villa, la mattina all'alba. Ispido, con
la faccia scavata, le occhiaje livide, gli occhi da
pazzo, svegliò i figliuoli; ordinò ai più grandi che
lo ajutassero a raccogliere la roba e a caricarla su
la mula.
Giglione, al rumore, uscì dalla stanza accanto;
stette un pezzo a guardare, poi gli domandò:
- Che fai?
Butticè stava a legare per terra un grosso fagotto
di panni; si rizzò su la vita, gli piantò gli occhi
in faccia e rispose:
- Me ne vado,
- Dove te ne vai? Sei pazzo? - replicò quello.
Butticè non rispose; si ridiede a legare per terra
il fagotto. E allora Giglione riprese:
- Ma perché? Tu hai la pena, lo so, e nessuno te la
vuol levare. Ma quanto al resto... tu e i tuoi
figliuoli, qua...
Butticè tornò a rizzarsi su la vita; si pose un dito
su la bocca:
- Zitto. Me ne devo andare.
- Ma perché?
- Per niente. Me ne devo andare.
- Così su due piedi? Senza neanche fare i conti?
- Li faremo. Ora me ne devo andare.
Quando la roba fu caricata su la mula e su l'asino,
che appartenevano a lui, disse al socio:
- Va' a prendermi la creatura.
Giglione giunse le mani:
- Ma sei impazzito davvero? L'ha al petto mia
moglie. Vuoi che muoja?
- Muoja. Me ne devo andare.
Giglione andò di corsa a prendere il neonato e, con
la faccia voltata, glielo porse.
- Tieni. Vattene! Non voglio più vederti!
- Tu? - disse allora con un ghigno Butticè. - E
figurati io!
Cacciò avanti l'asino e la mula, e s'avviò coi
cinque figliuoli dietro, e in braccio il piccino, a
cui ancora dalla boccuccia paonazza pendeva una
goccia di latte.
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